SARA COTRONEO ...

Sara nasce a Roma nel giugno del 1975. Fin da piccola, grazie agli insegnamenti ricevuti dai genitori (suo padre Antonino Cotroneo è stato un amato predicatore del Vangelo a Roma e nel Sud d’Italia), nasce in lei il desiderio di dedicare la sua vita al servizio di Dio. All’età di diciannove anni lascia la sua città e si unisce ad una missione evangelistica, in cui opererà a tempo pieno per tre anni. Nel Novembre del 2001 consegue la Laurea in Servizio Sociale con lo scopo di raggiungere, attraverso la sua professione di assistente sociale, la gente bisognosa del Vangelo. Nell’agosto del 2003, insieme a Luca, suo marito, e la piccola Daiana, sua figlia, si trasferisce nell’entroterra genovese per iniziare un’attività evangelistica. Purtroppo, nel maggio 2004, all’età di 29 anni, le viene diagnosticata una malattia cardiorespiratoria e dopo aver tentato senza esiti positivi alcune terapie d’avanguardia, dopo un anno viene inserita in lista per un trapianto bipolmonare.

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Qualcuno aspetta che tu cada

“Or essi si aspettavano che egli enfierebbe o cadrebbe di subito morto;
ma dopo aver lungamente aspettato, veduto che non gliene avveniva alcun male,
mutarono parere, e cominciarono a dire ch’egli era un dio.”
Atti degli Apostoli 28:6

L’apostolo Paolo si ritrova a vivere ancora una volta nella sua vita un’esperienza davvero difficile e rischiosa. E’ prigioniero, affidato ad un centurione di nome Giulio che ha il compito di condurlo in Italia attraversando il mare. Inizia così per lui un viaggio davvero avventuroso. Arrivati nei pressi di Creta il vento diventa contrario alla navigazione e rallenta la corsa. A questo punto Paolo comprende che proseguire il viaggio sarebbe stato troppo pericoloso ed avverte l’equipaggio che se non si fossero fermati, non solo avrebbero perso il carico e la nave, ma le loro stesse vite avrebbero corso un grave pericolo. Ma non viene ascoltato e in breve la nave si ritrova in balìa del vento e delle onde che la spingono sempre più a largo, fino ad essere sballottata qua e là per il Mar Adriatico. A questo punto Paolo è come se assumesse la direzione della navigazione: tranquillizza l’equipaggio, affermando che un angelo gli è apparso, dicendogli che tutti si sarebbero salvati perché lui doveva arrivare a Roma e comparire davanti a Cesare, impedisce la fuga dei marinai e incoraggia tutti a mangiare per riacquistare forza. Dopo due settimane di vicissitudini e dopo che la nave si arena sulle rive di Malta, una piccola isola del Mediterraneo a sud della Sicilia, viene distrutta dalla furia delle onde e tutto l’equipaggio riesce ad arrivare a nuoto sull’isola. Grazie a Dio, ricevono tutti un’ottima accoglienza dalla popolazione del luogo. Viene preparato per loro un fuoco per potersi scaldare. Ma le disavventure di Paolo non sono finite, infatti, mentre prende della legna, viene morso da una vipera, che addirittura gli si attacca sulla mano. Ma lui, come se niente fosse, senza lasciarsi prendere dal panico, scuote un po’ la mano e lascia la vipera cadere nel fuoco. A questo punto gli abitanti del luogo, che l’hanno accolto e che hanno assistito alla scena, cominciano a credere che su di lui ci sia una sorta di maledizione, perché dopo aver vissuto un naufragio, ora viene morso da una vipera velenosa e rimangono lì ad aspettare che lui cada e si riversi morto a terra. Ma passa un minuto, due, forse un’ora o due, e mentre Paolo ha tutti gli occhi puntati addosso, se ne sta probabilmente tranquillo a riscaldarsi davanti al fuoco. A questo punto, vedendo che nulla gli accade, tutti cominciano ad aver parere opposto a prima e credono che l’apostolo sia un dio. Con tutto il rispetto per la tragicità di questi eventi e per il terrore che devono aver vissuto tutti gli uomini protagonisti di questa avventura, leggere questa storia mi fa sempre un po’ sorridere, proprio per il comportamento di queste persone che, invece di cercare di aiutare in qualche modo Paolo, rimangono ad osservare ciò gli sarebbe accaduto. Come cristiani non capita forse anche a noi spesso di sentirci osservati dagli altri, con gli occhi sempre puntati addosso per vedere quali siano le nostre reazioni, il nostro modo di comportarci di fronte ad eventi difficili, a situazioni insostenibili? Forse, per lunghi anni abbiamo testimoniato con fedeltà dell’amore di Dio a coloro che più ci sono vicini e, non solo non hanno voluto mai ascoltarci, ma sono lì a scrutarci, aspettando che noi cadiamo, che commettiamo qualche fallo, anche il più piccolo errore, per accusarci e dimostrare che la nostra fede è fasulla ed avere così una scusa valida per continuare a non credere. Certo, questo è un atteggiamento sbagliato da parte loro perché, pur essendo credenti, ciascuno di noi è spesso soggetto ad errori e ripetute cadute, ma penso che, in ogni modo, questo atteggiamento comune tra i non credenti, dovrebbe aumentare in noi il senso di responsabilità nell’avere una condotta, per quanto ci sia possibile e dipenda da noi, irreprensibile. Forse ti trovi nel tuo luogo di lavoro ed ogni giorno un tuo collega viene a stuzzicarti, a provocarti, ti insulta, ti fa sentire incapace, ti rende ridicolo di fronte agli altri. E tutti i giorni gli occhi degli altri sono puntati su di te, osservando se anche oggi saprai controllare la tua rabbia, mettere a tacere il tuo orgoglio, o se sarai capace ancora di subire l’umiliazione e obbedire al comandamento di Gesù di amare i nostri nemici. Ecco, un momento di rabbia, seppur legittima, potrebbe condurti ad una reazione che in pochi secondi potrebbe far fumare anni di autocontrollo e testimonianza. O forse ti trovi a scuola, ormai adolescente, in preda alle tue crisi esistenziali, e dei tuoi amici ti offrono continuamente l’esempio di comportamenti trasgressivi, palesemente negativi e contro la volontà di Dio, e tu vorresti tanto fare la differenza, ma quei comportamenti, quei divertimenti, quel modo di parlare volgare e di vestire, il fumo e la musica, sembrano farli stare tanto bene e farli divertire continuamente e tu in questo momento ne senti il bisogno. Ecco loro non aspettano altro che tu ceda, che accetti almeno una volta quella sigaretta, per poi condannarti, affermando che non c’è niente di diverso in te, che sei proprio come loro e che non serve a niente volersi mantenere santi e puri davanti agli occhi di Dio, ma è meglio divertirsi e godersi la vita. Oppure ti trovi a vivere un momento particolarmente duro, in cui le prove sembrano susseguirsi una dietro l’altra, senza tregua: la perdita del lavoro e le  difficoltà economiche, la salute che non va più tanto bene, i figli che danno sempre tante preoccupazioni, e qualcuno è lì, vicino te, a provare la tua pazienza e ti invita rinnegare Dio, come fece la moglie di Giobbe. Oppure all’interno della tua famiglia sei l’unico a credere, e gli altri continuano a praticare comportamenti contro la volontà di Dio, come il gioco d’azzardo, il non pagare le tasse, invitare ospiti proprio quando sanno che tu hai impegni di chiesa, guardare programmi televisivi osceni e poco edificanti e cercano in ogni modo di farti cadere per poi condannarti; mettono insidie, trappole ovunque, perché nel loro cuore hanno proprio il desiderio che anche tu impari a far del male. Mi son sempre chiesta perché chi opera del male cerca sempre qualche complice e insiste perché qualcuno lo diventi, probabilmente è un modo per placare la propria coscienza, giustificando che anche gli altri lo fanno, come se in questo modo la nostra responsabilità fosse minore.
E’ così, nel bene o nel male, per quanto non ci piaccia essere al centro dell’attenzione, per quanto ce ne possiamo accorgere o meno, dal momento che dichiariamo di credere in Dio e di voler vivere sottomettendoci alla Sua volontà, la gente ci osserva, ci scruta, ci esamina, per vedere se siamo coerenti con ciò che predichiamo e se siamo fedeli fino alla fine della nostra vita. Anche il più piccolo errore, la più insignificante caduta potrebbe compromettere la nostra testimonianza. L’apostolo, nel momento in cui viene morso dall’insidiosa vipera, non sembra spaventarsi più di tanto, non si agita, non si butta a terra, non si rotola nel fango implorando aiuto. Dio gli aveva detto nel naufragio che doveva arrivare a Roma e in questo lui credeva, in questa promessa si fondava fermamente la sua fede. La logica era facile: si trovava ancora a Malta, Dio gli aveva promesso che doveva presentarsi davanti a Cesare, quindi non poteva morire. Tutto qui: Paolo credeva e neanche di fronte alla morte avrebbe dubitato. Che fede ragazzi! E allora, anche questo per noi può essere valido: la fede in ciò che ci ha promesso ci soccorre quando siamo tentati al di là delle nostre forze a rinnegare Dio, a dare sfogo alla nostra rabbia trattenuta a lungo, a lasciarci prendere dallo sconforto per i problemi o dalle paure degli eventi pericolosi che ci accadono intorno. E’ quello in cui crediamo e quello per cui viviamo, l’obiettivo finale della nostra esistenza, cioè comparire davanti al trono di Dio e sentirci dire che siamo stati fedeli e buoni servitori ci impedirà di cadere e riversarci sconfitti a terra. Ogni giorno tutto dipende dalla nostra fede se qualcuno crederà che siamo sotto la persecuzione di un dio arrabbiato o se in noi vedranno riflesse le sembianze di un Dio grande e vittorioso.

 

 
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