SARA COTRONEO ...

Sara nasce a Roma nel giugno del 1975. Fin da piccola, grazie agli insegnamenti ricevuti dai genitori (suo padre Antonino Cotroneo è stato un amato predicatore del Vangelo a Roma e nel Sud d’Italia), nasce in lei il desiderio di dedicare la sua vita al servizio di Dio. All’età di diciannove anni lascia la sua città e si unisce ad una missione evangelistica, in cui opererà a tempo pieno per tre anni. Nel Novembre del 2001 consegue la Laurea in Servizio Sociale con lo scopo di raggiungere, attraverso la sua professione di assistente sociale, la gente bisognosa del Vangelo. Nell’agosto del 2003, insieme a Luca, suo marito, e la piccola Daiana, sua figlia, si trasferisce nell’entroterra genovese per iniziare un’attività evangelistica. Purtroppo, nel maggio 2004, all’età di 29 anni, le viene diagnosticata una malattia cardiorespiratoria e dopo aver tentato senza esiti positivi alcune terapie d’avanguardia, dopo un anno viene inserita in lista per un trapianto bipolmonare.
Questo libro nasce dalla sua volontà di condividere con i lettori gli insegnamenti spirituali che ha maturato attraverso molteplici esperienze della sua vita, in particolare attraverso l’esperienza dolorosa della malattia.

Contatto: habibi75@libero.it

Un vaso guasto

Allora io scesi nella casa del vasaio ed ecco egli stava lavorando alla ruota; e il vaso che faceva si guastò, come succede all’argilla in man del vasaio,
 ed egli da capo ne fece un altro vaso come a lui parve bene di farlo.
Geremia 18:3-4

Ahimè! Quante volte capita nella nostra vita di sentirci proprio come questo vaso: guasto!
Stiamo vivendo un momento pieno di benedizioni spirituali, abbiamo iniziato una opera nel servizio al Signore e siamo carichi di entusiasmo, sentiamo fermentare dentro di noi un nuovo progetto che certamente porterà frutto, stiamo maturando in fretta nella conoscenza del Signore… ma improvvisamente accade qualcosa di inaspettato che porta alla nostra vita uno scoraggiamento disarmante e ci sembra che tutto quello che abbiamo costruito con cura ed attenzione o che stavamo per costruire improvvisamente crolli e si sbricioli in mille pezzi. Proprio sul punto più bello in cui il vaso stava per assumere una mirabile forma si guasta inaspettatamente. Perché? Perché anche se poteva sembrare il contrario, in realtà, il vaso ancora non era buono! Se volgiamo lo sguardo in dietro al nostro passato possiamo quasi certamente vedere il nostro cammino spirituale segnato da tante tappe verso le quali una dopo l’altra ci siamo protesi, abbiamo raggiunto e poi superato, spingendoci verso il raggiungimento di quella successiva. Ma tante volte il raggiungimento di una di queste mete ha significato per noi un annullamento totale delle esperienze passate. Avremmo potuto proseguire il cammino solo se non fossimo caduti nell’errore di appoggiarci sulle nostre capacità, acquisite dal nostro vissuto. Abbiamo in poche parole dovuto imparare tutto da capo. Abbiamo dovuto cancellare ogni nostra conoscenza data dall’esperienza e protenderci verso ciò che ci aspettava, come se fossimo piccoli bambini ai primi passi della propria vita, sebbene in realtà avessimo già corso a lungo fino ad allora. E’ dura sentirci inesperti ed incapaci quando fino ad un momento prima credevamo di essere abili e ben preparati! La nostra vita spesso è costituita da continue cadute e continui rialzamenti. Ma non sempre le nostre cadute sono determinate da qualche nostro errore o sono del tutto negative. A volte sono necessarie, volute da Dio, per permetterci di prendere fiato e comprendere bene quale sia la direzione verso cui proseguire il cammino. A volte è necessario cadere a terra, farsi male, guastarsi completamente e lasciare che il Signore inizi un’opera completamente nuova in noi per renderci di grande valore. Così, ciò che ai nostri occhi può sembrare un grande fallimento e una grande sconfitta, in realtà potrebbe essere l’inizio di qualcosa di grandioso. Ci sentiamo delusi, amareggiati, incompresi, quando l’argilla del nostro essere è completamente spalmata a terra, informe e ripugnante. Ci sentiamo fango inutile e privo di valore. Fin quando non arriva la mirabile mano del Vasaio che ci raccoglie da terra e inizia a dare una bellissima forma a ciò che forma prima non aveva. E’ molto dura attraversare quei momenti in cui ci sembra che dobbiamo ricominciare tutto da capo. Ci sentiamo come il contadino che vede guastare tutto il suo raccolto da una grandine nemica che in pochi secondi porta via il guadagno di mesi di duro lavoro, fatica e sudore. Ci sentiamo come l’investitore che in un solo crollo della Borsa non previsto vedere svanire tutte le sue ricchezze. Ci sentiamo come lo scolaro ben preparato che si presenta ad un esame dopo giorni di stancante e faticoso studio e si sente porgere una domanda su quell’unico argomento che aveva trascurato, perché ritenuto di poca importanza. Ci sentiamo falliti, oppressi, delusi. Sentiamo la nostra esistenza roteare vorticosamente su quella ruota che gira e gira fino a farci perdere l’equilibrio e farci precipitare a terra, completamente sconfitti. Eppure abbiamo compiuto ogni sforzo, abbiamo ragionato, programmato nei minimi dettagli il progetto della nostra esistenza ed ora vediamo il nostro edificio nuovo e gradevole crollare inesorabilmente, come fosse stato fabbricato solo con paglia. Fin quando non arriva il nostro Signore che raccoglie i nostri mattoni da terra e dà inizio ad una nuova costruzione. La vita di ciascuno di noi è costituita da un susseguirsi di successi e di precipitosi fallimenti, ma ciò che ai nostri occhi appare una sconfitta potrebbe essere un’opportunità per il nostro Creatore di renderci migliori. Possa essere oggi il nostro più grande desiderio portare compiacimento agli occhi del nostro Signore, essere graditi al suo cuore e portare soddisfazione al Suo volere. Ma questo sarà possibile solo se con ogni umiltà ci lasciamo guastare, plasmare e riformare come a Lui pare bene di fare. Un vaso guasto può essere il principio di una preziosa opera d’arte fabbricata dalle mani di un abile Artista.


Il Buono e il Meglio

Ma il Signore, rispondendo, le disse: Marta, Marta, tu ti affanni e t’inquieti di molte cose
 ma di una sola fa bisogno. Maria ha scelto la buona parte che non le sarà tolta.
Luca 10:41

La vita di ognuno è segnata da tanti bivi che si presentano continuamente sul nostro percorso. Senza che ce ne rendiamo conto ogni ora della nostra giornata ci conduce a fare delle scelte. Una decisione presa al mattino potrebbe condizionare l’andamento dell’intera giornata. Poi ci sono delle decisioni più importanti, che non condizionano solo uno dei nostri giorni, ma tutta la nostra futura esistenza. Sicuramente la scelta è facile per ogni buona persona quando si trova di fronte alla scelta di percorrere una strada cattiva o una strada buona. Tendenzialmente ciascuno di noi sceglierebbe senza indugio la strada buona. Ma che fare quando davanti a noi il bivio ci pone di fronte un viale di mandorli in fiore e un viale pieno di aiuole ricche di fiori profumati e colorati, in poche parole quando entrambi le decisioni sembrano giuste e buone? E’ facile la scelta. Se entrambi i sentieri sono buoni si tratta solo di comprendere quali fra i due sia il migliore. La scelta è fra il buono e il meglio.
Ora Gesù si trova in bilico tra due donne (situazione in cui non auguro a nessun uomo di trovarsi mai): una donna che lo serve ed una donna che lo ascolta. Sicuramente entrambi stanno facendo una cosa giusta e degna di lode. Entrambi si stanno comportando come delle donne umili, amorevoli, gentili, ma chi si sta comportando meglio? Ora non voglio parlare dell’antitesi tra preghiera e servizio, perché ritengo che ogni credente maturo sappia comprendere che siano entrambi degli elementi indispensabili per la crescita spirituale e che non sono in contrapposizione tra loro, piuttosto sono strettamente complementari e non possono sussistere l’uno senza l’altro. Ogni credente dovrebbe dedicare il giusto tempo ad entrambi. Ma ciò di cui oggi voglio parlare sono le migliori scelte per la nostra vita. Quante volte delle scelte sono sembrate ai nostri occhi buone e giuste ed invece poi ci hanno condotto ad un fallimento totale! Quante volte ho sentito Gesù che sussurrava al mio orecchio “Sara, Sara tu ti affanni e t’inquieti di molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno e tu non sai scegliere la buona parte che non ti sarà tolta”! Quante volte compiamo delle azioni convinti di fare cosa gradita a Dio, ma la reale motivazione è che vogliamo solo compiacere a noi stessi? Quante guerre sono state fatte in tutti tempi e in ogni dove in nome di Dio, mentre l’uomo non voleva altro che aumentare il proprio potere e la propria ricchezza! Quante stragi sono state commesse mentre l’uomo alzava vessilli: “In difesa di Dio”, mentre non voleva altro che saziare la propria sete di giustizia ed amore di se stesso. Povero uomo illuso, crede veramente che il Creatore del cielo e della terra abbia bisogno di lui per essere difeso! Allora permettetemi di fare piccole considerazioni. E’ buono recarsi giornalmente a far visita ai nostri fratelli soli e bisognosi, ma non è forse meglio, naturalmente quando sia possibile, condurli a casa nostra e preparare loro un buon pranzetto, affinché non si dica di noi che siamo degli ospiti inopportuni e sconvenienti? Quante persone ingannano se stesse affermando di fare cosa buona andando per le case a fare visita alle famiglie della chiesa, quando in realtà stanno semplicemente scappando dalla propria famiglia e dalle proprie responsabilità. Apriamo, piuttosto, le nostre case e invitiamo i soli e i bisognosi. Offriamo loro un pane che sazia la loro anima e un’acqua che disseta il loro cuore. E non si potrà mai dire di noi che vogliamo approfittare dei beni altrui. E’ buono credere che sia sufficiente cercare nella chiesa il compagno o la compagna della propria vita per avere un matrimonio felice e benedetto dal Signore, ma è meglio accertarsi che oltre ad essere un buon credente abbia anche i nostri stessi desideri di servizio e consacrazione, perché non ci si ritrovi nella vita di coppia a percorrere sentieri diversi che portano a divisioni nella famiglia e che allontanano moglie dal marito. E’ triste per me vedere delle mogli o dei mariti in un angolo della chiesa, imbarazzati nel dover inventare qualche ridicola scusa per giustificare l’assenza del compagno, che in realtà era semplicemente disinteressato a quel seminario o a quella attività. Quando due giovani vite si stanno accordando per vivere tutta la loro vita insieme sarebbe meglio che occupino molto tempo a considerare se hanno gli stessi obiettivi, i stessi sogni e i stessi progetti spirituali affinché questi stessi non si rivelino nel tempo la peggiore causa della fine del loro matrimonio. E’ buono affidare i nostri figli alle amorevoli cure del monitore o del responsabile dei giovani della nostra chiesa, ma è meglio che noi genitori impariamo a spendere del tempo con i nostri ragazzi, insegnando loro la Bibbia, offrendo una sana educazione secondo il piacere di Dio e ascoltandoli nei loro segreti e bisogni (spesso basta un semplice gioco fatto insieme o una sciocca storiella inventata per regalare al proprio bimbo una briciola di gioia immensa). Spesso il momento più bello delle mie giornate è quando metto a letto mia figlia e lei comincia a parlare senza sosta e mi confessa spontaneamente tutte quelle informazioni che invano ho cercato di strapparle dalla bocca per tutta la giornata. I nostri bambini hanno dentro di sé dei tesori nascosti che possono arricchire enormemente la nostra vita se diamo loro la possibilità di donarli a noi. E’ buono voler essere sempre a conoscenza dei problemi dei nostri fratelli per poter essere di sostegno e di conforto e cercare di offrire loro dei buoni consigli, ma quante volte ci siamo sentiti sopraffatti da situazioni tristi e problemi gravi che hanno condotto noi stessi, che volevamo offrire il nostro aiuto, più in confusione di chi l’aiuto lo cercava? Capita non poche volte di sentirci rinfacciare dalla persona a cui abbiamo dato dei consigli di averle suggerito la scelta sbagliata che l’ha portata a compiere degli errori e ci fa sentire un disastro totale. Allora, a volte, non è meglio spendere semplicemente dei momenti insieme in preghiera e lettura della Parola affinché Dio stesso suggerisca direttamente al nostro amico la cosa migliore da fare per risolvere i propri problemi? Certo Marta era convinta di fare la cosa giusta nel preparare del cibo per il Maestro e di rendere la casa pulita, profumata ed accogliente per il suo Signore, ma Maria sapeva nel suo cuore che un giorno il suo Salvatore le sarebbe stato tolto per sempre e che le opportunità che la vita a volte ci regala potrebbero essere perse per sempre se non le si coglie a volo. Quale opportunità più bella e più importante per la nostra vita di ascoltare la voce di Dio in persona? Io bramo con tutta me stessa il giorno che potrò sedermi ai piedi di Gesù e di gustarmi, saziarmi e dissetarmi esclusivamente del caldo suono della sua voce. Marta ha fatto un buona scelta, ma Maria ha fatto la scelta migliore ed è Gesù a dirlo. Prega con me, in questo momento, affinché la vita che in questo stiamo oggi vivendo, sia la vita migliore possibile per noi, quella spesa ai piedi del Maestro, in umile atteggiamento di ascolto ed abbandono a Lui.


Consigli per gli acquisti

“Io ti consiglio di comprare da me dell’oro affinato col fuoco, affinché tu arricchisca;
e delle vesti bianche, affinché tu ti vesta e non apparisca la vergogna della tua nudità;
e del collirio per ungertene gli occhi affinché tu vegga”.
Apocalisse 3:18

E’ meraviglioso scoprire giorno per giorno nella Bibbia, la Parola di Dio, come il Signore abbia pensato proprio a tutto circa la nostra vita. Ecco dei versi in cui ci dà dei buoni consigli per i nostri acquisti. Oggi la parola “crisi” risuona un po’ dappertutto. Sebbene ci si riferisca prevalentemente ad una crisi economica, in realtà la crisi dei valori, degli affetti, dell’etica ci ha colpito già da tempo. In questi versi Gesù si rivolge ad una chiesa ricca, o almeno che si crede tale. Poco prima infatti dice: “Tu dici : Io sono ricco, e mi sono arricchito, e non ho bisogno di nulla, e non sai che tu sei infelice fra tutti, e miserabile e povero e cieco e nudo.” Una chiesa che si illude di aver tutto, ma che non sa nemmeno più da che parte stare: né fredda né fervente. Potremmo azzardare a dire che tutto questo benessere ha portato alla chiesa descritta in questi versi un po’ di confusione, su come investire le proprie ricchezze. Gesù consiglia di comprare da Lui dell’oro affinato. Un tipo di oro provato e riprovato col fuoco. Non un’imitazione, non un falso, che sa abbagliare i nostri occhi, ma alla vista di qualunque esperto risulta di nessun valore. Ma l’oro che viene raccolto con cura nei fiumi della grazia e della misericordia, passato dal crogiuolo delle sofferenze e del dolore, modellato secondo una volontà suprema e infallibile e poi venduto direttamente da Dio a chi si reca bisognoso da lui. Questo è l’unico oro che ha un valore inestimabile e che dà all’uomo la vera ricchezza. I doni della grazia, della giustizia, dell’amore e quant’altro, acquistati attraverso il sacrificio umano di Gesù, sono l’oro che non si corrode, non marcisce e non perisce mai e che non può essere rubato neanche dal ladro più astuto. Questo oro ci impedisce di diventare miserabili e poveri come la vita di chi non ha saputo trovare in Dio la vera ricchezza. Il nostro Signore ci consiglia ancora di acquistare delle vesti bianche, affinché ci possiamo vestire e nascondere la nostra nudità. Da sempre il bianco è il colore della purezza. Cosa ci fa vergognare di più se non il nostro peccato? Gli abiti che indossiamo tutti i giorni, che appaiono ben puliti e stirati, nascondono purtroppo spesso delle macchie non visibili agli altri, ma noi conosciamo perfettamente dove sono quelle macchie e cerchiamo con ogni mezzo di nasconderle. La nostra mente, quindi i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri progetti, non sono spesso contaminati da fini malvagi e da scopi egoistici? La nostra vita passata e presente non è spesso macchiata da errori che teniamo ben nascosti affinché non diventiamo oggetto di critiche e pettegolezzi della gente? Ma per quanto cerchiamo di chiudere tutte le nostre colpe in un baule e sigillarle con cura, non è forse vero che hanno il potere di tormentare costantemente la nostra coscienza e macchiare tutto il corredo che è conservato con cura in quel baule? Come la muffa che di nascosto si diffonde tutta intorno, fino a rendere inutilizzabile qualsiasi abito, così i nostri errori contaminano tutto ciò che di buono riusciamo a fare fino ad avere delle conseguenze negative anche sulla vita di chi ci circonda. Possiamo tirare fuori dal baule i nostri abiti sporchi e buttarli via per poi recarci da Gesù e fare acquisto di vesti, che Gesù, attraverso la sua morte e la sua resurrezione, ha reso bianche, candide, pure, cucite su misura proprio per noi, affinché possiamo vivere senza vergogna e sensi di colpa. Le vesti sono il nostro spirito e la nostra anima, con cui ci vestiamo ogni giorno. Infine, Gesù ci consiglia di acquistare un po’ di collirio per vedere. In questi giorni se ci rechiamo da un qualsiasi ottico possiamo rimanere a lungo indecisi di fronte alla vastità di scelta di occhiali che ci vengono proposti. Innumerevoli tipi di montature, di forme e colore diversi. E noi impieghiamo molto tempo prima di essere convinti sul modello da acquistare. Proviamo ad una ad una ogni montatura per vedere quale si adatti meglio al nostro viso e ci renda più belli. Ultimamente andava di moda che anche le lenti fossero colorate. Gli occhiali da sole sono sempre acquistati e non solo per ripararsi dal sole. A volte utilizziamo gli occhiali da sole per nascondere i nostri occhi. Quanti personaggi famosi li utilizzano per non farsi riconoscere e rimanere anonimi! Così anche la gente comune, a volte, li indossa per nascondere il proprio sguardo. Ma oltre a  celare il proprio sguardo, questi tipi di occhiali impediscono anche a chi li porta di vedere con chiarezza. Soprattutto se si entra in un tunnel. Gesù dice nella sua Parola che l’occhio è la lampada del nostro corpo (Luca 11:34). Attraverso i nostri occhi, dunque, noi possiamo conoscere l’ambiente che è attorno, ma anche gli altri possono conoscere l’ambiente che è dentro di noi. Possiamo indossare un bel paio di occhiali che ci permetta di correggere la nostra miopia spirituale, ma quando li toglieremo torneremo ad essere ciechi e sentirci persi lungo la strada che stiamo percorrendo. Siamo ciechi: con quanta difficoltà spesso fatichiamo a vedere la strada che Dio ha scelto per noi! E ancora quanto spesso non siamo capaci di vedere gli ostacoli o peggio i burroni che si presentano improvvisamente lungo il percorso e facciamo dei capitomboli pazzeschi che portano la nostra condotta a farsi delle ferite profonde! Quanto spesso siamo così miopi da non saper vedere i bisogni di chi vive proprio accanto a noi! Oh, possiamo spendere tutto il denaro che vogliamo per acquistare un paio di occhiali all’ultima moda, con lenti scure o colorate, ma ciechi siamo e ciechi rimarremo! Essi offuscano la luce necessaria per scorgere i difetti minuscoli della nostra spiritualità. Non vorremmo mai vedere il nostro volto riflesso su uno specchio vicino ad una finestra esposta al sole, perché notiamo un’infinità di imperfezioni che ci fanno apparire terribilmente brutti. Non è forse vero che molte sale di svago e divertimento illuminano l’ambiente con luci soffuse proprio per far apparire tutti più belli? Ma Gesù vuole che viviamo nella sua luce e che non siamo figli delle tenebre. Egli stesso ha preparato con cura un collirio che agisce direttamente sui nostri occhi per guarirli. Forse all’inizio ci procura un po’ di bruciore, ma poi ci accorgiamo immediatamente che la nostra miopia spirituale è stata curata e i nostri sguardi sono stati purificati.
Bene, questo è il momento giusto, rechiamoci dal Signore con un grosso carrello e facciamo la nostra bella spesa. E non c’è crisi che ce lo possa impedire: è tutto gratuito!


L’unione fa la forza!

“ Io non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: che siano tutti uno; che , come Tu o Padre sei in me ed io sono in Te
 anche essi siano in noi; affinché il mondo creda che Tu mi hai mandato”.
Giovanni 17:20, 21

Lo scorso anno io e la mia famiglia abbiamo vissuto uno dei periodi più difficili degli ultimi tempi. Ho dovuto effettuare un ricovero ospedaliero di circa due mesi e mezzo. Non potendo mio marito occuparsi di mia figlia di sei anni a causa del suo lavoro, siamo stati costretti ad affidarla ad una mia zia a Milano. Così io mi trovavo a Pavia, mio marito a Genova e mia figlia a Milano. Era la prima volta che eravamo così divisi. In quei giorni i medici ci avevano detto che le mie condizioni si erano aggravate moltissimo e di prepararci al peggio. Rimaneva una nuova cura da provare, ma non erano sicuri che avrebbe portato buon effetto e dovevano passare alcuni mesi prima di vedere qualche risultato positivo. Erano anni ormai che ricevevo ripetutamente brutte notizie sulla mia salute. Eppure, insieme a mio marito avevamo sempre affrontato ogni momento di difficoltà riponendo la nostra fiducia nel Signore e dandoci forza e incoraggiamento a vicenda. E questo ci aveva sempre reso stabili. Ma ora mi sentivo particolarmente debole. Non riuscivo ad affrontare tutto quello che mi accadeva con serenità. Tutte le cure in ospedale mi sembravano insopportabili, non volevo socializzare con le mie compagne di stanza e la notte piangevo continuamente. Non mi ero mai sentita così vulnerabile e incapace di reagire. Fino a quando il Signore ha cominciato a parlare al mio cuore. Tutta la forza mia e di mio marito, tutta la serenità e la stabilità con cui avevamo sempre affrontato la mia malattia, veniva dalla nostra unione. Avere mio marito accanto a me e mia figlia, mi aveva sempre incoraggiato a provare nuove cure e a credere che avrei vinto la malattia con la forza del mio amore per loro. Ma ora erano distanti da me. Non potevamo incoraggiarci a vicenda. Mia figlia non poteva darmi fiducia con i suoi sorrisi e la sua spensieratezza infantile; mio marito non poteva consolarmi con la sua tenerezza e la sua forza. Ero sola. Preoccupata per la mia bambina che si trovava lontana e che non poteva frequentare la scuola e lontana da mio marito, che sapevo a casa da solo, la sera nella nostra casa fredda e sporca. Quanto soffriva il mio cuore: eravamo separati! Dio mi parlava ed io piano piano capivo ciò che voleva insegnarmi. E’ bello come Giovanni, colui che si definiva egli stesso “il discepolo che Gesù amava” dia molto spazio nei capitoli del suo Evangelo che narrano le ultime ore della vita di Gesù, agli ultimi discorsi, profondissimi pronunciati dal Maestro. I versi che stiamo meditando riportano la preghiera che Gesù fa al Padre. E dopo aver pregato a lungo per i suoi discepoli rivolge una preghiera per noi tutti e chiede un’unica cosa: che siamo uno, come Lui e il Padre sono uno. Ecco la forza della Chiesa: l’unità! E’ l’unità che ci permette di affrontare le debolezze di un mondo che somiglia ad un malato terminale in fin di vita; è l’unità che ci permette di lottare contro la depravazione e il decadimento delle menti di una società sempre più corrotta e maligna; è l’unità che ci può far resistere alle tentazioni di piaceri ingannatori sempre più a portata di mano, che rendono l’uomo incatenato dalla propria concupiscenza; è l’unità che ci fa vincere la persecuzione e resistere alla derisione della gente, mantenendoci fedeli alla nostra chiamata. L’unità! Solo questo Gesù chiedeva al Padre per noi. Ma, ahimè, quanto stiamo impedendo al Padre di poter rispondere a questa preghiera del Suo amato Figliuolo? Non appare forse la Chiesa di Cristo in questi giorni sempre più divisa, sempre più smembrata. Chiese locali in lotta fra loro per futili motivi di interpretazione delle Scritture; a caccia di anime da depredare; in competizione per attività all’ultima moda da ostentare. Chiese divise nel proprio interno, spaccate dal disprezzo, dall’invidia, dal proprio desiderio di affermazione in quello che dovrebbe essere un umile servizio al Signore. E andando ancora più in profondità: le famiglie stesse dei credenti che dovrebbero dare forza sono sempre più divise, mascherando tradimenti, ribellioni, incomprensioni. La Chiesa è spaccata nelle radici più profonde che la dovrebbero sostenere in piedi. E barcolla cercando di andare avanti, aggrappandosi ad appigli sdrucciolevoli ed instabili. Non appare così come un corpo smembrato, zoppicante, che cammina a fatica per le strade del mondo senza portare il profumo di Cristo attorno a sé? Una Chiesa amputata dei suoi arti, sparsi qua e là, osservata dal disprezzo di un mondo che ride di lei. Calunniata da una società scandalizzata e turbata dalla sua incoerenza. Non diceva Gesù che tutti avrebbero saputo che noi siamo i Suoi discepoli “per l’amore che abbiamo gli uni per gli altri”? Discepoli, invece, che spendono tempo a bisticciare, ad infamarsi e a mordersi a vicenda. Forse siamo più conosciuti per gli scandali e le divisioni che per il nostro amore, puro e verace, che sa farsi notare. Una Chiesa divisa è una chiesa vulnerabile, debole, malsana, incapace di portare salvezza, perdono, guarigione alle anime perdute che attendono smarrite la gloria di Dio.“… che siano perfetti nell’unità… affinché il mondo conosca che Tu mi hai mandato!”. Preghiamo insieme che il Signore ci dia sapienza per abbattere le barriere delle divisioni; che ci dia forza per saldare le lacerazioni interne, le fratture che fanno zoppicare il Suo popolo e che ci renda forti e stabili nell’unità di una Chiesa santa e pura. Chiediamo a Dio che possiamo amarci di un amore raro e prezioso come quello che Lui ha mostrato a noi. Decidiamo oggi di essere la risposta alla preghiera di Gesù affinché siamo uno nel cuore, nella mente, nel desiderio di annunciare la buona novella, nel desiderio di dare cibo all’affamato e acqua spirituale all’assetato. Nel desiderio di far conoscere al mondo che Gesù è stato mandato da Dio, come affermano i versi citati. C’è molto da fare, lo so, ma è l’unico desiderio espresso da Gesù per noi: vale la pena sudare un po’ per soddisfarlo, non è vero? E’ stato meraviglioso il mio ritorno a casa. Non ero felice perché ero viva, stavo meglio e le nuove cure portavano dei grandi benefici al mio corpo: ero di nuovo a casa con la mia famiglia. Eravamo di nuovo uniti, stretti gli uni agli altri. E tutto mi faceva credere in cuor mio che finalmente ero invulnerabile.


Che bella giornata di pioggia!

e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti
(Matteo 5:45)

Tante volte ho sentito pronunciare tra credenti e non questo interrogativo: “Se piove sui giusti e sugli ingiusti, che beneficio ho io ad essere un figlio di Dio?” Anche io ho ragionato su questo, dopo che tante persone mi rivolgevano ripetutamente questa domanda, chiedendomi perché fossi così malata, nonostante nella mia vita avessi sempre amato e servito Dio. Perché Dio permette tutte queste difficoltà in me? Perché lascia che i suoi figliuoli amati affrontino prove difficili da sopportare e assaggino l’amarezza del calice della sofferenza e del pianto? Perché dobbiamo vivere lunghe giornate buie, piene di nuvoloni che minacciano tempeste sul nostro capo e per giorni e giorni non vediamo un raggio di luce? Perché non fa splendere un po’ di sole una volta e per tutte? Ho posto anche io queste domande al Signore e nell’intimità del mio cuore, come risposta ho trovato che basta meditare un po’ e si comprende che il beneficio della sofferenza si manifesta non nelle prove, ma nella differenza che c’è nell’attitudine di chi ama Dio e chi non lo conosce.“L’ingiusto” si sveglia la mattina, scosta le tendine della finestra per guardare fuori ed esclama: “Ecco un altro giorno di pioggia, che tristezza! Ora dovrò uscire fuori con l’ombrello, mi bagnerò le scarpe e forse anche i pantaloni e sarò costretto a stare tutto il giorno in ufficio con gli abiti umidi. Per strada incontrerò molto traffico e non potrò correre con l’automobile perché le ruote potrebbero slittare. Arriverò in ufficio zuppo e in ritardo, già nervoso e litigherò con tutti. E poi mi verrà anche un bel raffreddore, che renderà tutto ancora più insopportabile. Ecco, tutto ciò che mi aspetta oggi è una bruttissima giornata e tutto per colpa della pioggia”. Ma anche “il giusto” si sveglia, scosta le tendine della finestra ed esclama: “Grazie Signore, quanta abbondanza di pioggia! Oggi la terra sarà dissetata ed i campi annaffiati dalla Tua mano potente. Il pastore avrà più acqua per il suo gregge ed il contadino vedrà il suo raccolto diventare più ricco e sazio. La vite sarà abbeverata e i chicchi d’uva saranno grossi e lucenti ed un buon vino spumeggerà nelle botti. Il grano maturerà dorato e le spighe si piegheranno per il peso di un carico abbondante, così i granai saranno pieni e profumati. Gli alberi saranno dissetati ed ergeranno dei rami robusti e carichi di foglie verdi e frutti copiosi. Anche i fiumi si arricchiranno e gli animali si accosteranno ad essi, trovando acqua fresca ed abbondante che disseterà i loro corpi. E l’uomo non temerà la siccità: Avrà le sue cisterne traboccanti di acqua. Si disseterà e potrà lavare con cura il proprio corpo. Annaffierà i suoi giardini che saranno rigogliosi, adornati da profumi e colori vivi. Oh Grazie Signore per questa meravigliosa giornata di pioggia!”. E’ vero, le prove e le tempeste arrivano sulla vita sia di coloro che amano Dio che di coloro che non lo amano. Ma, mentre gli ingiusti non hanno nessuna speranza nella loro vita e non sanno fare altro che lamentarsi e a volte, ahimè, adirarsi con Dio per le loro sofferenze, i giusti per la fiducia che hanno in Dio, sanno trasformare le difficoltà in arricchimento per la loro vita e in nuove opportunità di maturazione e di crescita spirituale. La sofferenza in un uomo che ha riposto in Dio le sue certezze, rende il cuore calmo, sereno, sensibile, umile. Ma, concedetemi ancora un semplice paragone: come nei giorni di pioggia è meraviglioso poter mettere per un po’ da parte tutti i nostri impegni e poter rimanere a letto, abbandonandosi al tepore di un sano riposo, anche nelle difficoltà della vita è meraviglioso poter imparare ad abbandonarsi al riposo, alla calma e al tepore di un caldo abbraccio di Dio, aspettando che torni a splendere il sole. 


Semplicemente Grazie!

… giacché ho imparato ad esser contento nello stato in cui mi trovo
(Filippesi 4:11)

Più volte mi sono trovata dei bigliettini nelle mani con queste parole: “Semplicemente grazie”. Sono parole estremamente vere. A volte quando desideriamo esprimere la nostra riconoscenza verso qualcuno vorremmo dire o fare chissà cosa. Ma poi tutto ci sembra piccolo ed insufficiente per dimostrare realmente la gratitudine che proviamo dentro. E allora ci limitiamo a dire un semplice “grazie”, che forse come termine in sé stesso già dice tutto. E’ facile, non è vero? Solo un semplice “grazie” da sussurrare all’orecchio di chi ha dimostrato di amarci! Eppure, ahimè, sembra sempre più raro sentir pronunciare questa piccola parolina. Quando io ero piccola le condizioni sociali di una famiglia di ceto medio erano ben differenti rispetto ad ora. Mi ricordo che durante i miei compleanni ero davvero felice di scartare l’unico regalo ricevuto. Ero contentissima e lo curavo come quanto di più prezioso avessi. Oggi provo un po’ di tristezza quando andando alle feste di compleanno vedo bambini scartare una montagna di regali. Ansiosi della sorpresa ricevuta, prendono un dono dopo l’altro, lo scartano velocemente, gli danno un’occhiata rapida e poi lo accantonano per prenderne subito un altro, scartarlo e di nuovo accantonarlo. A mala pena ringraziano chi li ha acquistati per loro e, a volte lo fanno solo perché vengono sollecitati dai genitori. Non considerano naturalmente, essendo bambini, che qualcuno abbia pensato a quale regalo fare, lo abbia cercato, abbia speso dei soldi e del tempo per acquistarlo e, magari, abbia anche faticato un po’ per impacchettarlo (io sono del tutto incapace a fare i pacchetti e chi mi conosce lo sa!). Non ci pensano perché ne hanno così tanti e la voglia di averne un altro è più forte della gratitudine per quelli già scartati. Quale insegnamento per la nostra vita spirituale! I doni di Dio sono talmente numerosi che a volte li diamo per scontati, li apprezziamo poco e non pensiamo al prezzo che è stato pagato perché oggi potessimo averli. E siamo sempre lì a lamentarci perché siamo insoddisfatti di ciò che abbiamo e vorremmo sempre qualcosina in più. Ho visto credenti ricevere i doni di Dio, scartarli frettolosamente e poi accantonarli insoddisfatti senza un minimo cenno di gratitudine. “Oh la salvezza è una cosa meravigliosa, ma ho bisogno anche della salute nella mia vita; oh sì, ho un lavoro stabile e sicuro, ma vorrei guadagnare un po’ di più; oh sì, la mia casa è grande e spaziosa, ma avrei bisogno di qualche mobile in più; è vero mio marito mi ama tanto e farebbe tutto per me, ma è un gran disordinato…” Potrei continuare con molti altri esempi. Eppure, quando i problemi arrivano sul serio e non c’è bisogno di andarseli a cercare, comprendiamo che dovremmo ringraziare il Signore anche per il solo fatto che la mattina, al nostro risveglio apriamo gli occhi e la sera possiamo richiuderli. Ecco che l’apostolo Paolo con poche parole ci ammaestra sulla gratitudine: “Ho imparato ad essere contento nello stato in cui mi trovo”. E’ la versione biblica che preferisco, perché alcune usano il termine “accontentarmi”. Ma non credo che esprimano realmente quello che l’apostolo volesse dire. Non credo che lui si accontentasse di quello che le circostanze gli offrivano. “Essere contento” è molto più che accontentarsi. Consideriamo insieme: da chi ci viene questo insegnamento? Da un uomo che sapeva innalzare inni di gioia al Signore anche nell’oscurità più profonda di una prigione, dopo aver ricevuto percosse e vergate. Da un servo che aveva attraversato paesi e città per anni di cammino e spostamenti, affrontando tempeste, malattie, fame, freddo. Da un animo che aveva subito la persecuzione, l’infamia, il disprezzo umano, la vergogna, eppure ancora sapeva affermare: “Contrastati, eppur sempre allegri”. Allora, se ha potuto pronunciare queste parole l’apostolo Paolo, probabilmente, anche ciascuno di noi in questo momento potrà portare sull’altare un sacrificio di lode ed offrire un sorriso al Signore, dicendo semplicemente “grazie”.

 


...Serie riflessioni maturate durante un tempo di malattia e di sofferenza dell’autrice.

 

“Se ci sapremo predisporre all’ascolto, potremo scoprire come Dio parla anche attraverso i Suoi apparenti silenzi.”

 

 

 


Cose mai viste

Le cose che occhio non ha vedute, e che orecchio non ha udite e che non sono salite in cuor d’uomo, sono quelle che Dio ha preparato per quelli che l’amano.
I Corinzi 2:9

Che versi meravigliosi! Quando nella mia vita mi soffermo a contemplare gli spettacoli che la natura ci offre, il mio cuore si commuove e sento gratitudine pensando a quante meraviglie Dio abbia preparato per l’uomo. In autunno, ad esempio, basta affacciarmi da una qualsiasi finestra di casa mia e posso vedere una tale varietà di colori nelle chiome degli alberi che ho la sensazione che il mio occhio non riesca a percepirli tutti: sono solo foglie, ma di verde chiaro, verde scuro, verde chiarissimo, verde scurissimo, giallo chiaro, giallo scuro... non so neanche definirli. Molte volte, leggendo i versi sopraccitati, ho pensato che fossero riferiti alla nostra vita futura, con Dio nei cieli. E’ uno di quei passi delle Scritture che spesso si leggono affissi sulle lapidi come una promessa per il defunto di qualcosa di glorioso che lo aspetta nel cielo.
E leggendolo, ripetutamente mi sono più volte chiesta: “Ma se basta guardarci un po’ intorno per godere già di tutte queste meraviglie che Tu hai creato per i tuoi amati, Signore, cosa ancora di mai visto e mai sentito dovremmo immaginare per il nostro futuro?” Ma poi, ragionando, ho compreso di aver commesso un errore. E’ vero, la vita che ci aspetta in cielo con il Signore sarà gloriosa ed è inimmaginabile per noi lo splendore che ci riserberà, ma in questi versi le Scritture non dicono “sta preparando” o “preparerà”, ma semplicemente “ha preparato”. Grazie Gesù! Non devo aspettare di essere in cielo: le cose meravigliose che avevi pensato per i tuoi amati sono già a loro disposizione. Sono già per noi. E allora considero: quale occhio ha mai visto il duro peccatore che, scoprendo per la prima volta la profondità del perdono divino, si abbandona come un bambino al pianto purificatore del pentimento che porta via ogni errore, mentre apre la sua anima ad una nuova esistenza? Quale orecchio ha mai udito le lodi di riconoscenza innalzate dal sofferente che, anche nelle prove più difficili che la vita ci riserva, riesce ancora a trovare la forza sovrumana di Dio che ci rende stabili e sereni? Quale cuore ha mai sentito salire dentro di sé la gioia inesauribile di chi avverte la presenza del Signore che ci avvolge tutta intorno e dentro di noi? Ciò che non era “salito in cuor d’uomo” e che l’animo umano non aveva mai provato era l’amore di Gesù, perfetto, immutabile, espresso attraverso la suprema opera che solo la Sua grazia può compiere in noi. L’amore del Dio Vivente che ascolta le preghiere dei suoi figliuoli ed agisce in favore di chi spera in Lui. La grazia donataci da Gesù Cristo, che fattosi uomo, ha abitato in mezzo agli uomini ed è morto per la loro salvezza eterna. Queste sono le meraviglie che oggi sono già pronte per noi. Ma, mentre ogni uomo può godere della bellezza del creato di Dio, nessuno può vedere, nessuno può udire, nessuno può provare, quello che possiede il cuore di chi ama Dio


Capitolo tratto dal libro “Ascoltando il silenzio di Dio”:

ATTENTI AL PECCATO!

Il Signore disse a Caino: «Perché sei irritato? e perché hai il volto abbattuto? Se agisci bene, non rialzerai il volto? Ma se agisci male, il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te; ma tu dominalo!» (Genesi 4:6-7)

Qualche tempo fa vedendo alla televisione una trasmissione d’attualità sentii il parere di uno psicologo o giornalista o non so chi sia parlare di Caino. Parlava di lui come di un poveretto che per secoli ha dovuto sopportare il fardello della nomina del “fratello cattivo”. Eh già, in fondo che avrà mai fatto di male Caino, una cosuccia da niente, solo una piccola scortesia verso il fratello Abele… lo ha solo ucciso! Inorridisco al solo pensiero. La nostra società è così impregnata di malvagità che non sa più distinguere il giusto dall’ingiusto. Il peccato viene nascosto, scusato, accettato e poi assorbito. Ahimé questo sta accadendo anche nelle nostre chiese. Il peccato è astuto: ci spia, ci desidera, ci vuole dominare per poi divorarci. Le parole di questi versi della mia vecchia Bibbia sono piene della preoccupazione di Dio verso l’uomo. L’Eterno, come un padre premuroso, avverte Caino riguardo al pericolo in agguato. Cerca di scuoterlo, di risollevarlo, di metterlo in guardia contro un pericolo minaccioso. Ma Caino sceglie di rimanere sordo e, accecato dalla gelosia, adesca Abele nella sua trappola mortale. Il peccato è astuto, ti spia, conosce le tue debolezze e ti attacca nei tuoi punti deboli. Facciamo insieme un giro per le nostre chiese. Siamo onesti: invece di essere degli alberi rigogliosi, ripieni del frutto dello Spirito Santo, a volte sembriamo degli orti abbandonati, pieni di roghi e zizzanie. Volete che sia più chiara? Una volta faceva tanto scalpore quando, di tanto in tanto, si scoprivano dei peccati occulti nelle vite di grandi predicatori: adulterio, pornografia, droga. Ma la chiesa, tanto occupata ad evitare che si scoprissero questi reati nel proprio interno, non si è accorta che nel tempo altri peccati più subdoli si sono infiltrati nelle sue mura. Certe attitudini sono diventate così abituali e palesi tra di noi che non ci preoccupiamo minimamente e le lasciamo mettere radice nel nostro giardino, totalmente indisturbate. L’invidia ne è un esempio. A volte le nostre riunioni di culto si trasformano in delle vere e proprie sfilate di talenti e si fa a gara nell’ostentazione delle proprie abilità. Si gareggia su chi canta o suona meglio, su chi fa le testimonianze più toccanti, su chi predica il messaggio più attraente e simpatico. Le preghiere sembrano dei libri di poesie, invece di esprimere lo strazio dell’intercessione. Chi ha talento e capacità viene innalzato a dismisura, esaltato come il migliore. Viene onorato, se ne parla come se fosse chissà chi. La gloria però, dura poco, giusto il tempo che arrivi un “nuovo migliore”. Allora chi prima era stato osannato, perde ogni stima e attenzione, non serve più a nulla e viene messo da parte, dimenticato. Quante volte ho visto questo nella mia vita e certe volte, ahimé, l’ho pure vissuto! Così nasce l’invidia. Così si alimenta la competizione. Così il nostro cuore si amareggia, si gonfia di rabbia. Il nostro volto diviene abbattuto. Ma non abbiamo il coraggio di ammettere che siamo invidiosi, è troppo difficile. Non abbiamo il coraggio di umiliarci davanti a Dio e chiedere perdono perché l’0fferta che gli abbiamo reso era solo fumo, solo apparenza. Così l’invidia si fa spazio nel nostro cuore e nei nostri pensieri fino a farci “uccidere” i nostri fratelli . Li annientiamo con parole di diffamazione, di calunnia. Li disprezziamo pubblicamente, finché si allontanino il più possibile da noi, finché spariscano per sempre dalla nostra presenza. Miseri noi! Il peccato si insinua nelle nostre vite. Striscia fra i banchi delle chiese in cerca di cuori deboli da divorare. Poniamo più attenzione agli amorevoli ammonimenti del Signore! Rialziamo il nostro volto con la potenza dell’umiltà e dell’amore. Chiediamo aiuto a Dio se non ne siamo capaci. Siamo più accorti, più vigilanti! Mettiamo all’interno della porta del nostro cuore un cartello che possiamo leggere ogni volta che la stiamo per aprire. Una scritta dorata, bene in vista: “attenti al peccato”!


La vita come bottino

“E tu cercheresti grandi cose per te? Non le cercare! Poiché ecco io farò venire del male sopra ogni carne, dice l’Eterno ma a te darò la vita come bottino, in tutti i luoghi dove tu andrai”
Geremia 45:5

Questi versi hanno sempre colpito il mio cuore fin dalla mia adolescenza quando ho iniziato ad accostarmi per le prime volte alla lettura dei libri profetici della Bibbia. In tutte le Bibbie che ho avuto li ritrovo sottolineati. Tuttavia, credo di non averne mai compreso appieno il loro significato fino a qualche mese fa. Concludono un piccolissimo capitolo del libro di Geramia in cui il profeta rivolge delle parole a Baruc, uno scriba che svolgeva il ruolo di assistente del profeta. Immagino che trascorrendo molto tempo accanto a Geremia nel suo cuore spesso nascessero dei desideri di poter essere un giorno anche lui importante come il suo maestro e ricevere delle grandiose rivelazioni e profezie, un po’ come era accaduto ad Eliseo dopo aver seguito a lungo il suo maestro Elia. Invece, si ritrova a condividere con Geremia solo la sua sofferenza e il disprezzo da parte di un popolo che non accettava le sue parole come provenienti da Dio. Ed ora Geremia riceve dal Signore delle parole proprio per Baruc. Quanti di noi, dopo aver assolto con fedeltà, dedizione e non pochi sacrifici un certo servizio ci aspettiamo da Dio una promessa che possa ricompensarci. Ci aspettiamo “grandi cose” per noi stessi. Non è forse vero? Ma Dio rimprovera Baruc dicendogli di non cercare grandi cose per se stesso, perché stanno per arrivare dei tempi davvero duri per l’uomo, in cui il male si spargerà sopra ogni carne e il più grande dono che potrà avere Baruc è quello di aver salva la vita. A quei tempi vincere una guerra significava arricchirsi: il bottino era tutto ciò che si poteva depredare al nemico: oro, argento, ricchezze, ma anche bestiame e donne e bambini come prigionieri, per poi renderli propri schiavi. Il bottino serviva ad accrescere la ricchezza del vincitore in battaglia. Dio dice a Baruc che il suo unico bottino sarà la sua vita. Un’unica certezza voleva promettere Dio a questo uomo: in ogni luogo dove sarebbe andato e qualunque circostanza avrebbe vissuto (persecuzione, ostilità, disprezzo) avrebbe avuto salva la vita. Che confortante promessa! Niente ricchezze, niente prosperità, niente fama e niente grandiosità: essere vivo è tutto ciò che mi posso aspettare dal mio futuro. Sembra davvero poco ed una promessa del tutto deludente. Eppure mio amato lettore, quanto sento attuali queste parole! La terra trema e anni di sacrifici e costruzioni si sbriciolano, diventando solo polvere; le Borse crollano e tutti i nostri risparmi di anni di rinunce vengono bruciati; le fabbriche chiudono e il nostro posto di un lavoro che abbiamo svolto con impegno e serietà viene perso. Più ci guardiamo intorno e più ci accorgiamo che il male si sta spargendo velocemente sopra ogni carne. Dove trovare sicurezza? In nessun luogo: le case si trasformano in luoghi di omicidi; le scuole, dove vorremmo sapere al sicuro i nostri figli, nascondono delitti osceni e spaventosi; le finanze non reggono, il clima impazzisce… potrei continuare a lungo con terribili esempi che dimostrano quanto male c’è intorno a noi. Eppure stoltamente il più grande desiderio dell’uomo continua ad essere di arricchirsi, di fare grandi cose, di essere famoso e popolare. Il raggiungimento della fama e del successo sembrano essere gli obiettivi prioritari di ogni individuo. Finché davvero si perde tutto e allora si è contenti almeno di essere ancora in vita. E noi credenti? Come ci poniamo di fronte a tutto ciò? Ahimè, sento continuamente dire che Dio ci ha promesso cose grandi, meravigliose, sorprendenti: ricchezza, fama, popolarità, magnifici locali di culto, segni, prodigi e miracoli da sorprendere ogni essere umano, grandi risvegli e manifestazioni. Eppure quanto spesso anche il credente rimane muto di fronte ai disastri naturali e le tragedie umane e non sa cosa rispondere quando la gente chiede perché Dio permetta ciò. Di segni e prodigi se ne vedono sempre meno e le nostre chiese crollano insieme a tutte le altre. Credo che sia giusto aspettarci grandi manifestazioni da parte di Dio, ma i segni e i prodigi non hanno salvato il popolo di Israele che non ha esitato a costruirsi un idolo, mentre Mosè riceveva le tavole della Legge, né hanno impedito alla gente di crocifiggere Gesù, sebbene ne avesse fatti tanti e di ogni genere. Se dunque Dio invitava Baruc a non cercare cose grandi per sé, quale dunque sarebbe dovuta essere la sua preghiera e quella di noi tutti oggi? Una preghiera umile.  Chiediamo al Signore che ci tenga stabili in lui come delle rocce, per poter offrire delle solide certezze alla gente persa nella confusione; chiediamo che possiamo rimanere fedeli a Lui indicando la giusta Via ad un mondo spaventato dalla confusione; chiediamo che possiamo continuare a credere fermamente in Lui tra persone incredule e senza fede; chiediamo che possiamo essere sempre dei suoi testimoni fedeli ed avere la forza e il coraggio di portare avanti il nostro servizio a lui con un cuore integro, puro ed umile. E quale sarà la nostra ricompensa? Avremo salva la vita. La salvezza eterna è il dono che Dio ha preparato per noi; ovunque andremo potremo dimorare eternamente ai suoi piedi: questo sarà il nostro prezioso bottino.


Ritorno a casa

“O Eterno ascolta la mia preghiera, e porgi l’orecchio al mio grido;
non essere sordo alle mie lacrime;
poiché io sono uno straniero presso a te, un pellegrino come tutti i miei padri.”
Salmo 39:12

Qualche giorno fa sono ritornata per breve tempo nella città dove sono cresciuta. Sono ormai passati quasi sei anni da quando mi sono trasferita al Nord ed ho lasciato la mia terra. A causa della mia malattia che mi rende molto faticoso viaggiare, da quattro anni non vi facevo ritorno. Desideravo ardentemente poter tornare a casa. La mattina del mio viaggio mi sono alzata di buon’ora insieme alla mia famiglia. Le valigie erano già pronte, la casa pulita, tutto era in perfetto ordine e pronto per il viaggio. Tutti noi eravamo fortemente emozionati. Era una bellissima giornata di sole e questo rendeva il nostro viaggio ancora più piacevole. Il percorso ci sembrò particolarmente lungo perché eravamo ansiosi di arrivare. Quando finalmente siamo usciti dall’autostrada e ho visto per la prima volta la segnaletica stradale indicare il nome e la direzione della mia città mi sono commossa. Un brivido ha attraversato tutto il mio corpo ed ho pianto dalla gioia. Potevo rivedere finalmente le strade che avevo percorso innumerevoli volte. Rivedere gli stessi negozi, sentire gli stessi rumori del traffico, ascoltare la gente che parlava il mio stesso dialetto. E poi sentire il profumo del mare che permeava l’aria. Che gioia! La mia attesa era finita: ero finalmente a casa mia. Ma ho provato una gioia ancora più grande quando ho rivisto i miei cari e li ho potuti riabbracciare e godere delle loro compagnia. Quanto avevo bramato questo momento! Quanto a lungo avevo sognato il mio ritorno a casa! Quale grande insegnamento per la nostra vita spirituale. Il nostro vivere è solo un lungo pellegrinare in una terra straniera, che non ci comprende, non ci accoglie, tra gente che ci emargina, ci esclude perché non ci considera mai come propri concittadini. Come è difficile per l’uomo vivere da straniero in una terra straniera! Ci si sente soli ed incompresi. Bisogna imparare a capire un nuovo linguaggio, una nuova cultura, degli usi e dei costumi diversi, a volte incomprensibili. Bisogna adattarsi ad un clima differente e mangiare dei cibi diversi. La nostra vita è interamente protesa a compiere continui sforzi per disporsi ad un nuovo stile di esistenza che non ci appartiene e, a volte, è del tutto inspiegabile per noi. Che gran fatica! Ma per quanti sforzi e per quanta buona volontà possiamo impiegare ci sentiamo sempre stranieri e diversi dalla gente del luogo. Tutti noi che abbiamo accettato Gesù nella nostra vita siamo dei pellegrini sulla terra, in viaggio verso casa. Ci sentiamo diversi dal resto della gente. Abbiamo delle abitudini diverse, parliamo un linguaggio differente e viviamo seguendo scopi e desideri che il mondo non potrebbe mai comprendere. Il nostro unico desiderio è parlare continuamente di Dio, ma la gente non ci capisce. Amiamo agire e vivere per piacere a Lui, mentre gli altri compiono ogni sforzo per piacere a se stessi e ai loro simili. Ci adoperiamo per il bene del nostro prossimo, mentre gli altri sono avidi di guadagno e del proprio successo. Camminiamo seguendo la via dell’umiltà e dell’abnegazione, mentre la gente comune lotta per la propria esaltazione. Facciamo dono agli altri della nostra vita, mentre l’uomo cerca sempre di più di accaparrare ricchezze per se stesso. Parliamo e predichiamo l’amore, mentre il mondo insegna ad essere egoisti ed ad odiare i propri simili. Non c’è giorno della mia vita che non vivo pensando al cielo. Vivo con trepidazione i momenti difficili, immersa nella sofferenza umana, nell’attesa che il mio pianto sia consolato e le mie lacrime asciugate dal mio Padre celeste. Vivo le mie gioie e gli attimi di felicità nella consapevolezza che la mia gioia sarà ancora più intensa e “smisurata” quando sarò giunta a casa. Ogni passo faticoso della mia vita è proteso verso il raggiungimento della meta finale. Che meravigliosa attesa! Facciamo molti sforzi perché i nostri bagagli siano ben pronti, pieni dei nostri vestiti migliori. Mettiamo in ordine le nostre case, sapendo che quando chiuderemo la porta dietro di noi, non ne sentiremo nostalgia, perché una mirabile dimora ci spetterà. Ci laviamo, pettiniamo bene i nostri capelli e ci mettiamo del profumo, preparandoci affinché il nostro aspetto sia il migliore possibile per poter piacere a chi ci sta aspettando. I nostri preparativi sono faticosi, ma li affrontiamo con entusiasmo perché la gioia della partenza è grande. E più camminiamo, più il percorso è in salita, più diventa faticoso, più siamo gioiosi perché sappiamo di essere quasi arrivati. Possiamo avvertire il profumo del cielo che si avvicina ed entra in noi. Ci assale l’ansia di incontrare finalmente tutte le persone che abbiamo amato e che ci hanno preceduto precocemente. Ancora una salita, l’ultima, ancora un passo, il più faticoso, ancora uno sforzo, quello decisivo e poi? Poi la gioia più grande di vedere il nostro Signore circondato dalla sua gloria… oh quanto freme il mio cuore mentre immagino il mio ritorno a casa!


Un corpo perfetto

“Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo meraviglioso, stupendo.
Meravigliose sono le tue opere e l’anima mia lo sa molto bene”
Salmo 139:14

E’ vero, nessuno studiando il corpo umano può negare che sia un’opera perfetta. Più di duecento ossa ben collegate tra di loro formano lo scheletro umano, capace di muoversi, camminare, saltare, correre; diversi metri di intestino sono raggomitolati nel poco spazio del nostro ventre; un piccolo organo come il cuore è capace, attraverso continui battiti, di spingere senza sosta il sangue lungo arterie e le vene di tutto il corpo, per essere ossigenato, filtrato e raggiungere piccolissimi capillari dove porta nutrimento ai tessuti organici; e ancora ci stupisce la perfezione del DNA, che rende diverse tutti gli esseri umani e la potenzialità del cervello, il centro della vita umana, l’organo che regola le facoltà sensoriali, motorie, sensitive ed intellettive. Tutto ciò che a noi sembra svolgersi in modo del tutto naturale ed automatico, in realtà dipende dal sincronismo dell’azione di innumerevoli piccolissime cellule, ognuna con un compito specifico ed un ruolo ben determinato. Ogni organo assolve alla sua funzione giornalmente, permettendo al corpo umano di poter proseguire la propria esistenza. Ma il corpo umano non è solo una macchina perfetta è anche un’opera bella da vedersi. Ogni persona può vantarsi di possedere una particolare bellezza. I nostri occhi possono essere di tanti colori: dal verde smeraldo, l’azzurro vivo, al nero più caldo. I nostri capelli possono essere lisci come la seta o ricci e vaporosi. Il colore della nostra pelle, nelle sue infinite variazioni, ci rende unici nella nostra particolarità. Siamo dotati del linguaggio che ci permette di comunicare con i nostri simili, dell’intelligenza che ci porta ad evolvere continuamente e di una carattere che ci rende estroversi e simpatici o introversi e romantici. Ogni uomo, che ne sia consapevole o meno, può distinguersi dagli altri per delle caratteristiche peculiari che lo rendono unico ed irripetibile. Dio ci ha creato in modo meraviglioso, stupendo… chi può negarlo? Eppure come l’uomo non contento della bellezza della natura ha voluto cambiarla, modificarla, sfruttarla secondo il proprio piacimento, creando dei danni disastrosi e irreparabili all’ambiente, così anche l’uomo non ha saputo essere contento di come Dio ci ha creato e tenta continuamente di modificare il corpo per la soddisfazione del proprio piacere. La chirurgia plastica ormai sembra non avere più limite. E’ divenuta una fonte inesauribile di arricchimento per medici senza scrupolo che con l’illusione di regalare un’eterna giovinezza, in realtà deturpano bei visi e privano donne della loro particolare bellezza, rendendole tutte uguali, come se fossero state prodotte in serie in una fabbrica. Ragazzine che per il desiderio di apparire belle privano il loro corpo del cibo necessario, fino a divenire dei mostri umani e morire. O, al contrario, gente che per il piacere del ventre ingrassa in modo spaventoso fino a che i piedi non sono più in grado di sostenere il peso. L’uomo tormenta e distrugge il proprio corpo mentre rincorre la soddisfazione di ridicoli piaceri: nonostante sia noto a tutti quanto il fumo faccia male, sono ancora innumerevoli le persone che continuano a inalare nicotina e distruggere i propri polmoni; giovani impasticcati che bruciano il loro cervello cercando di fuggire dalle loro insoddisfazioni; adulti che fanno sempre più uso di droghe, alcool e quant’altro distruggendo il fegato; atleti che ricorrono a medicinali per potenziare le loro prestazioni fisiche, portando il cuore ad una fatica estrema fino ad essere stroncati pubblicamente da infarti. Invece di essere grato a Dio per il dono stupendo che gli ha fatto, invece di prendersi cura del proprio corpo come un tesoro prezioso da custodire, l’uomo lo disprezza continuamente, lo rifiuta e lo distrugge e riversa su di esso ogni frustrazione, ansia, paura o depressione. La Bibbia ci insegna che il corpo è il tempio dello Spirito Santo. Oltre ad essere una macchina perfetta e meravigliosa è il luogo dove dimora e abita lo Spirito Santo. Ma come può abitare lo Spirito Santo in una casa diroccata, crollata sotto il peso insostenibile dell’ambizione umana che continua ad aggiungere piano su piano con il desiderio di raggiungere Dio? Come può lo Spirito di Dio accedere ad una struttura annerita e ammuffita dai vizi della gente, resa sporca dal peccato e dalla cattiveria, piena delle ragnatele della trascuratezza e le tarme dell’avidità che attaccano la mente umana fino a consumarla del tutto? Come figli di Dio siamo chiamati a distinguerci in questo affinché lo Spirito Santo possa realmente dimorare in noi. Proteggiamo le nostre orecchie dai cattivi messaggi che la società ci propone in continuazione e impariamo ad essere contenti di come Dio ci ha creati. Lo Spirito Santo è Colui che più di ogni abile chirurgo può abbellirci. Gli occhi possono apparire più belli se adorni di uno sguardo pieno di grazia e di gentilezza; una bocca può essere più carina se generosa di sorrisi e belle parole; la vecchiaia può spaventare di meno se accompagnata dalla saggezza e i buoni consigli offerti da numerosi anni di esperienze. Il nostro aspetto fisico è reso più bello da un carattere mansueto e gentile, ben disposto verso il prossimo e possiamo vivere più a lungo se osserviamo una dieta equilibrata, fornendo al nostro corpo la giusta alimentazione, senza avidi eccessi. Quando l’uomo si inorgoglisce e pensa di essere più saggio di Dio nell’amministrazione dei suoi doni, non fa altro che anticipare la sua rovina e la fine dei suoi giorni. Basta guardarci intorno per avere testimonianza di ciò. Quando invece il nostro corpo, come ogni dono che ci viene dall’alto, viene ben curato ed apprezzato può divenire uno strumento che ogni giorno glorifica ed esalta la grandezza di Dio, finché un giorno sarà trasformato in incorruttibile, glorioso, potente, e dalla magnificenza del nostro Signore sarà reso ancora più perfetto (I Corinzi 15:42).


Una richiesta intelligente

E Dio gli disse: “Giacchè tu hai domandato questo e non hai chiesto per te lunga vita, né ricchezze, né la morte dei tuoi nemici, ma hai chiesto intelligenza per poter discernere ciò che è giusto, ecco, io faccio secondo la tua parola; e ti do un cuore savio e intelligente, in guisa che nessuno è stato simile a te nel passato e nessuno sorgerà simile a te in seguito
I Re 3:11,12

Fin da bambini, attraverso molte fiabe che ci sono state raccontate, è stata in qualche modo sollecitata in noi la speranza che almeno una volta nella nostra vita ci potesse essere data occasione di esprimere un desiderio: la povera fanciulla ridotta ad una serva, disperatamente esprime alla fatina che le appare nella notte il desiderio di andare al ballo e la fatina le fa dono di una bella carrozza ed un abito elegante che la renderà la più bella della festa; Aladino si ritrova davanti il Genio della Lampada che gli offre la possibilità di esprimere tre desideri; Pinocchio avrà l’opportunità di diventare un vero bambino se sarà buono, ubbidiente ed imparerà a non dire bugie. Così siamo cresciuti credendo che anche a noi prima o poi sarà data l’occasione di esprimere un desiderio e vederlo magicamente d’un tratto realizzato. Questa grande opportunità viene offerta a Salomone ed è Dio in persona ad offrirgliela. Dio disse a Salomone che poteva chiedergli quello che voleva. Un desiderio! La possibilità di esprimere un desiderio e vederlo realizzare. Salomone avrebbe  potuto chiedere di avere una lunga vita, priva di malattie e di morire sazio di giorni. Non sarebbe forse un desiderio lecito? Certo. Oggi giorno la medicina investe molto sulla ricerca circa la qualità della vita e vengono studiate numerose ricette affinché la pelle non invecchi, i capelli non cadano e le nostre ossa non si curvino, e molto metodi per arrivare fino a cento anni e anche più. Se fosse data possibilità di scelta la maggior parte degli uomini forse sceglierebbero di non ammalarsi e non morire mai. Oppure Salomone avrebbe potuto scegliere di essere ricco. Lui era un re, sicuramente era già ricco, ma avrebbe potuto desiderare di arricchirsi maggiormente, aumentando così il suo prestigio, la sua fama, insomma, il suo potere. Da sempre, forse, nella storia si è ritenuto che tanta è la nostra ricchezza tanta è la nostra felicità. Proprio in questi giorni la gente corre in modo sfrenato nelle ricevitorie per tentare la fortuna e sperare una vincita smisurata. Eppure i notiziari ci mostrano sempre più chiaramente che la felicità non è nella ricchezza e che spesso, invece, la ricchezza diventa una fonte inesauribile di disperazione e insoddisfazione. Ancora, Salomone avrebbe potuto chiedere che i suoi nemici fossero sterminati. Oh sì, i miei nemici! Se solo.. se solo riuscissi a far tacere per sempre quel mio vicino che fa tanto rumore tutto il giorno e la sera, quando vorrei tanto un po’ di riposo! Se solo potessi vedere il mio datore di lavoro fallire e chiedermi aiuto! Quante volte vorremmo che i nostri tanto fastidiosi nemici fossero sterminati e vedere realizzata sulla loro vita pienamente la nostra vendetta. Forse non arriviamo a desiderare la loro morte, ma almeno che si togliessero di mezzo, che sparissero dalla nostra vita e a volte, ahimè, desideriamo anche che gli accada qualcos’altro di peggio. Salomone era un re, forse sarebbe stato legittimo per lui desiderare di essere liberato dai suoi nemici per avere un popolo in pace, sicuro, lontano da guerre e poter rendere più vasto il suo potere. Ma Salomone non espresse nessuno di questi desideri, che probabilmente avremmo scelto noi, se ci fosse stata data opportunità. Cosa chiese allora? Possiamo dire proprio che fece una richiesta “intelligente”: “Da’ dunque al tuo servo un cuore intelligente onde egli possa amministrare la giustizia per il tuo popolo e discernere il bene dal male” (v. 9). Salomone si sente ancora troppo giovane per ereditare la responsabilità del governo di un Regno. Inoltre Davide suo padre era stato un buon re, che aveva sempre governato bene e che era stato molto amato dal suo popolo. Salomone sapeva che le aspettative che il popolo gli rivolgeva erano elevate. Chiese a Dio di dargli saggezza per poter governare con giustizia e la capacità di saper sempre distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Quale giusta richiesta! Non sta forse proprio nell’intelligenza il segreto per avere successo nella vita? Dio non solo gli diede tanta sapienza che ancora oggi il re è ricordato appunto per questo, ma gli diede anche tutte le altre cose che non aveva chiesto: salute, ricchezza e pace. La sapienza: quale grande virtù! Guardandoci intorno possiamo sentirci sopraffatti dalle informazioni che ci assalgono. Oggi l’intelligenza viene confusa con la furbizia: più sei furbo e più saprai trovare i sotterfugi per scalare al successo della vita; più saprai approfittare degli altri e sopraffarli e più sarai capace di trovare delle scorciatoie verso la fama. Ma non era questo il tipo di sapienza che aveva richiesto Salomone. Lui voleva imparare a distinguere il bene dal male. Oggi è difficile più che mai sapere cosa è bene e cosa è male, perché c’è tanta confusione a riguardo e forse pochi ancora lo sanno. Ma noi credenti sappiamo bene dove è riposta la fonte di ogni sapienza, che ci può guidare ogni giorno a fare le scelte giuste, che ci può ammaestrare su come vivere una vita salutare, che ci può insegnare ad amministrare il nostro denaro, che ci sappia dare discernimento per come gestire i rapporti con i nostri nemici. La Bibbia, parola vivente di Dio, è la fonte inesauribile della saggezza. Studiandola, meditandola, rendendola parte di noi, la conduttrice della nostra vita quotidiana, potremmo attingere alla sapienza di Dio, infinita, immutabile. Dio ci guiderà attraverso di essa passo per passo lungo tutto il cammino della nostra vita e ci darà la sapienza giusta affinché la nostra esistenza possa rallegrare il Suo cuore fino alla fine dei nostri giorni terreni. Chi più del Signore può insegnarci a trovare il bene per noi? Non è Egli forse è il Sommo bene? Chi più di Lui può metterci in guardia sul male che ci circonda e ci adesca? Gesù ha vinto il male sulla croce. Ecco, ci sia tolta pure la salute, sia pure resa povera la nostra vita e i nostri nemici ridano pure di noi, ma se il nostro cuore è ripieno della saggezza di Gesù, che per il mondo è pazzia, andiamo avanti con la convinzione che abbiamo fatto una scelta intelligente!


Un albero benedetto

Benedetto l’uomo che confida nell’Eterno e la cui fiducia è l’Eterno.
Egli è come un albero piantato presso alle acque, che distende le sue radici lungo il fiume;
non si accorge quando viene la caldura, e il suo fogliame rimane verde;
nell’anno della siccità non è in affanno, e non cessa di portar frutto.
Geremia 17: 7-8

Un albero che non secca e non cessa mai di portar frutto: che meravigliosa immagine viene usata in questi versi per descrivere l’uomo che ha fiducia nel Signore! Durante la calura estiva è facile desiderare l’ombra offerta dal fogliame di un grosso albero, che sa concederci un po’ di fresco e riposo. Mi piace assaporare pian piano la lettura di questi versi e prendere coscienza poco alla volta delle caratteristiche di questo albero. Un albero ben piantato, grande e solido, capace di rimanere fermo e stabile anche quando il vento gli soffia contro e vorrebbe piegarlo e i raggi del sole lo colpiscono duramente per inaridire i suoi rami. Ciò che dà una tale stabilità ad un albero non è solo la robustezza del tronco che lo sostiene, ma è la forza delle sue radici. Esse sono ben piantate al terreno, potremmo quasi dire aggrappate alla terra, quasi a volersi trattenere come se fossero mani, per non far crollare la pianta. Ma oltre ad essere radicate, queste radici possono vantarsi di una vasta estensione che dà alla pianta maggiore stabilità. L’albero qui descritto ha saputo stendere bene le sue radici fino a trovare il suo nutrimento continuo ed inesauribile presso l’acqua di un fiume. Così, anche quando il terreno si secca a causa della siccità e non è più in grado di offrire il giusto nutrimento alle piante, che pian piano lasciano pendere il loro fogliame asciutto, e seccare i loro steli non più verdi fino a spezzarsi, questo albero invece rimane ancora bello, verde e forte, perché riesce attraverso le sue lunghe radici a trovare il suo nutrimento nell’acqua di un fiume. Così è anche l’uomo che pone la sua fiducia nel Signore. Egli ha imparato che la sua forza e la sua stabilità non dipendono dal cambiamento delle stagioni, che possono essere un giorno favorevoli e un giorno distruttive. Non dipende dal un buon clima che può portare serenità o un forte vento che può spezzarci o buttarci a terra. Non dipende dalla gioia o la tristezza delle circostanze della vita che possono esaltarci fino a toccare il cielo e un attimo dopo schiacciarci fino a farci sprofondare nella terra, secondo il loro piacimento. Un uomo che ripone la sua fiducia nel Signore, rimane sempre fermo e stabile. Chi confida nell’Eterno non si piega anche quando sente la tempesta delle difficoltà soffiare così forte da volerlo abbattere; non teme quando il gelo invernale della solitudine fa ghiacciare le sue mani e le sue gambe e le fa sembrare improduttive; né quando la siccità di una società egoista ed immorale rende aride tutte le altre persone che lo circondano, incapaci di provare sentimenti positivi e saper sperare ancora in una vita migliore. L’albero qui descritto addirittura non si accorge neanche che arriva la calura, pur essendo così pericolosa; così anche l’uomo che ad esso viene paragonato, non si accorge neanche che arrivano le prove e difficoltà, perché ha piena fiducia in Dio e sa che Lui è potente da difenderlo e proteggerlo da ogni male e risolvere ogni suo problema, per quanto spaventoso possa essere. Questo uomo sa di poter trovare in Dio il nutrimento della sua anima, l’acqua che sola può dissetare il suo cuore desideroso di amore e di giustizia. Sa cibarsi e rafforzarsi stando giorno e notte davanti alla presenza del Signore, che lo ciba e lo disseta come può fare un fiume, con un’acqua abbondante e fresca. Posso immaginare questo albero durante la sua crescita e le sue radici che si allungano piano piano, nel buio della terra, fortificandosi lentamente e costantemente, fino a trovare l’acqua. Così anche l’uomo che cerca il Signore nella propria vita, si solidifica e rafforza pian piano fino a trovare in Gesù, la luce viva, la pace durevole e la vita eterna. Oltre ad essere sempre stabile e verde, questo albero non è mai in affanno. Tutti sanno che gli alberi e le piante sono i polmoni della nostra terra. Sono loro che offrono l’ossigeno necessario alla vita umana. Un albero in affanno è un albero che somiglia ad un polmone malato, incapace di offrire il giusto apporto di ossigeno al corpo. Quando fa molto caldo è facile sentirci incapaci di respirare; sembra proprio che l’ossigeno intorno a noi non sia sufficiente. E questo ci porta ad un malessere generale, a sentirci appesantiti e deboli. Ma l’uomo che confida in Dio non si affanna e non si stanca, perché sa respirare bene e sa trasformare l’aria inquinata e sporca che giunge alle sue foglie in ossigeno puro e fresco. Quando l’ambiente tutto intorno è pieno della corruzione umana e inquinato dal peccato dell’uomo, se sappiamo confidare in Dio, non temeremo, ma sapremo essere noi gli strumenti attraverso cui il Signore potrà diffondere la giustizia e la santità che vengono da Lui. Infine questo albero ha la capacità di portare sempre il frutto nella sua stagione. L’acqua del fiume che lo abbevera non solo gli dà vita, ma rende lui stesso capace a sua volta di offrire vita a chi si reca presso di lui affamato, il quale trova del frutto che pende dai rami. Oltre a questo i suoi frutti maturi cadono sul terreno, e morendo lo rendono più fertile e i semi si spandono, andando anche loro a cercare un luogo dove porre le radici e dare vita ad una nuova piantina. Così chi ha fiducia in Dio è un uomo che ha vita in sé e sa produrre vita tutta intorno a sé. Questo uomo ha trovato in Gesù la vita eterna, e questa consapevolezza lo rende immortale, indistruttibile, non teme la morte. Ma oltre a ciò sa spargere in modo del tutto naturale l’amore di Gesù intorno a sé, portando vita nuova e abbondanza eterna. Vogliamo imparare ogni giorno a riporre la nostra fiducia stabile nel Signore, da cui ci dissetiamo e prendiamo vita, perché la gente che ci circonda possa dire di noi che siamo coloro presso cui si può trovare fogliame che ripara dal caldo, frutto che appaga la fame e vita che dà Vita al cuore umano.


Pace a voi!

“Or la sera di quello stesso giorno, ch’era il primo della settimana, ed essendo, per timore dei Giudei, serrate le porte del luogo dove si trovavano i discepoli,
Gesù venne e si presentò quivi in mezzo, e disse loro: Pace a voi!”

Giovanni 20:19,20

Che difficile momento per i discepoli! Era trascorso già qualche giorno dalla morte di Gesù  e i discepoli si ritrovano senza nessuna guida, spaventati, ben serrati e nascosti probabilmente nelle mura della casa di qualcuno di loro. Chissà quali discorsi occupavano il loro tempo e quali pensieri impegnavano la loro mente! Certamente non era un buon momento e il cuore loro era agitato. Dove era finita tutta l’autorità e la potestà che i discepoli avevano esercitato nel guarire gli infermi e liberare la gente dai demoni? Non è facile ricordare un passato glorioso e convincere il proprio cuore che l’esaltazione e l’emozione di giorni felici siano cessate, lasciando il posto ad un futuro incerto ed un presente terribilmente “normale”. Che fine aveva fatto la speranza di Giacomo e Giovanni di sedere alla destra e alla sinistra del trono del loro Maestro, quando Egli avrebbe regnato nel suo impero terreno, dopo che li avrebbe liberati dal dominio e dalla soppressione dell’Impero Romano? E’ doloroso pensare che la nostra fedeltà verso il nostro Maestro non ci abbia condotto a nessuna gloria e non abbia arricchito la nostra vita di nessun premio speciale riservato esclusivamente a noi. E dove era ora il coraggio e la spavalderia di Pietro che lo aveva spinto ad affermare con certezza che era disposto a dare la vita per Gesù? Erano forse stati seppelliti insieme a Gesù? Che amarezza doveva provare il povero Pietro per il rammarico, non solo di non essere stato capace di salvare il suo Signore dai nemici, ma addirittura di aver finto di non conoscerlo affatto nel momento in cui il suo grande amore per Gesù veniva provato. Oh, come cancellare dai suoi ricordi lo sguardo di Gesù mentre il gallo continuava a cantare, ed ogni canto ricordava al povero discepolo la sua fragilità e vigliaccheria. Ed oltre a tutto ciò, tutti dovevano far conto con le loro paure. I capi sacerdoti avrebbero potuto perseguitarli e volere anche la loro morte e per questo se ne stavano ben nascosti. Non so quali discorsi tenevano, ma forse erano tutti in silenzio, tormentati dai loro pensieri, che li rattristavano, li disilludevano e li colpevolizzavano. Per diversi anni avevano seguito il loro Maestro per le strade di varie terre, avevano mangiato e dormito con lui, avevano ascoltato i suoi insegnamenti. Lo avevano visto ogni giorno salvare la gente, compiere miracoli, resuscitare i morti e dominare i venti e le tempeste. Erano abituati a vivere quotidianamente forti emozioni, ma ora nella loro vita tutto si era fermato, le speranze crollate, i sogni svaniti, il coraggio era perso, mentre si faceva strada la paura, la confusione, le battaglie interiori. Ma erano ancora insieme, forse per cercare l’uno nell’altro la forza per andare avanti. Eppure proprio quel giorno qualcosa di insolito era accaduto: avevano trovato vuoto il sepolcro di Gesù. Ma perché? Qualcuno aveva forse volontariamente fatto sparire il corpo perché era pur sempre una testimonianza scomoda di una vita straordinaria? Oppure qualcuno aveva voluto compiere l’ennesima meschinità ingiusta verso questo uomo che era stato capace di mettere in difficoltà anche i dottori della legge e i capi sacerdoti? Ma Maria Maddalena aveva osato dire qualcosa di impossibile ed insensato secondo ogni logica umana. Gesù le era apparso e le aveva parlato. Ma era davvero possibile che fosse resuscitato? O era stata un’allucinazione dovuta al grande dolore della donna e alla disperazione del suo cuore? Eppure, pensandoci bene, le parole che un giorno Gesù aveva detto, che doveva morire e resuscitare, ora sembravano acquisire un senso. Quanti ragionamenti, quanti pensieri tormentati! Pensieri tristi ed amari, alternati a nuove speranze e dolci aspettative. Ma se fossero solo illusioni? Che tormento! Ma improvvisamente appare Gesù ed esclama: “Pace a voi!”. Pace a te cuore annoiato, che hai gustato la benedizione di un passato glorioso, in cui hai visto compiersi miracoli, hai visto gente che veniva redenta, salvata, guarita, mentre ora ti sembra di vivere un presente arido, monotono, senza grandi emozioni e sembra che Dio sia morto e non agisca più in te e per te. Pace a te cuore fedele, che hai svolto con costanza ed impegno il tuo servizio ed ora sembra che tutto il tuo lavoro sia stato inutile ed infruttuoso, e pensi che le tue energie siano state sprecate. Pace a te cuore traditore, tormentato dal rimorso di aver rinnegato e ferito proprio la persona che amavi di più, per la quale un tempo avresti dato la vita e che, invece, hai abbandonato proprio nel momento in cui avresti dovuto esserle accanto nelle grandi battaglie della vita. Sei stato a guardare mentre moriva, senza porgergli il tuo braccio salvatore e il tuo sostegno protettore. Pace a te cuore disilluso che, dopo aver provato tante delusioni nella tua vita, di fronte ad una nuova speranza non sei più capace di credere, di stendere le tue ali della fede e di alzarti in volo come un’aquila vittoriosa e instancabile. Pace a te cuore rotto, che dopo aver ricevuto tanti abbandoni da parte di chi amavi di più, ti ritrovi a raccogliere i cocci di una cuore spezzato ed un ulteriore amore infranto. Pace a te cuore confuso, così tormentato a volte dai rimorsi del passato, a volte dalle ansie del futuro; così in balia del rimorso di aver fatto una scelta avventata che ti ha portato alla rovina o al rammarico di non aver mai avuto il coraggio di scegliere qualcosa che avrebbe portato anche i tuoi cari ad arricchirsi. Pace a te cuore deturpato che ogni giorno ti senti affogare tra le onde di una società che ti spreme avidamente, cercando di sottrarti ogni tuo avere senza restituirti mai nulla, se non la povertà dell’egoismo umano e l’aridità di un’indifferenza diffusa. Pace a te oh cuore peccatore, tormentato dalle continue tentazioni che ti rendono schiavo del tuo corpo e servo di una mente che non sai dominare, che ti attrae, ti adesca e poi ti uccide. Quando arriva Gesù porta con sé la sua pace che penetra profondamente nello spirito umano, portando sicurezza e guarigione. Tante volte nei miei tormenti giornalieri Gesù è arrivato portando la sua pace risolutrice che ha saputo trasformare completamente la mia condizione di sofferenza e paura. Una pace stabile, incrollabile, che ci rende vittoriosi qualsiasi siano le nostre battaglie e gioiosi qualsiasi siano le nostre afflizioni. Il cuore dei discepoli riconosce immediatamente chi è questo Estraneo che riesce a valicare le barriere delle porte serrate per giungere nella profondità dei loro ragionamenti e nell’intimità dei loro pensieri solo per dire loro: “Pace a voi!”. E da allora in poi veramente conosceranno la sua pace che permetterà loro di proseguire il loro avvenire glorioso, pronti ad affrontare la persecuzione, soffrire il freddo, provare la fame, fino a morire per amore di qual grande Signore che aveva saputo portare pace al loro cuore.


Vieni con me!

“Poiché come si farà ora a conoscere che io ed il tuo popolo abbiamo trovato grazia agli occhi tuoi? Non sarà egli dal fatto che tu vieni con noi?
Questo distinguerà me ed il tuo popolo da tutti i popoli che sono sulla faccia della terra.”
Esodo 33:16

Tutto sembrava facile quel giorno… ero seduta sulla scalinata dell’ospedale accanto a mio marito. Ci spostavamo continuamente seguendo l’ombra degli alberi per non farci colpire da un sole troppo caldo. Mia figlia correva lungo i bordi di una grande fontana, guardando le tartarughe e i pesci che di tanto in tanto saltavano fuori dall’acqua. Il cielo era di un azzurro intenso e rassicurante. Era una domenica mattina meravigliosa di metà ottobre, ideale per stare un po’ all’aperto e godersi il tepore di un pomeriggio autunnale. Eravamo nel cortile dell’ospedale dove stavo trascorrendo uno dei miei tanti ricoveri. Altri pazienti con i loro amici e parenti erano seduti sulla grande scalinata come noi. Tutti eravamo sorridenti e sereni, accanto ai nostri cari, dimenticandoci per un po’ di essere in ospedale. Era una giornata bellissima per me, una di quelle giornate in cui ti senti bene solo a respirare l’aria. Pensavo in quel momento che avrei avuto la forza e il coraggio di affrontare ogni prova della mia vita che si stava ulteriormente abbattendo su di me, mentre stringevo forte la mano di mio marito e sentivo il suo mento poggiato sulla mia spalla. Eravamo entrambi silenziosi. Guardavamo gli altri pazienti: alcuni passeggiavano davanti a noi, altri venivano spinti sulle loro sedie a rotelle, altri erano fermi come noi in silenzio a godersi il tepore piacevole del sole. Gustavo dentro di me la serenità e mi sentivo forte. Ero sicura di poter affrontare con serenità i giorni successivi. Tutto sembrava difficile il giorno dopo… erano le otto del mattino e delle fitte nuvole avevano coperto l’azzurro del cielo. Il freddo era arrivato improvvisamente e sembrava che presto avrebbe piovuto. Ero sola nella mia stanza dell’ospedale, nel mio letto, cercando di riscaldarmi. Quanto freddo sentivo! Mio marito e mia figlia erano lontani ed io sentivo una profonda angoscia assalirmi improvvisamente. Tutta una settimana di ricovero era davanti a me e mi sentivo piegata, abbattuta, sola. Sentivo di non poter reggere il peso di un solo minuto in più in quel luogo e a fatica trattenevo le lacrime e soffocavo il mio pianto. Ma poi ho aperto la Bibbia e ho letto questo meraviglioso capitolo 33 dell’Esodo, dal verso 12. Il Signore dice a Mosè: “La mia presenza andrà con te e io ti darò riposo” e Mosè risponde: “Se la tua presenza non viene con me, non ci fare partire di qui!” (vv.14-15). Improvvisamente ho sentito la stessa serenità e forza del giorno prima e ho riconosciuto che queste rinnovate sensazioni positive erano generate dalla presenza di Dio vicino a me. Ci sono dei viaggi che non vorremmo intraprendere mai: ci sono dei luoghi dove non vorremmo andare, delle strade che non vorremmo percorrere, delle esperienze che non vorremmo vivere. Ma poi ripetutamente ci ritroviamo a dover stare proprio in quei luoghi, a percorrere proprio quelle strade e a vivere proprio quelle esperienze. Tante volte il Signore ci fa comprendere che sta preparando qualcosa di nuovo per noi, ma il cammino che ci sta davanti ci spaventa. Facilmente alziamo le nostre mani quando a fine di una incoraggiante predicazione accogliamo le parole di un appello a seguire incondizionatamente la volontà di Dio. Ma quando poi il Signore ci chiarisce poco alla volta quale è questa sua volontà sembra poi che la paura ci assalga. Mosè aveva visto dei prodigi stupefacenti: con grandi segni il Signore lo aveva reso la guida del suo popolo e la mano per mezzo della quale lo aveva reso libero dalla schiavitù dell’Egitto. Mosè aveva visto il mare aprirsi davanti a sé, la manna spuntare ogni giorno miracolosamente dalla terra e l’acqua scaturire dalla roccia. Aveva parlato, discusso, ricevuto indicazioni direttamente da Dio, che aveva scritto per lui la Legge su delle tavole di pietra. Il viaggio dall’Egitto fin lì, tuttavia, era stato ugualmente faticoso. Era potuto partire solo dopo una lunga e sofferente trattativa col faraone che cambiava continuamente idea e si era reso sempre più malvagio ed ostinato. Ora, invece, doveva sopportare ogni giorno le lamentele di un popolo incontentabile. Dalla mattina alla sera doveva stare alla presenza del popolo che si recava da lui per consultare Dio e per avere dei giudizi nei loro affari. E poi, come era venuto in mente al popolo di costruirsi uno sciocco idolo, proprio mentre Mosè stava ricevendo la Legge! Dopo una lunga sosta era arrivato il momento di rimettersi in cammino. Ma Mosè ha le idee chiare: sembra voler dire che è disposto a sopportare ogni cosa: avrebbe affondato i suoi piedi stanchi nella calda sabbia del deserto, avrebbe sopportato la pesantezza di un cammino lungo e faticoso, le lamentele di un popolo ingrato, lo spavento delle insidie dei nemici, ma ad una sola condizione: Dio doveva essere con lui. Vieni con noi Signore, quando ci spaventano dei lunghi giorni di ricovero in ospedale e aiutaci ad essere anche in quei luoghi dei testimoni di come la tua pace può regnare nel nostro cuore anche la sera prima di un delicato intervento. Vieni con noi Signore, quando stanchi dobbiamo recarci al nostro posto di lavoro e sappiamo che ci aspetteranno ore di insulti e soprusi. Vieni con noi Signore, quando ci sentiamo soli ed incompresi, persino dai nostri mariti, dalle nostre mogli o dai nostri figli, che ci perseguitano o sembrano essere indifferenti al nostro amore per Te. Vieni con noi quando nasce in noi il desiderio di compiere un nuovo servizio, ma ci spaventa il prezzo che dovremo pagare o non ci sentiamo all’altezza. Viene con noi quando ci rechiamo per le strade della nostra città per parlare ad un mondo incredulo della Tua grazia e della salvezza, e veniamo scherniti ed insultati. E sarà proprio la presenza di Dio accanto a noi che ci renderà differenti rispetto ad ogni altro essere umano, perché ci renderà forti e vittoriosi. Forse un giorno come Gesù dovremo bere fino in fondo da un calice amaro e spiacevole e ci arrenderemo di fronte alla volontà di Dio, fino a dover dare persino la nostra vita per amore dell’evangelo, ma anche allora la nostra preghiera salirà in alto e ci darà coraggio: “Signore vieni con me!”


Convenienze

Gesù rispose loro e disse: “In verità in verità vi dico che voi mi cercate, non perché avete veduto miracoli, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati”
Giovanni 6:26

Non credo di esagerare nell’affermare che oggi il “furbo” è considerato il vero vincente della nostra società. Furbo è colui che sa sfruttare ogni situazione a proprio vantaggio. E’ colui che cerca ogni metodo per lavorare il meno possibile e arricchirsi più che può. E’ colui che sa imbrogliare facilmente chiunque incontra sul suo cammino per trarne profitto. E’ colui che sa essere ipocrita e giocare un doppio gioco nelle proprie relazioni, lusingando ora uno ora l’altro, a seconda di chi gli conviene frequentare di più. E’ colui che scende facilmente a compressi, che non ha mai un suo credo, ma si adatta facilmente al credo degli altri e a ciò che gli porta maggiore vantaggio. E’ colui che infrange ogni tipo di regola perché troppo scomoda e impegnativa. E’ colui che non percorre mai la strada più lunga per raggiungere le proprie destinazioni, ma sa trovare sempre delle scorciatoie che gli facciano risparmiare tempo e fatica, anche se queste scorciatoie sono le vie dell’imbroglio e della corruzione. Il furbo è colui che è alla continua ricerca di una “convenienza”. Purtroppo la società attuale ci convince che proprio i furbi sono coloro destinati ad avere successo e stimola l’uomo ad intraprendere una vera e propria gara, alla rincorsa delle convenienze, a costo anche di schiacciare gli altri, scavalcarli e naturalmente procurare loro del dolore. Ahimè, l’uomo è talmente abituato a gestire i propri rapporti interpersonali seguendo le leggi che la società propone come le più convenienti che, a volte, tende a gestire allo stesso modo la propria relazione con Dio. Niente di nuovo sotto al sole! Anche ai tempi di Gesù funzionava così e Lui ne era perfettamente consapevole.
Vorrei tanto che questa mia meditazione offrisse lo spunto per ciascuno di noi per esaminare quali siano le reali motivazioni che ci spingono giorno per giorno a cercare Dio. Per far ciò proseguiamo insieme la lettura dell’intero capitolo sei del Vangelo di Giovanni.
Presentiamo quotidianamente lunghe liste di richieste a Dio: persone da salvare, miracoli da compiere, aiuti finanziari per affrontare la crisi, una casa da abitare, la salute per noi e i nostri figli, e potremo continuare a lungo. Ed è giusto presentare le nostre richieste a Dio perché è Lui stesso che ci invita a farlo. Ma sono solo queste le reali motivazioni che ci spingono a stargli vicino e a credere in Lui?
Gesù sa leggere il cuore umano ed afferma con chiarezza: “voi mi cercate perché avete mangiato i pani e siete stati saziati”. “Oh sì, quale convenienza! Andiamo da Gesù e avremo ogni giorno del pane e del pesce da mangiare senza dover lavorare mai più! Che strada facile per la nostra salvezza! Che bella scorciatoia per la nostra sopravvivenza!” Eppure basta proseguire la lettura del Vangelo di Giovanni giusto qualche capitolo in più per ritrovare Gesù solo con pochi discepoli che gli erano rimasti ancora vicini. Perché? Cosa successe che spinse la gente ad andarsene, dopo aver anche attraversato un lago pur di seguirlo? Gesù aveva cominciato a fare dei discorsi strani e seguirlo non sembrava più una strada tanto conveniente. “Abbiamo fame, dacci da mangiare!” immagino che pensasse la folla “vediamo se farà un’altra moltiplicazione dei pani! Ora è il momento giusto!”. Ma Gesù comincia a parlare di un “pane spirituale” e dice che Lui stesso è questo “Pane della vita” (v. 48). E poi comincia a fare uno strano discorso affermando che chi vuole avere vita eterna deve mangiare il suo corpo e bere il suo sangue (v. 56). “Ma Gesù, cosa stai farneticando? Cosa vuoi dire? Noi non ti capiamo! I nostri figli hanno fame, il nostro stomaco brontola, dai, dacci un pane vero, sappiamo che tu puoi farlo!” Ahimè, la gente si allontana da lui, affamata e delusa, convinta di non aver più trovato un maestro, ma uno dei tanti folli, che si aggirano per le strade del paese. Perché seguiamo Gesù? Ce lo siamo mai chiesto? Abbiamo forse fame, sete? Abbiamo bisogno di un vestito nuovo, di una macchina, di una villa, di successo, di fama, di benedizione abbondante, di una grande chiesa gremita di persone, di un risveglio mondiale che inizi proprio dal nostro lavoro? Ma non siamo capaci di mangiare del corpo di Cristo e bere del Suo sangue. “Oh Gesù questo parlare è duro per me, non posso capire!” Forse perché Gesù continua a parlare all’uomo di cose spirituali e l’uomo continua a cercare convenienze materiali. Non stava forse Gesù parlando di un pane che sazia eternamente il nostro spirito affamato di giustizia, di pace, di verità? Non stava forse parlando della Sua morte? Del suo corpo immolato e del Suo sangue versato perché l’uomo trovasse riconciliazione presso il Padre? Non voleva forse Egli dire che sarà salvato solo chi comprenderà e si sazierà del frutto di questo sacrificio, semplicemente credendo in Gesù? Oh uomo insensato! Furbo della società! Ti credi un vincente in mezzo ad una folla di sciocchi e perdenti! Ma dimmi: comprendi tu queste parole? O sono troppo “poco convenienti”? Cosa farai? Te ne andrai anche tu oggi lontano da Gesù perché il Suo parlare è difficile e duro o ti unirai insieme a me in ginocchio per mangiare del Suo corpo e per bere del Suo sangue?


Chi può vedere Dio?

… e se v’è tra voi alcun profeta, io, l’Eterno, mi faccio conoscere a lui, in visione, parlo con lui in sogno. Non così col mio servitore Mosè, che è fedele in tutta la mia casa. Con lui io parlo tu per tu, facendomi vedere, e non per via di enigmi; ed egli contempla la sembianza dell’Eterno.
Numeri 12:6-7

Chi non vorrebbe vedere Dio? Possiamo dire in tutta onestà che questo è il più grande obiettivo della nostra vita? Viviamo giorno per giorno, accontentandoci di misere briciole di felicità che questa vita terrena può dare, mentre la nostra speranza si protende verso una meta più alta, una gloria smisurata? Vedere Dio senza veli, accostarci a Lui senza simboli, riposare ai suoi piedi senza sognare, discutere insieme senza confusione. Sentire direttamente la sua voce che con chiarezza ci indica la via da percorrere senza dover dubitare che sia proprio Lui a parlare. Immaginando tutto questo il nostro cuore si allarga e si riempie dall’emozione che porta il più grande desiderio che palpita in noi.
Non è forse vero? Vedere Dio: quale desiderio può essere più glorioso di questo! E se già un profeta potrebbe sembrarci un eletto perché è capace di conoscere il piano di Dio attraverso un sogno o attraverso una visione, quanto più può sembrarci grande il privilegio di Mosè che poteva contemplare la “sembianza dell’Eterno”. Ma quale era il segreto di questo uomo che lo distingueva rispetto agli altri? Era “fedele in tutta la casa del Signore”. Non era certo un uomo dallo straordinario coraggio, dato che dopo aver ucciso un egiziano fuggì via intimorito dalla punizione. Non era certo un uomo audace, dato che quando il Signore gli ordinò di tornare in Egitto e liberare il popolo d’Israele, più volte cercò di declinare. Non era un gran parlatore e lo disse chiaramente al Signore e se una persona non sa parlare come potrebbe mai essere un trascinatore, un convincitore ed una guida carismatica? Non era un uomo che sapeva sempre controllare la propria ira, difatti ridusse in pezzi le tavole della legge di fronte all’idolatria del popolo e percosse con rabbia la roccia che non dava acqua. E chi potrebbe biasimarlo? Era perfettamente umano, non era un eroe. Sono convinta che nessuno di noi si sente perfettamente idoneo alle responsabilità che Dio ci affida e che conosciamo così bene i nostri difetti da essere convinti che saranno continuamente per noi un impedimento per poter piacere pienamente al nostro Signore. La più grande dote di Mosè, però, era la sua fedeltà. Se pur non si sentiva capace e idoneo accettò il compito che Dio gli aveva affidato e lo portò avanti con impegno e dedizione, senza tirarsi indietro, senza rinunciare neanche di fronte alla difficoltà più impossibile da superare, né dubitando mai di Dio. Mosè percorse fino alla fine la strada impervia che Dio gli aveva indicato e rimase fedele fino all’ultimo giorno della sua vita. Grandi o piccole che siano i compiti che Dio ti ha affidato ciò che conta di più per Lui è che tu gli sia fedele. E poca importanza ha se è ancora lontano o vicino il giorno in cui lo potremo vedere tutti noi faccia a faccia, contemplando a viso scoperto la Sua sembianza: già da oggi potremo gustare e sentire tangibilmente la Sua presenza tutta intorno a noi. Vedremo la Sua mano potente sanare le ferite dei cuori infranti, rotti dalle delusioni di un’amara esistenza. Sentiremo la Sua voce prorompente che guida l’uomo verso una vita migliore, dove l’egoismo e la presunzione umana si sbriciolano e cadono a terra, venendo calpestati dai piedi del gran Re.
Contempleremo i suoi occhi radiosi, che accecano la nostra vista e Lo attorniano di splendore e maestà, spazzando via le tenebre del peccato, che si dissolvono come fumo portato lontano da un vento forte ed impetuoso. Scorgeremo le Sue braccia allargate, come un Padre premuroso che, dopo una lunga attesa, vede da lontano tornare il Suo figliolo che si era perduto per le strade di una terra ostile, alla rincorsa di fortuna e ricchezza, che come due meretrici adulatrici adescano il desiderio umano per poi colpirlo e calpestarlo, lasciandolo a terra morente.
Ammireremo il Suo volto autorevole e pieno di compassione ad un tempo, verso un mondo che rotola verso la sua rovina, incapace di fermarsi e voltarsi in dietro per comprendere la Sua infinita grazia. Oh Signore sia questa la nostra preghiera per questo nuovo anno: che possiamo esserti fedeli fino alla fine e che un giorno Tu possa dire anche di noi: “Con lui parlavo tu per tu!”.


Una preghiera nella sera

“Ed essi gli fecero forza, dicendo:
Rimani con noi perché si fa sera ed il giorno è già declinato.
Ed Egli entrò per rimanere con loro”.
Luca 24:29

Forse capita anche a voi che, a volte, quando arriva la sera, nel vostro animo comincino a farsi strada molte sensazioni negative. Il nostro cuore inizia a sentirsi turbato. Vediamo la luce sparire lentamente per lasciare posto alle ombre e sentiamo l’angoscia lentamente assalirci.
Vorremmo pensare che la sera arriverà e poi la notte e potremmo finalmente trovare riposo per le nostre tante fatiche a fine di un giorno stancante ed, invece, ci sentiamo inspiegabilmente angosciati. Vorremmo finalmente trovare un po’ di pace nel calore della nostra dimora o rilassarci un po’ su un comodo divano e, invece, sentiamo dentro di noi farsi strada emozioni che non vorremmo provare. Abbiamo faticato tutto il giorno, rincorrendo le aspettative che gli altri hanno su di noi e sentiamo ancora tutto il peso della loro pressione che preme sulle nostre spalle e sembra volerci soffocare. Sentiamo le ansie della monotonia del tempo che scorre, consapevoli che domani sarà sicuramente uguale a ieri e identico ai giorni successivi, che si ripeteranno inesorabilmente uno identico all’altro.  Sentiamo arrivare l’amarezza di quel senso di inutilità che, a volte, pervade la nostra vita, che ci appare così diversa da quella che avremmo voluto vivere. Avvertiamo l’insoddisfazione per le poche e frivole ricchezze che abbiamo conquistato con gran fatica e che sembra che scivolino continuamente via dalle mani, come acqua contaminata che non  può dissetarci. Arriva l’angoscia di non riuscire a correre abbastanza veloce e stare al passo delle persone più capaci di noi, che sembra che abbiano sempre successo e che ci comandano ogni giorno di essere più veloci. Torna il ricordo del carico dei fallimenti che ci trasciniamo dietro come pesanti macigni. E si insinua il dubbio che tutto sia stato vano e la forte tentazione che sia meglio sottomettersi alla rinuncia e lasciar perdere ogni sogno per cui si è combattuto fino ad ora. Quanto spesso la sera porta nella nostra vita la solitudine e ci sentiamo spogli, senza poterci più nascondere neanche nelle vesti della finzione e dell’ipocrisia in cui abbiamo imparato a nasconderci perché ritenevamo questo l’unico modo per poter piacere ai nostri compagni! Non sappiamo più neanche riconoscerci quando a fine giornata ci guardiamo allo specchio e vediamo riflessi di fronte a noi solo degli estranei. Arriva la sera ed abbiamo paura perché ci sentiamo persi, sopraffatti da tutte queste sensazioni: pressioni, ansie, dubbi, solitudine… Non troviamo riposo nel nostro letto, né calma quando poggiamo il nostro capo sul guanciale che, invece, diventa il luogo del nostro tormento. E così, come ciò accade nella nostra vita reale di tutti giorni, non è vero forse, che spesso succede anche nella nostra vita spirituale? Quante volte viviamo dei momenti in cui ci sembra che il giorno non splenda più alto nel nostro cuore, ma che stia lasciando il posto all’oscurità più cupa che porta con sé un’insieme di paure ed ansie che ci sovrastano. Sentiamo tutto il nostro zelo affievolirsi, le nostre sicurezze dissolversi, il nostro entusiasmo tramontare, mentre il nostro spirito una volta vigoroso e forte, sembra ora essere debole e stanco. Avvertiamo che la nostra fede non è più salda e sicura come una volta, ma appesantita da timori e dubbi. Abbiamo sudato. Le nostre mani sono ancora sporche perché abbiamo scavato nel terreno una piccola buca per piantarvi un seme che non sappiamo se produrrà mai del frutto. Abbiamo sradicato dei rovi, pungendoci fra le spine, per rendere fertile un terreno che non sappiamo se darà mai un raccolto. Abbiamo sofferto il freddo mentre portavamo sulle spalle il carico di una semenza che dubitiamo che resisterà al gelo. Ed ora le ombre calano e non riusciamo a sentirci felici del nostro lavoro, né soddisfatti.
Sentiamo di temere persino i nostri fratelli in cui dovremmo trovare conforto e incoraggiamento e, invece, abbiamo paura che possano schernirci e deridere la nostra paura di affrontare un’altra sera. Ma poi torna alla nostra mente l’immagine di due discepoli che camminavano sulla strada di Emmaus. Non erano forse stanchi anche loro del loro cammino e desiderosi di trovare riposo prima che calassero le ombre? Non portavano, forse, anche loro con sé un bagaglio di tristezza e delusione per la morte di quello che pensavano essere il loro Liberatore? Non camminavano, forse, anche loro abbattuti e amareggiati verso chissà quale direzione? Finché l’improvvisa compagnia di un estraneo ha capovolto completamente il loro stato d’animo. Inspiegabilmente stavano talmente bene alla Sua presenza e il loro cuore era talmente riscaldato dal calore della sapienza delle Sue parole che quando hanno visto calare il buio non hanno potuto fare a meno di pregarlo di rimanere ancora con loro. Possa questa immagine riscaldare anche il nostro cuore nelle sere che arriveranno nella nostra vita, sia quelle reali, sia quelle spirituali! Preghiamo insieme il Maestro Gesù: “Rimani con noi perché si fa sera!”. Improvvisamente i nostri occhi si apriranno, mentre il Signore cenerà con noi e Lo riconosceremo. Possano le nostre sere divenire il momento del nostro incontro personale e prezioso con Gesù. Possano essere il nostro momento particolare in cui ci rifugiamo nella preghiera prima che l’oscurità arrivi completamente nella nostra casa. Il tempo in cui riscopriamo la grazia di credere in un Liberatore vivente capace di liberarci dalle paure, le ansie, i dubbi, per portarci il riposo e la serenità. Un Amico con cui cenare, riscaldandoci nella piena accettazione di ciò che siamo senza finzione. Troveremo coraggio nelle Sue parole mentre rende chiara al nostro spirito la Sua parola e rinnova in noi la fedeltà delle Sue promesse. Non sentiremo più il peso del giudizio altrui, né la pressione di dover correre dietro a futili tesori. Riscopriremo il valore della nostra vita e il gusto di viverla intensamente ogni giorno che verrà. E poi tornerà spontaneamente la sicurezza che in questo momento il piccolo seme che abbiamo piantato sta prendendo vita sotto il terreno e che una mattina al nostro risveglio potremo vedere una piccola piantina spuntare fra la terra. Porterà la certezza che il terreno che oggi abbiamo così faticosamente dissodato e pulito dai rovi, un giorno sarà un giardino ricco di alberi con rami pendenti sotto il peso di frutti abbondanti. Porterà la convinzione che un giorno le nostre spalle saranno cariche di covoni che avremo raccolto con lacrime di gioia e canti di esultanza. E improvvisamente il nostro letto tornerà ad essere il luogo della calma e della fiducia, del riposo e della fede. Forse proprio in questo momento le ombre di un’altra sera stanno calando sulla tua vita, ecco è il momento giusto: lascia che i tuoi occhi siano aperti e vedrai Gesù che ancora una volta è rimasto con te.


All’ultimo minuto

“… ma mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze e l’uscio fu chiuso.”
Matteo 25:10

Ero ancora bambina quando mi veniva raccontata questa parabola delle dieci vergini. Era una delle mie preferite, che ascoltavo sempre con gran piacere, perché era quella che ricordavo più facilmente. Ma poi crescendo ho cominciato a pormi alcuni interrogativi. Mi chiedevo in particolare perché mai lo sposo non avesse aperto la porta anche alle cinque vergini senza olio, lasciandole invece fuori dalla porta. In fondo mi è sempre stato insegnato ed anche ho sempre creduto che fino all’ultimo istante prima della nostra morte ci sarà data la possibilità di un’estrema salvezza. Qualche mese fa era un tranquillo pomeriggio di metà ottobre. Avevo appena preso in mano la mia chitarra e sfogliavo un libro di canti per sceglierne uno da suonare, quando improvvisamente ho ricevuto una telefonata alquanto inaspettata: era un cardiochirurgo che mi chiedeva come stavo e se me la sentivo di affrontare in quel giorno il trapianto. Mi invitava poi a raggiungere il più presto possibile l’ospedale di Pavia, perché entro la notte avrei potuto fare l’intervento. Ricordo che con estrema calma posai la mia chitarra nella sua custodia insieme al libro dei canti. Mi voltai verso mia madre e le dissi: “Mi hanno chiamato per il trapianto”. Da quel momento in poi è iniziata per me una corsa contro il tempo: ho dovuto telefonare a mio marito a lavoro per avvertirlo, cambiarmi di corsa, preparare la valigia, chiamare l’ambulanza, trovare tutte le cartelle cliniche. Ricordo che feci tutte queste cose in modo del tutto automatico, come se già molte volte mi fossi preparata a questo avvenimento, come avviene nelle esercitazioni per le evacuazioni degli edifici durante le prove anti-incendio. Ma la mia mente era come se fosse spenta. Una volta salita sull’autoambulanza caddi in una specie di torpore e annebbiamento della mente. La mia accompagnatrice desiderosa di tranquillizzarmi parlò per tutto il viaggio, ma io non ascoltavo nulla di quello che diceva. Non pensavo a nulla. Non sentivo in me farsi spazio l’agitazione per ciò che avrei dovuto affrontare nelle prossime ore. Non mi balenò neanche per un istante l’idea che se qualcosa nell’intervento fosse andato storto quelle sarebbero potute essere le ultime ore della mia vita. Né sentivo gioia pensando, al contrario, che avrei finalmente potuto fare l’intervento che mi avrebbe guarita definitivamente e che per me sarebbe iniziata una nuova vita. Non ero spaventata né agitata, non ero felice né emozionata. Non provavo nulla. Avrei voluto pregare, ma non sapevo proprio cosa chiedere al Signore se non che mi stesse vicino. La mia mente, i miei pensieri era come se fossero completamente spenti. Effettivamente, di fronte ad un trapianto di cuore e polmoni, con tutte le complicanze che sarebbero potute sorgere, quelle sarebbero davvero potute essere le ultime ore della mia vita. Mi chiedo, dunque, se da quelle poche ore fosse dovuta dipendere tutta la mia preparazione ad incontrare Dio, che disastro totale sarebbe stato! Se in così poco tempo e in quello stato di torpore avessi dovuto invocare il perdono del Signore, provare il dolore del ravvedimento, riconciliarmi con le persone verso cui provavo del rancore, ecc. ecc. davvero per me sarebbe stato possibile? In poche parole: sarei stata capace in così poco tempo a trovare dell’olio che riempisse la mia lampada vuota? In realtà, la mia risposta è che in quel momento non avrei proprio saputo neanche da dove iniziare la mia ricerca dell’olio, se tutto fosse dipeso da quel momento… Quella sera non ho fatto l’intervento per incompatibilità con il donatore e mio marito ed io siamo tornati a casa in piena notte, ed io ero ancora malata così come me ne ero andata. Da quel giorno ho cominciato a riflettere molto sulla parabola delle dieci vergini. Quanta gente a cui parliamo dell’amore del Signore, del Suo perdono e della salvezza, sembra rimanere colpita dalle nostre parole, ma poi ci dice che non si sente ancora pronta a prendere una decisione, ma che un giorno senza dubbio lo farà! O quante volte ancora siamo consapevoli che il nostro modo di agire è caratterizzato da vizi, errori, corruzione, da cui sentiamo il bisogno di liberarci, ma tendiamo a rimandare il momento decisivo, aspettando che un giorno prima o poi (chissà quale giorno e chissà in quale modo) faremo quella rinuncia definitiva a lungo rimandata. Quante volte ci accorgiamo che il nostro carattere sembra avere così poche virtù e così tanti difetti, ma non sembra arrivare mai il momento giusto per ricercare in noi un cambiamento reale e positivo. Sembra che, inconsapevolmente, ognuno di noi sia proprio convinto di avere nelle proprie mani il tempo della propria esistenza e siamo certi che sapremo riconoscere con chiarezza quali saranno gli ultimi giorni e solo allora sarà il momento giusto per dedicarci a fare i preparativi per un’altra vita. Ma se anche questo fosse vero, se pure ognuno di noi avesse la capacità di saper discernere gli ultimi istanti della vita, siamo proprio sicuri di aver poi anche a disposizione la lucidità e la capacità sufficiente per poter mettere a posto gli affari che abbiamo così negligentemente trascurato? Le cinque vergini avvedute ci danno un esempio diverso: avevano con sé dei vasetti pieni di olio che sarebbe servito per poter aspettare con tranquillità l’arrivo dello sposo che tardava. Non avevano certo aspettato che facesse notte o l’ultimo momento per andare dai mercanti e dai venditori per acquistare l’olio che sapevano che sarebbe servito loro. Erano forse consapevoli che a tarda notte sarebbe stato difficile trovare un negozio aperto o avere il tempo necessario per cercarlo, mettersi in fila ed acquistare l’olio mancante. Erano sicuramente consapevoli che le cose fatte di fretta spesso riescono male. E noi siamo davvero così presuntuosi da credere che potremo aggiustare tutta la nostra vita in pochi giorni o addirittura in pochi minuti? Forse ci sono molte cose che stai lasciando da lungo tempo in sospeso e che invece richiederebbero un po’ della tua attenzione e tra queste, sicuramente, il bisogno di prepararsi ad incontrare Dio. Sono convinta che se imploreremo l’infinita misericordia di Dio anche nell’ultimo istante della nostra vita Egli saprà perdonarci e salvare, ma la domanda è questa: sapremo noi nella notte, correndo nel buio, senza olio e senza luce, spinti dalla fretta e dall’agitazione, trovare la porta dello sposo? E cosa faremo se una volta che abbiamo trovato quella porta, che abbiamo così frettolosamente cercato a tastoni nel buio, ci accorgessimo che fosse già stata chiusa?


Ma chi è questo Giosuè?

“Sali in vetta al Pisga, volgi lo sguardo a occidente, a settentrione, a mezzogiorno e ad oriente, e contempla il paese con gli occhi tuoi, perché tu non passerai questo Giordano”
Deuteronomio 3:27

Mi è facile comprendere cosa provasse in quel momento Mosè, perché tante volte ho creduto di vivere la stessa esperienza. Era proprio lì, di fronte all’adempimento della promessa del Signore. Poteva vedere la terra promessa davanti a sé. Poteva ammirare la ricchezza dei suoi frutti, l’abbondanza di paesaggi verdi per i pascoli, poteva immaginare le grida di un popolo vittorioso che avanzava intrepido alla conquista di quei territori, che aveva bramato per tutta la vita. Ma ora che era proprio lì ad un passo della realizzazione dei suoi sogni, Dio gli disse che non avrebbe mai valicato quei confini, né i suoi piedi avrebbero mai calpestato quella terra, ma l’unica cosa che gli sarebbe stata concessa era di contemplare la terra da lontano. Questa era la punizione scelta da Dio per Mosè, perché invece di parlare ad una roccia affinché ne scaturisse dell’acqua per il popolo assetato, Mosè l’aveva percossa due volte, mostrando di non aver fiducia in quello che il Signore gli aveva detto (Numeri 20: 1-13). Forse, a volte, sarebbe meglio non vedere, non conoscere affatto ciò che il Signore aveva preparato per noi e che avremmo potuto raggiungere e conquistare, dopo tante fatiche e battaglie. Forse, se non vedessimo coinostri occhi l’immagine di ciò che sarebbe stata la concretizzazione delle promesse, il nostro rimorso per gli errori commessi sarebbe più indulgente con noi, e i nostri sensi di colpa un po’ più benevoli. Ma Dio continua il suo discorso al suo servo e gli dice che un altro al suo posto avrebbe condotto il popolo nella terra promessa: Giosuè. E ordina a Mosè di “fortificarlo e incoraggiarlo”. A questo punto sicuramente se io fossi stata Mosè il mio cuore si sarebbe davvero ribellato a Dio. Avrei iniziato a discutere e ad adirarmi più che mai: “Ma chi è questo Giosuè? Cosa ha fatto per meritarsi ciò che a me viene negato così ingiustamente? E’ stato forse lui a sfidare il faraone e il suo esercito, operando potenti prodigi e opere straordinarie con in mano un solo bastone? E’ stato forse lui a fare da guida per tutti questi anni ad un popolo ribelle e lagnoso? E dove era questo insignificante Giosuè mentre Tu, potente Dio, parlavi faccia a faccia con me e mi consegnavi direttamente dalle Tue mani le tavole della Legge? E sicuramente avrei potuto sentire la voce maestosa e sapiente di Dio rispondermi: “Mentre io parlavo Tu per tu con te e ti consegnavo la Legge, Giosuè era ai piedi del monte che aspettava. E quando tutto il popolo si lamentava scoraggiato per la paura dei giganti che erano stati visti nella terra promessa, Giosuè parlava arditamente, tentando di convincere in ogni modo il popolo che la conquista era possibile.” E’ capitato anche a me di essere più volte ad un passo dalla realizzazione dei miei sogni. Potevo vedere il loro adempimento forte e chiaro proprio di fronte a me. Li vedevo belli come li avevo sempre immaginati, li sentivo gloriosi come avevo sempre creduto, avevo lottato, sudato, digiunato, avevo sempre avuto fiducia senza mai nutrire dubbi, ed ora erano davanti a me in tutto il loro splendore. Ma ho potuto dare ad essi solo un’occhiata, perché poi sono svaniti e scomparsi per sempre dalla mia vista, mentre lo Spirito parlava al mio cuore dicendomi che non li avrei mai conquistati, ma avrei dovuto incoraggiare e formare altri affinché li realizzassero al posto mio. E così è stato: altre persone hanno ottenuto con poco sforzo e in poco tempo ciò che io avevo bramato tutta la vita e ci ero arrivata solo vicino. Certamente, a volte i piani del Signore sembrano assai incomprensibili. Ho riflettuto a lungo su questo, i miei pensieri spesso sono stati tormentati da queste mie considerazioni. Volevo capire, comprendere, ma mi risultava davvero difficile, fino ad oggi. Forse ad alcune persone Dio riserva semplicemente questa chiamata: quella di accompagnare un popolo verso la meta, senza poter essere presenti quando la meta viene valicata. Non sempre la persona che semina e fatica è la stessa che raccoglie e gioisce. Non sempre la persona che costruisce le fondamenta di un palazzo è la stessa che abiterà quelle stanze. Non sempre chi prega e digiuna per la conversione di un peccatore è la stessa persona che salta e danza dalla gioia di vederlo arrendersi a Gesù. Come durante una lunga e estenuante corsa, nonostante avessimo corso velocissimi e avessimo raggiunto un ottimo tempo, arriva il momento in cui necessariamente dobbiamo passare la staffetta al nostro successore e allora non c’è più niente che noi possiamo fare, il nostro compito è finito, e non ci resta che stare ad osservare il nostro compagno che raggiunge il traguardo e tutto il pubblico che si alza e lo applaude. Fortunatamente Mosè non era me e non disse a Dio neanche una delle parole che avrei detto io al suo posto, ma condusse Giosuè dai sacerdoti perché fosse consacrato (Numeri 27:12-22). Giosuè dimostrò di essere un valido e coraggioso condottiero. Condusse il popolo alla conquista della terra promessa, vide il fiume Giordano aprirsi davanti al suo cammino, vide le mura di Gerico crollare davanti a sé senza muovere un dito e sconfisse ad uno ad uno ogni popolo che ostacolava il percorso. Questo era Giosuè! Sicuramente Giosuè non visse un solo giorno e non fece una sola conquista senza pensare a Mosè, al grande esempio che gli aveva lasciato, ai grandi ammaestramenti che gli aveva trasmesso, ma ciò che maggiormente gli dava coraggio e forza per affrontare ogni pericolo alla guida del popolo era la consapevolezza che il suo maestro da tempo aveva già valicato i confini di una Terra promessa ben più ricca e assai più gloriosa, dove scorre il latte e il miele.


Imitami!

Siate miei imitatori come anche io lo sono di Cristo
I Corinzi 11:1

Quanto giusta doveva essere la condotta dell’apostolo Paolo se si sentiva in grado di invitarci ad essere suoi imitatori come lui ogni giorno si sforzava di esserlo di Gesù! Se consideriamo i nostri tempi sembra ogni giorno più difficile trovare sul nostro cammino persone degne di essere imitate e che possano costituire per la nostra vita un reale esempio di santità e irreprensibilità. Non credo di esagerare o essere eccessivamente critica affermando che la mia crescita spirituale è stata segnata maggiormente da esempi negativi da non seguire che da conduttori santi da imitare. In poche parole è stato sempre più chiaro per me ciò che non dovessi fare piuttosto di ciò che dovessi fare e come farlo. E purtroppo, ahimè, ascolto continuamente persone che si lamentano di questo mio stesso problema. Ma credo che queste lamentele dovrebbero durare ben poco nella vita di ogni credente. Posso in qualche modo, infatti, comprendere e giustificarle nei credenti che hanno iniziato da poco il loro cammino con Gesù, che hanno tutto da imparare e che, quindi, si aggrappano e hanno bisogno di qualcuno che indichi loro la strada giusta da percorrere, anche attraverso un valido esempio di vita, ma mi meraviglio, invece, nel vedere come, dopo svariati anni di cristianesimo e di vita nuova accanto a Gesù, molti credenti possano ancora scandalizzarsi degli errori fallaci degli uomini che, seppur conduttori o pastori, sono pur sempre uomini. Credo che i nostri sforzi da cristiani maturi debbano essere orientati maggiormente nell’applicazione continua e assidua di diventare noi degli esempi di vita per gli altri, piuttosto che nella ricerca assillante e deludente di un esempio esterno da imitare. L’apostolo Paolo era una persona davvero umile, capace di abbassarsi a compiere anche i lavori meno soddisfacenti pur di non aggravare alcuno e capace di adattarsi ad ogni situazione disagevole pur di predicare l’Evangelo, eppure ha l’ardire (e non una sola volta) di invitarci ad essere suoi imitatori. Questo indica chiaramente che egli era convinto che i suoi insegnamenti e la sua condotta rispecchiavano fedelmente l’immagine e l’esempio di Gesù. Potremmo davvero anche noi oggi avere lo stesso ardire? Potremmo, cioè, dire alla gente che vive ogni giorno accanto a noi, ai nostri familiari, ai nostri colleghi di lavoro o compagni di scuola, a coloro che frequentano la nostra stessa palestra o alle nostre vicine di casa con cui spesso ci gustiamo un buon caffè: “segui il mio esempio, vivi come me, sii quello che sono io!”? Sono le persone con cui mangiamo, con cui lavoriamo, vicino alle quali viviamo, quelle che meglio ci conoscono. Conoscono ogni nostro difetto e pregio, conoscono le nostre debolezze e la nostra forza, ricordano le parole che escono dalla nostra bocca e quelle che lasciamo entrare facilmente nelle nostre orecchie. Con loro non possiamo fingere o mascherarci. Con loro siamo quello che siamo realmente. Ed ecco, dunque, la mia domanda: “siamo capaci oggi di essere un esempio positivo per queste persone, un esempio che loro desidererebbero imitare? Sono il nostro matrimonio, la nostra famiglia, la nostra casa, il nostro modo di vestire, il nostro modo di parlare, di consigliare, di pensare, il nostro modo di gestire il denaro, di vivere il tempo libero, la nostra capacità di perdonare e di amare un esempio per tutti coloro che ci osservano e scrutano ogni giorno?”. Certamente nella società odierna diviene difficile comprende anche solo il significato della parola “imitazione”. Non credo che l’apostolo Paolo volesse dire: “siate tutti uguali e tutti uguali a me!”. Ai nostri giorni la gente tende a voler essere tutta più o meno uguale, correndo dietro alle mode passeggere. Tendiamo a vestire tutti allo stesso modo, ad avere lo stesso taglio di capelli, a parlare secondo i modelli che ci vengono suggeriti dai mass media. E gli atteggiamenti più esasperati ci spingono a vedere nell’attrice famosa il viso che vorremmo a tutti costi avere noi e nel calciatore di successo tutta la gloria che vorremmo noi, rendendoli il nostro modello di vita. Ma lasciatemelo dire: queste imitazioni spesso diventano solo delle ridicole caricature dell’originale e delle orrende brutte copie da cestinare di un prototipo, che hanno come effetto la derisione e lo scherno altrui. Quanti di noi hanno studiato e conoscono bene le avventure e le sofferenze della vita di Paolo sanno bene che ha vissuto un’esistenza che nessuno mai vorrebbe davvero imitare: troppi stenti, troppe rinunce, troppe persecuzioni, troppi viaggi, troppe persone amate a cui dire addio, troppe terre abitate da dover abbandonare. Una vita troppo difficile da poter essere imitata. E cosa aveva tale esistenza di tanto straordinario da dover rappresentare un modello per tutti noi? In fondo di uomini valorosi ce ne sono stati un’infinità nella storia. La vita di Paolo aveva la particolare straordinarietà di riflettere fedelmente l’immagine di Gesù. L’imitazione di cui egli parla non è un semplice copiatura della vita di Cristo. Paolo desiderava ardentemente assomigliare al suo Signore, possedere la stessa somiglianza che deriva dal frequentare costantemente una persona, dal vivere ogni giorno accanto a lei. Lo stesso amore ardente per i perduti che spinse Gesù al sacrificio muoveva ogni passo dell’apostolo verso le scelte più estreme. Seguì la piena guida dello Spirito Santo e, come Gesù, sorseggiò fino in fondo l’amaro calice della piena arresa alla volontà di Dio, rinnegando la sua vita per amore della predicazione dell’Evangelo. Negli atteggiamenti dell’apostolo si poteva vedere muovere Gesù, nella sua voce si poteva ascoltare la voce di Gesù, nel suo sguardo si poteva ricevere l’amore di Gesù. Paolo amava in modo smisurato Gesù e ne era un perfetto esempio, un giusto seguace, un amato figliolo: era suo imitatore. Come possiamo essere la stessa cosa anche noi oggi? E’ facile seguire l’esempio di una persona con la quale la nostra esistenza è strettamente legata. Due persone che vivono ogni giorno a stretto contatto, come due sposi o due fratelli, alla fine finiscono inevitabilmente e involontariamente per assomigliarsi in modo spontaneo e facile. Così anche la nostra esistenza finirà con assimilare e assomigliare a ciò che ci sarà più vicino. Senza accorgercene alcuni atteggiamenti che ci sembrano apparentemente innocui e che, magari, anche disprezziamo, per il semplice fatto che ne siamo spettatori, entrano dentro di noi e ci influenzano inconsapevolmente. Così saremo spontaneamente portati ad imitare gli atteggiamenti di chi osserveremo di più. I protagonisti dei nostri giorni sembrano essere sempre di più persone che si abbandonano totalmente a litigi aggressivi e volgari discussioni, come se questo fosse l’unico metodo di comunicazione fra gli uomini. Dovremmo avere il coraggio di spingere un semplice pulsante del telecomando e girare canale quando stiamo assistendo a sciocche trasmissioni che propongono queste discussioni esasperate e immagini volgari e oscene. Dovremmo avere il coraggio di alzarci ed opporre la nostra voce quando qualcuno ci invita a bere un bicchiere di troppo o ci spinge ad intrattenerci in malefici pettegolezzi. Dobbiamo avere il coraggio di compiere delle scelte che ci mettano in gioco, che ci rendano differenti rispetto alla maggioranza. Analizziamo attentamente ogni giorno come vivevano i santi uomini di Dio, con quale autorità sapevano insegnare, ammaestrare, riprendere e poi incoraggiare, ammonire e poi consolare, ed ogni loro parola era accompagnata da fatti concreti di una vita pienamente consacrata. Se analizzeremo con attenzione e con ammirazione questi grandi esempi del passato, inevitabilmente desidereremo imitarli ed assomigliare pienamente a Gesù e un giorno potremo avvicinarci alla gente confusa, che non sa più come vivere e quale esempio seguire e sussurrare alle sue orecchie: “Sii quello che sono io!”.


Il potere della trasformazione

“Quando attraversano  la valle di Baca, essi la trasformano in luogo di fonti, e la pioggia di autunno la ricopre di benedizioni.”
 Salmo 84:6

Nel verso sopraccitato viene descritta una capacità posseduta da coloro che hanno nel Signore la propria forza: la capacità di trasformare le circostanze. E’ incredibile, ma a volte neanche ce ne rendiamo conto del potenziale che deriva dall’essere figli di Dio. La valle di Baca era un luogo deserto, arido, secco, ma i figli di Dio avevano la capacità di renderlo un luogo abbondante di acqua e di benedizioni. Posso immaginare degli uomini che arrivano in una terra disprezzata, perché considerata del tutto infeconda e priva di fertilità. Ma essi sono lungimiranti: sanno trovare in essa ciò che nessun altro saprebbe vedere. Così si adoperano per studiare le caratteristiche del terreno e del clima, analizzano come varia la temperatura nel corso della giornata e cominciano a dedicarsi ad un nuovo progetto. Trovano la sorgente d’acqua più vicina o scavano dei profondi pozzi per poi costruire degli impianti di irrigazione. Dopodiché iniziano ad arare la terra e seminare, fino a quando quella che prima era una terra arida comincia a dare del frutto, diviene verde e rigogliosa e diventa un’oasi dove il pellegrino ed il viandante possono bere e ristorarsi. Non è fantastico? Tutto questo avviene per la capacità di qualcuno che ha avuto la saggezza di vedere oltre l’oggettività della realtà e l’inconsistenza dell’apparenza. Così avviene anche nella vita reale di tutti giorni. Viviamo, a volte, delle circostanze che fanno apparire la nostra esistenza arida e priva di senso, oppure dei periodi particolari, circoscritti in giorni, mesi o anni, in cui sembra proprio che stiamo vivendo in un territorio arido, privo di fertilità, dove non si possono vedere frutti intorno a noi. Che sia la nostra vita, che sia la nostra famiglia o il cerchio delle nostre amicizie, o addirittura la nostra chiesa, questo luogo deserto ci fa soffrire e bramiamo un reale cambiamento, come un uomo che attraversa il deserto e desidera intensamente un po’ di ombra e un sorso d’acqua fresca. Aspettiamo una svolta, un cambiamento portati forse da una ventata di aria fresca, senza pensare mai davvero che Dio ha affidato proprio a noi una potente capacità di trasformazione. Analizzando la Bibbia e considerando questa capacità di trasformare le situazioni negative in opportunità e ricchezza, mi viene immediatamente un nome, che personifica perfettamente questo talento: Giuseppe, il figlio di Giacobbe. La storia del ragazzo venduto come schiavo dai fratelli gelosi che poi diviene un potente uomo d’Egitto è ben nota a tutti, ma forse pochi conoscono le sue reali sofferenze nel periodo che intercorre tra questi due eventi e come sia stato capace in ogni circostanza a trasformare le situazioni. Analizziamo insieme. Giuseppe in Egitto venne acquistato da Potifar, l’ufficiale delle guardie del faraone. Aveva all’incirca diciassette anni, era poco più di un ragazzetto, eppure il testo in genesi 39 evidenzia molto chiaramente come egli sia stato capace in poco tempo di diventare da un semplice schiavo a maggiordomo personale di Potifar, che riponeva in lui una fiducia cieca, fino ad affidargli tutto ciò che possedeva. Ma Giuseppe cadde nuovamente vittima innocente dell’ingiustizia umana e perse per la seconda volta ogni sua ricchezza e potere; pur non avendo sbagliato in alcun modo si ritrovò prigioniero in carcere. Sicuramente le carceri di quei tempi non dovevano essere dei luoghi accoglienti e comodi in cui albergare, ma in modo straordinario anche qui Giuseppe riuscì a portare un grande cambiamento e a “fare carriera”, tanto che il governatore della prigione affidò a lui prigioniero la custodia di tutti gli altri detenuti. E infine a trent’anni il Signore donò a Giuseppe la capacità di interpretare un sogno del faraone e da quel momento il ragazzo raggiunse l’apice del suo potere perché il faraone stesso gli affidò l’amministrazione dell’intero paese. Sotto l’amministrazione di Giuseppe l’Egitto divenne un paese ricco e potente, capace non solo di sopravvivere durante i sette anni di carestia, ma anche di fornire cibo a sufficienza per gli altri popoli. Giuseppe aveva trasformato la carestia in un’opportunità di arricchimento per il popolo egiziano attraverso la vendita del grano. Quanta saggezza, quanta intelligenza in questo uomo! Da pastore a schiavo, da schiavo a prigioniero, da prigioniero a viceré. Seppure conosco questa storia sin da quando ero bambina, mi stupisco sempre e rimango continuamente affascinata ogni volta che la rileggo. Ma come faceva Giuseppe ad avere così successo in ogni cosa a cui metteva mano? Dal testo biblico il primo segreto evidente della sua prosperità era nella benedizione di Dio. Il Signore lo amava profondamente. Aveva un progetto per lui e impedì che l’odio dei fratelli lo uccidesse. La benevolenza e la benedizione di Dio lo accompagnavano e proteggevano sempre, in ogni luogo dove si ritrovava e in ogni difficoltà che doveva affrontare. La presenza di Dio era talmente evidente nella vita di Giuseppe che, non solo era benedetto lui, ma veniva benedetto anche chiunque lo accoglieva in casa. Oltre a questo, Giuseppe era sicuramente pieno di virtù che lo rendevano amabile: il padre lo prediligeva rispetto agli altri figli; Potifar, il governatore delle prigioni e il faraone stesso gli si affezionarono a tal punto da affidargli ogni cosa era in loro potere. Era un uomo di cui si potevano fidare ciecamente. Infine, in tutto il testo, non troviamo neanche una lamentela uscire dalla bocca di questo uomo, mai! Né quando era nel fondo della buia cisterna, né quando vede i suoi fratelli prendere i soldi dai Madianiti, né quando viene acquistato da Potifar, poi accusato falsamente dalla moglie e reso prigioniero, neanche quando il coppiere del re si dimentica completamente di lui. Giuseppe non trascorreva il suo tempo in inutili lagne e in inefficaci lamentele, ma si rimboccava le maniche e studiava immediatamente come poter trasformare le sue sventure in opportunità, la sua terra arida in luogo di fonti. Certamente ci sarebbe davvero molto altro da dire su questa vita straordinaria ed una semplice e umile meditazione non è affatto sufficiente per esaminare a fondo quali siano state le reali motivazioni che hanno portato Giuseppe a diventare viceré, ma ciò che mi sta più a cuore è accompagnare ogni mio lettore a considerare in profondità, per poi realizzare pienamente, quale grande dono e autorità Dio affida ai suoi figliuoli. Se i tuoi passi ti conducono nella casa del lutto, sappi che puoi portare con te la consolazione e la gioia; se ti ritroverai ad entrare in un luogo dove abbonda il peccato e la depravazione, ricordati che puoi annunciare una grazia sovrabbondante; se un giorno percorrerai la valle dell’ombra della morte, sai già che sei annunciatore di vita. Siamo chiamati a trasformare le situazioni intorno a noi per il bene di chi ci circonda: questo è un dono che Dio ci dà e un potere che ci affida. Se la Sua benedizione sarà sempre su di noi e ci accompagnerà in ogni luogo e in ogni scelta della nostra vita, se le virtù di Gesù saranno visibili in ogni nostro gesto quotidiano e nelle nostre parole fino a renderci amabili agli occhi degli altri e degni di fiducia, se non ci scoraggeremo nel servizio, ma saremo sempre pronti a rimboccarci le maniche e a mettere mano in ogni opera disastrata che incontreremo sul nostro cammino per renderla fruttifera ed utile, allora saremo veramente capaci di trasformare ogni valle di Baca che attraverseremo in un’oasi, ricca di acqua e di fonti, ed ogni persona che passerà per la nostra strada, si arricchirà e troverà giovamento da essa. 


Il mio Unico Vanto

Allora l’Eterno disse a Gedeone: <Per me la gente che è con te è troppo numerosa, perché io dia Madian nelle sue mani; Israele potrebbe vantarsi e dire: “E’ la mia mano che mi ha salvato”.>
Giudici 7:2

L’uomo in generale impiega davvero poco tempo per inorgoglirsi: un piccolo successo, un traguardo raggiunto, una decisione azzeccata, un modesto elogio ricevuto sono spesso motivazioni più che sufficienti per farci sentire valenti e migliori degli altri. Anche per noi che siamo figli di Dio, per quanto vorremmo in ogni modo essere persone umili, non è facile avere a che fare ogni giorno con il nostro amor proprio. Quasi quotidianamente ci capita di dover affrontare dure battaglie con il nostro orgoglio, pronto a lusingarci con le sue carezze adulatrici che continuano a sussurrarci quanto siamo speciali e meritevoli. A volte la nostra superbia non ci dà tregua neanche quando siamo in attitudine di prostrazione: in preghiera, mentre si sta predicando, mentre si conducono i canti in chiesa o anche semplicemente quando stiamo facendo del bene a qualcuno. Basta poco per sentirci profondamente soddisfatti di noi stessi, come se il nostro servizio sia migliore e più accettevole agli occhi di Dio rispetto a quello di qualunque altro. Anche nelle attività che dovrebbero essere svolte unicamente per offrire onore e lode a Dio, il vanto di noi stessi spesso emerge e ci fa montare la testa. Se il nostro desiderio, tuttavia, è quello di unirci alle parole di Giovanni Battista che dichiarava la necessità che Cristo cresca in noi e che noi diminuiamo, allora il nostro combattimento diventa davvero faticoso. Ma in questa battaglia possiamo fare affidamento sull’aiuto del nostro Gesù, che è il più grande Maestro di umiltà. A volte la strada privilegiata scelta dal Signore per insegnarci l’umiltà è costituita da un processo di spogliamento. Gedeone era ben sicuro di essere pronto ad andare in guerra contro i Madianiti. Poteva contare sulla forza di un esercito di più di trentamila uomini. Era un numero considerevole e la vittoria contro il nemico poteva apparire scontata. Ma il Signore dà a questo uomo delle direttive insolite. Considerava l’esercito troppo numeroso: era necessaria un’accurata riduzione e selezione degli uomini scelti. A loro insaputa questi vennero messi sotto esame e la maggior parte di essi non lo supererò, finché a Gedeone non rimase che un esercito di solo trecento uomini. Beh, vincere con l’aiuto di solo trecento uomini era un’impresa ben più impegnativa. Gedeone non poteva più contare sulla sua forza, né su una certezza assoluta di avere in mano la vittoria, ma era proprio questo lo scopo del Signore: non voleva che Israele si vantasse di aver vinto grazie alla propria forza. Doveva essere evidente per Israele e una testimonianza per tutti i popoli che era stata la mano di Dio a concedere con facilità la vittoria al Suo popolo. Perché ciò accadesse era necessario ridurre le certezze di Gedeone perché imparasse a dipendere totalmente dalle strategie di Dio. Quando viviamo per piacere a Dio tutti i nostri successi e vittorie dipendono esclusivamente da Lui che opera in noi e attraverso di noi. Ma anche se questo è un insegnamento piuttosto ripetuto nelle nostre chiese ed è ben chiaro a tutti, tuttavia la sua applicazione spesso diventa un’impresa molto difficile. Per poterci insegnare a fare emergere l’immagine di Gesù nella nostra vita, il Signore potrebbe cominciare a privarci di tutte quelle cose che in qualche modo ostacolano il nostro abbassamento e comincia a spogliarci, strato dopo strato, di ciò di cui più ci vantiamo per mettere completamente a tacere il nostro orgoglio. A volte il Signore inizia a privarci delle persone che amiamo di più. Spesso tendiamo ad appoggiarci pienamente sull’aiuto di persone per noi importanti, che ci sono state sempre fedeli, su cui abbiamo potuto contare nei momenti più difficili o tristi della nostra esistenza. Il nostro amore, però, potrebbe indurci a dipendere totalmente da queste persone, facendo di esse la nostra forza e il nostro esclusivo appoggio. In ogni piccola difficoltà, battaglia o dolore, corriamo da loro in cerca di aiuto. Sebbene è volere di Dio che ci amiamo gli uni e gli altri e ci aiutiamo avvicenda, per maturare spiritualmente e imparare a dipendere esclusivamente dal soccorso di Dio potrebbe essere inevitabile la separazione dalle persone più amate. Altre volte Dio sceglie di spogliarci dei nostri talenti. Inspiegabilmente ci capita di dover rinunciare a delle attività o passioni proprio quando sono nel pieno del loro sviluppo, quando ci sembra che stiano fruttando di più. Attraverso questo tipo di rinuncia il nostro Maestro vuole insegnarci che un buon servizio non dipende dalle nostre capacità o dalle cose che ci riescono meglio, ma dalla nostra ubbidienza e dalla determinazione di essergli fedele, pronti a pagare ogni prezzo. Ancora il Signore ci potrebbe spogliare delle nostre certezze, di quelle idee che nel tempo abbiamo reso assolute. Facilmente le nostre convinzioni, le nostre dottrine generano in noi un modo di credere statico e fossilizzato, pieno di pregiudizi e preconcetti che ci impediscono di metterci in discussione, insuperbendoci. Quando ci appoggiamo eccessivamente agli insegnamenti che abbiamo ricevuto nel passato, magari all’inizio della nostra conversione, rischiamo di invecchiare spiritualmente e di non essere più capaci di ricevere nuove e fresche lezioni da parte dello Spirito, essenziali per una crescita continua. Ma attraverso varie situazioni il Signore potrebbe far crollare queste nostre certezze. Forse all’inizio ci sentiremo smarriti e confusi, ma questo ci spingerà ad attingere alla Parola di Dio alla ricerca di un’acqua sempre fresca e dissetante. E’ chiaro che la privazione di qualcosa di importante per noi produca alla nostra vita molto dolore. Sono tanti anni ormai che il Signore ha iniziato il suo processo di spogliamento in me, principalmente attraverso la mia malattia, ma anche attraverso difficili scelte e dure rinunce. A volte mi guardo allo specchio e provo vergogna di ciò che vedo, ma è proprio in quelle occasioni che con facilità tendo ad abbassarmi e vedo emergere l’immagine di Gesù che vive dietro di me. Quanto più permettiamo a Dio di spogliarci dei nostri abiti di cui ci vantiamo tanto, tanto più Egli ci riveste delle Sue vesti bianche, pure ed incorruttibili. Forse il nostro esercito sarà composto solo di trecento uomini forti e valenti, ma ci sarà Dio a combattere per noi e questo sarà il nostro unico vanto.

 

 
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