SARA COTRONEO ...

Il mio nome è Sara, sono nata a Roma nel giugno del 1975. Fin da piccola, grazie agli insegnamenti ricevuti dai miei genitori (mio padre Antonino Cotroneo è stato un amato predicatore del Vangelo a Roma e nel Sud d’Italia), è nato in me il desiderio di dedicare la mia vita al servizio di Dio. All’età di diciannove anni ho lasciato la mia città per unirmi ad una missione evangelistica, in cui ho operato a tempo pieno per tre anni. Nel Novembre del 2001 ho conseguito la Laurea in Servizio Sociale con lo scopo di raggiungere, attraverso questa professione di assistente sociale, la gente bisognosa del Vangelo. Nell’agosto del 2003, insieme a mio marito Luca e mia figlia Daiana, mi sono trasferita nell’entroterra genovese per iniziare un’attività evangelistica. Purtroppo, nel maggio 2004, all’età di 29 anni, mi è stata diagnosticata una malattia cardiorespiratoria e, dopo aver tentato senza esiti positivi alcune terapie d’avanguardia, sono stata inserita in lista per un trapianto cuore-polmoni. Il periodo di sofferenza e solitudine causato dalla malattia ha rappresentato da subito per me un tempo di grande riflessione sui temi profondi e delicati della vita, come appunto le malattie, la sofferenza e la morte. Queste riflessioni hanno portato un grande cambiamento e maturazione nel mio carattere e una forte sensibilizzazione verso i bisogni umani, mentre giorno per giorno imparavo ad abbandonare il mio futuro nelle mani del Signore, con fiducia e speranza. Il desiderio crescente di condividere con altri queste riflessioni mi ha spinto a scrivere due libri di meditazioni: il primo: “Ascoltando il silenzio di Dio” pubblicato dalla Gross Comunicazione nel 2005 e il secondo “Nel segreto di una stanza” pubblicato dalla Cotroneo Editore nel 2007, una nuova Casa Editrice cristiana fondata insieme a mia sorella Michela nel dicembre del 2006. Nel giugno del 2009 è stato pubblicato il mio primo romanzo “La colpa di esistere” che ha riscosso un discreto successo. A metà luglio del 2010, dopo sei anni di sofferenza e malattia, Dio ha risposto alle mie molteplici preghiere e a quanti nel tempo e con costanza mi sono stati vicino, sostenendomi e incoraggiandomi, ed ho subito il trapianto di cuore e polmoni, con buon esito. Oggi sto bene e mi presento a Dio piena di gratitudine e gioia, con il solo desiderio di continuare a testimoniare della sua fedeltà e della sua potenza, capace ogni giorno di trasformare il nostro lutto in una danza eterna.

Contatto: habibi75@libero.it


Un vaso guasto

Allora io scesi nella casa del vasaio ed ecco egli stava lavorando alla ruota; e il vaso che faceva si guastò, come succede all’argilla in man del vasaio,
 ed egli da capo ne fece un altro vaso come a lui parve bene di farlo.
Geremia 18:3-4

Ahimè! Quante volte capita nella nostra vita di sentirci proprio come questo vaso: guasto!
Stiamo vivendo un momento pieno di benedizioni spirituali, abbiamo iniziato una opera nel servizio al Signore e siamo carichi di entusiasmo, sentiamo fermentare dentro di noi un nuovo progetto che certamente porterà frutto, stiamo maturando in fretta nella conoscenza del Signore… ma improvvisamente accade qualcosa di inaspettato che porta alla nostra vita uno scoraggiamento disarmante e ci sembra che tutto quello che abbiamo costruito con cura ed attenzione o che stavamo per costruire improvvisamente crolli e si sbricioli in mille pezzi. Proprio sul punto più bello in cui il vaso stava per assumere una mirabile forma si guasta inaspettatamente. Perché? Perché anche se poteva sembrare il contrario, in realtà, il vaso ancora non era buono! Se volgiamo lo sguardo in dietro al nostro passato possiamo quasi certamente vedere il nostro cammino spirituale segnato da tante tappe verso le quali una dopo l’altra ci siamo protesi, abbiamo raggiunto e poi superato, spingendoci verso il raggiungimento di quella successiva. Ma tante volte il raggiungimento di una di queste mete ha significato per noi un annullamento totale delle esperienze passate. Avremmo potuto proseguire il cammino solo se non fossimo caduti nell’errore di appoggiarci sulle nostre capacità, acquisite dal nostro vissuto. Abbiamo in poche parole dovuto imparare tutto da capo. Abbiamo dovuto cancellare ogni nostra conoscenza data dall’esperienza e protenderci verso ciò che ci aspettava, come se fossimo piccoli bambini ai primi passi della propria vita, sebbene in realtà avessimo già corso a lungo fino ad allora. E’ dura sentirci inesperti ed incapaci quando fino ad un momento prima credevamo di essere abili e ben preparati! La nostra vita spesso è costituita da continue cadute e continui rialzamenti. Ma non sempre le nostre cadute sono determinate da qualche nostro errore o sono del tutto negative. A volte sono necessarie, volute da Dio, per permetterci di prendere fiato e comprendere bene quale sia la direzione verso cui proseguire il cammino. A volte è necessario cadere a terra, farsi male, guastarsi completamente e lasciare che il Signore inizi un’opera completamente nuova in noi per renderci di grande valore. Così, ciò che ai nostri occhi può sembrare un grande fallimento e una grande sconfitta, in realtà potrebbe essere l’inizio di qualcosa di grandioso. Ci sentiamo delusi, amareggiati, incompresi, quando l’argilla del nostro essere è completamente spalmata a terra, informe e ripugnante. Ci sentiamo fango inutile e privo di valore. Fin quando non arriva la mirabile mano del Vasaio che ci raccoglie da terra e inizia a dare una bellissima forma a ciò che forma prima non aveva. E’ molto dura attraversare quei momenti in cui ci sembra che dobbiamo ricominciare tutto da capo. Ci sentiamo come il contadino che vede guastare tutto il suo raccolto da una grandine nemica che in pochi secondi porta via il guadagno di mesi di duro lavoro, fatica e sudore. Ci sentiamo come l’investitore che in un solo crollo della Borsa non previsto vedere svanire tutte le sue ricchezze. Ci sentiamo come lo scolaro ben preparato che si presenta ad un esame dopo giorni di stancante e faticoso studio e si sente porgere una domanda su quell’unico argomento che aveva trascurato, perché ritenuto di poca importanza. Ci sentiamo falliti, oppressi, delusi. Sentiamo la nostra esistenza roteare vorticosamente su quella ruota che gira e gira fino a farci perdere l’equilibrio e farci precipitare a terra, completamente sconfitti. Eppure abbiamo compiuto ogni sforzo, abbiamo ragionato, programmato nei minimi dettagli il progetto della nostra esistenza ed ora vediamo il nostro edificio nuovo e gradevole crollare inesorabilmente, come fosse stato fabbricato solo con paglia. Fin quando non arriva il nostro Signore che raccoglie i nostri mattoni da terra e dà inizio ad una nuova costruzione. La vita di ciascuno di noi è costituita da un susseguirsi di successi e di precipitosi fallimenti, ma ciò che ai nostri occhi appare una sconfitta potrebbe essere un’opportunità per il nostro Creatore di renderci migliori. Possa essere oggi il nostro più grande desiderio portare compiacimento agli occhi del nostro Signore, essere graditi al suo cuore e portare soddisfazione al Suo volere. Ma questo sarà possibile solo se con ogni umiltà ci lasciamo guastare, plasmare e riformare come a Lui pare bene di fare. Un vaso guasto può essere il principio di una preziosa opera d’arte fabbricata dalle mani di un abile Artista.


Il Buono e il Meglio

Ma il Signore, rispondendo, le disse: Marta, Marta, tu ti affanni e t’inquieti di molte cose
 ma di una sola fa bisogno. Maria ha scelto la buona parte che non le sarà tolta.
Luca 10:41

La vita di ognuno è segnata da tanti bivi che si presentano continuamente sul nostro percorso. Senza che ce ne rendiamo conto ogni ora della nostra giornata ci conduce a fare delle scelte. Una decisione presa al mattino potrebbe condizionare l’andamento dell’intera giornata. Poi ci sono delle decisioni più importanti, che non condizionano solo uno dei nostri giorni, ma tutta la nostra futura esistenza. Sicuramente la scelta è facile per ogni buona persona quando si trova di fronte alla scelta di percorrere una strada cattiva o una strada buona. Tendenzialmente ciascuno di noi sceglierebbe senza indugio la strada buona. Ma che fare quando davanti a noi il bivio ci pone di fronte un viale di mandorli in fiore e un viale pieno di aiuole ricche di fiori profumati e colorati, in poche parole quando entrambi le decisioni sembrano giuste e buone? E’ facile la scelta. Se entrambi i sentieri sono buoni si tratta solo di comprendere quali fra i due sia il migliore. La scelta è fra il buono e il meglio.
Ora Gesù si trova in bilico tra due donne (situazione in cui non auguro a nessun uomo di trovarsi mai): una donna che lo serve ed una donna che lo ascolta. Sicuramente entrambi stanno facendo una cosa giusta e degna di lode. Entrambi si stanno comportando come delle donne umili, amorevoli, gentili, ma chi si sta comportando meglio? Ora non voglio parlare dell’antitesi tra preghiera e servizio, perché ritengo che ogni credente maturo sappia comprendere che siano entrambi degli elementi indispensabili per la crescita spirituale e che non sono in contrapposizione tra loro, piuttosto sono strettamente complementari e non possono sussistere l’uno senza l’altro. Ogni credente dovrebbe dedicare il giusto tempo ad entrambi. Ma ciò di cui oggi voglio parlare sono le migliori scelte per la nostra vita. Quante volte delle scelte sono sembrate ai nostri occhi buone e giuste ed invece poi ci hanno condotto ad un fallimento totale! Quante volte ho sentito Gesù che sussurrava al mio orecchio “Sara, Sara tu ti affanni e t’inquieti di molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno e tu non sai scegliere la buona parte che non ti sarà tolta”! Quante volte compiamo delle azioni convinti di fare cosa gradita a Dio, ma la reale motivazione è che vogliamo solo compiacere a noi stessi? Quante guerre sono state fatte in tutti tempi e in ogni dove in nome di Dio, mentre l’uomo non voleva altro che aumentare il proprio potere e la propria ricchezza! Quante stragi sono state commesse mentre l’uomo alzava vessilli: “In difesa di Dio”, mentre non voleva altro che saziare la propria sete di giustizia ed amore di se stesso. Povero uomo illuso, crede veramente che il Creatore del cielo e della terra abbia bisogno di lui per essere difeso! Allora permettetemi di fare piccole considerazioni. E’ buono recarsi giornalmente a far visita ai nostri fratelli soli e bisognosi, ma non è forse meglio, naturalmente quando sia possibile, condurli a casa nostra e preparare loro un buon pranzetto, affinché non si dica di noi che siamo degli ospiti inopportuni e sconvenienti? Quante persone ingannano se stesse affermando di fare cosa buona andando per le case a fare visita alle famiglie della chiesa, quando in realtà stanno semplicemente scappando dalla propria famiglia e dalle proprie responsabilità. Apriamo, piuttosto, le nostre case e invitiamo i soli e i bisognosi. Offriamo loro un pane che sazia la loro anima e un’acqua che disseta il loro cuore. E non si potrà mai dire di noi che vogliamo approfittare dei beni altrui. E’ buono credere che sia sufficiente cercare nella chiesa il compagno o la compagna della propria vita per avere un matrimonio felice e benedetto dal Signore, ma è meglio accertarsi che oltre ad essere un buon credente abbia anche i nostri stessi desideri di servizio e consacrazione, perché non ci si ritrovi nella vita di coppia a percorrere sentieri diversi che portano a divisioni nella famiglia e che allontanano moglie dal marito. E’ triste per me vedere delle mogli o dei mariti in un angolo della chiesa, imbarazzati nel dover inventare qualche ridicola scusa per giustificare l’assenza del compagno, che in realtà era semplicemente disinteressato a quel seminario o a quella attività. Quando due giovani vite si stanno accordando per vivere tutta la loro vita insieme sarebbe meglio che occupino molto tempo a considerare se hanno gli stessi obiettivi, i stessi sogni e i stessi progetti spirituali affinché questi stessi non si rivelino nel tempo la peggiore causa della fine del loro matrimonio. E’ buono affidare i nostri figli alle amorevoli cure del monitore o del responsabile dei giovani della nostra chiesa, ma è meglio che noi genitori impariamo a spendere del tempo con i nostri ragazzi, insegnando loro la Bibbia, offrendo una sana educazione secondo il piacere di Dio e ascoltandoli nei loro segreti e bisogni (spesso basta un semplice gioco fatto insieme o una sciocca storiella inventata per regalare al proprio bimbo una briciola di gioia immensa). Spesso il momento più bello delle mie giornate è quando metto a letto mia figlia e lei comincia a parlare senza sosta e mi confessa spontaneamente tutte quelle informazioni che invano ho cercato di strapparle dalla bocca per tutta la giornata. I nostri bambini hanno dentro di sé dei tesori nascosti che possono arricchire enormemente la nostra vita se diamo loro la possibilità di donarli a noi. E’ buono voler essere sempre a conoscenza dei problemi dei nostri fratelli per poter essere di sostegno e di conforto e cercare di offrire loro dei buoni consigli, ma quante volte ci siamo sentiti sopraffatti da situazioni tristi e problemi gravi che hanno condotto noi stessi, che volevamo offrire il nostro aiuto, più in confusione di chi l’aiuto lo cercava? Capita non poche volte di sentirci rinfacciare dalla persona a cui abbiamo dato dei consigli di averle suggerito la scelta sbagliata che l’ha portata a compiere degli errori e ci fa sentire un disastro totale. Allora, a volte, non è meglio spendere semplicemente dei momenti insieme in preghiera e lettura della Parola affinché Dio stesso suggerisca direttamente al nostro amico la cosa migliore da fare per risolvere i propri problemi? Certo Marta era convinta di fare la cosa giusta nel preparare del cibo per il Maestro e di rendere la casa pulita, profumata ed accogliente per il suo Signore, ma Maria sapeva nel suo cuore che un giorno il suo Salvatore le sarebbe stato tolto per sempre e che le opportunità che la vita a volte ci regala potrebbero essere perse per sempre se non le si coglie a volo. Quale opportunità più bella e più importante per la nostra vita di ascoltare la voce di Dio in persona? Io bramo con tutta me stessa il giorno che potrò sedermi ai piedi di Gesù e di gustarmi, saziarmi e dissetarmi esclusivamente del caldo suono della sua voce. Marta ha fatto un buona scelta, ma Maria ha fatto la scelta migliore ed è Gesù a dirlo. Prega con me, in questo momento, affinché la vita che in questo stiamo oggi vivendo, sia la vita migliore possibile per noi, quella spesa ai piedi del Maestro, in umile atteggiamento di ascolto ed abbandono a Lui.


Consigli per gli acquisti

“Io ti consiglio di comprare da me dell’oro affinato col fuoco, affinché tu arricchisca;
e delle vesti bianche, affinché tu ti vesta e non apparisca la vergogna della tua nudità;
e del collirio per ungertene gli occhi affinché tu vegga”.
Apocalisse 3:18

E’ meraviglioso scoprire giorno per giorno nella Bibbia, la Parola di Dio, come il Signore abbia pensato proprio a tutto circa la nostra vita. Ecco dei versi in cui ci dà dei buoni consigli per i nostri acquisti. Oggi la parola “crisi” risuona un po’ dappertutto. Sebbene ci si riferisca prevalentemente ad una crisi economica, in realtà la crisi dei valori, degli affetti, dell’etica ci ha colpito già da tempo. In questi versi Gesù si rivolge ad una chiesa ricca, o almeno che si crede tale. Poco prima infatti dice: “Tu dici : Io sono ricco, e mi sono arricchito, e non ho bisogno di nulla, e non sai che tu sei infelice fra tutti, e miserabile e povero e cieco e nudo.” Una chiesa che si illude di aver tutto, ma che non sa nemmeno più da che parte stare: né fredda né fervente. Potremmo azzardare a dire che tutto questo benessere ha portato alla chiesa descritta in questi versi un po’ di confusione, su come investire le proprie ricchezze. Gesù consiglia di comprare da Lui dell’oro affinato. Un tipo di oro provato e riprovato col fuoco. Non un’imitazione, non un falso, che sa abbagliare i nostri occhi, ma alla vista di qualunque esperto risulta di nessun valore. Ma l’oro che viene raccolto con cura nei fiumi della grazia e della misericordia, passato dal crogiuolo delle sofferenze e del dolore, modellato secondo una volontà suprema e infallibile e poi venduto direttamente da Dio a chi si reca bisognoso da lui. Questo è l’unico oro che ha un valore inestimabile e che dà all’uomo la vera ricchezza. I doni della grazia, della giustizia, dell’amore e quant’altro, acquistati attraverso il sacrificio umano di Gesù, sono l’oro che non si corrode, non marcisce e non perisce mai e che non può essere rubato neanche dal ladro più astuto. Questo oro ci impedisce di diventare miserabili e poveri come la vita di chi non ha saputo trovare in Dio la vera ricchezza. Il nostro Signore ci consiglia ancora di acquistare delle vesti bianche, affinché ci possiamo vestire e nascondere la nostra nudità. Da sempre il bianco è il colore della purezza. Cosa ci fa vergognare di più se non il nostro peccato? Gli abiti che indossiamo tutti i giorni, che appaiono ben puliti e stirati, nascondono purtroppo spesso delle macchie non visibili agli altri, ma noi conosciamo perfettamente dove sono quelle macchie e cerchiamo con ogni mezzo di nasconderle. La nostra mente, quindi i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri progetti, non sono spesso contaminati da fini malvagi e da scopi egoistici? La nostra vita passata e presente non è spesso macchiata da errori che teniamo ben nascosti affinché non diventiamo oggetto di critiche e pettegolezzi della gente? Ma per quanto cerchiamo di chiudere tutte le nostre colpe in un baule e sigillarle con cura, non è forse vero che hanno il potere di tormentare costantemente la nostra coscienza e macchiare tutto il corredo che è conservato con cura in quel baule? Come la muffa che di nascosto si diffonde tutta intorno, fino a rendere inutilizzabile qualsiasi abito, così i nostri errori contaminano tutto ciò che di buono riusciamo a fare fino ad avere delle conseguenze negative anche sulla vita di chi ci circonda. Possiamo tirare fuori dal baule i nostri abiti sporchi e buttarli via per poi recarci da Gesù e fare acquisto di vesti, che Gesù, attraverso la sua morte e la sua resurrezione, ha reso bianche, candide, pure, cucite su misura proprio per noi, affinché possiamo vivere senza vergogna e sensi di colpa. Le vesti sono il nostro spirito e la nostra anima, con cui ci vestiamo ogni giorno. Infine, Gesù ci consiglia di acquistare un po’ di collirio per vedere. In questi giorni se ci rechiamo da un qualsiasi ottico possiamo rimanere a lungo indecisi di fronte alla vastità di scelta di occhiali che ci vengono proposti. Innumerevoli tipi di montature, di forme e colore diversi. E noi impieghiamo molto tempo prima di essere convinti sul modello da acquistare. Proviamo ad una ad una ogni montatura per vedere quale si adatti meglio al nostro viso e ci renda più belli. Ultimamente andava di moda che anche le lenti fossero colorate. Gli occhiali da sole sono sempre acquistati e non solo per ripararsi dal sole. A volte utilizziamo gli occhiali da sole per nascondere i nostri occhi. Quanti personaggi famosi li utilizzano per non farsi riconoscere e rimanere anonimi! Così anche la gente comune, a volte, li indossa per nascondere il proprio sguardo. Ma oltre a  celare il proprio sguardo, questi tipi di occhiali impediscono anche a chi li porta di vedere con chiarezza. Soprattutto se si entra in un tunnel. Gesù dice nella sua Parola che l’occhio è la lampada del nostro corpo (Luca 11:34). Attraverso i nostri occhi, dunque, noi possiamo conoscere l’ambiente che è attorno, ma anche gli altri possono conoscere l’ambiente che è dentro di noi. Possiamo indossare un bel paio di occhiali che ci permetta di correggere la nostra miopia spirituale, ma quando li toglieremo torneremo ad essere ciechi e sentirci persi lungo la strada che stiamo percorrendo. Siamo ciechi: con quanta difficoltà spesso fatichiamo a vedere la strada che Dio ha scelto per noi! E ancora quanto spesso non siamo capaci di vedere gli ostacoli o peggio i burroni che si presentano improvvisamente lungo il percorso e facciamo dei capitomboli pazzeschi che portano la nostra condotta a farsi delle ferite profonde! Quanto spesso siamo così miopi da non saper vedere i bisogni di chi vive proprio accanto a noi! Oh, possiamo spendere tutto il denaro che vogliamo per acquistare un paio di occhiali all’ultima moda, con lenti scure o colorate, ma ciechi siamo e ciechi rimarremo! Essi offuscano la luce necessaria per scorgere i difetti minuscoli della nostra spiritualità. Non vorremmo mai vedere il nostro volto riflesso su uno specchio vicino ad una finestra esposta al sole, perché notiamo un’infinità di imperfezioni che ci fanno apparire terribilmente brutti. Non è forse vero che molte sale di svago e divertimento illuminano l’ambiente con luci soffuse proprio per far apparire tutti più belli? Ma Gesù vuole che viviamo nella sua luce e che non siamo figli delle tenebre. Egli stesso ha preparato con cura un collirio che agisce direttamente sui nostri occhi per guarirli. Forse all’inizio ci procura un po’ di bruciore, ma poi ci accorgiamo immediatamente che la nostra miopia spirituale è stata curata e i nostri sguardi sono stati purificati.
Bene, questo è il momento giusto, rechiamoci dal Signore con un grosso carrello e facciamo la nostra bella spesa. E non c’è crisi che ce lo possa impedire: è tutto gratuito!


L’unione fa la forza!

“ Io non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: che siano tutti uno; che , come Tu o Padre sei in me ed io sono in Te
 anche essi siano in noi; affinché il mondo creda che Tu mi hai mandato”.
Giovanni 17:20, 21

Lo scorso anno io e la mia famiglia abbiamo vissuto uno dei periodi più difficili degli ultimi tempi. Ho dovuto effettuare un ricovero ospedaliero di circa due mesi e mezzo. Non potendo mio marito occuparsi di mia figlia di sei anni a causa del suo lavoro, siamo stati costretti ad affidarla ad una mia zia a Milano. Così io mi trovavo a Pavia, mio marito a Genova e mia figlia a Milano. Era la prima volta che eravamo così divisi. In quei giorni i medici ci avevano detto che le mie condizioni si erano aggravate moltissimo e di prepararci al peggio. Rimaneva una nuova cura da provare, ma non erano sicuri che avrebbe portato buon effetto e dovevano passare alcuni mesi prima di vedere qualche risultato positivo. Erano anni ormai che ricevevo ripetutamente brutte notizie sulla mia salute. Eppure, insieme a mio marito avevamo sempre affrontato ogni momento di difficoltà riponendo la nostra fiducia nel Signore e dandoci forza e incoraggiamento a vicenda. E questo ci aveva sempre reso stabili. Ma ora mi sentivo particolarmente debole. Non riuscivo ad affrontare tutto quello che mi accadeva con serenità. Tutte le cure in ospedale mi sembravano insopportabili, non volevo socializzare con le mie compagne di stanza e la notte piangevo continuamente. Non mi ero mai sentita così vulnerabile e incapace di reagire. Fino a quando il Signore ha cominciato a parlare al mio cuore. Tutta la forza mia e di mio marito, tutta la serenità e la stabilità con cui avevamo sempre affrontato la mia malattia, veniva dalla nostra unione. Avere mio marito accanto a me e mia figlia, mi aveva sempre incoraggiato a provare nuove cure e a credere che avrei vinto la malattia con la forza del mio amore per loro. Ma ora erano distanti da me. Non potevamo incoraggiarci a vicenda. Mia figlia non poteva darmi fiducia con i suoi sorrisi e la sua spensieratezza infantile; mio marito non poteva consolarmi con la sua tenerezza e la sua forza. Ero sola. Preoccupata per la mia bambina che si trovava lontana e che non poteva frequentare la scuola e lontana da mio marito, che sapevo a casa da solo, la sera nella nostra casa fredda e sporca. Quanto soffriva il mio cuore: eravamo separati! Dio mi parlava ed io piano piano capivo ciò che voleva insegnarmi. E’ bello come Giovanni, colui che si definiva egli stesso “il discepolo che Gesù amava” dia molto spazio nei capitoli del suo Evangelo che narrano le ultime ore della vita di Gesù, agli ultimi discorsi, profondissimi pronunciati dal Maestro. I versi che stiamo meditando riportano la preghiera che Gesù fa al Padre. E dopo aver pregato a lungo per i suoi discepoli rivolge una preghiera per noi tutti e chiede un’unica cosa: che siamo uno, come Lui e il Padre sono uno. Ecco la forza della Chiesa: l’unità! E’ l’unità che ci permette di affrontare le debolezze di un mondo che somiglia ad un malato terminale in fin di vita; è l’unità che ci permette di lottare contro la depravazione e il decadimento delle menti di una società sempre più corrotta e maligna; è l’unità che ci può far resistere alle tentazioni di piaceri ingannatori sempre più a portata di mano, che rendono l’uomo incatenato dalla propria concupiscenza; è l’unità che ci fa vincere la persecuzione e resistere alla derisione della gente, mantenendoci fedeli alla nostra chiamata. L’unità! Solo questo Gesù chiedeva al Padre per noi. Ma, ahimè, quanto stiamo impedendo al Padre di poter rispondere a questa preghiera del Suo amato Figliuolo? Non appare forse la Chiesa di Cristo in questi giorni sempre più divisa, sempre più smembrata. Chiese locali in lotta fra loro per futili motivi di interpretazione delle Scritture; a caccia di anime da depredare; in competizione per attività all’ultima moda da ostentare. Chiese divise nel proprio interno, spaccate dal disprezzo, dall’invidia, dal proprio desiderio di affermazione in quello che dovrebbe essere un umile servizio al Signore. E andando ancora più in profondità: le famiglie stesse dei credenti che dovrebbero dare forza sono sempre più divise, mascherando tradimenti, ribellioni, incomprensioni. La Chiesa è spaccata nelle radici più profonde che la dovrebbero sostenere in piedi. E barcolla cercando di andare avanti, aggrappandosi ad appigli sdrucciolevoli ed instabili. Non appare così come un corpo smembrato, zoppicante, che cammina a fatica per le strade del mondo senza portare il profumo di Cristo attorno a sé? Una Chiesa amputata dei suoi arti, sparsi qua e là, osservata dal disprezzo di un mondo che ride di lei. Calunniata da una società scandalizzata e turbata dalla sua incoerenza. Non diceva Gesù che tutti avrebbero saputo che noi siamo i Suoi discepoli “per l’amore che abbiamo gli uni per gli altri”? Discepoli, invece, che spendono tempo a bisticciare, ad infamarsi e a mordersi a vicenda. Forse siamo più conosciuti per gli scandali e le divisioni che per il nostro amore, puro e verace, che sa farsi notare. Una Chiesa divisa è una chiesa vulnerabile, debole, malsana, incapace di portare salvezza, perdono, guarigione alle anime perdute che attendono smarrite la gloria di Dio.“… che siano perfetti nell’unità… affinché il mondo conosca che Tu mi hai mandato!”. Preghiamo insieme che il Signore ci dia sapienza per abbattere le barriere delle divisioni; che ci dia forza per saldare le lacerazioni interne, le fratture che fanno zoppicare il Suo popolo e che ci renda forti e stabili nell’unità di una Chiesa santa e pura. Chiediamo a Dio che possiamo amarci di un amore raro e prezioso come quello che Lui ha mostrato a noi. Decidiamo oggi di essere la risposta alla preghiera di Gesù affinché siamo uno nel cuore, nella mente, nel desiderio di annunciare la buona novella, nel desiderio di dare cibo all’affamato e acqua spirituale all’assetato. Nel desiderio di far conoscere al mondo che Gesù è stato mandato da Dio, come affermano i versi citati. C’è molto da fare, lo so, ma è l’unico desiderio espresso da Gesù per noi: vale la pena sudare un po’ per soddisfarlo, non è vero? E’ stato meraviglioso il mio ritorno a casa. Non ero felice perché ero viva, stavo meglio e le nuove cure portavano dei grandi benefici al mio corpo: ero di nuovo a casa con la mia famiglia. Eravamo di nuovo uniti, stretti gli uni agli altri. E tutto mi faceva credere in cuor mio che finalmente ero invulnerabile.


Che bella giornata di pioggia!

e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti
(Matteo 5:45)

Tante volte ho sentito pronunciare tra credenti e non questo interrogativo: “Se piove sui giusti e sugli ingiusti, che beneficio ho io ad essere un figlio di Dio?” Anche io ho ragionato su questo, dopo che tante persone mi rivolgevano ripetutamente questa domanda, chiedendomi perché fossi così malata, nonostante nella mia vita avessi sempre amato e servito Dio. Perché Dio permette tutte queste difficoltà in me? Perché lascia che i suoi figliuoli amati affrontino prove difficili da sopportare e assaggino l’amarezza del calice della sofferenza e del pianto? Perché dobbiamo vivere lunghe giornate buie, piene di nuvoloni che minacciano tempeste sul nostro capo e per giorni e giorni non vediamo un raggio di luce? Perché non fa splendere un po’ di sole una volta e per tutte? Ho posto anche io queste domande al Signore e nell’intimità del mio cuore, come risposta ho trovato che basta meditare un po’ e si comprende che il beneficio della sofferenza si manifesta non nelle prove, ma nella differenza che c’è nell’attitudine di chi ama Dio e chi non lo conosce.“L’ingiusto” si sveglia la mattina, scosta le tendine della finestra per guardare fuori ed esclama: “Ecco un altro giorno di pioggia, che tristezza! Ora dovrò uscire fuori con l’ombrello, mi bagnerò le scarpe e forse anche i pantaloni e sarò costretto a stare tutto il giorno in ufficio con gli abiti umidi. Per strada incontrerò molto traffico e non potrò correre con l’automobile perché le ruote potrebbero slittare. Arriverò in ufficio zuppo e in ritardo, già nervoso e litigherò con tutti. E poi mi verrà anche un bel raffreddore, che renderà tutto ancora più insopportabile. Ecco, tutto ciò che mi aspetta oggi è una bruttissima giornata e tutto per colpa della pioggia”. Ma anche “il giusto” si sveglia, scosta le tendine della finestra ed esclama: “Grazie Signore, quanta abbondanza di pioggia! Oggi la terra sarà dissetata ed i campi annaffiati dalla Tua mano potente. Il pastore avrà più acqua per il suo gregge ed il contadino vedrà il suo raccolto diventare più ricco e sazio. La vite sarà abbeverata e i chicchi d’uva saranno grossi e lucenti ed un buon vino spumeggerà nelle botti. Il grano maturerà dorato e le spighe si piegheranno per il peso di un carico abbondante, così i granai saranno pieni e profumati. Gli alberi saranno dissetati ed ergeranno dei rami robusti e carichi di foglie verdi e frutti copiosi. Anche i fiumi si arricchiranno e gli animali si accosteranno ad essi, trovando acqua fresca ed abbondante che disseterà i loro corpi. E l’uomo non temerà la siccità: Avrà le sue cisterne traboccanti di acqua. Si disseterà e potrà lavare con cura il proprio corpo. Annaffierà i suoi giardini che saranno rigogliosi, adornati da profumi e colori vivi. Oh Grazie Signore per questa meravigliosa giornata di pioggia!”. E’ vero, le prove e le tempeste arrivano sulla vita sia di coloro che amano Dio che di coloro che non lo amano. Ma, mentre gli ingiusti non hanno nessuna speranza nella loro vita e non sanno fare altro che lamentarsi e a volte, ahimè, adirarsi con Dio per le loro sofferenze, i giusti per la fiducia che hanno in Dio, sanno trasformare le difficoltà in arricchimento per la loro vita e in nuove opportunità di maturazione e di crescita spirituale. La sofferenza in un uomo che ha riposto in Dio le sue certezze, rende il cuore calmo, sereno, sensibile, umile. Ma, concedetemi ancora un semplice paragone: come nei giorni di pioggia è meraviglioso poter mettere per un po’ da parte tutti i nostri impegni e poter rimanere a letto, abbandonandosi al tepore di un sano riposo, anche nelle difficoltà della vita è meraviglioso poter imparare ad abbandonarsi al riposo, alla calma e al tepore di un caldo abbraccio di Dio, aspettando che torni a splendere il sole. 


Semplicemente Grazie!

… giacché ho imparato ad esser contento nello stato in cui mi trovo
(Filippesi 4:11)

Più volte mi sono trovata dei bigliettini nelle mani con queste parole: “Semplicemente grazie”. Sono parole estremamente vere. A volte quando desideriamo esprimere la nostra riconoscenza verso qualcuno vorremmo dire o fare chissà cosa. Ma poi tutto ci sembra piccolo ed insufficiente per dimostrare realmente la gratitudine che proviamo dentro. E allora ci limitiamo a dire un semplice “grazie”, che forse come termine in sé stesso già dice tutto. E’ facile, non è vero? Solo un semplice “grazie” da sussurrare all’orecchio di chi ha dimostrato di amarci! Eppure, ahimè, sembra sempre più raro sentir pronunciare questa piccola parolina. Quando io ero piccola le condizioni sociali di una famiglia di ceto medio erano ben differenti rispetto ad ora. Mi ricordo che durante i miei compleanni ero davvero felice di scartare l’unico regalo ricevuto. Ero contentissima e lo curavo come quanto di più prezioso avessi. Oggi provo un po’ di tristezza quando andando alle feste di compleanno vedo bambini scartare una montagna di regali. Ansiosi della sorpresa ricevuta, prendono un dono dopo l’altro, lo scartano velocemente, gli danno un’occhiata rapida e poi lo accantonano per prenderne subito un altro, scartarlo e di nuovo accantonarlo. A mala pena ringraziano chi li ha acquistati per loro e, a volte lo fanno solo perché vengono sollecitati dai genitori. Non considerano naturalmente, essendo bambini, che qualcuno abbia pensato a quale regalo fare, lo abbia cercato, abbia speso dei soldi e del tempo per acquistarlo e, magari, abbia anche faticato un po’ per impacchettarlo (io sono del tutto incapace a fare i pacchetti e chi mi conosce lo sa!). Non ci pensano perché ne hanno così tanti e la voglia di averne un altro è più forte della gratitudine per quelli già scartati. Quale insegnamento per la nostra vita spirituale! I doni di Dio sono talmente numerosi che a volte li diamo per scontati, li apprezziamo poco e non pensiamo al prezzo che è stato pagato perché oggi potessimo averli. E siamo sempre lì a lamentarci perché siamo insoddisfatti di ciò che abbiamo e vorremmo sempre qualcosina in più. Ho visto credenti ricevere i doni di Dio, scartarli frettolosamente e poi accantonarli insoddisfatti senza un minimo cenno di gratitudine. “Oh la salvezza è una cosa meravigliosa, ma ho bisogno anche della salute nella mia vita; oh sì, ho un lavoro stabile e sicuro, ma vorrei guadagnare un po’ di più; oh sì, la mia casa è grande e spaziosa, ma avrei bisogno di qualche mobile in più; è vero mio marito mi ama tanto e farebbe tutto per me, ma è un gran disordinato…” Potrei continuare con molti altri esempi. Eppure, quando i problemi arrivano sul serio e non c’è bisogno di andarseli a cercare, comprendiamo che dovremmo ringraziare il Signore anche per il solo fatto che la mattina, al nostro risveglio apriamo gli occhi e la sera possiamo richiuderli. Ecco che l’apostolo Paolo con poche parole ci ammaestra sulla gratitudine: “Ho imparato ad essere contento nello stato in cui mi trovo”. E’ la versione biblica che preferisco, perché alcune usano il termine “accontentarmi”. Ma non credo che esprimano realmente quello che l’apostolo volesse dire. Non credo che lui si accontentasse di quello che le circostanze gli offrivano. “Essere contento” è molto più che accontentarsi. Consideriamo insieme: da chi ci viene questo insegnamento? Da un uomo che sapeva innalzare inni di gioia al Signore anche nell’oscurità più profonda di una prigione, dopo aver ricevuto percosse e vergate. Da un servo che aveva attraversato paesi e città per anni di cammino e spostamenti, affrontando tempeste, malattie, fame, freddo. Da un animo che aveva subito la persecuzione, l’infamia, il disprezzo umano, la vergogna, eppure ancora sapeva affermare: “Contrastati, eppur sempre allegri”. Allora, se ha potuto pronunciare queste parole l’apostolo Paolo, probabilmente, anche ciascuno di noi in questo momento potrà portare sull’altare un sacrificio di lode ed offrire un sorriso al Signore, dicendo semplicemente “grazie”.

 


...Serie riflessioni maturate durante un tempo di malattia e di sofferenza dell’autrice.

 

“Se ci sapremo predisporre all’ascolto, potremo scoprire come Dio parla anche attraverso i Suoi apparenti silenzi.”

 

 

 


Cose mai viste

Le cose che occhio non ha vedute, e che orecchio non ha udite e che non sono salite in cuor d’uomo, sono quelle che Dio ha preparato per quelli che l’amano.
I Corinzi 2:9

Che versi meravigliosi! Quando nella mia vita mi soffermo a contemplare gli spettacoli che la natura ci offre, il mio cuore si commuove e sento gratitudine pensando a quante meraviglie Dio abbia preparato per l’uomo. In autunno, ad esempio, basta affacciarmi da una qualsiasi finestra di casa mia e posso vedere una tale varietà di colori nelle chiome degli alberi che ho la sensazione che il mio occhio non riesca a percepirli tutti: sono solo foglie, ma di verde chiaro, verde scuro, verde chiarissimo, verde scurissimo, giallo chiaro, giallo scuro... non so neanche definirli. Molte volte, leggendo i versi sopraccitati, ho pensato che fossero riferiti alla nostra vita futura, con Dio nei cieli. E’ uno di quei passi delle Scritture che spesso si leggono affissi sulle lapidi come una promessa per il defunto di qualcosa di glorioso che lo aspetta nel cielo.
E leggendolo, ripetutamente mi sono più volte chiesta: “Ma se basta guardarci un po’ intorno per godere già di tutte queste meraviglie che Tu hai creato per i tuoi amati, Signore, cosa ancora di mai visto e mai sentito dovremmo immaginare per il nostro futuro?” Ma poi, ragionando, ho compreso di aver commesso un errore. E’ vero, la vita che ci aspetta in cielo con il Signore sarà gloriosa ed è inimmaginabile per noi lo splendore che ci riserberà, ma in questi versi le Scritture non dicono “sta preparando” o “preparerà”, ma semplicemente “ha preparato”. Grazie Gesù! Non devo aspettare di essere in cielo: le cose meravigliose che avevi pensato per i tuoi amati sono già a loro disposizione. Sono già per noi. E allora considero: quale occhio ha mai visto il duro peccatore che, scoprendo per la prima volta la profondità del perdono divino, si abbandona come un bambino al pianto purificatore del pentimento che porta via ogni errore, mentre apre la sua anima ad una nuova esistenza? Quale orecchio ha mai udito le lodi di riconoscenza innalzate dal sofferente che, anche nelle prove più difficili che la vita ci riserva, riesce ancora a trovare la forza sovrumana di Dio che ci rende stabili e sereni? Quale cuore ha mai sentito salire dentro di sé la gioia inesauribile di chi avverte la presenza del Signore che ci avvolge tutta intorno e dentro di noi? Ciò che non era “salito in cuor d’uomo” e che l’animo umano non aveva mai provato era l’amore di Gesù, perfetto, immutabile, espresso attraverso la suprema opera che solo la Sua grazia può compiere in noi. L’amore del Dio Vivente che ascolta le preghiere dei suoi figliuoli ed agisce in favore di chi spera in Lui. La grazia donataci da Gesù Cristo, che fattosi uomo, ha abitato in mezzo agli uomini ed è morto per la loro salvezza eterna. Queste sono le meraviglie che oggi sono già pronte per noi. Ma, mentre ogni uomo può godere della bellezza del creato di Dio, nessuno può vedere, nessuno può udire, nessuno può provare, quello che possiede il cuore di chi ama Dio


Capitolo tratto dal libro “Ascoltando il silenzio di Dio”:

ATTENTI AL PECCATO!

Il Signore disse a Caino: «Perché sei irritato? e perché hai il volto abbattuto? Se agisci bene, non rialzerai il volto? Ma se agisci male, il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te; ma tu dominalo!» (Genesi 4:6-7)

Qualche tempo fa vedendo alla televisione una trasmissione d’attualità sentii il parere di uno psicologo o giornalista o non so chi sia parlare di Caino. Parlava di lui come di un poveretto che per secoli ha dovuto sopportare il fardello della nomina del “fratello cattivo”. Eh già, in fondo che avrà mai fatto di male Caino, una cosuccia da niente, solo una piccola scortesia verso il fratello Abele… lo ha solo ucciso! Inorridisco al solo pensiero. La nostra società è così impregnata di malvagità che non sa più distinguere il giusto dall’ingiusto. Il peccato viene nascosto, scusato, accettato e poi assorbito. Ahimé questo sta accadendo anche nelle nostre chiese. Il peccato è astuto: ci spia, ci desidera, ci vuole dominare per poi divorarci. Le parole di questi versi della mia vecchia Bibbia sono piene della preoccupazione di Dio verso l’uomo. L’Eterno, come un padre premuroso, avverte Caino riguardo al pericolo in agguato. Cerca di scuoterlo, di risollevarlo, di metterlo in guardia contro un pericolo minaccioso. Ma Caino sceglie di rimanere sordo e, accecato dalla gelosia, adesca Abele nella sua trappola mortale. Il peccato è astuto, ti spia, conosce le tue debolezze e ti attacca nei tuoi punti deboli. Facciamo insieme un giro per le nostre chiese. Siamo onesti: invece di essere degli alberi rigogliosi, ripieni del frutto dello Spirito Santo, a volte sembriamo degli orti abbandonati, pieni di roghi e zizzanie. Volete che sia più chiara? Una volta faceva tanto scalpore quando, di tanto in tanto, si scoprivano dei peccati occulti nelle vite di grandi predicatori: adulterio, pornografia, droga. Ma la chiesa, tanto occupata ad evitare che si scoprissero questi reati nel proprio interno, non si è accorta che nel tempo altri peccati più subdoli si sono infiltrati nelle sue mura. Certe attitudini sono diventate così abituali e palesi tra di noi che non ci preoccupiamo minimamente e le lasciamo mettere radice nel nostro giardino, totalmente indisturbate. L’invidia ne è un esempio. A volte le nostre riunioni di culto si trasformano in delle vere e proprie sfilate di talenti e si fa a gara nell’ostentazione delle proprie abilità. Si gareggia su chi canta o suona meglio, su chi fa le testimonianze più toccanti, su chi predica il messaggio più attraente e simpatico. Le preghiere sembrano dei libri di poesie, invece di esprimere lo strazio dell’intercessione. Chi ha talento e capacità viene innalzato a dismisura, esaltato come il migliore. Viene onorato, se ne parla come se fosse chissà chi. La gloria però, dura poco, giusto il tempo che arrivi un “nuovo migliore”. Allora chi prima era stato osannato, perde ogni stima e attenzione, non serve più a nulla e viene messo da parte, dimenticato. Quante volte ho visto questo nella mia vita e certe volte, ahimé, l’ho pure vissuto! Così nasce l’invidia. Così si alimenta la competizione. Così il nostro cuore si amareggia, si gonfia di rabbia. Il nostro volto diviene abbattuto. Ma non abbiamo il coraggio di ammettere che siamo invidiosi, è troppo difficile. Non abbiamo il coraggio di umiliarci davanti a Dio e chiedere perdono perché l’0fferta che gli abbiamo reso era solo fumo, solo apparenza. Così l’invidia si fa spazio nel nostro cuore e nei nostri pensieri fino a farci “uccidere” i nostri fratelli . Li annientiamo con parole di diffamazione, di calunnia. Li disprezziamo pubblicamente, finché si allontanino il più possibile da noi, finché spariscano per sempre dalla nostra presenza. Miseri noi! Il peccato si insinua nelle nostre vite. Striscia fra i banchi delle chiese in cerca di cuori deboli da divorare. Poniamo più attenzione agli amorevoli ammonimenti del Signore! Rialziamo il nostro volto con la potenza dell’umiltà e dell’amore. Chiediamo aiuto a Dio se non ne siamo capaci. Siamo più accorti, più vigilanti! Mettiamo all’interno della porta del nostro cuore un cartello che possiamo leggere ogni volta che la stiamo per aprire. Una scritta dorata, bene in vista: “attenti al peccato”!


La vita come bottino

“E tu cercheresti grandi cose per te? Non le cercare! Poiché ecco io farò venire del male sopra ogni carne, dice l’Eterno ma a te darò la vita come bottino, in tutti i luoghi dove tu andrai”
Geremia 45:5

Questi versi hanno sempre colpito il mio cuore fin dalla mia adolescenza quando ho iniziato ad accostarmi per le prime volte alla lettura dei libri profetici della Bibbia. In tutte le Bibbie che ho avuto li ritrovo sottolineati. Tuttavia, credo di non averne mai compreso appieno il loro significato fino a qualche mese fa. Concludono un piccolissimo capitolo del libro di Geramia in cui il profeta rivolge delle parole a Baruc, uno scriba che svolgeva il ruolo di assistente del profeta. Immagino che trascorrendo molto tempo accanto a Geremia nel suo cuore spesso nascessero dei desideri di poter essere un giorno anche lui importante come il suo maestro e ricevere delle grandiose rivelazioni e profezie, un po’ come era accaduto ad Eliseo dopo aver seguito a lungo il suo maestro Elia. Invece, si ritrova a condividere con Geremia solo la sua sofferenza e il disprezzo da parte di un popolo che non accettava le sue parole come provenienti da Dio. Ed ora Geremia riceve dal Signore delle parole proprio per Baruc. Quanti di noi, dopo aver assolto con fedeltà, dedizione e non pochi sacrifici un certo servizio ci aspettiamo da Dio una promessa che possa ricompensarci. Ci aspettiamo “grandi cose” per noi stessi. Non è forse vero? Ma Dio rimprovera Baruc dicendogli di non cercare grandi cose per se stesso, perché stanno per arrivare dei tempi davvero duri per l’uomo, in cui il male si spargerà sopra ogni carne e il più grande dono che potrà avere Baruc è quello di aver salva la vita. A quei tempi vincere una guerra significava arricchirsi: il bottino era tutto ciò che si poteva depredare al nemico: oro, argento, ricchezze, ma anche bestiame e donne e bambini come prigionieri, per poi renderli propri schiavi. Il bottino serviva ad accrescere la ricchezza del vincitore in battaglia. Dio dice a Baruc che il suo unico bottino sarà la sua vita. Un’unica certezza voleva promettere Dio a questo uomo: in ogni luogo dove sarebbe andato e qualunque circostanza avrebbe vissuto (persecuzione, ostilità, disprezzo) avrebbe avuto salva la vita. Che confortante promessa! Niente ricchezze, niente prosperità, niente fama e niente grandiosità: essere vivo è tutto ciò che mi posso aspettare dal mio futuro. Sembra davvero poco ed una promessa del tutto deludente. Eppure mio amato lettore, quanto sento attuali queste parole! La terra trema e anni di sacrifici e costruzioni si sbriciolano, diventando solo polvere; le Borse crollano e tutti i nostri risparmi di anni di rinunce vengono bruciati; le fabbriche chiudono e il nostro posto di un lavoro che abbiamo svolto con impegno e serietà viene perso. Più ci guardiamo intorno e più ci accorgiamo che il male si sta spargendo velocemente sopra ogni carne. Dove trovare sicurezza? In nessun luogo: le case si trasformano in luoghi di omicidi; le scuole, dove vorremmo sapere al sicuro i nostri figli, nascondono delitti osceni e spaventosi; le finanze non reggono, il clima impazzisce… potrei continuare a lungo con terribili esempi che dimostrano quanto male c’è intorno a noi. Eppure stoltamente il più grande desiderio dell’uomo continua ad essere di arricchirsi, di fare grandi cose, di essere famoso e popolare. Il raggiungimento della fama e del successo sembrano essere gli obiettivi prioritari di ogni individuo. Finché davvero si perde tutto e allora si è contenti almeno di essere ancora in vita. E noi credenti? Come ci poniamo di fronte a tutto ciò? Ahimè, sento continuamente dire che Dio ci ha promesso cose grandi, meravigliose, sorprendenti: ricchezza, fama, popolarità, magnifici locali di culto, segni, prodigi e miracoli da sorprendere ogni essere umano, grandi risvegli e manifestazioni. Eppure quanto spesso anche il credente rimane muto di fronte ai disastri naturali e le tragedie umane e non sa cosa rispondere quando la gente chiede perché Dio permetta ciò. Di segni e prodigi se ne vedono sempre meno e le nostre chiese crollano insieme a tutte le altre. Credo che sia giusto aspettarci grandi manifestazioni da parte di Dio, ma i segni e i prodigi non hanno salvato il popolo di Israele che non ha esitato a costruirsi un idolo, mentre Mosè riceveva le tavole della Legge, né hanno impedito alla gente di crocifiggere Gesù, sebbene ne avesse fatti tanti e di ogni genere. Se dunque Dio invitava Baruc a non cercare cose grandi per sé, quale dunque sarebbe dovuta essere la sua preghiera e quella di noi tutti oggi? Una preghiera umile.  Chiediamo al Signore che ci tenga stabili in lui come delle rocce, per poter offrire delle solide certezze alla gente persa nella confusione; chiediamo che possiamo rimanere fedeli a Lui indicando la giusta Via ad un mondo spaventato dalla confusione; chiediamo che possiamo continuare a credere fermamente in Lui tra persone incredule e senza fede; chiediamo che possiamo essere sempre dei suoi testimoni fedeli ed avere la forza e il coraggio di portare avanti il nostro servizio a lui con un cuore integro, puro ed umile. E quale sarà la nostra ricompensa? Avremo salva la vita. La salvezza eterna è il dono che Dio ha preparato per noi; ovunque andremo potremo dimorare eternamente ai suoi piedi: questo sarà il nostro prezioso bottino.


Ritorno a casa

“O Eterno ascolta la mia preghiera, e porgi l’orecchio al mio grido;
non essere sordo alle mie lacrime;
poiché io sono uno straniero presso a te, un pellegrino come tutti i miei padri.”
Salmo 39:12

Qualche giorno fa sono ritornata per breve tempo nella città dove sono cresciuta. Sono ormai passati quasi sei anni da quando mi sono trasferita al Nord ed ho lasciato la mia terra. A causa della mia malattia che mi rende molto faticoso viaggiare, da quattro anni non vi facevo ritorno. Desideravo ardentemente poter tornare a casa. La mattina del mio viaggio mi sono alzata di buon’ora insieme alla mia famiglia. Le valigie erano già pronte, la casa pulita, tutto era in perfetto ordine e pronto per il viaggio. Tutti noi eravamo fortemente emozionati. Era una bellissima giornata di sole e questo rendeva il nostro viaggio ancora più piacevole. Il percorso ci sembrò particolarmente lungo perché eravamo ansiosi di arrivare. Quando finalmente siamo usciti dall’autostrada e ho visto per la prima volta la segnaletica stradale indicare il nome e la direzione della mia città mi sono commossa. Un brivido ha attraversato tutto il mio corpo ed ho pianto dalla gioia. Potevo rivedere finalmente le strade che avevo percorso innumerevoli volte. Rivedere gli stessi negozi, sentire gli stessi rumori del traffico, ascoltare la gente che parlava il mio stesso dialetto. E poi sentire il profumo del mare che permeava l’aria. Che gioia! La mia attesa era finita: ero finalmente a casa mia. Ma ho provato una gioia ancora più grande quando ho rivisto i miei cari e li ho potuti riabbracciare e godere delle loro compagnia. Quanto avevo bramato questo momento! Quanto a lungo avevo sognato il mio ritorno a casa! Quale grande insegnamento per la nostra vita spirituale. Il nostro vivere è solo un lungo pellegrinare in una terra straniera, che non ci comprende, non ci accoglie, tra gente che ci emargina, ci esclude perché non ci considera mai come propri concittadini. Come è difficile per l’uomo vivere da straniero in una terra straniera! Ci si sente soli ed incompresi. Bisogna imparare a capire un nuovo linguaggio, una nuova cultura, degli usi e dei costumi diversi, a volte incomprensibili. Bisogna adattarsi ad un clima differente e mangiare dei cibi diversi. La nostra vita è interamente protesa a compiere continui sforzi per disporsi ad un nuovo stile di esistenza che non ci appartiene e, a volte, è del tutto inspiegabile per noi. Che gran fatica! Ma per quanti sforzi e per quanta buona volontà possiamo impiegare ci sentiamo sempre stranieri e diversi dalla gente del luogo. Tutti noi che abbiamo accettato Gesù nella nostra vita siamo dei pellegrini sulla terra, in viaggio verso casa. Ci sentiamo diversi dal resto della gente. Abbiamo delle abitudini diverse, parliamo un linguaggio differente e viviamo seguendo scopi e desideri che il mondo non potrebbe mai comprendere. Il nostro unico desiderio è parlare continuamente di Dio, ma la gente non ci capisce. Amiamo agire e vivere per piacere a Lui, mentre gli altri compiono ogni sforzo per piacere a se stessi e ai loro simili. Ci adoperiamo per il bene del nostro prossimo, mentre gli altri sono avidi di guadagno e del proprio successo. Camminiamo seguendo la via dell’umiltà e dell’abnegazione, mentre la gente comune lotta per la propria esaltazione. Facciamo dono agli altri della nostra vita, mentre l’uomo cerca sempre di più di accaparrare ricchezze per se stesso. Parliamo e predichiamo l’amore, mentre il mondo insegna ad essere egoisti ed ad odiare i propri simili. Non c’è giorno della mia vita che non vivo pensando al cielo. Vivo con trepidazione i momenti difficili, immersa nella sofferenza umana, nell’attesa che il mio pianto sia consolato e le mie lacrime asciugate dal mio Padre celeste. Vivo le mie gioie e gli attimi di felicità nella consapevolezza che la mia gioia sarà ancora più intensa e “smisurata” quando sarò giunta a casa. Ogni passo faticoso della mia vita è proteso verso il raggiungimento della meta finale. Che meravigliosa attesa! Facciamo molti sforzi perché i nostri bagagli siano ben pronti, pieni dei nostri vestiti migliori. Mettiamo in ordine le nostre case, sapendo che quando chiuderemo la porta dietro di noi, non ne sentiremo nostalgia, perché una mirabile dimora ci spetterà. Ci laviamo, pettiniamo bene i nostri capelli e ci mettiamo del profumo, preparandoci affinché il nostro aspetto sia il migliore possibile per poter piacere a chi ci sta aspettando. I nostri preparativi sono faticosi, ma li affrontiamo con entusiasmo perché la gioia della partenza è grande. E più camminiamo, più il percorso è in salita, più diventa faticoso, più siamo gioiosi perché sappiamo di essere quasi arrivati. Possiamo avvertire il profumo del cielo che si avvicina ed entra in noi. Ci assale l’ansia di incontrare finalmente tutte le persone che abbiamo amato e che ci hanno preceduto precocemente. Ancora una salita, l’ultima, ancora un passo, il più faticoso, ancora uno sforzo, quello decisivo e poi? Poi la gioia più grande di vedere il nostro Signore circondato dalla sua gloria… oh quanto freme il mio cuore mentre immagino il mio ritorno a casa!


Un corpo perfetto

“Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo meraviglioso, stupendo.
Meravigliose sono le tue opere e l’anima mia lo sa molto bene”
Salmo 139:14

E’ vero, nessuno studiando il corpo umano può negare che sia un’opera perfetta. Più di duecento ossa ben collegate tra di loro formano lo scheletro umano, capace di muoversi, camminare, saltare, correre; diversi metri di intestino sono raggomitolati nel poco spazio del nostro ventre; un piccolo organo come il cuore è capace, attraverso continui battiti, di spingere senza sosta il sangue lungo arterie e le vene di tutto il corpo, per essere ossigenato, filtrato e raggiungere piccolissimi capillari dove porta nutrimento ai tessuti organici; e ancora ci stupisce la perfezione del DNA, che rende diverse tutti gli esseri umani e la potenzialità del cervello, il centro della vita umana, l’organo che regola le facoltà sensoriali, motorie, sensitive ed intellettive. Tutto ciò che a noi sembra svolgersi in modo del tutto naturale ed automatico, in realtà dipende dal sincronismo dell’azione di innumerevoli piccolissime cellule, ognuna con un compito specifico ed un ruolo ben determinato. Ogni organo assolve alla sua funzione giornalmente, permettendo al corpo umano di poter proseguire la propria esistenza. Ma il corpo umano non è solo una macchina perfetta è anche un’opera bella da vedersi. Ogni persona può vantarsi di possedere una particolare bellezza. I nostri occhi possono essere di tanti colori: dal verde smeraldo, l’azzurro vivo, al nero più caldo. I nostri capelli possono essere lisci come la seta o ricci e vaporosi. Il colore della nostra pelle, nelle sue infinite variazioni, ci rende unici nella nostra particolarità. Siamo dotati del linguaggio che ci permette di comunicare con i nostri simili, dell’intelligenza che ci porta ad evolvere continuamente e di una carattere che ci rende estroversi e simpatici o introversi e romantici. Ogni uomo, che ne sia consapevole o meno, può distinguersi dagli altri per delle caratteristiche peculiari che lo rendono unico ed irripetibile. Dio ci ha creato in modo meraviglioso, stupendo… chi può negarlo? Eppure come l’uomo non contento della bellezza della natura ha voluto cambiarla, modificarla, sfruttarla secondo il proprio piacimento, creando dei danni disastrosi e irreparabili all’ambiente, così anche l’uomo non ha saputo essere contento di come Dio ci ha creato e tenta continuamente di modificare il corpo per la soddisfazione del proprio piacere. La chirurgia plastica ormai sembra non avere più limite. E’ divenuta una fonte inesauribile di arricchimento per medici senza scrupolo che con l’illusione di regalare un’eterna giovinezza, in realtà deturpano bei visi e privano donne della loro particolare bellezza, rendendole tutte uguali, come se fossero state prodotte in serie in una fabbrica. Ragazzine che per il desiderio di apparire belle privano il loro corpo del cibo necessario, fino a divenire dei mostri umani e morire. O, al contrario, gente che per il piacere del ventre ingrassa in modo spaventoso fino a che i piedi non sono più in grado di sostenere il peso. L’uomo tormenta e distrugge il proprio corpo mentre rincorre la soddisfazione di ridicoli piaceri: nonostante sia noto a tutti quanto il fumo faccia male, sono ancora innumerevoli le persone che continuano a inalare nicotina e distruggere i propri polmoni; giovani impasticcati che bruciano il loro cervello cercando di fuggire dalle loro insoddisfazioni; adulti che fanno sempre più uso di droghe, alcool e quant’altro distruggendo il fegato; atleti che ricorrono a medicinali per potenziare le loro prestazioni fisiche, portando il cuore ad una fatica estrema fino ad essere stroncati pubblicamente da infarti. Invece di essere grato a Dio per il dono stupendo che gli ha fatto, invece di prendersi cura del proprio corpo come un tesoro prezioso da custodire, l’uomo lo disprezza continuamente, lo rifiuta e lo distrugge e riversa su di esso ogni frustrazione, ansia, paura o depressione. La Bibbia ci insegna che il corpo è il tempio dello Spirito Santo. Oltre ad essere una macchina perfetta e meravigliosa è il luogo dove dimora e abita lo Spirito Santo. Ma come può abitare lo Spirito Santo in una casa diroccata, crollata sotto il peso insostenibile dell’ambizione umana che continua ad aggiungere piano su piano con il desiderio di raggiungere Dio? Come può lo Spirito di Dio accedere ad una struttura annerita e ammuffita dai vizi della gente, resa sporca dal peccato e dalla cattiveria, piena delle ragnatele della trascuratezza e le tarme dell’avidità che attaccano la mente umana fino a consumarla del tutto? Come figli di Dio siamo chiamati a distinguerci in questo affinché lo Spirito Santo possa realmente dimorare in noi. Proteggiamo le nostre orecchie dai cattivi messaggi che la società ci propone in continuazione e impariamo ad essere contenti di come Dio ci ha creati. Lo Spirito Santo è Colui che più di ogni abile chirurgo può abbellirci. Gli occhi possono apparire più belli se adorni di uno sguardo pieno di grazia e di gentilezza; una bocca può essere più carina se generosa di sorrisi e belle parole; la vecchiaia può spaventare di meno se accompagnata dalla saggezza e i buoni consigli offerti da numerosi anni di esperienze. Il nostro aspetto fisico è reso più bello da un carattere mansueto e gentile, ben disposto verso il prossimo e possiamo vivere più a lungo se osserviamo una dieta equilibrata, fornendo al nostro corpo la giusta alimentazione, senza avidi eccessi. Quando l’uomo si inorgoglisce e pensa di essere più saggio di Dio nell’amministrazione dei suoi doni, non fa altro che anticipare la sua rovina e la fine dei suoi giorni. Basta guardarci intorno per avere testimonianza di ciò. Quando invece il nostro corpo, come ogni dono che ci viene dall’alto, viene ben curato ed apprezzato può divenire uno strumento che ogni giorno glorifica ed esalta la grandezza di Dio, finché un giorno sarà trasformato in incorruttibile, glorioso, potente, e dalla magnificenza del nostro Signore sarà reso ancora più perfetto (I Corinzi 15:42).


Una richiesta intelligente

E Dio gli disse: “Giacchè tu hai domandato questo e non hai chiesto per te lunga vita, né ricchezze, né la morte dei tuoi nemici, ma hai chiesto intelligenza per poter discernere ciò che è giusto, ecco, io faccio secondo la tua parola; e ti do un cuore savio e intelligente, in guisa che nessuno è stato simile a te nel passato e nessuno sorgerà simile a te in seguito
I Re 3:11,12

Fin da bambini, attraverso molte fiabe che ci sono state raccontate, è stata in qualche modo sollecitata in noi la speranza che almeno una volta nella nostra vita ci potesse essere data occasione di esprimere un desiderio: la povera fanciulla ridotta ad una serva, disperatamente esprime alla fatina che le appare nella notte il desiderio di andare al ballo e la fatina le fa dono di una bella carrozza ed un abito elegante che la renderà la più bella della festa; Aladino si ritrova davanti il Genio della Lampada che gli offre la possibilità di esprimere tre desideri; Pinocchio avrà l’opportunità di diventare un vero bambino se sarà buono, ubbidiente ed imparerà a non dire bugie. Così siamo cresciuti credendo che anche a noi prima o poi sarà data l’occasione di esprimere un desiderio e vederlo magicamente d’un tratto realizzato. Questa grande opportunità viene offerta a Salomone ed è Dio in persona ad offrirgliela. Dio disse a Salomone che poteva chiedergli quello che voleva. Un desiderio! La possibilità di esprimere un desiderio e vederlo realizzare. Salomone avrebbe  potuto chiedere di avere una lunga vita, priva di malattie e di morire sazio di giorni. Non sarebbe forse un desiderio lecito? Certo. Oggi giorno la medicina investe molto sulla ricerca circa la qualità della vita e vengono studiate numerose ricette affinché la pelle non invecchi, i capelli non cadano e le nostre ossa non si curvino, e molto metodi per arrivare fino a cento anni e anche più. Se fosse data possibilità di scelta la maggior parte degli uomini forse sceglierebbero di non ammalarsi e non morire mai. Oppure Salomone avrebbe potuto scegliere di essere ricco. Lui era un re, sicuramente era già ricco, ma avrebbe potuto desiderare di arricchirsi maggiormente, aumentando così il suo prestigio, la sua fama, insomma, il suo potere. Da sempre, forse, nella storia si è ritenuto che tanta è la nostra ricchezza tanta è la nostra felicità. Proprio in questi giorni la gente corre in modo sfrenato nelle ricevitorie per tentare la fortuna e sperare una vincita smisurata. Eppure i notiziari ci mostrano sempre più chiaramente che la felicità non è nella ricchezza e che spesso, invece, la ricchezza diventa una fonte inesauribile di disperazione e insoddisfazione. Ancora, Salomone avrebbe potuto chiedere che i suoi nemici fossero sterminati. Oh sì, i miei nemici! Se solo.. se solo riuscissi a far tacere per sempre quel mio vicino che fa tanto rumore tutto il giorno e la sera, quando vorrei tanto un po’ di riposo! Se solo potessi vedere il mio datore di lavoro fallire e chiedermi aiuto! Quante volte vorremmo che i nostri tanto fastidiosi nemici fossero sterminati e vedere realizzata sulla loro vita pienamente la nostra vendetta. Forse non arriviamo a desiderare la loro morte, ma almeno che si togliessero di mezzo, che sparissero dalla nostra vita e a volte, ahimè, desideriamo anche che gli accada qualcos’altro di peggio. Salomone era un re, forse sarebbe stato legittimo per lui desiderare di essere liberato dai suoi nemici per avere un popolo in pace, sicuro, lontano da guerre e poter rendere più vasto il suo potere. Ma Salomone non espresse nessuno di questi desideri, che probabilmente avremmo scelto noi, se ci fosse stata data opportunità. Cosa chiese allora? Possiamo dire proprio che fece una richiesta “intelligente”: “Da’ dunque al tuo servo un cuore intelligente onde egli possa amministrare la giustizia per il tuo popolo e discernere il bene dal male” (v. 9). Salomone si sente ancora troppo giovane per ereditare la responsabilità del governo di un Regno. Inoltre Davide suo padre era stato un buon re, che aveva sempre governato bene e che era stato molto amato dal suo popolo. Salomone sapeva che le aspettative che il popolo gli rivolgeva erano elevate. Chiese a Dio di dargli saggezza per poter governare con giustizia e la capacità di saper sempre distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Quale giusta richiesta! Non sta forse proprio nell’intelligenza il segreto per avere successo nella vita? Dio non solo gli diede tanta sapienza che ancora oggi il re è ricordato appunto per questo, ma gli diede anche tutte le altre cose che non aveva chiesto: salute, ricchezza e pace. La sapienza: quale grande virtù! Guardandoci intorno possiamo sentirci sopraffatti dalle informazioni che ci assalgono. Oggi l’intelligenza viene confusa con la furbizia: più sei furbo e più saprai trovare i sotterfugi per scalare al successo della vita; più saprai approfittare degli altri e sopraffarli e più sarai capace di trovare delle scorciatoie verso la fama. Ma non era questo il tipo di sapienza che aveva richiesto Salomone. Lui voleva imparare a distinguere il bene dal male. Oggi è difficile più che mai sapere cosa è bene e cosa è male, perché c’è tanta confusione a riguardo e forse pochi ancora lo sanno. Ma noi credenti sappiamo bene dove è riposta la fonte di ogni sapienza, che ci può guidare ogni giorno a fare le scelte giuste, che ci può ammaestrare su come vivere una vita salutare, che ci può insegnare ad amministrare il nostro denaro, che ci sappia dare discernimento per come gestire i rapporti con i nostri nemici. La Bibbia, parola vivente di Dio, è la fonte inesauribile della saggezza. Studiandola, meditandola, rendendola parte di noi, la conduttrice della nostra vita quotidiana, potremmo attingere alla sapienza di Dio, infinita, immutabile. Dio ci guiderà attraverso di essa passo per passo lungo tutto il cammino della nostra vita e ci darà la sapienza giusta affinché la nostra esistenza possa rallegrare il Suo cuore fino alla fine dei nostri giorni terreni. Chi più del Signore può insegnarci a trovare il bene per noi? Non è Egli forse è il Sommo bene? Chi più di Lui può metterci in guardia sul male che ci circonda e ci adesca? Gesù ha vinto il male sulla croce. Ecco, ci sia tolta pure la salute, sia pure resa povera la nostra vita e i nostri nemici ridano pure di noi, ma se il nostro cuore è ripieno della saggezza di Gesù, che per il mondo è pazzia, andiamo avanti con la convinzione che abbiamo fatto una scelta intelligente!


Un albero benedetto

Benedetto l’uomo che confida nell’Eterno e la cui fiducia è l’Eterno.
Egli è come un albero piantato presso alle acque, che distende le sue radici lungo il fiume;
non si accorge quando viene la caldura, e il suo fogliame rimane verde;
nell’anno della siccità non è in affanno, e non cessa di portar frutto.
Geremia 17: 7-8

Un albero che non secca e non cessa mai di portar frutto: che meravigliosa immagine viene usata in questi versi per descrivere l’uomo che ha fiducia nel Signore! Durante la calura estiva è facile desiderare l’ombra offerta dal fogliame di un grosso albero, che sa concederci un po’ di fresco e riposo. Mi piace assaporare pian piano la lettura di questi versi e prendere coscienza poco alla volta delle caratteristiche di questo albero. Un albero ben piantato, grande e solido, capace di rimanere fermo e stabile anche quando il vento gli soffia contro e vorrebbe piegarlo e i raggi del sole lo colpiscono duramente per inaridire i suoi rami. Ciò che dà una tale stabilità ad un albero non è solo la robustezza del tronco che lo sostiene, ma è la forza delle sue radici. Esse sono ben piantate al terreno, potremmo quasi dire aggrappate alla terra, quasi a volersi trattenere come se fossero mani, per non far crollare la pianta. Ma oltre ad essere radicate, queste radici possono vantarsi di una vasta estensione che dà alla pianta maggiore stabilità. L’albero qui descritto ha saputo stendere bene le sue radici fino a trovare il suo nutrimento continuo ed inesauribile presso l’acqua di un fiume. Così, anche quando il terreno si secca a causa della siccità e non è più in grado di offrire il giusto nutrimento alle piante, che pian piano lasciano pendere il loro fogliame asciutto, e seccare i loro steli non più verdi fino a spezzarsi, questo albero invece rimane ancora bello, verde e forte, perché riesce attraverso le sue lunghe radici a trovare il suo nutrimento nell’acqua di un fiume. Così è anche l’uomo che pone la sua fiducia nel Signore. Egli ha imparato che la sua forza e la sua stabilità non dipendono dal cambiamento delle stagioni, che possono essere un giorno favorevoli e un giorno distruttive. Non dipende dal un buon clima che può portare serenità o un forte vento che può spezzarci o buttarci a terra. Non dipende dalla gioia o la tristezza delle circostanze della vita che possono esaltarci fino a toccare il cielo e un attimo dopo schiacciarci fino a farci sprofondare nella terra, secondo il loro piacimento. Un uomo che ripone la sua fiducia nel Signore, rimane sempre fermo e stabile. Chi confida nell’Eterno non si piega anche quando sente la tempesta delle difficoltà soffiare così forte da volerlo abbattere; non teme quando il gelo invernale della solitudine fa ghiacciare le sue mani e le sue gambe e le fa sembrare improduttive; né quando la siccità di una società egoista ed immorale rende aride tutte le altre persone che lo circondano, incapaci di provare sentimenti positivi e saper sperare ancora in una vita migliore. L’albero qui descritto addirittura non si accorge neanche che arriva la calura, pur essendo così pericolosa; così anche l’uomo che ad esso viene paragonato, non si accorge neanche che arrivano le prove e difficoltà, perché ha piena fiducia in Dio e sa che Lui è potente da difenderlo e proteggerlo da ogni male e risolvere ogni suo problema, per quanto spaventoso possa essere. Questo uomo sa di poter trovare in Dio il nutrimento della sua anima, l’acqua che sola può dissetare il suo cuore desideroso di amore e di giustizia. Sa cibarsi e rafforzarsi stando giorno e notte davanti alla presenza del Signore, che lo ciba e lo disseta come può fare un fiume, con un’acqua abbondante e fresca. Posso immaginare questo albero durante la sua crescita e le sue radici che si allungano piano piano, nel buio della terra, fortificandosi lentamente e costantemente, fino a trovare l’acqua. Così anche l’uomo che cerca il Signore nella propria vita, si solidifica e rafforza pian piano fino a trovare in Gesù, la luce viva, la pace durevole e la vita eterna. Oltre ad essere sempre stabile e verde, questo albero non è mai in affanno. Tutti sanno che gli alberi e le piante sono i polmoni della nostra terra. Sono loro che offrono l’ossigeno necessario alla vita umana. Un albero in affanno è un albero che somiglia ad un polmone malato, incapace di offrire il giusto apporto di ossigeno al corpo. Quando fa molto caldo è facile sentirci incapaci di respirare; sembra proprio che l’ossigeno intorno a noi non sia sufficiente. E questo ci porta ad un malessere generale, a sentirci appesantiti e deboli. Ma l’uomo che confida in Dio non si affanna e non si stanca, perché sa respirare bene e sa trasformare l’aria inquinata e sporca che giunge alle sue foglie in ossigeno puro e fresco. Quando l’ambiente tutto intorno è pieno della corruzione umana e inquinato dal peccato dell’uomo, se sappiamo confidare in Dio, non temeremo, ma sapremo essere noi gli strumenti attraverso cui il Signore potrà diffondere la giustizia e la santità che vengono da Lui. Infine questo albero ha la capacità di portare sempre il frutto nella sua stagione. L’acqua del fiume che lo abbevera non solo gli dà vita, ma rende lui stesso capace a sua volta di offrire vita a chi si reca presso di lui affamato, il quale trova del frutto che pende dai rami. Oltre a questo i suoi frutti maturi cadono sul terreno, e morendo lo rendono più fertile e i semi si spandono, andando anche loro a cercare un luogo dove porre le radici e dare vita ad una nuova piantina. Così chi ha fiducia in Dio è un uomo che ha vita in sé e sa produrre vita tutta intorno a sé. Questo uomo ha trovato in Gesù la vita eterna, e questa consapevolezza lo rende immortale, indistruttibile, non teme la morte. Ma oltre a ciò sa spargere in modo del tutto naturale l’amore di Gesù intorno a sé, portando vita nuova e abbondanza eterna. Vogliamo imparare ogni giorno a riporre la nostra fiducia stabile nel Signore, da cui ci dissetiamo e prendiamo vita, perché la gente che ci circonda possa dire di noi che siamo coloro presso cui si può trovare fogliame che ripara dal caldo, frutto che appaga la fame e vita che dà Vita al cuore umano.


Pace a voi!

“Or la sera di quello stesso giorno, ch’era il primo della settimana, ed essendo, per timore dei Giudei, serrate le porte del luogo dove si trovavano i discepoli,
Gesù venne e si presentò quivi in mezzo, e disse loro: Pace a voi!”

Giovanni 20:19,20

Che difficile momento per i discepoli! Era trascorso già qualche giorno dalla morte di Gesù  e i discepoli si ritrovano senza nessuna guida, spaventati, ben serrati e nascosti probabilmente nelle mura della casa di qualcuno di loro. Chissà quali discorsi occupavano il loro tempo e quali pensieri impegnavano la loro mente! Certamente non era un buon momento e il cuore loro era agitato. Dove era finita tutta l’autorità e la potestà che i discepoli avevano esercitato nel guarire gli infermi e liberare la gente dai demoni? Non è facile ricordare un passato glorioso e convincere il proprio cuore che l’esaltazione e l’emozione di giorni felici siano cessate, lasciando il posto ad un futuro incerto ed un presente terribilmente “normale”. Che fine aveva fatto la speranza di Giacomo e Giovanni di sedere alla destra e alla sinistra del trono del loro Maestro, quando Egli avrebbe regnato nel suo impero terreno, dopo che li avrebbe liberati dal dominio e dalla soppressione dell’Impero Romano? E’ doloroso pensare che la nostra fedeltà verso il nostro Maestro non ci abbia condotto a nessuna gloria e non abbia arricchito la nostra vita di nessun premio speciale riservato esclusivamente a noi. E dove era ora il coraggio e la spavalderia di Pietro che lo aveva spinto ad affermare con certezza che era disposto a dare la vita per Gesù? Erano forse stati seppelliti insieme a Gesù? Che amarezza doveva provare il povero Pietro per il rammarico, non solo di non essere stato capace di salvare il suo Signore dai nemici, ma addirittura di aver finto di non conoscerlo affatto nel momento in cui il suo grande amore per Gesù veniva provato. Oh, come cancellare dai suoi ricordi lo sguardo di Gesù mentre il gallo continuava a cantare, ed ogni canto ricordava al povero discepolo la sua fragilità e vigliaccheria. Ed oltre a tutto ciò, tutti dovevano far conto con le loro paure. I capi sacerdoti avrebbero potuto perseguitarli e volere anche la loro morte e per questo se ne stavano ben nascosti. Non so quali discorsi tenevano, ma forse erano tutti in silenzio, tormentati dai loro pensieri, che li rattristavano, li disilludevano e li colpevolizzavano. Per diversi anni avevano seguito il loro Maestro per le strade di varie terre, avevano mangiato e dormito con lui, avevano ascoltato i suoi insegnamenti. Lo avevano visto ogni giorno salvare la gente, compiere miracoli, resuscitare i morti e dominare i venti e le tempeste. Erano abituati a vivere quotidianamente forti emozioni, ma ora nella loro vita tutto si era fermato, le speranze crollate, i sogni svaniti, il coraggio era perso, mentre si faceva strada la paura, la confusione, le battaglie interiori. Ma erano ancora insieme, forse per cercare l’uno nell’altro la forza per andare avanti. Eppure proprio quel giorno qualcosa di insolito era accaduto: avevano trovato vuoto il sepolcro di Gesù. Ma perché? Qualcuno aveva forse volontariamente fatto sparire il corpo perché era pur sempre una testimonianza scomoda di una vita straordinaria? Oppure qualcuno aveva voluto compiere l’ennesima meschinità ingiusta verso questo uomo che era stato capace di mettere in difficoltà anche i dottori della legge e i capi sacerdoti? Ma Maria Maddalena aveva osato dire qualcosa di impossibile ed insensato secondo ogni logica umana. Gesù le era apparso e le aveva parlato. Ma era davvero possibile che fosse resuscitato? O era stata un’allucinazione dovuta al grande dolore della donna e alla disperazione del suo cuore? Eppure, pensandoci bene, le parole che un giorno Gesù aveva detto, che doveva morire e resuscitare, ora sembravano acquisire un senso. Quanti ragionamenti, quanti pensieri tormentati! Pensieri tristi ed amari, alternati a nuove speranze e dolci aspettative. Ma se fossero solo illusioni? Che tormento! Ma improvvisamente appare Gesù ed esclama: “Pace a voi!”. Pace a te cuore annoiato, che hai gustato la benedizione di un passato glorioso, in cui hai visto compiersi miracoli, hai visto gente che veniva redenta, salvata, guarita, mentre ora ti sembra di vivere un presente arido, monotono, senza grandi emozioni e sembra che Dio sia morto e non agisca più in te e per te. Pace a te cuore fedele, che hai svolto con costanza ed impegno il tuo servizio ed ora sembra che tutto il tuo lavoro sia stato inutile ed infruttuoso, e pensi che le tue energie siano state sprecate. Pace a te cuore traditore, tormentato dal rimorso di aver rinnegato e ferito proprio la persona che amavi di più, per la quale un tempo avresti dato la vita e che, invece, hai abbandonato proprio nel momento in cui avresti dovuto esserle accanto nelle grandi battaglie della vita. Sei stato a guardare mentre moriva, senza porgergli il tuo braccio salvatore e il tuo sostegno protettore. Pace a te cuore disilluso che, dopo aver provato tante delusioni nella tua vita, di fronte ad una nuova speranza non sei più capace di credere, di stendere le tue ali della fede e di alzarti in volo come un’aquila vittoriosa e instancabile. Pace a te cuore rotto, che dopo aver ricevuto tanti abbandoni da parte di chi amavi di più, ti ritrovi a raccogliere i cocci di una cuore spezzato ed un ulteriore amore infranto. Pace a te cuore confuso, così tormentato a volte dai rimorsi del passato, a volte dalle ansie del futuro; così in balia del rimorso di aver fatto una scelta avventata che ti ha portato alla rovina o al rammarico di non aver mai avuto il coraggio di scegliere qualcosa che avrebbe portato anche i tuoi cari ad arricchirsi. Pace a te cuore deturpato che ogni giorno ti senti affogare tra le onde di una società che ti spreme avidamente, cercando di sottrarti ogni tuo avere senza restituirti mai nulla, se non la povertà dell’egoismo umano e l’aridità di un’indifferenza diffusa. Pace a te oh cuore peccatore, tormentato dalle continue tentazioni che ti rendono schiavo del tuo corpo e servo di una mente che non sai dominare, che ti attrae, ti adesca e poi ti uccide. Quando arriva Gesù porta con sé la sua pace che penetra profondamente nello spirito umano, portando sicurezza e guarigione. Tante volte nei miei tormenti giornalieri Gesù è arrivato portando la sua pace risolutrice che ha saputo trasformare completamente la mia condizione di sofferenza e paura. Una pace stabile, incrollabile, che ci rende vittoriosi qualsiasi siano le nostre battaglie e gioiosi qualsiasi siano le nostre afflizioni. Il cuore dei discepoli riconosce immediatamente chi è questo Estraneo che riesce a valicare le barriere delle porte serrate per giungere nella profondità dei loro ragionamenti e nell’intimità dei loro pensieri solo per dire loro: “Pace a voi!”. E da allora in poi veramente conosceranno la sua pace che permetterà loro di proseguire il loro avvenire glorioso, pronti ad affrontare la persecuzione, soffrire il freddo, provare la fame, fino a morire per amore di qual grande Signore che aveva saputo portare pace al loro cuore.


Vieni con me!

“Poiché come si farà ora a conoscere che io ed il tuo popolo abbiamo trovato grazia agli occhi tuoi? Non sarà egli dal fatto che tu vieni con noi?
Questo distinguerà me ed il tuo popolo da tutti i popoli che sono sulla faccia della terra.”
Esodo 33:16

Tutto sembrava facile quel giorno… ero seduta sulla scalinata dell’ospedale accanto a mio marito. Ci spostavamo continuamente seguendo l’ombra degli alberi per non farci colpire da un sole troppo caldo. Mia figlia correva lungo i bordi di una grande fontana, guardando le tartarughe e i pesci che di tanto in tanto saltavano fuori dall’acqua. Il cielo era di un azzurro intenso e rassicurante. Era una domenica mattina meravigliosa di metà ottobre, ideale per stare un po’ all’aperto e godersi il tepore di un pomeriggio autunnale. Eravamo nel cortile dell’ospedale dove stavo trascorrendo uno dei miei tanti ricoveri. Altri pazienti con i loro amici e parenti erano seduti sulla grande scalinata come noi. Tutti eravamo sorridenti e sereni, accanto ai nostri cari, dimenticandoci per un po’ di essere in ospedale. Era una giornata bellissima per me, una di quelle giornate in cui ti senti bene solo a respirare l’aria. Pensavo in quel momento che avrei avuto la forza e il coraggio di affrontare ogni prova della mia vita che si stava ulteriormente abbattendo su di me, mentre stringevo forte la mano di mio marito e sentivo il suo mento poggiato sulla mia spalla. Eravamo entrambi silenziosi. Guardavamo gli altri pazienti: alcuni passeggiavano davanti a noi, altri venivano spinti sulle loro sedie a rotelle, altri erano fermi come noi in silenzio a godersi il tepore piacevole del sole. Gustavo dentro di me la serenità e mi sentivo forte. Ero sicura di poter affrontare con serenità i giorni successivi. Tutto sembrava difficile il giorno dopo… erano le otto del mattino e delle fitte nuvole avevano coperto l’azzurro del cielo. Il freddo era arrivato improvvisamente e sembrava che presto avrebbe piovuto. Ero sola nella mia stanza dell’ospedale, nel mio letto, cercando di riscaldarmi. Quanto freddo sentivo! Mio marito e mia figlia erano lontani ed io sentivo una profonda angoscia assalirmi improvvisamente. Tutta una settimana di ricovero era davanti a me e mi sentivo piegata, abbattuta, sola. Sentivo di non poter reggere il peso di un solo minuto in più in quel luogo e a fatica trattenevo le lacrime e soffocavo il mio pianto. Ma poi ho aperto la Bibbia e ho letto questo meraviglioso capitolo 33 dell’Esodo, dal verso 12. Il Signore dice a Mosè: “La mia presenza andrà con te e io ti darò riposo” e Mosè risponde: “Se la tua presenza non viene con me, non ci fare partire di qui!” (vv.14-15). Improvvisamente ho sentito la stessa serenità e forza del giorno prima e ho riconosciuto che queste rinnovate sensazioni positive erano generate dalla presenza di Dio vicino a me. Ci sono dei viaggi che non vorremmo intraprendere mai: ci sono dei luoghi dove non vorremmo andare, delle strade che non vorremmo percorrere, delle esperienze che non vorremmo vivere. Ma poi ripetutamente ci ritroviamo a dover stare proprio in quei luoghi, a percorrere proprio quelle strade e a vivere proprio quelle esperienze. Tante volte il Signore ci fa comprendere che sta preparando qualcosa di nuovo per noi, ma il cammino che ci sta davanti ci spaventa. Facilmente alziamo le nostre mani quando a fine di una incoraggiante predicazione accogliamo le parole di un appello a seguire incondizionatamente la volontà di Dio. Ma quando poi il Signore ci chiarisce poco alla volta quale è questa sua volontà sembra poi che la paura ci assalga. Mosè aveva visto dei prodigi stupefacenti: con grandi segni il Signore lo aveva reso la guida del suo popolo e la mano per mezzo della quale lo aveva reso libero dalla schiavitù dell’Egitto. Mosè aveva visto il mare aprirsi davanti a sé, la manna spuntare ogni giorno miracolosamente dalla terra e l’acqua scaturire dalla roccia. Aveva parlato, discusso, ricevuto indicazioni direttamente da Dio, che aveva scritto per lui la Legge su delle tavole di pietra. Il viaggio dall’Egitto fin lì, tuttavia, era stato ugualmente faticoso. Era potuto partire solo dopo una lunga e sofferente trattativa col faraone che cambiava continuamente idea e si era reso sempre più malvagio ed ostinato. Ora, invece, doveva sopportare ogni giorno le lamentele di un popolo incontentabile. Dalla mattina alla sera doveva stare alla presenza del popolo che si recava da lui per consultare Dio e per avere dei giudizi nei loro affari. E poi, come era venuto in mente al popolo di costruirsi uno sciocco idolo, proprio mentre Mosè stava ricevendo la Legge! Dopo una lunga sosta era arrivato il momento di rimettersi in cammino. Ma Mosè ha le idee chiare: sembra voler dire che è disposto a sopportare ogni cosa: avrebbe affondato i suoi piedi stanchi nella calda sabbia del deserto, avrebbe sopportato la pesantezza di un cammino lungo e faticoso, le lamentele di un popolo ingrato, lo spavento delle insidie dei nemici, ma ad una sola condizione: Dio doveva essere con lui. Vieni con noi Signore, quando ci spaventano dei lunghi giorni di ricovero in ospedale e aiutaci ad essere anche in quei luoghi dei testimoni di come la tua pace può regnare nel nostro cuore anche la sera prima di un delicato intervento. Vieni con noi Signore, quando stanchi dobbiamo recarci al nostro posto di lavoro e sappiamo che ci aspetteranno ore di insulti e soprusi. Vieni con noi Signore, quando ci sentiamo soli ed incompresi, persino dai nostri mariti, dalle nostre mogli o dai nostri figli, che ci perseguitano o sembrano essere indifferenti al nostro amore per Te. Vieni con noi quando nasce in noi il desiderio di compiere un nuovo servizio, ma ci spaventa il prezzo che dovremo pagare o non ci sentiamo all’altezza. Viene con noi quando ci rechiamo per le strade della nostra città per parlare ad un mondo incredulo della Tua grazia e della salvezza, e veniamo scherniti ed insultati. E sarà proprio la presenza di Dio accanto a noi che ci renderà differenti rispetto ad ogni altro essere umano, perché ci renderà forti e vittoriosi. Forse un giorno come Gesù dovremo bere fino in fondo da un calice amaro e spiacevole e ci arrenderemo di fronte alla volontà di Dio, fino a dover dare persino la nostra vita per amore dell’evangelo, ma anche allora la nostra preghiera salirà in alto e ci darà coraggio: “Signore vieni con me!”


Convenienze

Gesù rispose loro e disse: “In verità in verità vi dico che voi mi cercate, non perché avete veduto miracoli, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati”
Giovanni 6:26

Non credo di esagerare nell’affermare che oggi il “furbo” è considerato il vero vincente della nostra società. Furbo è colui che sa sfruttare ogni situazione a proprio vantaggio. E’ colui che cerca ogni metodo per lavorare il meno possibile e arricchirsi più che può. E’ colui che sa imbrogliare facilmente chiunque incontra sul suo cammino per trarne profitto. E’ colui che sa essere ipocrita e giocare un doppio gioco nelle proprie relazioni, lusingando ora uno ora l’altro, a seconda di chi gli conviene frequentare di più. E’ colui che scende facilmente a compressi, che non ha mai un suo credo, ma si adatta facilmente al credo degli altri e a ciò che gli porta maggiore vantaggio. E’ colui che infrange ogni tipo di regola perché troppo scomoda e impegnativa. E’ colui che non percorre mai la strada più lunga per raggiungere le proprie destinazioni, ma sa trovare sempre delle scorciatoie che gli facciano risparmiare tempo e fatica, anche se queste scorciatoie sono le vie dell’imbroglio e della corruzione. Il furbo è colui che è alla continua ricerca di una “convenienza”. Purtroppo la società attuale ci convince che proprio i furbi sono coloro destinati ad avere successo e stimola l’uomo ad intraprendere una vera e propria gara, alla rincorsa delle convenienze, a costo anche di schiacciare gli altri, scavalcarli e naturalmente procurare loro del dolore. Ahimè, l’uomo è talmente abituato a gestire i propri rapporti interpersonali seguendo le leggi che la società propone come le più convenienti che, a volte, tende a gestire allo stesso modo la propria relazione con Dio. Niente di nuovo sotto al sole! Anche ai tempi di Gesù funzionava così e Lui ne era perfettamente consapevole.
Vorrei tanto che questa mia meditazione offrisse lo spunto per ciascuno di noi per esaminare quali siano le reali motivazioni che ci spingono giorno per giorno a cercare Dio. Per far ciò proseguiamo insieme la lettura dell’intero capitolo sei del Vangelo di Giovanni.
Presentiamo quotidianamente lunghe liste di richieste a Dio: persone da salvare, miracoli da compiere, aiuti finanziari per affrontare la crisi, una casa da abitare, la salute per noi e i nostri figli, e potremo continuare a lungo. Ed è giusto presentare le nostre richieste a Dio perché è Lui stesso che ci invita a farlo. Ma sono solo queste le reali motivazioni che ci spingono a stargli vicino e a credere in Lui?
Gesù sa leggere il cuore umano ed afferma con chiarezza: “voi mi cercate perché avete mangiato i pani e siete stati saziati”. “Oh sì, quale convenienza! Andiamo da Gesù e avremo ogni giorno del pane e del pesce da mangiare senza dover lavorare mai più! Che strada facile per la nostra salvezza! Che bella scorciatoia per la nostra sopravvivenza!” Eppure basta proseguire la lettura del Vangelo di Giovanni giusto qualche capitolo in più per ritrovare Gesù solo con pochi discepoli che gli erano rimasti ancora vicini. Perché? Cosa successe che spinse la gente ad andarsene, dopo aver anche attraversato un lago pur di seguirlo? Gesù aveva cominciato a fare dei discorsi strani e seguirlo non sembrava più una strada tanto conveniente. “Abbiamo fame, dacci da mangiare!” immagino che pensasse la folla “vediamo se farà un’altra moltiplicazione dei pani! Ora è il momento giusto!”. Ma Gesù comincia a parlare di un “pane spirituale” e dice che Lui stesso è questo “Pane della vita” (v. 48). E poi comincia a fare uno strano discorso affermando che chi vuole avere vita eterna deve mangiare il suo corpo e bere il suo sangue (v. 56). “Ma Gesù, cosa stai farneticando? Cosa vuoi dire? Noi non ti capiamo! I nostri figli hanno fame, il nostro stomaco brontola, dai, dacci un pane vero, sappiamo che tu puoi farlo!” Ahimè, la gente si allontana da lui, affamata e delusa, convinta di non aver più trovato un maestro, ma uno dei tanti folli, che si aggirano per le strade del paese. Perché seguiamo Gesù? Ce lo siamo mai chiesto? Abbiamo forse fame, sete? Abbiamo bisogno di un vestito nuovo, di una macchina, di una villa, di successo, di fama, di benedizione abbondante, di una grande chiesa gremita di persone, di un risveglio mondiale che inizi proprio dal nostro lavoro? Ma non siamo capaci di mangiare del corpo di Cristo e bere del Suo sangue. “Oh Gesù questo parlare è duro per me, non posso capire!” Forse perché Gesù continua a parlare all’uomo di cose spirituali e l’uomo continua a cercare convenienze materiali. Non stava forse Gesù parlando di un pane che sazia eternamente il nostro spirito affamato di giustizia, di pace, di verità? Non stava forse parlando della Sua morte? Del suo corpo immolato e del Suo sangue versato perché l’uomo trovasse riconciliazione presso il Padre? Non voleva forse Egli dire che sarà salvato solo chi comprenderà e si sazierà del frutto di questo sacrificio, semplicemente credendo in Gesù? Oh uomo insensato! Furbo della società! Ti credi un vincente in mezzo ad una folla di sciocchi e perdenti! Ma dimmi: comprendi tu queste parole? O sono troppo “poco convenienti”? Cosa farai? Te ne andrai anche tu oggi lontano da Gesù perché il Suo parlare è difficile e duro o ti unirai insieme a me in ginocchio per mangiare del Suo corpo e per bere del Suo sangue?


Chi può vedere Dio?

… e se v’è tra voi alcun profeta, io, l’Eterno, mi faccio conoscere a lui, in visione, parlo con lui in sogno. Non così col mio servitore Mosè, che è fedele in tutta la mia casa. Con lui io parlo tu per tu, facendomi vedere, e non per via di enigmi; ed egli contempla la sembianza dell’Eterno.
Numeri 12:6-7

Chi non vorrebbe vedere Dio? Possiamo dire in tutta onestà che questo è il più grande obiettivo della nostra vita? Viviamo giorno per giorno, accontentandoci di misere briciole di felicità che questa vita terrena può dare, mentre la nostra speranza si protende verso una meta più alta, una gloria smisurata? Vedere Dio senza veli, accostarci a Lui senza simboli, riposare ai suoi piedi senza sognare, discutere insieme senza confusione. Sentire direttamente la sua voce che con chiarezza ci indica la via da percorrere senza dover dubitare che sia proprio Lui a parlare. Immaginando tutto questo il nostro cuore si allarga e si riempie dall’emozione che porta il più grande desiderio che palpita in noi.
Non è forse vero? Vedere Dio: quale desiderio può essere più glorioso di questo! E se già un profeta potrebbe sembrarci un eletto perché è capace di conoscere il piano di Dio attraverso un sogno o attraverso una visione, quanto più può sembrarci grande il privilegio di Mosè che poteva contemplare la “sembianza dell’Eterno”. Ma quale era il segreto di questo uomo che lo distingueva rispetto agli altri? Era “fedele in tutta la casa del Signore”. Non era certo un uomo dallo straordinario coraggio, dato che dopo aver ucciso un egiziano fuggì via intimorito dalla punizione. Non era certo un uomo audace, dato che quando il Signore gli ordinò di tornare in Egitto e liberare il popolo d’Israele, più volte cercò di declinare. Non era un gran parlatore e lo disse chiaramente al Signore e se una persona non sa parlare come potrebbe mai essere un trascinatore, un convincitore ed una guida carismatica? Non era un uomo che sapeva sempre controllare la propria ira, difatti ridusse in pezzi le tavole della legge di fronte all’idolatria del popolo e percosse con rabbia la roccia che non dava acqua. E chi potrebbe biasimarlo? Era perfettamente umano, non era un eroe. Sono convinta che nessuno di noi si sente perfettamente idoneo alle responsabilità che Dio ci affida e che conosciamo così bene i nostri difetti da essere convinti che saranno continuamente per noi un impedimento per poter piacere pienamente al nostro Signore. La più grande dote di Mosè, però, era la sua fedeltà. Se pur non si sentiva capace e idoneo accettò il compito che Dio gli aveva affidato e lo portò avanti con impegno e dedizione, senza tirarsi indietro, senza rinunciare neanche di fronte alla difficoltà più impossibile da superare, né dubitando mai di Dio. Mosè percorse fino alla fine la strada impervia che Dio gli aveva indicato e rimase fedele fino all’ultimo giorno della sua vita. Grandi o piccole che siano i compiti che Dio ti ha affidato ciò che conta di più per Lui è che tu gli sia fedele. E poca importanza ha se è ancora lontano o vicino il giorno in cui lo potremo vedere tutti noi faccia a faccia, contemplando a viso scoperto la Sua sembianza: già da oggi potremo gustare e sentire tangibilmente la Sua presenza tutta intorno a noi. Vedremo la Sua mano potente sanare le ferite dei cuori infranti, rotti dalle delusioni di un’amara esistenza. Sentiremo la Sua voce prorompente che guida l’uomo verso una vita migliore, dove l’egoismo e la presunzione umana si sbriciolano e cadono a terra, venendo calpestati dai piedi del gran Re.
Contempleremo i suoi occhi radiosi, che accecano la nostra vista e Lo attorniano di splendore e maestà, spazzando via le tenebre del peccato, che si dissolvono come fumo portato lontano da un vento forte ed impetuoso. Scorgeremo le Sue braccia allargate, come un Padre premuroso che, dopo una lunga attesa, vede da lontano tornare il Suo figliolo che si era perduto per le strade di una terra ostile, alla rincorsa di fortuna e ricchezza, che come due meretrici adulatrici adescano il desiderio umano per poi colpirlo e calpestarlo, lasciandolo a terra morente.
Ammireremo il Suo volto autorevole e pieno di compassione ad un tempo, verso un mondo che rotola verso la sua rovina, incapace di fermarsi e voltarsi in dietro per comprendere la Sua infinita grazia. Oh Signore sia questa la nostra preghiera per questo nuovo anno: che possiamo esserti fedeli fino alla fine e che un giorno Tu possa dire anche di noi: “Con lui parlavo tu per tu!”.


Una preghiera nella sera

“Ed essi gli fecero forza, dicendo:
Rimani con noi perché si fa sera ed il giorno è già declinato.
Ed Egli entrò per rimanere con loro”.
Luca 24:29

Forse capita anche a voi che, a volte, quando arriva la sera, nel vostro animo comincino a farsi strada molte sensazioni negative. Il nostro cuore inizia a sentirsi turbato. Vediamo la luce sparire lentamente per lasciare posto alle ombre e sentiamo l’angoscia lentamente assalirci.
Vorremmo pensare che la sera arriverà e poi la notte e potremmo finalmente trovare riposo per le nostre tante fatiche a fine di un giorno stancante ed, invece, ci sentiamo inspiegabilmente angosciati. Vorremmo finalmente trovare un po’ di pace nel calore della nostra dimora o rilassarci un po’ su un comodo divano e, invece, sentiamo dentro di noi farsi strada emozioni che non vorremmo provare. Abbiamo faticato tutto il giorno, rincorrendo le aspettative che gli altri hanno su di noi e sentiamo ancora tutto il peso della loro pressione che preme sulle nostre spalle e sembra volerci soffocare. Sentiamo le ansie della monotonia del tempo che scorre, consapevoli che domani sarà sicuramente uguale a ieri e identico ai giorni successivi, che si ripeteranno inesorabilmente uno identico all’altro.  Sentiamo arrivare l’amarezza di quel senso di inutilità che, a volte, pervade la nostra vita, che ci appare così diversa da quella che avremmo voluto vivere. Avvertiamo l’insoddisfazione per le poche e frivole ricchezze che abbiamo conquistato con gran fatica e che sembra che scivolino continuamente via dalle mani, come acqua contaminata che non  può dissetarci. Arriva l’angoscia di non riuscire a correre abbastanza veloce e stare al passo delle persone più capaci di noi, che sembra che abbiano sempre successo e che ci comandano ogni giorno di essere più veloci. Torna il ricordo del carico dei fallimenti che ci trasciniamo dietro come pesanti macigni. E si insinua il dubbio che tutto sia stato vano e la forte tentazione che sia meglio sottomettersi alla rinuncia e lasciar perdere ogni sogno per cui si è combattuto fino ad ora. Quanto spesso la sera porta nella nostra vita la solitudine e ci sentiamo spogli, senza poterci più nascondere neanche nelle vesti della finzione e dell’ipocrisia in cui abbiamo imparato a nasconderci perché ritenevamo questo l’unico modo per poter piacere ai nostri compagni! Non sappiamo più neanche riconoscerci quando a fine giornata ci guardiamo allo specchio e vediamo riflessi di fronte a noi solo degli estranei. Arriva la sera ed abbiamo paura perché ci sentiamo persi, sopraffatti da tutte queste sensazioni: pressioni, ansie, dubbi, solitudine… Non troviamo riposo nel nostro letto, né calma quando poggiamo il nostro capo sul guanciale che, invece, diventa il luogo del nostro tormento. E così, come ciò accade nella nostra vita reale di tutti giorni, non è vero forse, che spesso succede anche nella nostra vita spirituale? Quante volte viviamo dei momenti in cui ci sembra che il giorno non splenda più alto nel nostro cuore, ma che stia lasciando il posto all’oscurità più cupa che porta con sé un’insieme di paure ed ansie che ci sovrastano. Sentiamo tutto il nostro zelo affievolirsi, le nostre sicurezze dissolversi, il nostro entusiasmo tramontare, mentre il nostro spirito una volta vigoroso e forte, sembra ora essere debole e stanco. Avvertiamo che la nostra fede non è più salda e sicura come una volta, ma appesantita da timori e dubbi. Abbiamo sudato. Le nostre mani sono ancora sporche perché abbiamo scavato nel terreno una piccola buca per piantarvi un seme che non sappiamo se produrrà mai del frutto. Abbiamo sradicato dei rovi, pungendoci fra le spine, per rendere fertile un terreno che non sappiamo se darà mai un raccolto. Abbiamo sofferto il freddo mentre portavamo sulle spalle il carico di una semenza che dubitiamo che resisterà al gelo. Ed ora le ombre calano e non riusciamo a sentirci felici del nostro lavoro, né soddisfatti.
Sentiamo di temere persino i nostri fratelli in cui dovremmo trovare conforto e incoraggiamento e, invece, abbiamo paura che possano schernirci e deridere la nostra paura di affrontare un’altra sera. Ma poi torna alla nostra mente l’immagine di due discepoli che camminavano sulla strada di Emmaus. Non erano forse stanchi anche loro del loro cammino e desiderosi di trovare riposo prima che calassero le ombre? Non portavano, forse, anche loro con sé un bagaglio di tristezza e delusione per la morte di quello che pensavano essere il loro Liberatore? Non camminavano, forse, anche loro abbattuti e amareggiati verso chissà quale direzione? Finché l’improvvisa compagnia di un estraneo ha capovolto completamente il loro stato d’animo. Inspiegabilmente stavano talmente bene alla Sua presenza e il loro cuore era talmente riscaldato dal calore della sapienza delle Sue parole che quando hanno visto calare il buio non hanno potuto fare a meno di pregarlo di rimanere ancora con loro. Possa questa immagine riscaldare anche il nostro cuore nelle sere che arriveranno nella nostra vita, sia quelle reali, sia quelle spirituali! Preghiamo insieme il Maestro Gesù: “Rimani con noi perché si fa sera!”. Improvvisamente i nostri occhi si apriranno, mentre il Signore cenerà con noi e Lo riconosceremo. Possano le nostre sere divenire il momento del nostro incontro personale e prezioso con Gesù. Possano essere il nostro momento particolare in cui ci rifugiamo nella preghiera prima che l’oscurità arrivi completamente nella nostra casa. Il tempo in cui riscopriamo la grazia di credere in un Liberatore vivente capace di liberarci dalle paure, le ansie, i dubbi, per portarci il riposo e la serenità. Un Amico con cui cenare, riscaldandoci nella piena accettazione di ciò che siamo senza finzione. Troveremo coraggio nelle Sue parole mentre rende chiara al nostro spirito la Sua parola e rinnova in noi la fedeltà delle Sue promesse. Non sentiremo più il peso del giudizio altrui, né la pressione di dover correre dietro a futili tesori. Riscopriremo il valore della nostra vita e il gusto di viverla intensamente ogni giorno che verrà. E poi tornerà spontaneamente la sicurezza che in questo momento il piccolo seme che abbiamo piantato sta prendendo vita sotto il terreno e che una mattina al nostro risveglio potremo vedere una piccola piantina spuntare fra la terra. Porterà la certezza che il terreno che oggi abbiamo così faticosamente dissodato e pulito dai rovi, un giorno sarà un giardino ricco di alberi con rami pendenti sotto il peso di frutti abbondanti. Porterà la convinzione che un giorno le nostre spalle saranno cariche di covoni che avremo raccolto con lacrime di gioia e canti di esultanza. E improvvisamente il nostro letto tornerà ad essere il luogo della calma e della fiducia, del riposo e della fede. Forse proprio in questo momento le ombre di un’altra sera stanno calando sulla tua vita, ecco è il momento giusto: lascia che i tuoi occhi siano aperti e vedrai Gesù che ancora una volta è rimasto con te.


All’ultimo minuto

“… ma mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze e l’uscio fu chiuso.”
Matteo 25:10

Ero ancora bambina quando mi veniva raccontata questa parabola delle dieci vergini. Era una delle mie preferite, che ascoltavo sempre con gran piacere, perché era quella che ricordavo più facilmente. Ma poi crescendo ho cominciato a pormi alcuni interrogativi. Mi chiedevo in particolare perché mai lo sposo non avesse aperto la porta anche alle cinque vergini senza olio, lasciandole invece fuori dalla porta. In fondo mi è sempre stato insegnato ed anche ho sempre creduto che fino all’ultimo istante prima della nostra morte ci sarà data la possibilità di un’estrema salvezza. Qualche mese fa era un tranquillo pomeriggio di metà ottobre. Avevo appena preso in mano la mia chitarra e sfogliavo un libro di canti per sceglierne uno da suonare, quando improvvisamente ho ricevuto una telefonata alquanto inaspettata: era un cardiochirurgo che mi chiedeva come stavo e se me la sentivo di affrontare in quel giorno il trapianto. Mi invitava poi a raggiungere il più presto possibile l’ospedale di Pavia, perché entro la notte avrei potuto fare l’intervento. Ricordo che con estrema calma posai la mia chitarra nella sua custodia insieme al libro dei canti. Mi voltai verso mia madre e le dissi: “Mi hanno chiamato per il trapianto”. Da quel momento in poi è iniziata per me una corsa contro il tempo: ho dovuto telefonare a mio marito a lavoro per avvertirlo, cambiarmi di corsa, preparare la valigia, chiamare l’ambulanza, trovare tutte le cartelle cliniche. Ricordo che feci tutte queste cose in modo del tutto automatico, come se già molte volte mi fossi preparata a questo avvenimento, come avviene nelle esercitazioni per le evacuazioni degli edifici durante le prove anti-incendio. Ma la mia mente era come se fosse spenta. Una volta salita sull’autoambulanza caddi in una specie di torpore e annebbiamento della mente. La mia accompagnatrice desiderosa di tranquillizzarmi parlò per tutto il viaggio, ma io non ascoltavo nulla di quello che diceva. Non pensavo a nulla. Non sentivo in me farsi spazio l’agitazione per ciò che avrei dovuto affrontare nelle prossime ore. Non mi balenò neanche per un istante l’idea che se qualcosa nell’intervento fosse andato storto quelle sarebbero potute essere le ultime ore della mia vita. Né sentivo gioia pensando, al contrario, che avrei finalmente potuto fare l’intervento che mi avrebbe guarita definitivamente e che per me sarebbe iniziata una nuova vita. Non ero spaventata né agitata, non ero felice né emozionata. Non provavo nulla. Avrei voluto pregare, ma non sapevo proprio cosa chiedere al Signore se non che mi stesse vicino. La mia mente, i miei pensieri era come se fossero completamente spenti. Effettivamente, di fronte ad un trapianto di cuore e polmoni, con tutte le complicanze che sarebbero potute sorgere, quelle sarebbero davvero potute essere le ultime ore della mia vita. Mi chiedo, dunque, se da quelle poche ore fosse dovuta dipendere tutta la mia preparazione ad incontrare Dio, che disastro totale sarebbe stato! Se in così poco tempo e in quello stato di torpore avessi dovuto invocare il perdono del Signore, provare il dolore del ravvedimento, riconciliarmi con le persone verso cui provavo del rancore, ecc. ecc. davvero per me sarebbe stato possibile? In poche parole: sarei stata capace in così poco tempo a trovare dell’olio che riempisse la mia lampada vuota? In realtà, la mia risposta è che in quel momento non avrei proprio saputo neanche da dove iniziare la mia ricerca dell’olio, se tutto fosse dipeso da quel momento… Quella sera non ho fatto l’intervento per incompatibilità con il donatore e mio marito ed io siamo tornati a casa in piena notte, ed io ero ancora malata così come me ne ero andata. Da quel giorno ho cominciato a riflettere molto sulla parabola delle dieci vergini. Quanta gente a cui parliamo dell’amore del Signore, del Suo perdono e della salvezza, sembra rimanere colpita dalle nostre parole, ma poi ci dice che non si sente ancora pronta a prendere una decisione, ma che un giorno senza dubbio lo farà! O quante volte ancora siamo consapevoli che il nostro modo di agire è caratterizzato da vizi, errori, corruzione, da cui sentiamo il bisogno di liberarci, ma tendiamo a rimandare il momento decisivo, aspettando che un giorno prima o poi (chissà quale giorno e chissà in quale modo) faremo quella rinuncia definitiva a lungo rimandata. Quante volte ci accorgiamo che il nostro carattere sembra avere così poche virtù e così tanti difetti, ma non sembra arrivare mai il momento giusto per ricercare in noi un cambiamento reale e positivo. Sembra che, inconsapevolmente, ognuno di noi sia proprio convinto di avere nelle proprie mani il tempo della propria esistenza e siamo certi che sapremo riconoscere con chiarezza quali saranno gli ultimi giorni e solo allora sarà il momento giusto per dedicarci a fare i preparativi per un’altra vita. Ma se anche questo fosse vero, se pure ognuno di noi avesse la capacità di saper discernere gli ultimi istanti della vita, siamo proprio sicuri di aver poi anche a disposizione la lucidità e la capacità sufficiente per poter mettere a posto gli affari che abbiamo così negligentemente trascurato? Le cinque vergini avvedute ci danno un esempio diverso: avevano con sé dei vasetti pieni di olio che sarebbe servito per poter aspettare con tranquillità l’arrivo dello sposo che tardava. Non avevano certo aspettato che facesse notte o l’ultimo momento per andare dai mercanti e dai venditori per acquistare l’olio che sapevano che sarebbe servito loro. Erano forse consapevoli che a tarda notte sarebbe stato difficile trovare un negozio aperto o avere il tempo necessario per cercarlo, mettersi in fila ed acquistare l’olio mancante. Erano sicuramente consapevoli che le cose fatte di fretta spesso riescono male. E noi siamo davvero così presuntuosi da credere che potremo aggiustare tutta la nostra vita in pochi giorni o addirittura in pochi minuti? Forse ci sono molte cose che stai lasciando da lungo tempo in sospeso e che invece richiederebbero un po’ della tua attenzione e tra queste, sicuramente, il bisogno di prepararsi ad incontrare Dio. Sono convinta che se imploreremo l’infinita misericordia di Dio anche nell’ultimo istante della nostra vita Egli saprà perdonarci e salvare, ma la domanda è questa: sapremo noi nella notte, correndo nel buio, senza olio e senza luce, spinti dalla fretta e dall’agitazione, trovare la porta dello sposo? E cosa faremo se una volta che abbiamo trovato quella porta, che abbiamo così frettolosamente cercato a tastoni nel buio, ci accorgessimo che fosse già stata chiusa?


Ma chi è questo Giosuè?

“Sali in vetta al Pisga, volgi lo sguardo a occidente, a settentrione, a mezzogiorno e ad oriente, e contempla il paese con gli occhi tuoi, perché tu non passerai questo Giordano”
Deuteronomio 3:27

Mi è facile comprendere cosa provasse in quel momento Mosè, perché tante volte ho creduto di vivere la stessa esperienza. Era proprio lì, di fronte all’adempimento della promessa del Signore. Poteva vedere la terra promessa davanti a sé. Poteva ammirare la ricchezza dei suoi frutti, l’abbondanza di paesaggi verdi per i pascoli, poteva immaginare le grida di un popolo vittorioso che avanzava intrepido alla conquista di quei territori, che aveva bramato per tutta la vita. Ma ora che era proprio lì ad un passo della realizzazione dei suoi sogni, Dio gli disse che non avrebbe mai valicato quei confini, né i suoi piedi avrebbero mai calpestato quella terra, ma l’unica cosa che gli sarebbe stata concessa era di contemplare la terra da lontano. Questa era la punizione scelta da Dio per Mosè, perché invece di parlare ad una roccia affinché ne scaturisse dell’acqua per il popolo assetato, Mosè l’aveva percossa due volte, mostrando di non aver fiducia in quello che il Signore gli aveva detto (Numeri 20: 1-13). Forse, a volte, sarebbe meglio non vedere, non conoscere affatto ciò che il Signore aveva preparato per noi e che avremmo potuto raggiungere e conquistare, dopo tante fatiche e battaglie. Forse, se non vedessimo coinostri occhi l’immagine di ciò che sarebbe stata la concretizzazione delle promesse, il nostro rimorso per gli errori commessi sarebbe più indulgente con noi, e i nostri sensi di colpa un po’ più benevoli. Ma Dio continua il suo discorso al suo servo e gli dice che un altro al suo posto avrebbe condotto il popolo nella terra promessa: Giosuè. E ordina a Mosè di “fortificarlo e incoraggiarlo”. A questo punto sicuramente se io fossi stata Mosè il mio cuore si sarebbe davvero ribellato a Dio. Avrei iniziato a discutere e ad adirarmi più che mai: “Ma chi è questo Giosuè? Cosa ha fatto per meritarsi ciò che a me viene negato così ingiustamente? E’ stato forse lui a sfidare il faraone e il suo esercito, operando potenti prodigi e opere straordinarie con in mano un solo bastone? E’ stato forse lui a fare da guida per tutti questi anni ad un popolo ribelle e lagnoso? E dove era questo insignificante Giosuè mentre Tu, potente Dio, parlavi faccia a faccia con me e mi consegnavi direttamente dalle Tue mani le tavole della Legge? E sicuramente avrei potuto sentire la voce maestosa e sapiente di Dio rispondermi: “Mentre io parlavo Tu per tu con te e ti consegnavo la Legge, Giosuè era ai piedi del monte che aspettava. E quando tutto il popolo si lamentava scoraggiato per la paura dei giganti che erano stati visti nella terra promessa, Giosuè parlava arditamente, tentando di convincere in ogni modo il popolo che la conquista era possibile.” E’ capitato anche a me di essere più volte ad un passo dalla realizzazione dei miei sogni. Potevo vedere il loro adempimento forte e chiaro proprio di fronte a me. Li vedevo belli come li avevo sempre immaginati, li sentivo gloriosi come avevo sempre creduto, avevo lottato, sudato, digiunato, avevo sempre avuto fiducia senza mai nutrire dubbi, ed ora erano davanti a me in tutto il loro splendore. Ma ho potuto dare ad essi solo un’occhiata, perché poi sono svaniti e scomparsi per sempre dalla mia vista, mentre lo Spirito parlava al mio cuore dicendomi che non li avrei mai conquistati, ma avrei dovuto incoraggiare e formare altri affinché li realizzassero al posto mio. E così è stato: altre persone hanno ottenuto con poco sforzo e in poco tempo ciò che io avevo bramato tutta la vita e ci ero arrivata solo vicino. Certamente, a volte i piani del Signore sembrano assai incomprensibili. Ho riflettuto a lungo su questo, i miei pensieri spesso sono stati tormentati da queste mie considerazioni. Volevo capire, comprendere, ma mi risultava davvero difficile, fino ad oggi. Forse ad alcune persone Dio riserva semplicemente questa chiamata: quella di accompagnare un popolo verso la meta, senza poter essere presenti quando la meta viene valicata. Non sempre la persona che semina e fatica è la stessa che raccoglie e gioisce. Non sempre la persona che costruisce le fondamenta di un palazzo è la stessa che abiterà quelle stanze. Non sempre chi prega e digiuna per la conversione di un peccatore è la stessa persona che salta e danza dalla gioia di vederlo arrendersi a Gesù. Come durante una lunga e estenuante corsa, nonostante avessimo corso velocissimi e avessimo raggiunto un ottimo tempo, arriva il momento in cui necessariamente dobbiamo passare la staffetta al nostro successore e allora non c’è più niente che noi possiamo fare, il nostro compito è finito, e non ci resta che stare ad osservare il nostro compagno che raggiunge il traguardo e tutto il pubblico che si alza e lo applaude. Fortunatamente Mosè non era me e non disse a Dio neanche una delle parole che avrei detto io al suo posto, ma condusse Giosuè dai sacerdoti perché fosse consacrato (Numeri 27:12-22). Giosuè dimostrò di essere un valido e coraggioso condottiero. Condusse il popolo alla conquista della terra promessa, vide il fiume Giordano aprirsi davanti al suo cammino, vide le mura di Gerico crollare davanti a sé senza muovere un dito e sconfisse ad uno ad uno ogni popolo che ostacolava il percorso. Questo era Giosuè! Sicuramente Giosuè non visse un solo giorno e non fece una sola conquista senza pensare a Mosè, al grande esempio che gli aveva lasciato, ai grandi ammaestramenti che gli aveva trasmesso, ma ciò che maggiormente gli dava coraggio e forza per affrontare ogni pericolo alla guida del popolo era la consapevolezza che il suo maestro da tempo aveva già valicato i confini di una Terra promessa ben più ricca e assai più gloriosa, dove scorre il latte e il miele.


Imitami!

Siate miei imitatori come anche io lo sono di Cristo
I Corinzi 11:1

Quanto giusta doveva essere la condotta dell’apostolo Paolo se si sentiva in grado di invitarci ad essere suoi imitatori come lui ogni giorno si sforzava di esserlo di Gesù! Se consideriamo i nostri tempi sembra ogni giorno più difficile trovare sul nostro cammino persone degne di essere imitate e che possano costituire per la nostra vita un reale esempio di santità e irreprensibilità. Non credo di esagerare o essere eccessivamente critica affermando che la mia crescita spirituale è stata segnata maggiormente da esempi negativi da non seguire che da conduttori santi da imitare. In poche parole è stato sempre più chiaro per me ciò che non dovessi fare piuttosto di ciò che dovessi fare e come farlo. E purtroppo, ahimè, ascolto continuamente persone che si lamentano di questo mio stesso problema. Ma credo che queste lamentele dovrebbero durare ben poco nella vita di ogni credente. Posso in qualche modo, infatti, comprendere e giustificarle nei credenti che hanno iniziato da poco il loro cammino con Gesù, che hanno tutto da imparare e che, quindi, si aggrappano e hanno bisogno di qualcuno che indichi loro la strada giusta da percorrere, anche attraverso un valido esempio di vita, ma mi meraviglio, invece, nel vedere come, dopo svariati anni di cristianesimo e di vita nuova accanto a Gesù, molti credenti possano ancora scandalizzarsi degli errori fallaci degli uomini che, seppur conduttori o pastori, sono pur sempre uomini. Credo che i nostri sforzi da cristiani maturi debbano essere orientati maggiormente nell’applicazione continua e assidua di diventare noi degli esempi di vita per gli altri, piuttosto che nella ricerca assillante e deludente di un esempio esterno da imitare. L’apostolo Paolo era una persona davvero umile, capace di abbassarsi a compiere anche i lavori meno soddisfacenti pur di non aggravare alcuno e capace di adattarsi ad ogni situazione disagevole pur di predicare l’Evangelo, eppure ha l’ardire (e non una sola volta) di invitarci ad essere suoi imitatori. Questo indica chiaramente che egli era convinto che i suoi insegnamenti e la sua condotta rispecchiavano fedelmente l’immagine e l’esempio di Gesù. Potremmo davvero anche noi oggi avere lo stesso ardire? Potremmo, cioè, dire alla gente che vive ogni giorno accanto a noi, ai nostri familiari, ai nostri colleghi di lavoro o compagni di scuola, a coloro che frequentano la nostra stessa palestra o alle nostre vicine di casa con cui spesso ci gustiamo un buon caffè: “segui il mio esempio, vivi come me, sii quello che sono io!”? Sono le persone con cui mangiamo, con cui lavoriamo, vicino alle quali viviamo, quelle che meglio ci conoscono. Conoscono ogni nostro difetto e pregio, conoscono le nostre debolezze e la nostra forza, ricordano le parole che escono dalla nostra bocca e quelle che lasciamo entrare facilmente nelle nostre orecchie. Con loro non possiamo fingere o mascherarci. Con loro siamo quello che siamo realmente. Ed ecco, dunque, la mia domanda: “siamo capaci oggi di essere un esempio positivo per queste persone, un esempio che loro desidererebbero imitare? Sono il nostro matrimonio, la nostra famiglia, la nostra casa, il nostro modo di vestire, il nostro modo di parlare, di consigliare, di pensare, il nostro modo di gestire il denaro, di vivere il tempo libero, la nostra capacità di perdonare e di amare un esempio per tutti coloro che ci osservano e scrutano ogni giorno?”. Certamente nella società odierna diviene difficile comprende anche solo il significato della parola “imitazione”. Non credo che l’apostolo Paolo volesse dire: “siate tutti uguali e tutti uguali a me!”. Ai nostri giorni la gente tende a voler essere tutta più o meno uguale, correndo dietro alle mode passeggere. Tendiamo a vestire tutti allo stesso modo, ad avere lo stesso taglio di capelli, a parlare secondo i modelli che ci vengono suggeriti dai mass media. E gli atteggiamenti più esasperati ci spingono a vedere nell’attrice famosa il viso che vorremmo a tutti costi avere noi e nel calciatore di successo tutta la gloria che vorremmo noi, rendendoli il nostro modello di vita. Ma lasciatemelo dire: queste imitazioni spesso diventano solo delle ridicole caricature dell’originale e delle orrende brutte copie da cestinare di un prototipo, che hanno come effetto la derisione e lo scherno altrui. Quanti di noi hanno studiato e conoscono bene le avventure e le sofferenze della vita di Paolo sanno bene che ha vissuto un’esistenza che nessuno mai vorrebbe davvero imitare: troppi stenti, troppe rinunce, troppe persecuzioni, troppi viaggi, troppe persone amate a cui dire addio, troppe terre abitate da dover abbandonare. Una vita troppo difficile da poter essere imitata. E cosa aveva tale esistenza di tanto straordinario da dover rappresentare un modello per tutti noi? In fondo di uomini valorosi ce ne sono stati un’infinità nella storia. La vita di Paolo aveva la particolare straordinarietà di riflettere fedelmente l’immagine di Gesù. L’imitazione di cui egli parla non è un semplice copiatura della vita di Cristo. Paolo desiderava ardentemente assomigliare al suo Signore, possedere la stessa somiglianza che deriva dal frequentare costantemente una persona, dal vivere ogni giorno accanto a lei. Lo stesso amore ardente per i perduti che spinse Gesù al sacrificio muoveva ogni passo dell’apostolo verso le scelte più estreme. Seguì la piena guida dello Spirito Santo e, come Gesù, sorseggiò fino in fondo l’amaro calice della piena arresa alla volontà di Dio, rinnegando la sua vita per amore della predicazione dell’Evangelo. Negli atteggiamenti dell’apostolo si poteva vedere muovere Gesù, nella sua voce si poteva ascoltare la voce di Gesù, nel suo sguardo si poteva ricevere l’amore di Gesù. Paolo amava in modo smisurato Gesù e ne era un perfetto esempio, un giusto seguace, un amato figliolo: era suo imitatore. Come possiamo essere la stessa cosa anche noi oggi? E’ facile seguire l’esempio di una persona con la quale la nostra esistenza è strettamente legata. Due persone che vivono ogni giorno a stretto contatto, come due sposi o due fratelli, alla fine finiscono inevitabilmente e involontariamente per assomigliarsi in modo spontaneo e facile. Così anche la nostra esistenza finirà con assimilare e assomigliare a ciò che ci sarà più vicino. Senza accorgercene alcuni atteggiamenti che ci sembrano apparentemente innocui e che, magari, anche disprezziamo, per il semplice fatto che ne siamo spettatori, entrano dentro di noi e ci influenzano inconsapevolmente. Così saremo spontaneamente portati ad imitare gli atteggiamenti di chi osserveremo di più. I protagonisti dei nostri giorni sembrano essere sempre di più persone che si abbandonano totalmente a litigi aggressivi e volgari discussioni, come se questo fosse l’unico metodo di comunicazione fra gli uomini. Dovremmo avere il coraggio di spingere un semplice pulsante del telecomando e girare canale quando stiamo assistendo a sciocche trasmissioni che propongono queste discussioni esasperate e immagini volgari e oscene. Dovremmo avere il coraggio di alzarci ed opporre la nostra voce quando qualcuno ci invita a bere un bicchiere di troppo o ci spinge ad intrattenerci in malefici pettegolezzi. Dobbiamo avere il coraggio di compiere delle scelte che ci mettano in gioco, che ci rendano differenti rispetto alla maggioranza. Analizziamo attentamente ogni giorno come vivevano i santi uomini di Dio, con quale autorità sapevano insegnare, ammaestrare, riprendere e poi incoraggiare, ammonire e poi consolare, ed ogni loro parola era accompagnata da fatti concreti di una vita pienamente consacrata. Se analizzeremo con attenzione e con ammirazione questi grandi esempi del passato, inevitabilmente desidereremo imitarli ed assomigliare pienamente a Gesù e un giorno potremo avvicinarci alla gente confusa, che non sa più come vivere e quale esempio seguire e sussurrare alle sue orecchie: “Sii quello che sono io!”.


Il potere della trasformazione

“Quando attraversano  la valle di Baca, essi la trasformano in luogo di fonti, e la pioggia di autunno la ricopre di benedizioni.”
 Salmo 84:6

Nel verso sopraccitato viene descritta una capacità posseduta da coloro che hanno nel Signore la propria forza: la capacità di trasformare le circostanze. E’ incredibile, ma a volte neanche ce ne rendiamo conto del potenziale che deriva dall’essere figli di Dio. La valle di Baca era un luogo deserto, arido, secco, ma i figli di Dio avevano la capacità di renderlo un luogo abbondante di acqua e di benedizioni. Posso immaginare degli uomini che arrivano in una terra disprezzata, perché considerata del tutto infeconda e priva di fertilità. Ma essi sono lungimiranti: sanno trovare in essa ciò che nessun altro saprebbe vedere. Così si adoperano per studiare le caratteristiche del terreno e del clima, analizzano come varia la temperatura nel corso della giornata e cominciano a dedicarsi ad un nuovo progetto. Trovano la sorgente d’acqua più vicina o scavano dei profondi pozzi per poi costruire degli impianti di irrigazione. Dopodiché iniziano ad arare la terra e seminare, fino a quando quella che prima era una terra arida comincia a dare del frutto, diviene verde e rigogliosa e diventa un’oasi dove il pellegrino ed il viandante possono bere e ristorarsi. Non è fantastico? Tutto questo avviene per la capacità di qualcuno che ha avuto la saggezza di vedere oltre l’oggettività della realtà e l’inconsistenza dell’apparenza. Così avviene anche nella vita reale di tutti giorni. Viviamo, a volte, delle circostanze che fanno apparire la nostra esistenza arida e priva di senso, oppure dei periodi particolari, circoscritti in giorni, mesi o anni, in cui sembra proprio che stiamo vivendo in un territorio arido, privo di fertilità, dove non si possono vedere frutti intorno a noi. Che sia la nostra vita, che sia la nostra famiglia o il cerchio delle nostre amicizie, o addirittura la nostra chiesa, questo luogo deserto ci fa soffrire e bramiamo un reale cambiamento, come un uomo che attraversa il deserto e desidera intensamente un po’ di ombra e un sorso d’acqua fresca. Aspettiamo una svolta, un cambiamento portati forse da una ventata di aria fresca, senza pensare mai davvero che Dio ha affidato proprio a noi una potente capacità di trasformazione. Analizzando la Bibbia e considerando questa capacità di trasformare le situazioni negative in opportunità e ricchezza, mi viene immediatamente un nome, che personifica perfettamente questo talento: Giuseppe, il figlio di Giacobbe. La storia del ragazzo venduto come schiavo dai fratelli gelosi che poi diviene un potente uomo d’Egitto è ben nota a tutti, ma forse pochi conoscono le sue reali sofferenze nel periodo che intercorre tra questi due eventi e come sia stato capace in ogni circostanza a trasformare le situazioni. Analizziamo insieme. Giuseppe in Egitto venne acquistato da Potifar, l’ufficiale delle guardie del faraone. Aveva all’incirca diciassette anni, era poco più di un ragazzetto, eppure il testo in genesi 39 evidenzia molto chiaramente come egli sia stato capace in poco tempo di diventare da un semplice schiavo a maggiordomo personale di Potifar, che riponeva in lui una fiducia cieca, fino ad affidargli tutto ciò che possedeva. Ma Giuseppe cadde nuovamente vittima innocente dell’ingiustizia umana e perse per la seconda volta ogni sua ricchezza e potere; pur non avendo sbagliato in alcun modo si ritrovò prigioniero in carcere. Sicuramente le carceri di quei tempi non dovevano essere dei luoghi accoglienti e comodi in cui albergare, ma in modo straordinario anche qui Giuseppe riuscì a portare un grande cambiamento e a “fare carriera”, tanto che il governatore della prigione affidò a lui prigioniero la custodia di tutti gli altri detenuti. E infine a trent’anni il Signore donò a Giuseppe la capacità di interpretare un sogno del faraone e da quel momento il ragazzo raggiunse l’apice del suo potere perché il faraone stesso gli affidò l’amministrazione dell’intero paese. Sotto l’amministrazione di Giuseppe l’Egitto divenne un paese ricco e potente, capace non solo di sopravvivere durante i sette anni di carestia, ma anche di fornire cibo a sufficienza per gli altri popoli. Giuseppe aveva trasformato la carestia in un’opportunità di arricchimento per il popolo egiziano attraverso la vendita del grano. Quanta saggezza, quanta intelligenza in questo uomo! Da pastore a schiavo, da schiavo a prigioniero, da prigioniero a viceré. Seppure conosco questa storia sin da quando ero bambina, mi stupisco sempre e rimango continuamente affascinata ogni volta che la rileggo. Ma come faceva Giuseppe ad avere così successo in ogni cosa a cui metteva mano? Dal testo biblico il primo segreto evidente della sua prosperità era nella benedizione di Dio. Il Signore lo amava profondamente. Aveva un progetto per lui e impedì che l’odio dei fratelli lo uccidesse. La benevolenza e la benedizione di Dio lo accompagnavano e proteggevano sempre, in ogni luogo dove si ritrovava e in ogni difficoltà che doveva affrontare. La presenza di Dio era talmente evidente nella vita di Giuseppe che, non solo era benedetto lui, ma veniva benedetto anche chiunque lo accoglieva in casa. Oltre a questo, Giuseppe era sicuramente pieno di virtù che lo rendevano amabile: il padre lo prediligeva rispetto agli altri figli; Potifar, il governatore delle prigioni e il faraone stesso gli si affezionarono a tal punto da affidargli ogni cosa era in loro potere. Era un uomo di cui si potevano fidare ciecamente. Infine, in tutto il testo, non troviamo neanche una lamentela uscire dalla bocca di questo uomo, mai! Né quando era nel fondo della buia cisterna, né quando vede i suoi fratelli prendere i soldi dai Madianiti, né quando viene acquistato da Potifar, poi accusato falsamente dalla moglie e reso prigioniero, neanche quando il coppiere del re si dimentica completamente di lui. Giuseppe non trascorreva il suo tempo in inutili lagne e in inefficaci lamentele, ma si rimboccava le maniche e studiava immediatamente come poter trasformare le sue sventure in opportunità, la sua terra arida in luogo di fonti. Certamente ci sarebbe davvero molto altro da dire su questa vita straordinaria ed una semplice e umile meditazione non è affatto sufficiente per esaminare a fondo quali siano state le reali motivazioni che hanno portato Giuseppe a diventare viceré, ma ciò che mi sta più a cuore è accompagnare ogni mio lettore a considerare in profondità, per poi realizzare pienamente, quale grande dono e autorità Dio affida ai suoi figliuoli. Se i tuoi passi ti conducono nella casa del lutto, sappi che puoi portare con te la consolazione e la gioia; se ti ritroverai ad entrare in un luogo dove abbonda il peccato e la depravazione, ricordati che puoi annunciare una grazia sovrabbondante; se un giorno percorrerai la valle dell’ombra della morte, sai già che sei annunciatore di vita. Siamo chiamati a trasformare le situazioni intorno a noi per il bene di chi ci circonda: questo è un dono che Dio ci dà e un potere che ci affida. Se la Sua benedizione sarà sempre su di noi e ci accompagnerà in ogni luogo e in ogni scelta della nostra vita, se le virtù di Gesù saranno visibili in ogni nostro gesto quotidiano e nelle nostre parole fino a renderci amabili agli occhi degli altri e degni di fiducia, se non ci scoraggeremo nel servizio, ma saremo sempre pronti a rimboccarci le maniche e a mettere mano in ogni opera disastrata che incontreremo sul nostro cammino per renderla fruttifera ed utile, allora saremo veramente capaci di trasformare ogni valle di Baca che attraverseremo in un’oasi, ricca di acqua e di fonti, ed ogni persona che passerà per la nostra strada, si arricchirà e troverà giovamento da essa. 


Il mio Unico Vanto

Allora l’Eterno disse a Gedeone: <Per me la gente che è con te è troppo numerosa, perché io dia Madian nelle sue mani; Israele potrebbe vantarsi e dire: “E’ la mia mano che mi ha salvato”.>
Giudici 7:2

L’uomo in generale impiega davvero poco tempo per inorgoglirsi: un piccolo successo, un traguardo raggiunto, una decisione azzeccata, un modesto elogio ricevuto sono spesso motivazioni più che sufficienti per farci sentire valenti e migliori degli altri. Anche per noi che siamo figli di Dio, per quanto vorremmo in ogni modo essere persone umili, non è facile avere a che fare ogni giorno con il nostro amor proprio. Quasi quotidianamente ci capita di dover affrontare dure battaglie con il nostro orgoglio, pronto a lusingarci con le sue carezze adulatrici che continuano a sussurrarci quanto siamo speciali e meritevoli. A volte la nostra superbia non ci dà tregua neanche quando siamo in attitudine di prostrazione: in preghiera, mentre si sta predicando, mentre si conducono i canti in chiesa o anche semplicemente quando stiamo facendo del bene a qualcuno. Basta poco per sentirci profondamente soddisfatti di noi stessi, come se il nostro servizio sia migliore e più accettevole agli occhi di Dio rispetto a quello di qualunque altro. Anche nelle attività che dovrebbero essere svolte unicamente per offrire onore e lode a Dio, il vanto di noi stessi spesso emerge e ci fa montare la testa. Se il nostro desiderio, tuttavia, è quello di unirci alle parole di Giovanni Battista che dichiarava la necessità che Cristo cresca in noi e che noi diminuiamo, allora il nostro combattimento diventa davvero faticoso. Ma in questa battaglia possiamo fare affidamento sull’aiuto del nostro Gesù, che è il più grande Maestro di umiltà. A volte la strada privilegiata scelta dal Signore per insegnarci l’umiltà è costituita da un processo di spogliamento. Gedeone era ben sicuro di essere pronto ad andare in guerra contro i Madianiti. Poteva contare sulla forza di un esercito di più di trentamila uomini. Era un numero considerevole e la vittoria contro il nemico poteva apparire scontata. Ma il Signore dà a questo uomo delle direttive insolite. Considerava l’esercito troppo numeroso: era necessaria un’accurata riduzione e selezione degli uomini scelti. A loro insaputa questi vennero messi sotto esame e la maggior parte di essi non lo supererò, finché a Gedeone non rimase che un esercito di solo trecento uomini. Beh, vincere con l’aiuto di solo trecento uomini era un’impresa ben più impegnativa. Gedeone non poteva più contare sulla sua forza, né su una certezza assoluta di avere in mano la vittoria, ma era proprio questo lo scopo del Signore: non voleva che Israele si vantasse di aver vinto grazie alla propria forza. Doveva essere evidente per Israele e una testimonianza per tutti i popoli che era stata la mano di Dio a concedere con facilità la vittoria al Suo popolo. Perché ciò accadesse era necessario ridurre le certezze di Gedeone perché imparasse a dipendere totalmente dalle strategie di Dio. Quando viviamo per piacere a Dio tutti i nostri successi e vittorie dipendono esclusivamente da Lui che opera in noi e attraverso di noi. Ma anche se questo è un insegnamento piuttosto ripetuto nelle nostre chiese ed è ben chiaro a tutti, tuttavia la sua applicazione spesso diventa un’impresa molto difficile. Per poterci insegnare a fare emergere l’immagine di Gesù nella nostra vita, il Signore potrebbe cominciare a privarci di tutte quelle cose che in qualche modo ostacolano il nostro abbassamento e comincia a spogliarci, strato dopo strato, di ciò di cui più ci vantiamo per mettere completamente a tacere il nostro orgoglio. A volte il Signore inizia a privarci delle persone che amiamo di più. Spesso tendiamo ad appoggiarci pienamente sull’aiuto di persone per noi importanti, che ci sono state sempre fedeli, su cui abbiamo potuto contare nei momenti più difficili o tristi della nostra esistenza. Il nostro amore, però, potrebbe indurci a dipendere totalmente da queste persone, facendo di esse la nostra forza e il nostro esclusivo appoggio. In ogni piccola difficoltà, battaglia o dolore, corriamo da loro in cerca di aiuto. Sebbene è volere di Dio che ci amiamo gli uni e gli altri e ci aiutiamo avvicenda, per maturare spiritualmente e imparare a dipendere esclusivamente dal soccorso di Dio potrebbe essere inevitabile la separazione dalle persone più amate. Altre volte Dio sceglie di spogliarci dei nostri talenti. Inspiegabilmente ci capita di dover rinunciare a delle attività o passioni proprio quando sono nel pieno del loro sviluppo, quando ci sembra che stiano fruttando di più. Attraverso questo tipo di rinuncia il nostro Maestro vuole insegnarci che un buon servizio non dipende dalle nostre capacità o dalle cose che ci riescono meglio, ma dalla nostra ubbidienza e dalla determinazione di essergli fedele, pronti a pagare ogni prezzo. Ancora il Signore ci potrebbe spogliare delle nostre certezze, di quelle idee che nel tempo abbiamo reso assolute. Facilmente le nostre convinzioni, le nostre dottrine generano in noi un modo di credere statico e fossilizzato, pieno di pregiudizi e preconcetti che ci impediscono di metterci in discussione, insuperbendoci. Quando ci appoggiamo eccessivamente agli insegnamenti che abbiamo ricevuto nel passato, magari all’inizio della nostra conversione, rischiamo di invecchiare spiritualmente e di non essere più capaci di ricevere nuove e fresche lezioni da parte dello Spirito, essenziali per una crescita continua. Ma attraverso varie situazioni il Signore potrebbe far crollare queste nostre certezze. Forse all’inizio ci sentiremo smarriti e confusi, ma questo ci spingerà ad attingere alla Parola di Dio alla ricerca di un’acqua sempre fresca e dissetante. E’ chiaro che la privazione di qualcosa di importante per noi produca alla nostra vita molto dolore. Sono tanti anni ormai che il Signore ha iniziato il suo processo di spogliamento in me, principalmente attraverso la mia malattia, ma anche attraverso difficili scelte e dure rinunce. A volte mi guardo allo specchio e provo vergogna di ciò che vedo, ma è proprio in quelle occasioni che con facilità tendo ad abbassarmi e vedo emergere l’immagine di Gesù che vive dietro di me. Quanto più permettiamo a Dio di spogliarci dei nostri abiti di cui ci vantiamo tanto, tanto più Egli ci riveste delle Sue vesti bianche, pure ed incorruttibili. Forse il nostro esercito sarà composto solo di trecento uomini forti e valenti, ma ci sarà Dio a combattere per noi e questo sarà il nostro unico vanto.


Il miracolo in fondo al calice

“Padre, se tu vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta”.
Luca 22:42

La dottoressa si era seduta accanto al mio letto. Aveva uno sguardo pieno di tenerezza ed affetto. L’avevo sempre considerata una persona molto introversa e di poche parole, che non dava troppa confidenza ai propri pazienti. Ma in questo ultimo ricovero il suo atteggiamento nei miei confronti era mutato completamente. Negli ultimi giorni poi, dopo che avevo avuto delle crisi respiratorie molto serie, si mostrava nei miei confronti sempre più sensibile e dolce. Ora fissavo il suo sguardo carico di emozione e dispiacere, comprendendo che aveva il duro compito di dirmi cose che non avrebbe voluto. Iniziò a suo malincuore a parlarmi. Erano passati più di cinque anni dal giorno in cui ero stata messa in lista per il trapianto di cuore e polmoni. In questi anni avevo provato tante cure diverse, che temporaneamente riuscivano a rendere stazionaria la situazione, ma poi tornavo ripetutamente a peggiorare. Questo ultimo anno, la situazione sembrava davvero essere precipitata: il mio cuore era davvero stanco e i miei polmoni avevano perso ormai ogni loro funzionalità. Ero ben cosciente che se non avessi fatto il trapianto, avrei avuto ancora ben poco da vivere. La dottoressa mi disse che stava mettendo molta pressione ai medici del Centro Trapianti perché l’intervento fosse fatto al più presto, ma aveva avuto da parte loro un’informazione di cui né lei, né mio marito ed io eravamo a conoscenza e che spiegava la mia lunga attesa e, cioè, che ho un particolare tipo di sangue iperimmunizzato che rendeva altissime le probabilità di rigetto e che era quasi impossibile trovare un donatore che avesse le mie stesse caratteristiche sanguigne. “Ci vorrebbe un miracolo perché ciò accadesse” disse la dottoressa. Mio marito era di fronte a me, con il mento poggiato sulle mani, stanco di ricevere continuamente brutte notizie, ma nello stesso tempo col volto sereno e fiducioso. “Bene” risposi con un sorriso pieno di rassicurazione “io credo ai miracoli e se pure non accadrà, la mia vita è interamente nelle mani di Dio e Lui farà ciò che vorrà!” La dottoressa aveva letto il mio ultimo libro, sapeva che non avevo paura della morte e conosceva bene quanto amore e fiducia ho nel Signore. Guardò mio marito e poi guardò di nuovo me, comprendendo forse per la prima volta che quella che aveva sempre ritenuto incoscienza giovanile, invece, era una fede incrollabile in Dio. “Ragazzi, io vi stimo per la vostra fede, vorrei averla anche io. A quanto pare è più difficile per me darvi certe notizie di quanto lo sia per voi riceverle. In ogni modo, se voi credete nei miracoli ci voglio credere anche io!” Si alzò sorridendo e lasciò la stanza. Chiusi gli occhi e poggiai la testa sul cuscino esausta, ma ero felice perché nel mio cuore sentivo che era appena successo qualcosa di meraviglioso. Credo che non ci sia testimonianza più efficace di una persona in fin di vita che riesce a lodare Dio e testimoniare della Sua grandezza. Passarono alcuni giorni. La mia situazione era leggermente migliorata e speravo di poter tornare presto a casa. Tutto ciò che desideravo era poter vivere serenamente i miei ultimi giorni con la mia famiglia. Tutte le altre cose mi interessavano ben poco. Un pomeriggio ero seduta su una poltrona nella mia stanza ed entrò la dottoressa. Si sedette di nuovo accanto a me. “Sara, ti ricordi il mio discorso sulle caratteristiche del tuo sangue? Ci sarebbe un donatore con le stesse caratteristiche. Forse il trapianto sarà possibile, stiamo aspettando la conferma.” Dopo due ore la conferma arrivò. Arrivarono gli operatori dell’autoambulanza per trasferirmi nel Centro Trapianti. Mentre lasciavo la mia camera i miei occhi si rivolsero alla mia cara dottoressa che mi lasciava sorridente e pienamente fiduciosa. Quella notte ho fatto il trapianto di cuore e polmoni ed ora sono qui a scrivere di questo miracolo avvenuto nella mia vita. Il primo giorno che mi è stato tolto l’ossigeno e tutte le apparecchiature che mi legavano alle macchine ho provato un senso inspiegabile di libertà. Posso respirare autonomamente, camminare, mangiare, dormire senza fare nessuna fatica. Tutto è facile ora e spontaneo. Il miracolo è avvenuto e per me continua a ripetersi ogni giorno. Tuttavia il trapianto non è un intervento facile da affrontare. E’ stato davvero doloroso. Al mio risveglio dall’anestesia provavo dei dolori lancinanti ed ero sotto gli effetti di calmanti molto potenti che mi causavano delle allucinazioni spaventose e terribili. Credo di non aver mai provato tanta paura in vita mia. Anche i giorni successivi sono stati lunghi e difficili. La ripresa avviene molto lentamente e c’è il rischio continuo che gli altri organi siano danneggiati dai nuovi farmaci. Quindi bisogna fare continui esami e accertamenti, spesso anche molto dolorosi da sopportare. Oltre a ciò c’è un forte rischio di prendere infezioni, virus, germi che possono compromettere permanentemente il buon successo dell’intervento e tutto ciò crea uno stress emotivo e fisico non indifferente. In questi momenti di grande difficoltà sento di essere grata a Dio per quanto ha già fatto per me. Mi torna in mente lo sguardo della dottoressa che affermava: “Se voi credete nei miracoli, ci voglio credere anche io!”. Ed effettivamente il miracolo c’è stato perché, non solo ho trovato un donatore con le mie stesse caratteristiche sanguigne, il che era considerato un evento rarissimo, ma anche per il fatto che ciò sia avvenuto in tempi brevissimi e solo pochi giorni dopo aver parlato con la mia dottoressa. Nonostante la mia gratitudine verso il Signore per questo miracolo, non nascondo che spesso ho chiesto al Signore il perché, se aveva in mente di operare in modo miracoloso verso me, non è intervenuto prima, guarendomi completamente e non abbia impedito che io facessi il trapianto. Forse qualcuno può ritenere sciocco questo mio interrogativo, ma non è raro chiederci nei momenti difficili perché Dio non intervenga in modo miracoloso a favore di noi suoi figliuoli ed impedisca che affrontiamo delle difficoltà di tale portata. Quando subito dopo il trapianto ero in terapia intensiva, intubata e provavo forti dolori, pensavo a Gesù nel giardino del Getsemani che pregava che Dio allontanasse da lui il calice amaro che stava bevendo. Anche Gesù in quel momento stava invocando un intervento miracoloso da parte di Dio. Giuda lo aveva già tradito e probabilmente era già in cammino con le guardie per prendere Gesù. Solo un miracolo da parte di Dio avrebbe potuto salvare Gesù dalla loro cattura. Ma non era tanto difficile per Dio impedire che questo avvenisse. E allora perché l’Eterno Onnipotente non è intervenuto in favore di Gesù e non ha impedito che fosse reso prigioniero per poi essere messo a morte? Perché il miracolo che il Padre Celeste aveva preparato per il Figlio non era una liberazione straordinaria da un infame traditore e dalle guardie sanguinarie? La risposta che ho trovato è che il miracolo che Dio aveva preparato per Gesù era la resurrezione e non poteva esserci resurrezione senza che ci fosse prima la morte. Per poter risorgere Gesù doveva necessariamente morire. Dio prepara dei miracoli per noi, ma non sempre questi coincidono perfettamente con quelli che noi stiamo chiedendo. Ciò dovrebbe spingere a interrogarci sul perché ricerchiamo miracoli nella nostra vita. Invochiamo l’intervento miracoloso di Dio davvero perché vogliamo che Lui tragga gloria dalla Sua potenza e ciò sia di testimonianza per la gente e attragga le moltitudini a sé? O dovremmo piuttosto ammettere più onestamente che spesso ricerchiamo un miracolo per noi stessi, perché la sofferenza ci fa paura, perché il dolore, le malattie, i problemi sociali che ci circondano vorrebbero essere banditi dalla nostra vita. Vorremmo che Dio ci rendesse immuni da tutto ciò che affligge e spaventa la gente comune. Vorremmo essere protetti, rassicurati del continuo che la nostra esistenza, in quanto figli di Dio, sarà più facile di quella degli increduli e dei malvagi. Vogliamo sentirci speciali e privilegiati. Ahimè, spesso sono proprio queste illusioni che spingono l’uomo a cercare Dio e, altrettanto facilmente, le disillusioni lo spingono poi a rinnegarlo, una volta che ci rendiamo conto che noi credenti siamo sottoposti alle stesse sofferenze e difficoltà di chiunque altro. Non era forse questa la motivazione che spingeva le folle a seguire Gesù quando operava guarigioni, calmava le tempeste e resuscitava i morti e, invece, a insultarlo, torturarlo e crocifiggerlo quando lo vedevano come un povero uomo, fallito, incapace di difendersi e ribellarsi? Quando invece tutta la nostra esistenza è direzionata dal profondo desiderio di piacere a Dio a tutti i costi e che la volontà di Dio coincida perfettamente con la nostra, come avveniva nella vita terrena di Gesù, allora siamo pronti ad accettare di bere un calice amaro e vedere il miracolo solo dopo che abbiamo ingoiato l’ultimo sorso. Non può esserci resurrezione senza prima la morte. Forse anche io non avrei mai potuto raggiungere così tante persone con la mia testimonianza, se non fossi stata malata e non avrei mai potuto godere di una gioia così profonda e indescrivibile come quella che provo in questi giorni, se prima non avessi vissuto un dolore amaro e una sofferenza atroce. Come figli Dio non dovremmo mai chiederci perché Dio non opera in noi un miracolo, ma perché noi abbiamo paura di avvicinare il calice della Sua volontà alla nostra bocca e, forse, sarà più facile per noi avere delle risposte. La scorsa settimana ho fatto un controllo nello stesso ospedale dove sono stata operata e mi sono commossa perché tanta gente malata, sofferente, in attesa anche loro dello stesso tipo di intervento, mi si accostava desiderosa che io dessi loro delle certezze e delle risposte piene di fiducia. Il mio cuore era pieno di commozione perché non avrei mai potuto comprendere pienamente e profondamente le loro emozioni e ciò che stavano vivendo se fossi risorta prima ancora di morire.


Signore, non voglio vederti!

“L’Eterno, il tuo Dio, ti susciterà un profeta come me, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, a quello darete ascolto! Avrai così per l’appunto quello che chiedesti all’Eterno, al tuo Dio in Horeb, il giorno della radunanza, quando dicesti: “Ch’io non oda più la voce dell’Eterno, dell’Iddio mio, e non oda più la voce di questo gran fuoco, ond’io non muoia”.
Deutoronomio 18:15-16

Spesse volte capita, parlando di Gesù con la gente, di sentirsi dire delle frasi di questo genere: “Se io vedessi Dio in persona sarebbe più facile per me credere in Lui o comprendere quale sia la Sua volontà.” Volendo intendere con queste parole che è difficile per alcuni credere in qualcosa che non può essere visto da occhi umani e sentito con le proprie orecchie. Non è molto facile per certe persone rivolgersi a qualcuno che non può essere visto e toccato senza essere assaliti dal dubbio che ci stia veramente ascoltando e che, in qualche modo, possa risponderci e farsi sentire. In realtà, se riflettiamo, l’uomo ha a che fare ogni giorno con le proprie emozioni, i propri pensieri, i propri sentimenti, che non sono udibili, non hanno voce e sono intoccabili, eppure quanto condizionano e influenzano la sua esistenza e le sue scelte di vita quotidiana in modo del tutto naturale! Eppure nessuno si chiederebbe: “Esiste davvero l’odio, la rabbia, la gioia, la soddisfazione?” E risponderebbe: “No, non posso credere che esistano perché io non le posso toccare.” Nello stesso modo possiamo sentire in noi la presenza di Dio e riconoscerla così facilmente come riusciamo a capire e a distinguere se siamo felici o arrabbiati, se amiamo o odiamo, se siamo soddisfatti di noi stessi o delusi. Eppure la questione che Dio non può essere visto diventa una vera e propria scusante più spesso di quanto si possa immaginare secondo questi ragionamenti che abbiamo fatto or ora insieme. Giorni fa leggevo i versi che ho citato e questo mi ha portato a meditare. Effettivamente c’era un periodo nella storia umana che Dio si avvicinava talmente tanto all’uomo quasi da farsi vedere. Se anche non nella sua reale sembianza, la sua presenza si manifestava con tuoni e fulmini (Esodo 20:18), o attraverso un pruno che non smetteva mai di ardere (Esodo 3:2), o attraverso una colonna di nuvola o di fuoco (Esodo 13:21-22), o attraverso le numerose apparizioni dell’Angelo dell’Eterno. Questo ci spingerebbe a pensare che il popolo ebreo fosse contento di avere un contatto diretto e senza mediatori con Dio. Sicuramente ciò rendeva la sua fede più stabile e più certa perché è facile credere a un Dio che si vede. Eppure questi versi ci spingono ad osservare l’esatto contrario: il popolo di Dio afferma espressamente a Mosè il desiderio di non voler più vedere Dio. Certo, leggendo ai nostri giorni questo racconto, ci appare quasi assurdo e reputiamo il popolo del tutto insensato e sciocco. Mi sono, dunque, posta degli interrogativi: “Perché mai l’uomo dovrebbe desiderare di non vedere Dio e preferire che un altro uomo parlasse per Suo conto? Perché mai Adamo quando sentì la voce del Signore nel giardino dell’Eden si nascose? E perché Davide che amava più di ogni cosa il Signore non volle ospitare in casa propria l’Arca del Patto (I Cronache 13:12-14)? Perché mai spavaldamente l’uomo sfida Dio invitandolo a farsi vedere e, quando Dio lo fa, l’uomo scappa vigliaccamente e si nasconde? Tutto mi lascia pensare ad una sola risposta: per paura. La prima cosa che teme l’uomo di fronte a Dio è la morte. Probabilmente ciò è dato dalla dismisura della natura divina e quella umana messe a confronto. Quanto grande e tremenda è la presenza di Dio! Ecco l’uomo, piccolo e limitato, come potrà confrontarsi con la grandezza e l’infinità del Signore? L’uomo è talmente orgoglioso e pieno di sé da sentirsi sicuro di poter resistere ad un confronto con Dio. Spesso possiamo sentire gente che stoltamente scherza sulle cose di Dio, con piena irriverenza e mancanza di rispetto, dimostrando di essere totalmente inconsapevole della propria piccolezza e nullità in confronto all’immensità di Dio. Ma quando le stesse persone vengono messe a confronto con eventi naturali come disastri e catastrofi si mostrano per la loro reale natura debole e soggetta alla morte, il che li fa spaventare terribilmente. Quanto più la potenza di Dio è capace di ricordarci che non siamo altro che polvere, spingendoci a provare un senso di morte. Un’altra cosa che teme l’uomo è la vergogna. Gran parte delle scuse della gente per non cercare Dio è di non averne bisogno perché si sente giusta. Ma quando Dio si mostra, l’uomo si sente spogliato di fronte gli occhi scrutatori di Dio, a cui nulla può essere nascosto. Davanti alla santità del Signore anche il minuscolo fruscello insidiato nei nostri occhi appare come una trave pesante e fastidiosa, il minimo nostro difetto ci pesa con sensi di colpa forti ed assillanti, lasciandoci incapaci di appellarci ancora al nostro senso di autogiustizia, che si dissolve come fumo. L’uomo, seppure faccia tanta fatica ad ammetterlo, è peccatore e davanti alla santità e alla giustizia di Dio sarà sempre mancante. Ecco così che più si avvicina a Dio più è forte il senso di vergogna che prova, se non altro per la propria misera natura peccatrice. Se non è abbastanza umile da ammetterlo e ricercare la giustificazione attraverso Gesù, che ci concede la possibilità di accedere alla presenza di Dio, l’uomo non può far altro che fuggire e nascondersi. Ed ancora, l’uomo teme la volontà del Signore. Quando Dio si manifesta ci porta a conoscenza della Sua volontà. Se udissimo direttamente la sua voce forte e chiara, non potremmo appellarci alla scusante di non aver capito bene o che il profeta scelto per rivelarci il Suo volere si sta sbagliando. La voce del Signore è tremenda: penetra nell’intimità dei nostri pensieri fino ad un convincimento totale che porta all’arresa incondizionata e all’ubbidienza. Ma spesso reputiamo i piani di Dio troppo difficoltosi per noi, troppo impegnativi, inadatti a noi e siamo convinti che abbia scelto la persona sbagliata. Così, anziché scegliere di sottometterci, preferiamo ancora una volta la strada della fuga, alla ricerca di un nascondiglio. Ma Dio, che si è sempre mostrato misericordioso verso l’uomo, ben consapevole dei suoi limiti, decide di accettare la sua richiesta e sceglie dei profeti che facciano da mediatori tra Sé e l’uomo. Ma neanche questo secondo metodo di Dio di rivelarsi, scelto dal popolo stesso, soddisfa Israele. Infatti, in tutta la sua storia, i profeti, che erano scelti per portare la voce di Dio fra la gente, la maggior parte delle volte divenivano vittime di persecuzioni, torture ed uccisioni, a causa di un popolo incapace di ascoltare e sottomettersi al volere divino. Ma Dio, ancora alla ricerca di un sistema diverso per avvicinarsi all’uomo, utilizzò l’estremo rimedio, scegliendo di farsi uomo e vivere tra la gente ora uguale a sé. Finalmente il popolo poteva vedere Dio faccia a faccia, poteva comunicare direttamente con Lui, udendo delle parole chiare dalla sua stessa bocca, senza temere di rimanere folgorato dalla Sua natura sovrumana. E, invece, non fu così, il popolo ancora una volta non accettò il messaggio di Dio, né la Sua presenza, per lui così fastidiosa ed impegnativa, così fuori da ogni ragionamento umano. Ora però era tutto più semplice, perché Gesù non era altro che un pover uomo. Non era necessario fuggire dalla Sua presenza, nascondersi in qualche rifugio sicuro, era più semplice eliminarlo una volta e per tutte attraverso la Sua morte. Ma il piano di Dio è andato al di là della stupidità umana ed, infatti, per il Padre, la morte del figlio, non rappresentò la separazione estrema e definitiva dall’uomo, ma questo sacrificio rappresentò il nuovo accesso per una comunione eterna e profonda tra uomo e Dio. Ora per chiunque è possibile avere accesso direttamente al trono del Signore, senza dover temere la morte, perché Gesù ci accompagna, né la vergogna, perché Gesù ci purifica, né la volontà di Dio, perché Gesù ci aiuta ad accettarla. Ora la strada verso la presenza di Dio è chiara ed è spianata davanti a noi. Eppure l’uomo sceglie ancora di voltare le spalle e fuggire. Ma come nella storia di Israele c’era sempre qualcuno che non temeva, nonostante i pericoli a cui andava incontro, di incontrare Dio, come Enoc, che camminò per trecento anni al Suo fianco fino ad essere rapito, come Abramo, Mosè, Samuele e gli altri profeti, così anche ai nostri giorni, è un privilegio poter far parte di quei pochi che hanno il coraggio di accostarsi al Signore e vivere presso di Lui, perché sanno che non esiste un luogo dove possano stare meglio. Possa essere ogni giorno il mio desiderio e quello di chiunque leggerà questa meditazione quello di albergare ai piedi del trono, di avere piena comunione con il Signore ogni ora della nostra vita, dove ogni timore e spavento svanisce e rimane solo il Suo amore che ci avvolge pienamente.


Il volo della speranza

“Ma quei che sperano nell’Eterno acquistano nuove forze, s’alzano a volo come aquile;
corrono e non si stancano, camminano e non s’affaticano”.
Isaia 40:31

Alzarsi in volo come un’aquila… chi non l’ha sognato almeno una volta nella vita! Sentire il proprio corpo divenire ad un tratto leggero, mentre rimane sospeso nel vuoto, mentre delle ali forti e robuste ci sollevano e ci portano in alto. Potersi innalzare al di sopra di tutto ciò che ci circonda e vedere le cose grandi intorno a noi divenire sempre più piccole, insignificanti, fino a sparire, perdendosi nella bellezza di uno spettacolo mozzafiato. E’ incredibile come una qualsiasi cosa possa assumere un significato del tutto diverso a seconda della prospettiva cui viene osservata. Un palazzo immane e gigantesco può sembrare un puntino insignificante se visto dall’alto. Se l’esperienza del volo ai nostri giorni può essere fisicamente sperimentata da qualche persona audace che abbia abbastanza coraggio da lasciarsi trasportare da uno dei più moderni velivoli, spiritualmente questa esperienza è riservata a chiunque abbia imparato a sperare nel Signore. La speranza è una virtù eccezionale. Citata insieme all’amore e alla fede in Corinzi 13:13, la speranza viene presentata dall’apostolo Paolo come una delle tre cose che più è destinata a durare. Può essere considerata come un’arma invincibile in mano di chi la possiede. Quando leggo questi versi posso immaginare i giovani di cui si parla. Li immagino come un esercito forte e valoroso di fronte al quale tutto è destinato a piegarsi. Un esercito di giovani determinati a proseguire il loro cammino o la loro corsa senza stancarsi e fermarsi per riposare. Ma, se pure appare tanto facile nella nostra mente raffigurare l’immagine di questi giovani, sembra altrettanto difficile trovare nella realtà dei nostri giorni dei giovani capaci di rispecchiarla appieno. Il giovane di oggi si ritrova catapultato in una società che gli chiede di cavarsela sempre da solo, con poco tempo a disposizione per ascoltarlo e tante richieste e aspettative da investire su di lui, di cui viene rivestito quotidianamente, come con un abito il cui tessuto è composto da macigni da trascinarsi dietro. Non riesce a trovare nulla di promettente e sicuro nel suo domani, che viene vissuto come qualcosa che produce molte incertezze e paure, spingendolo a trascinare i suoi passi verso l’incerto, piuttosto che camminare a passo svelto verso una meta chiara. Il giovane di oggi è stanco, fermo, perde tempo chiuso nella propria stanza davanti al computer, vagando alla ricerca di qualcosa che lo aiuti a distrarsi almeno per qualche ora. Il giovane di oggi non è considerato come il motore della società, ma come un peso da collocare non si sa bene dove e per quanto tempo.  E’ un individuo deluso, privato del suo entusiasmo, derubato del suo vigore da droghe che annebbiano la sua mente e lo illudono di trovare un’esistenza migliore in una realtà parallela e immaginaria. E’ disposto a farsi bruciare il cervello o il fegato pur di provare qualche emozione. Ha perso gli ideali, i sogni, i valori per cui credere e combattere. Non ha mete da raggiungere, non ha obiettivi per cui valga la pena continuare a camminare. Gli viene insegnato a non credere che valga la pena credere nel matrimonio, e per questo combattere contro le avversità che gli si scagliano contro, perché è più comodo avere relazioni meno stabili che possano essere facilmente interrotte non appena si rendano scomode. Gli viene insegnato che non è bello avere figli per cui fare dei sacrifici e affrontare rinunce, perché è più comodo continuare a occupare lui il ruolo da figlio, lasciando che i propri genitori si occupino di lui anche in età ormai matura. Non è necessario neanche ottenere un posto di lavoro scomodo e faticoso, perché è meglio aspettare che si presenti un’opportunità più propizia e vantaggiosa. E così se ne sta con le mani in mano, fermo ad oziare. Il giovane di oggi è inerme, impigrito, trascurato. Ciò che il giovane di oggi ha completamente perso è la speranza. D’altra parte in cosa dovrebbe ancora sperare? La vita lo delude continuamente. Quali sogni in cui poter credere ancora, quali obiettivi sarebbero abbastanza preziosi da dover combattere per il loro raggiungimento? La vera speranza che il giovane ha bisogno di ritrovare è nel Signore. Solo Dio è capace di concedere all’uomo una speranza capace di farlo sollevare al di sopra della realtà che lo circonda, e vedere l’esistenza terrena come qualcosa di miniscolo e poco importante in confronto all’esistenza celeste, meta meravigliosa da raggiungere e conquistare. E’ la speranza in Dio che ci insegna a sollevare lo sguardo quando siamo stanchi di vedere la nostra vita intrappolata da un circolo vizioso, dove le nostre giornate si ripetono ciclicamente sempre uguali, partendo la mattina da un punto, per avere poi la sensazione in serata di essere ritornati allo stesso punto, pur avendo corso tanto, perché ci insegna invece a riconoscere in ogni nuovo giorno che si presenta un nuovo dono da vivere che porta con se nuove opportunità per vivere una vita semplice ma che piaccia al cuore di Dio. E’ la speranza che ci spinge a continuare a lavorare per un progetto che ci sta tanto a cuore pur essendo passati tanti anni da quando abbiamo iniziato a porvi mano e non abbiamo ancora visto i risultati che ci saremmo aspettati, perché ci trasmette la fiducia che tutto ciò che facciamo ha valore e produrrà il frutto nella sua stagione, e le nostre aspettative non saranno deluse. E ancora, è la speranza che ci permette di rialzarci quando cadiamo sconfitti per l’ennesima volta durante la faticosa battaglia tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo realmente, perché ci convince che un giorno la nostra lotta finirà e attraverso Gesù potremo presentarci davanti al Signore invincibili. E’ la speranza che dà senso alla nostra vita. Risveglia le emozioni, le rende vive, vibranti. Riaccende i nostri sogni, facendoceli sentire più vicini, più realizzabili. Alimenta la nostra fede, quando sembra vacillante ed incerta. E’ la speranza nel Signore che può rendere un giovane dei nostri giorni forte e determinato. Capace di non piegarsi ai compromessi a cui la vita vorrebbe costringerlo ad abbassarsi, perché sa tenere lo sguardo puntato verso l’alto e non trova distrazioni. E’ la speranza che gli permette di correre verso il raggiungimento della sua meta, senza stancarsi quando incontra degli ostacoli che lo vorrebbero fare inciampare. E’ la speranza che lo solleva in volo quando le preoccupazioni di un futuro incerto lo vorrebbero appesantire e dall’alto le percepisce come piccole ed insignificanti. E’ la nostra speranza che il Signore è con noi per dirigere la nostra corsa che la rende meno faticosa e pesante e impedisce che le nostre forze vengano meno e ci abbandonino. E’ lui che afferra le nostre mani e fa dispiegare le nostre braccia in volo e, mentre ci conduce in alto, possiamo abbandonarci serenamente alla sua guida, mentre ci godiamo lo spettacolo della nostra vita vista dall’alto, una meravigliosa vita abbondante della speranza in Cristo.
 


Le verità del cuore

“O Eterno chi dimorerà nella tua tenda? Chi abiterà sul monte della tua santità?
Colui che cammina in integrità ed opera giustizia e dice il vero come l’ha nel cuore”
Salmo 15:1,2

Tutto il salmo 15 riporta le virtù che sono richieste all’uomo che desidera dimorare nella tenda del Signore, cioè stare continuamente alla sua presenza. Ad una lettura superficiale dei versi sembra non essere poi tanto difficile avere queste caratteristiche ed essere, quindi, graditi agli occhi di Dio.  Ma leggendolo più a fondo ed esaminando verso per verso con attenzione, credo che gli atteggiamenti citati siano ai nostri giorni quanto mai rari e preziosi. In particolare mi piacerebbe oggi considerare queste parole: “dice il vero come l’ha nel cuore”. Guardando la televisione e, ahimè, soprattutto telefilm per bambini, ci rendiamo conto di quanto la menzogna sia uno dei peccati più comuni, giustificati e quasi ritenuti necessari per la propria esistenza. Si mente su tutto, anche nelle questioni in cui non sembrerebbe essere così necessario. Sembra quasi che queste trasmissioni abbiano proprio la volontà e il fine di insegnare a mentire. Una vera e propria educazione alla falsità, senza la quale sembra impossibile ottenere quanto c’è di meglio al mondo, come il successo, la buona fama, tante amicizie, ecc. Non voglio, tuttavia, in questa occasione parlare della menzogna in generale, le bugie dette per nascondere qualche nostro errore o per ottenere qualche vantaggio per noi stessi, come le scuse che inventiamo per giustificare il nostro ritardo agli appuntamenti o per rifiutare qualche noioso invito, ma voglio parlare della menzogna di cui ci usiamo abitualmente per nascondere le verità del nostro cuore. Quali sono le verità del nostro cuore? Prima di tutto sicuramente mi vengono in mente quelle che riguardano i nostri sentimenti. Nessuno di noi confessa facilmente i propri sentimenti. Ci sono persone che hanno grande difficoltà ad esprimere il proprio amore anche verso i propri coniugi, verso i figli o verso i genitori. Quanto più è difficile esprimere i sentimenti quando sono negativi. Come dire ad una persona che si dimostra tanto gentile verso di noi e ci telefona spesso per interessarsi di noi, che in realtà la reputiamo terribilmente noiosa e fastidiosa? O confessare al nostro collega di lavoro che si reputa nostro amico che, in realtà, proviamo verso di lui un forte senso di competizione e che non siamo felici della promozione che ha appena ottenuto perché avremmo voluto averla noi? E quanto più i sentimenti sono forti e violenti in noi, tanto più è difficile confessarli, come il disprezzo, la rabbia, l’odio. Ci sono poi dei sentimenti che vengono considerati dei veri e propri tabù: ad esempio l’invidia. Chi confesserebbe di desiderare ciò che appartiene ad altri? Dire ai nostri amici che siamo invidiosi perché posseggono una macchina o una casa più bella della nostra o peggio ancora che siamo invidiosi di ciò che loro sono e che noi non siamo capaci di essere sarebbe come ammettere che ci reputiamo inferiori a loro e, quindi, di minor valore. O la gelosia. Forse è facile ammettere la gelosia verso il nostro patner, ma quanto è difficile ammetterla quando invece è rivolta, ad esempio, ad una nostra amica che trascorre molto tempo al telefono con un’altra nostra amica in comune, o ai nostri genitori che reputiamo che rivolgano più attenzioni ai nostri fratelli o peggio ancora verso i nostri figli quando sembra che preferiscano stare con nostra suocera piuttosto che con noi. Ammettere la gelosia è come ammettere che non possiamo fare a meno di un’altra persona e che la vorremmo tutta per noi. Spesso per nascondere tutti questi sentimenti non mentiamo solo con le parole, ma anche con semplici gesti. A volte per esempio, facciamo un sorriso ad una persona che non sopportiamo, camminiamo a braccetto con chi in realtà vorremmo che inciampasse e si facesse male, o facciamo complimenti a chi vorremmo insultare. E non credo, in questi casi, che si tratti di ipocrisia, ma di una reale difficoltà nell’esprimere ciò che proviamo. Altre verità del cuore riguardano le nostre emozioni. Non è facile confessare le emozioni che in certe circostanze prendono così possesso di noi quasi da farci stare male. Non posso mai scordare come ho imparato a nuotare. Avevo circa dieci anni quando una mia compagna di scuola con cui ero andata al mare e che praticava il nuoto da tantissimi anni mi chiese se sapevo nuotare e se volevamo andare dove non si toccava il fondo. Io naturalmente non riuscii ad ammettere che non mi ero mai allontanata più di un metro dalla riva e che non ci avevo mai neanche provato a nuotare, e dissi che sapevo nuotare benissimo. Così spinta dall’orgoglio, dalla vergogna e da tanta incoscienza imparai a nuotare all’istante e mi spinsi a largo. Ma ho corso un grande rischio: sarei potuta annegare. Quanto ci è difficile, in certe circostanze, ammettere di provare vergogna, o paura, o tristezza e mentiamo spudoratamente, fingiamo di non conoscere neanche queste emozioni, per dare un’immagine diversa di noi e farci stimare per quello che in realtà siamo ben lungi dall’essere. Altre verità del cuore riguardano i nostri peccati. Ahimè, quanti peccati inconfessabili teniamo ben nascosti dentro di noi e mentiamo per difenderci, per non far sapere che siamo stati così deboli da essere caduti. Quanto è difficile ammettere che stanno nascendo in noi dei desideri verso una persona sposata e che stiamo commettendo adulterio nel nostro cuore o ammettere che ogni volta che guardiamo da soli il televisore proviamo la forte tentazione di guardare programmi immorali! O ancora, chi ammetterebbe che proviamo un piacere irrefrenabile nei pettegolezzi e che godiamo nel parlare male degli altri e nel far sapere a tutti i segreti altrui? E quando qualcuno nota in noi qualcosa di strano mentiamo, affermando che stiamo bene, che niente ci turba o peggio, a volte, addirittura testimoniamo pubblicamente che certi tipi di peccati sono banditi dalla nostra vita, quando siamo perfettamente consapevoli che ne siamo ancora del tutto schiavi. Ma perché? Perché è così difficile essere sinceri? Perché facciamo così fatica a rivelare agli altri ciò che veramente è nascosto nel nostro cuore? Perché il più delle volte dire la verità fa male, fa male a che la dice e fa male a chi se la sente dire. In Geremia 17:9 è scritto che “il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente maligno” e, purtroppo, ne siamo perfettamente consapevoli per quanto riguarda il nostro, ma non vorremmo che lo sapessero anche gli altri. Sentimenti, emozioni, peccati, si agitano in noi e ci tormentano, fanno talmente tanto rumore che siamo convinti che chiunque li possa sentire, e così gridiamo più forte le nostre bugie, per mascherare una realtà che a noi per primi non piace. Non così l’uomo che vive nella tenda del Signore. Lui non mente e dice il vero, come è nel suo cuore. Lui non teme le verità del suo cuore, non le maschera. Prima di tutto perché il suo primo scopo è quello di piacere a Dio e non esiste al mondo un abile mentitore capace di mentire a Dio. Il Signore conosce il nostro cuore, a Lui nulla può essere nascosto. Per quanto possiamo cercare scuse e giustificazioni per noi stessi, Lui sa esattamente le motivazioni più recondite e gli intenti più intimi che ci spingono ad agire. L’uomo di Dio lo sa ed ha imparato ad accostarsi al Signore col suo cuore sporco per permettergli che sia purificato. Oltre a ciò l’uomo secondo Dio sa che se in un primo momento la verità confessata sembra che rechi del dolore a noi stessi e agli altri, col tempo porta ad una guarigione totale. Non è capitato forse a ciascuno di noi che nel preciso momento in cui abbiamo confessato un peccato o una colpa, ci siamo sentiti istantaneamente liberati una volta e per sempre? La verità porta alla libertà. Non siamo più schiavi di ciò che agita il nostro cuore, ma sono i nostri sentimenti e le nostre emozioni ad essere dominate da noi, attraverso l’opera che permettiamo a Dio di compiere. Credo che ciascuno di noi vuole abitare sul monte della santità di Dio, piacere a Lui e rispecchiare tutte le virtù dichiarate dal salmo 15, allora cominciamo a portare alla luce le verità del nostro cuore e qualora non siano eccellenti, lasciamo che la preghiera e la Parola di Dio le affini, le purifichi, le trasformi per la Sua lode e gloria.


Sogni troppo alti

“O Eterno, il mio cuore non è gonfio di superbia e i miei occhi non sono alteri; non attendo a cose troppo grandi e troppo alte per me. In verità ho calmata e quietata l’anima mia; come è quieto il bimbo divezzato sul seno di sua madre. Quale è il bimbo divezzato, tale è in me l’anima mia. O Israele spera nell’Eterno da ora in perpetuo.”
Salmo 131

Questo piccolo Salmo parla profondamente al mio cuore. I suoi versi sono ricchi di un messaggio chiaro e diretto e ci spingono a riflettere sull’umiltà. L’umiltà è una virtù difficile da conquistare per l’uomo. La prima difficoltà si incontra già nel desiderarla. Desiderare di essere umili è già di per sé un desiderio in controtendenza nell’opinione comune dei nostri giorni. La maggior parte delle trasmissioni di cui siamo spettatori, sono ricche di messaggi che invitano le persone ad avere grandi sogni nella propria vita ed essere pronti a pagare qualsiasi prezzo pur di realizzarli. Così, se sei una brava casalinga, dedita alla famiglia, sbagli a sentirti soddisfatta, devi aspirare a qualcosa di più alto, perché a cosa serve se dai anima e corpo per amare tuo marito e i tuoi figli, se il resto del mondo non saprà mai chi sei e non si ricorderà di te il giorno in cui morirai? E perché essere un semplice operaio, sempre puntuale e felice di portare a casa il salario necessario per provvedere ai bisogni della famiglia, quando dovresti aspirare a lavori meno faticosi che possano arricchirti in fretta? Che importanza ha, poi, se per raggiungere i tuoi obiettivi devi accettare compromessi, cercare sotterfugi, scavalcare i tuoi colleghi, rinunciare alla tua etica e ancora più amaro, ferire chi ti ama, togliere tempo alle persone più care e lasciare i tuoi figli a giocare da soli. L’importante è raggiungere i tuoi sogni e, più alti e irraggiungibili sono, maggiore sarà la soddisfazione che proverai un volta raggiunti. Questi sono i messaggi che ci vengono trasmessi ovunque e continuamente. Ma siamo sicuri che sia davvero così? Una volta parlavo con un mio amico che mi diceva amareggiato: “Ho quasi quarant’anni e ancora non ho realizzato niente nella mia vita!” E gli ho risposto scioccata: “Non hai realizzato niente? Ma guardati: hai una casa di tua proprietà, una moglie che ti ama, due splendidi figli, un lavoro sicuro e la possibilità di fare nel tuo tempo libero le attività che ti piacciono di più. La maggior parte degli uomini ai nostri giorni alla tua età non ha niente di tutto questo.” A cosa aspira il cuore umano? Cosa vuole veramente per se stesso? Perché non riusciamo ad essere pienamente contenti di ciò che abbiamo, specialmente quando ce lo siamo conquistato con fatica, piuttosto vogliamo sempre qualcosa in più? E’ possibile davvero che la felicità possa essere riservata solo a chi ha successo, è ricco, ha potere e fama? Eppure, quanta gente infelice vediamo sfilare nel mondo dello spettacolo! Magari noi pagheremmo oro per occupare il loro posto, mentre nell’intimo del loro essere loro stanno forse meditando su come mettere al più presto fine alla loro esistenza. Il salmista invece dichiara: “Non attendo a cose troppo grandi e troppo alte per me…”. Che grande umiltà che traspare da questi versi! Chi ammetterebbe mai che ci sono delle cose troppo elevate per noi, cose che non potremmo mai raggiungere. Il messaggio moderno è: “Niente è irraggiungibile per te. Tu puoi tutto!” Il messaggio del salmista: “Io non sono niente, non mi permetto neanche di avere sogni troppo elevati”. Potremmo pensare che sia un uomo rassegnato, un fallito, una persona insignificante, se non continuassimo a leggere i versi che seguono… “ho quietata e calmata l’anima mia come è quieto il bimbo divezzato sul seno di sua madre”. Si fa presto chiara in me l’immagine di un bambino che dorme fra le braccia di sua madre. Certamente non è un’immagine che mi suscita un senso di fallimento, insoddisfazione, povertà d’animo. I bambini così piccoli, ancora non contaminati dai messaggi che l’ambiente intorno detta loro, non pensano al loro futuro, non hanno sogni, né aspirazioni, desiderano solo giocare, essere felici, e quando sono stanchi la loro più grande felicità è trovare riposo nelle braccia amorevoli della loro mamma. Il mio intento attraverso questa meditazione, non è quello di condannare chi ha dei sogni, degli obiettivi, delle mete da raggiungere nella propria vita. Credo, infatti, che essi siano importanti e fondamentali nella vita di ciascuno di noi. Ciò che condanno è la ricerca continua e insaziabile di qualcosa in più, quella ricerca che spesso si trasforma in ossessione, che ci spinge ad una corsa affannosa e ricca di ansie e preoccupazioni. I nostri sogni arricchiscono la nostra vita e sono importanti per la nostra crescita interiore, fin quando non diventano nostri nemici, pronti a rubarci i tesori nascosti nelle semplici cose che già possediamo. Un cuore umile trova gioia nelle cose semplici della vita e così sa rendere quieto il suo animo. Riesce ad essere soddisfatto di ciò che ha, senza provare l’oppressione di dover avere di meglio e così i suoi pensieri trovano la calma. Se cade trova in Dio la forza di rialzarsi, senza colpevolizzarsi troppo, perché le sue aspettative verso se stesso non erano eccessive. Il cuore umile non ha grandi aspettative neanche verso gli altri e quindi difficilmente rimane deluso. Il cuore umile ha raggiunto la consapevolezza che è Dio Colui che deve dirigere i nostri passi, che approva o disapprova i nostri progetti, che incoraggia o ostacola i nostri sogni e senza troppa frustrazione è capace di dire: “Ho sbagliato, faccio un passo in dietro”. Il cuore umile sa trovare quiete per il suo cuore fra le braccia del Padre, contento del giorno trascorso e fiducioso per quello che sta per arrivare. Quando siamo umili e docili e ci impegniamo con gratitudine in ogni opera che ci è viene affidata, ci ritroviamo a raggiungere allo stesso modo i sogni che si nascondevano in noi, in modo semplice, però, e non dannoso, né per noi, né per gli altri. Saremmo indotti forse a pensare che chiunque abbia scritto questo salmo sia una persona insignificante, ben lontana dagli eroi che hanno fatto la storia o che echeggiano nei più famosi romanzi, una persona di cui mai nessuno si ricorderà o parlerà dopo la sua morte, ed invece, le sue parole sono state scritte nel libro più importante della storia umana e dopo migliaia di anni ancora hanno parlato per molti giorni al mio cuore, fino a spingermi oggi a scrivere questa semplice meditazione.


Un’opera sconosciuta

Come tu non conosci la via del vento, né come si formino le ossa in seno alla donna incinta,
così non conosci l’opera di Dio che fa tutto”.
 Ecclesiaste 11:5

Osservando quotidianamente la natura intorno a noi, non ci capita di rado di accorgerci con stupore di quante trasformazioni avvengano senza che ce ne accorgiamo. Solo un mese fa quando mi affacciavo dalla finestra potevo vedere tanti alberi secchi, che sembravano morti, completamente privi di vita. Oggi mi affaccio e vedo un bosco rigoglioso, ricco di foglie verdeggianti e dai più svariati colori primaverili. Quando è avvenuto un tale cambiamento? Sembra essere avvenuto da un giorno all’altro senza che neanche me ne accorgessi. Eppure ogni giorno trascorro diversi momenti della giornata a mirare il paesaggio. E che dire del seme piantato nel terreno, che per diversi giorni sembra non dare alcun segno di vita e sembra inutile lo sforzo del contadino fin quando, improvvisamente, si vede spuntare una piccola piantina, che in breve diventerà una pianta ricca di frutto? E ancora, come non rimanere stupiti di fronte allo spettacolo di un piccolo bruco che, nascosto dentro un bozzolo, sembra completamente privo di vita, mentre nella realtà sta vivendo uno dei più stupefacenti miracoli della natura, attraverso una metamorfosi che lo renderà una meravigliosa farfalla, libera di volare? E così, senza voler dare una spiegazione scientifica a tutto ciò, perché poco ci importa, è meraviglioso vedere come il corpo di una donna si trasforma, sapendo che dentro di lei si stanno formando le ossicine di una piccola creatura. Molte cose in natura prendono vita, si trasformano, crescono, cambiano colore, aspetto, dimensioni, subiscono un cambiamento lento e nascosto, mentre sembra quasi che il prodotto finale che si è ottenuto sia comparso improvvisamente dal nulla. Quanto spesso è così simile l’opera di Dio! A volte Dio opera nel cuore dell’uomo in modo nascosto, lento, silenzioso e, così, potremmo ritrovarci a celebrare l’eccellenza di un miracolo che ci sembra improvviso e istantaneo, quando nella realtà è frutto di una trasformazione e di un processo che ha richiesto anni di lavoro costante di modifiche e correzioni. Possiamo vedere improvvisamente un nostro amico convertirsi durante una riunione speciale di evangelizzazione e chiunque, osservandolo, sarebbe spinto a credere che si sia arreso ad un’azione istantanea di convincimento da parte dello Spirito Santo, mentre nel nostro intimo sappiamo che da lunghi anni ormai parlavamo di Dio a quella persona e pregavamo con costanza. Ma perché a volte Dio agisce in modo segreto e lento? Riflettendo su questa domanda mi viene da pensare che non è Dio ad aver bisogno di tempo per operare, ma è l’uomo che ha bisogno di tempo per essere trasformato. Il Signore non è un Vasaio incapace di creare un vaso perfetto, è l’argilla che è informe e molliccia ed ha bisogno di essere modellata per trarne qualcosa di buono. Non è l’Architetto della nostra esistenza che ha sbagliato a calcolare le misure e la resistenza della nostra casa, ma è il materiale che abbiamo scelto per costruirla che era scadente e difettoso e per questo è piena di crepe e spaccature, un materiale che forse avevamo scelto per abbreviare i tempi o ridurre i costi. Quante resistenze poniamo davanti all’azione di Dio sul nostro carattere, il nostro modo di agire, di pensare, di amare! Spesso diciamo; “Caro Dio, fin qui puoi lavorare su di me, in quest’altra zona, invece, è meglio che tu lasci stare, perché a me piace così.” Ma se qualcuno sta segretamente pregando per noi, intercedendo perché possiamo essere trasformati dalla potenza di Dio, oppure se noi stessi riconosciamo ogni giorno che il Signore possa eliminare ora quel difetto ora quell’altro dalla nostra sporca e difettosa esistenza, allora il Signore agisce lentamente, aiutandoci a vincere un giorno una tentazione assillante, un altro giorno la nostra totale perdita di autocontrollo, un altro giorno abbassa un po’ il nostro orgoglio, un altro giorno dà una limatina ad una gobba spirituale spaventosa, che stava curvando la nostra schiena, impedendoci di stare ritti davanti alla Sua presenza. A volte ci ritroviamo per anni a lottare fino all’estremo delle nostre forze per la risoluzione di un problema che ci assilla, ci tormenta, non ci lascia vivere serenamente, ed invochiamo quotidianamente l’intervento di Dio, che sembra indifferente, che non agisca e se ne stia in disparte e poi, un bel giorno, ci accorgiamo di essere finalmente liberi da quello stesso problema, senza capire bene cosa sia accaduto. In realtà il Signore agisce così: ascolta subito le nostre preghiere, ma agisce segretamente, in modo sconosciuto agli occhi umani che, a volte, possono solo limitarsi a godere del prodotto finale. Dio è instancabile, non si ferma mai, agisce nei cuori e nelle menti della gente predisposta a lasciarlo lavorare, ma non ha fretta, si prende il tempo necessario, per curare i piccoli dettagli, per correggere i difetti minuscoli, affinché si riconosca che il Suo lavoro è perfetto e ben riuscito.  Questa consapevolezza, ogni volta che guardo allo specchio la mia vita e sento lo sconforto farsi spazio tra le mie emozioni, perché mi sento ancora mancante in tante cose, mi riempie di fiducia, perché so che Dio, comunque è già all’opera con le Sue meravigliose e perfette mani plasmatrici.


Uno sguardo intento

… mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono solo per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne!
II Corinzi 4:18

La maggior parte delle volte il nostro sguardo è direzionato dal nostro desiderio. I nostri occhi guardano ciò che i nostri desideri suggeriscono di osservare. Può capitare che, a volte, ci volgiamo qua e là distrattamente senza voler osservare qualcosa in particolare, ma quando il nostro sguardo è intento e concentrato sull’osservazione di un oggetto specifico generalmente è perché i nostri occhi lo desiderano. E più grande è il desiderio dell’oggetto in questione, maggiore sarà l’intensità del nostro sguardo. Come non sorridere benevolmente davanti ad un giovinetto che, sebbene alla presenza di tanti amici, non riesce a controllare il suo sguardo sempre alla ricerca della sua amata, e la osserva continuamente, senza lasciarsi distrarre da null’altro! I suoi occhi cercano l’amata del suo cuore, ciò a cui i suoi desideri sono rivolti. Probabilmente l’apostolo Paolo quando parla in questi versi di uno sguardo intento alle cose invisibili, non sta parlando dei nostri occhi fisici, ma dei nostri desideri, che dirigono i nostri occhi. Verso cosa è protratto il tuo sguardo? Quali sono le perle preziose che attraggono avidamente i tuoi desideri, abbagliando così forte i tuoi occhi da renderli del tutto ciechi di fronte al resto? Vorrei considerare oggi solo alcune delle “cose visibili” verso cui lo sguardo umano è spesso rivolto, con il desiderio di sollecitare ognuno di noi a predisporsi ad un’attenta analisi della direzione verso cui noi stessi siamo protesi. Forse oggi il tuo sguardo è fisso su te stesso. Credo che la vanità sia una caratteristica propria dell’uomo, ma mai come in questi giorni sembra che stia arrivando all’esasperazione. Il nostro aspetto fisico sembra essere l’unico biglietto d’accesso nell’accettazione della società. E’ difficile trovare degli occhi che sappiano guardarsi allo specchio e mantenere un atteggiamento equilibrato: essere soddisfatti di se stessi senza stimarsi oltre misura. La maggior parte di noi si guarda allo specchio o gloriandosi beatamente di ciò che si è, sentendosi sempre un gradino più in su rispetto a tutti gli altri, o disprezzandosi completamente, condannandosi ad una frustrazione penetrante che spinge alla ricerca di ogni mezzo per poter migliorare la propria immagine. Lo sguardo è talmente fisso su quello specchio che tutto il resto perde importanza, trascurando così il nostro sapere, il nostro carattere, le nostre virtù, la nostra anima a cui diamo un’importanza talmente limitata e di second’ordine quasi da dimenticarcene completamente. Tutto decade di fronte al nostro aspetto esteriore, perché è la prima cosa che gli altri vedono di noi e riteniamo che il loro giudizio verso di noi si fonderà istantaneamente e per sempre solo su di esso. Teniamo fissi i nostri occhi sul nostro aspetto fisico perché vorremmo che sia il più desiderabile possibile e sappia tener fissi su sé altri occhi, che a loro volta non possano più saper guardare altrove. Quale inganno fatale, che non porta ad altro che ad una perenne insoddisfazione! Oppure il tuo sguardo è fisso sugli altri. Conosco gente che vive solo di paragoni e se le si togliesse la possibilità di paragonarsi con gli altri penso che smetterebbe di vivere. I loro occhi sono volti sempre a guardare quello che fanno gli altri, cosa mangiano, come si vestono, come spendono il loro denaro, come trascorrono il tempo libero e dove vanno a trascorrere le vacanze. Uno sguardo talmente acuto da saper vedere anche il più piccolo e insignificante difetto, invisibile a chiunque altro, ma che loro sanno vedere, disprezzare, giudicare e condannare con così grande abilità da far provare paura di essere sottoposti (e comunque lo si è sempre) allo stesso processo. Nessuno può sfuggire al loro sguardo, al loro irrefrenabile desiderio di giudicare. Ma non è forse solo un compiacente orgoglio, il pensiero di essere migliori e l’inganno di non poter mai essere noi l’oggetto del disprezzo e giudizio altrui a guidare questo atteggiamento? Quale stoltezza umana, vittima della propria compiacenza! O al contrario guardiamo continuamente gli altri perché desideriamo avere ciò che hanno loro, senza mai essere soddisfatti di ciò che abbiamo noi. Questi desideri sono alla radice dell’invidia, uno dei sentimenti più negativi e dannosi, che portata all’esasperazione ci conduce al desiderio della rovina e della distruzione della persona per cui la proviamo e, ahimè, spesso conduce all’attuazione di questi malefici piani. Povero uomo, che si lascia condannare ad una ricerca infinita destinata a rimanere insoddisfatta! O forse il tuo sguardo non è rivolto né a te stesso, né agli altri, ma semplicemente ai beni materiali che questa vita terrena promette, senza mai regalare. Desideriamo una vita agiata, comoda, che ci conceda tutti gli optional per potercene stare comodamente seduti in poltrona a girare i canali della nostra esistenza. Solo che i tasti del telecomando non sono selezionati da noi, ma di chi, a nostra insaputa, dirige i nostri desideri, presentandoci ora un’automobile super accessoriata, lussuosa e sicura, ora una bottiglietta d’acqua che rivoluzionerà la nostra esistenza, garantendoci a vita salute e benessere, ora una vacanza da sogno su un’isola sperduta, ora un massaggiatore elettrico da portarci sempre dietro che risolverà tutti i tuoi problemi esistenziali. Così l’uomo, con l’intento di possedere più comodità, si alza dalla sua poltrona ed è disposto a lavorare dieci ore al giorno, si indebita e affronta sacrifici sproporzionati per assicurarsi quel bene, finché un altro canale sarà girato e la ricerca avrà un nuovo inizio. Poveri occhi umani, così facili da ingannare e da soggiogare da un padrone che si diverte a girare i canali sempre più freneticamente, finché il nostro cervello non perde completamente il controllo e la razionalità. Ed infine, tristemente, spesso il nostro sguardo si fissa su cose a noi proibite. Gli occhi di Eva nel giardino dell’Eden, padrona di un paradiso meraviglioso creato appositamente per lei, dove tutto le era sottoposto e tutto era in funzione della sua sussistenza e del suo benessere, erano rivolti verso l’unica cosa che le era negata, l’unico frutto proibito, perché dannoso e letale. I suoi occhi erano fissi su quell’albero, i suoi desideri giravano sempre attorno a quel frutto così bello, succoso e desiderabile. Uno sguardo intento, fisso, dettato da un desiderio insistente, assillante, soffocante, a volte ossessivo. Quante volte pur avendo tutto, i nostri occhi sembrano attratti, senza capire le motivazioni, proprio da quell’unica cosa a noi proibita. Si chiama tentazione! Il desiderio di quella cosa, o persona, ci assilla, ci tormenta, non possiamo e non vogliamo vedere nient’altro. Il nostro pensiero è fisso, è ossessionato, fino a che non ci arrendiamo alla battaglia, e strappiamo quel frutto dall’albero, lo mordiamo e precipitiamo in un angoscioso senso di fallimento, e quel gusto che avevamo bramato, credendolo tanto appetitoso, si rivela amaro e disgustoso, il gusto del rimorso e del pentimento, per un gesto che non potrà essere più cancellato. Si chiama peccato. L’apostolo Paolo aveva lo sguardo rivolto altrove. Un desiderio fisso, lo sguardo intento alle cose invisibili, che questo mondo non riesce neanche a sognare, talmente sono grandi. Non credo che egli si riferisca alle virtù, ai sentimenti, alle doti che possiamo già avere e sviluppare su questa terra, credo che si riferisca alla realtà gloriosa che ci aspetta nell’eternità. Tutte quelle cose, quei doni, le realtà che non possiamo neanche immaginare, perché fuori dai limiti del pensiero umano. Quando i desideri spirituali dell’uomo si lasciano attrarre da queste promesse, il suo sguardo diventa fisso, intento a scoprire, a sognare ed ogni azione è rivolta al loro raggiungimento. Ogni sforzo sembra meno faticoso, ogni sacrificio appare meno costoso, ogni rinuncia sembra insignificante. Le altre cose terrene, la cura della nostra esteriorità, la critica spietata verso gli altri, i beni materiali pubblicizzati a dismisura, le cose proibite, diventano piccoli e insignificanti, a loro volta invisibili per il nostro sguardo ammagliato da ciò che va oltre, che ci spinge a tenerlo verso l’alto. Non è fanatico bigottismo o ipocrita religiosità, ma una reale motivazione per la propria esistenza, verso cui tutto è rivolto e acquista senso. Tutta la vita terrena è protratta verso la futura vita promessa. Certo tra tutte queste cose invisibili che attraggono i desideri di un credente, non riesco ad immaginare nulla di più desiderabile, glorioso ed eterno, che la sembianza del mio amato Gesù, da cui non voglio e, come solo un cuore innamorato può capire, non potrò più distogliere lo sguardo.


Il canto del riscatto

“Ed egli va cantando fra la gente e dice:
“Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo.”
Giobbe 33:27

Il discorso del giovane saggio Elihu, riportato nel capitolo 33 di Giobbe, è un brano che ha sempre saputo parlare al mio cuore, sin dai primi anni della mia adolescenza. Mi ha incoraggiato e risollevato in diverse fasi difficili della mia vita, quando ho attraversato dei momenti critici da cui non sapevo come poter uscir fuori; il tutto era causato da una dura battaglia contro il peso delle mie colpe. Credo che sia uno dei passi della Bibbia che meglio dà una descrizione così chiara e precisa del processo della salvezza, la trasformazione che vive il peccatore che riceve il perdono eterno di Dio. Forse una delle cose che più irrita l’uomo è ricevere delle accuse, o peggio delle punizioni, immeritate. Credo sia capitato a chiunque, almeno una volta nella vita, di essere stato accusato ingiustamente. Forse a scuola siamo stati accusati di aver copiato i compiti da qualcun altro, o a lavoro qualcuno ha commesso una negligenza e noi ne abbiamo pagato le conseguenze o fra gli amici si è sparsa una cattiva voce che ci riguarda, ma che è completamente falsa. Ci sono persone che scontano tutta la loro vita in galera per dei reati che non hanno mai commesso. Inizialmente cerchiamo di difenderci in ogni modo, dichiariamo la nostra innocenza portando con noi degli alibi, ma ci accorgiamo che l’accusatore ha già deciso di non crederci e qualsiasi giustificazione porteremo a nostra difesa non sarà sufficiente a cambiare un’idea già data per vera e una sentenza già decretata. Quanta rabbia produce in noi un’ingiustizia subita! Se sia una reale ingiustizia o solo secondo il nostro punto di vista non ha importanza, comunque sentiamo maturare in noi dei sentimenti ostili, che diventano sempre più forti e assillanti, che spesso si trasformano in un forte desiderio di vendetta verso chi ci ha rivolto le accuse o è stato la causa dell’ingiustizia subita. E’ qualcosa che proprio l’uomo non accetta: l’accusa ingiusta. Ma oggi voglio parlare della situazione opposta, che forse a pochi è capitato almeno una volta nella vita, perché è realmente raro che accada: non scontare la propria punizione perché qualcun altro lo fa al nostro posto. In questo caso sappiamo bene di aver sbagliato, conosciamo bene il nostro reato, ma al momento della sentenza veniamo dichiarati innocenti, non perché il giudice non ha compreso la nostra colpevolezza o perché un abile avvocato ci ha messo fuori dai guai, ma perché qualcuno si offre volontario di andare in prigione al posto nostro o mette a disposizione il suo denaro per pagare la nostra cauzione. Quale sarebbe in questo caso la nostra reazione? Quali sarebbero i sentimenti che nascerebbero in noi? Se nel caso di una accusa ingiusta proviamo facilmente rabbia, nel caso di una grazia concessa, come reagiremmo? Facciamo un passo in dietro. Abbiamo commesso un grave errore, che a noi sembra irreparabile: abbiamo tradito una persona che amiamo, ci siamo lasciati corrompere per ricevere dei compensi illeciti, abbiamo mentito per coprire una nostra colpa e la nostra menzogna ha danneggiato qualcun altro, ecc., per non parlare di altri casi più gravi come aver perso tutti i nostri averi nel gioco, non aver restituito i soldi di un debito che avevamo chiesto a persone gentili che ci volevano aiutare, aver consumato la nostra vita nell’alcool e nella droga. Ora il senso di colpa ci perseguita giorno e notte. Il primo sintomo del nostro malessere interiore è l’insonnia. Sembra che la notte sia il momento ideale, quando cessiamo dal compiere le nostre frenetiche attività, quando le luci si spengono e le voci intorno tacciono, in cui la voce della nostra coscienza si amplifica, diventa assordante, ci richiama, ci accusa, ci condanna. Ci punzecchia, come se fosse uno spillo posto sotto il materasso, che ci impedisce di trovare una posizione comoda e rilassante, che ci consenta di riposare nel giusto modo. Dopo l’insonnia inizia la mancanza di appetito. I disturbi dell’alimentazione sono quasi sempre i segnali più chiari di un malessere interiore. Cominciamo a rifiutare il gusto di sederci davanti ad una bella tavola apparecchiata e a negare al nostro corpo anche i più piccoli piaceri. A questi si aggiunge il desiderio della solitudine. Perdiamo interesse nella compagnia e tendiamo ad isolarci, forse perché ci vogliamo punire, negandoci dei momenti di divertimento, o perché proviamo un forte senso di vergogna interiore che ci spinge a nasconderci anche davanti agli altri. Pian piano tutti questi disturbi interiori si trasformano anche in disturbi fisici. Proviamo un malessere generale nel nostro corpo, debolezza, dolori sparsi, tachicardia. Ci sentiamo invecchiare precocemente, mentre il nostro corpo deperisce e, guardandoci allo specchio, non sappiamo più riconoscerci. Siamo convinti di essere vicini alla morte, se non pur quella fisica, sicuramente quella interiore. Ma improvvisamente accade qualcosa di inaspettato, insolito, che mai avremmo potuto immaginare: qualcuno prende a cuore la nostra situazione e ci offre il suo aiuto. Un amico forse, un collega a cui non avevamo mai dato molta confidenza fino ad allora, un libro che avevamo tenuto nella nostra libreria, ma che non avevamo mai letto, un estraneo che incrociamo casualmente sul nostro cammino. E sentiamo parlare di perdono, di una nuova vita in cui possiamo trovare riscatto. Ci dice che qualcuno ha già pagato il prezzo delle nostre colpe e se decidiamo di credere in Lui, abbiamo la consapevolezza che non saremo puniti per ciò che abbiamo commesso. Ci dà la buona notizia che possiamo essere riscattati. Improvvisamente si apre davanti noi la strada per una nuova vita. Ci sentiamo rinascere interiormente: proviamo di nuovo un forte amore per la vita, che pensavamo di aver perso per sempre. Proviamo amore per gli altri, con cui desideriamo stare, senza volerci più nascondere. Anche il nostro corpo rinasce: sentiamo di nuovo appetito e la notte dormiamo serenamente, ci sentiamo in salute e pieni di forza ed energia fisica. Ci sembra di essere tornati bambini, pieni di vitalità e di voglia di vivere. Difficile trattenere tutto dentro: sentiamo un desiderio irrefrenabile di voler raccontare la nostra esperienza. E la nostra esperienza si trasforma in un canto, in una danza infinita, che non riusciamo proprio a trattenere. Descrivendola in questo modo sembrerebbe una bella storia, con un lieto fine, riservata a qualche persona fortunata, sperduta in chissà quale parte del mondo. In realtà è semplicemente la storia di un uomo comune che scopre quanto Gesù ha fatto per ogni essere umano. Lui ha pagato la cauzione delle nostre colpe, è stato punito perché potessimo ricevere il perdono dei nostri misfatti, liberazione dai nostri assillanti sensi di colpa. E, pur nella consapevolezza della sua innocenza, anche da parte dei suoi accusatori stessi, è stato ingiustamente giustiziato. Alla luce di quanto abbiamo considerato insieme, di quanto faccia male essere incolpati ingiustamente, non sembra ancora più meraviglioso il fatto che Gesù abbia scelto di lasciarsi accusare di proposito, perché questo era necessario per il nostro riscatto e la nostra salvezza? E tu, amico, vuoi davvero fingere che ciò non sia mai accaduto o ostinarti a credere che sia qualcosa che non riguarda la tua vita, continuando ad abbandonarti verso il degrado interiore e fisico che ti condurrà verso la morte, o deciderai di credere, di accettare che qualcuno abbia pagato per te? Non vorresti che i tuoi sensi di colpa lascino il posto alla gioia della profonda gratitudine per un gesto non dovuto da parte di chi ti ha sempre amato? Se sceglierai questa seconda possibilità oggi sicuramente anche tu ti unirai a quel canto così difficile da trattenere: “Avevo peccato, ma non sono stato punito come meritavo!”.


Un’incredibile sorpresa.

“… basta, mio figlio Giuseppe è ancora in vita, io andrò a vederlo prima di morire.”
Genesi 45: 27

A volte la vita ci riserva delle incredibili sorprese, magari proprio quando stiamo arrivando al compimento della nostra esistenza e non ci aspettiamo più che qualcosa di straordinario possa accaderci ancora. Giacobbe aveva per tanti anni pianto la morte del figlio prediletto. Forse tante volte in cuor suo avrà sentito, come tutti i genitori credo che sentano in certe circostanze, rimorso per l’incertezza che avrebbe potuto fare qualcosa in più per impedire che ciò accadesse: se solo non lo avesse mandato a Sichem per assicurarsi che gli altri figli stessero bene, non lo avrebbe perduto; o se lo avesse accompagnato lui stesso, avrebbe potuto difenderlo da quella bestia feroce che lo aveva sbranato. Avrebbe potuto in tanti modi, se fosse stato più attento, più premuroso, impedire la morte del figlio. Ma così non era avvenuto. Era venuto meno nella sua responsabilità di genitore; lo aveva mandato indifeso in pasto ai pericoli della vita. Chissà quali dure afflizioni e condanne Giacobbe rivolgeva a se stesso! Che tormento, che dolore! Ma nel contempo una speranza si nascondeva probabilmente nel suo cuore. Una speranza cercava di gridare più forte rispetto a tutte le altri voci negative. Una speranza assurda, priva di fondamento, insensata rispetto alle ragioni ovvie, obiettive, ragionevoli: nel suo cuore probabilmente sperava che suo figlio non fosse morto e che prima o poi lo avrebbe visto all’orizzonte tornare fra le sue braccia. Chissà quante volte lo avrà aspettato, per quante interminabili ore, giorni, anni. In fondo il suo corpo non lo aveva trovato nessuno. Nessuno era stato testimone e poteva assicurare senza alcun dubbio dell’avvenuta disgrazia. Forse era solo ferito, ma era riuscito a fuggire dalla bestia feroce che lo aveva azzannato. Forse qualcuno lo aveva trovato stanco e privo di sensi e se ne stava prendendo cura e, una volta guarito del tutto, Giuseppe sarebbe tornato a casa. Se io fossi stati Giacobbe sicuramente avrei nutrito questa speranza ogni giorno della mia vita. Ma i giorni passavano e il ritorno dell’amato figlio sembrava sempre più solo un’amara illusione. Finché proprio nel momento in cui sembrava essere vicino alla fine dei suoi giorni, cominciarono ad accadere cose strane nella vita dell’anziano uomo. Una dura carestia aveva colpito il paese e i figli erano stati costretti a recarsi in Egitto per acquistare dei viveri. Tornarono una prima volta affermando che uno dei loro fratelli era stato trattenuto come prigioniero da uno degli uomini più potenti dell’Egitto e che non sarebbe stato rilasciato se i non avessero fatto ritorno con il più piccolo di loro. Ed ora erano tornati portando con loro una notizia davvero assurda: il loro fratello Giuseppe era ancora vivo, era divenuto il secondo uomo più potente dell’Egitto e non aspettava altro che riabbracciare il padre. Solo qualche giorno di viaggio e Giacobbe avrebbe potuto riabbracciare il figlio che aveva sempre sognato di riavere. Ma Giacobbe alla notizia sembrò rimanere di ghiaccio: come credere a questa assurda fantasia? Ormai era vecchio, stanco, affaticato, la vita era sempre stata difficile per lui: inganni, tradimenti, persecuzioni lo avevano sempre accompagnato lungo il percorso della sua esistenza e la possibilità che la morte di Giuseppe fosse frutto di un diabolico inganno da parte dei figli era davvero troppo da credere. Che la vita gli avesse mentito così spudoratamente era una verità forse troppo cruda da accettare. Forse ormai nel suo cuore non desiderava altro che dare fine ai suoi giorni e proprio ora, invece, si faceva strada una nuova speranza pronta a restituirgli vita: la vita del figlio. Ma se questa fosse stata solo un’ulteriore bugia, se i suoi figli avessero escogitato questo piano per convincerlo ad andare in Egitto, dove potevano avere più sicura la vita? Un delusione del genere certamente non lo avrebbe potuto sopportare. Eppure questo potente signore dell’Egitto si era comportato in modo davvero singolare e i figli di Giacobbe erano ritornati con i suoi carri e numerosi doni. Perché mai un estraneo governatore si sarebbe dovuto scomodare a fare una cosa del genere? Forse qualcosa di vero in tutta questa storia c’era e sicuramente valeva la pena crederci. Improvvisamente il cuore di Giacobbe diede un taglio ai suoi tormenti: prese nel suo cuore la risoluzione di voler credere. Disse basta alle sue battaglie interiori, al suo dolore e volle credere che la fine della sua vita sarebbe stata migliore della precedente. Così accettò di compiere insieme alla sua gente il viaggio che lo avrebbe portato al ritrovamento del suo amato Giuseppe. A volte può capitare anche a noi di aver aspettato per lunghi anni il compimento di una promessa che Dio ci ha fatto. Capita di avere avuto dei desideri nascosti in noi o delle battaglie continue nei nostri pensieri tra ciò che pensiamo di aver perso a causa di una nostra negligenza e ciò che speriamo di ritrovare miracolosamente. Vorremmo sperare, ma abbiamo paura che le nostre speranze saranno ancora una volta disilluse. Finché un giorno, improvvisamente, inaspettatamente ci arriva notizia da qualcuno, portando con sé delle prove inequivocabili, che il nostro più grande sogno si è realizzato. E, oltre a questo, ci fa sapere che le cose sono andate ancora meglio di ciò che avremmo mai potuto immaginare. Non per merito nostro, non per un nostro eventuale contributo, ma per volere di Dio. Ma per godere appieno di questa benedizione occorre che noi compiamo un unico sforzo, l’ultimo viaggio, che noi dimostriamo di credere in quello che Dio ha voluto compiere per noi. In quel momento, però, stranamente, invece di provare gioia o entusiasmo sembriamo assaliti ancora di più da dubbi e paure. Cosa fare? Possibile che sia davvero accaduto? Possibile che qualcuno abbia saputo leggere i nostri desideri nascosti e ci abbia esaudito? In quel momento possiamo lasciarci sconfiggere dal dubbio, paralizzare dalla paura, come solo lei sa fare, oppure possiamo decidere di credere e intraprendere la strada che segue la nostra certezza, la nostra fede che non si tratta di un ulteriore inganno, ma di una meravigliosa realtà. Giacobbe ha saputo decidersi, ha voluto cacciare dalla sua mente i dubbi e le paure che se avesse ascoltato sicuramente gli avrebbero fatto perdere la gioia di godere dell’incredibile sorpresa che Dio aveva preparato per lui. Prego che Dio dia a ciascuno di noi oggi la certezza di credere in ciò che ci dona e di compiere il semplice gesto di crederci ed afferrarli.


Camminerò con te!

“…noi andremo con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi.”
Zaccaria 8:23

Mi piacciono le parole di questo verso. Esprimono il desiderio di fare lo stesso cammino da parte di chi osserva dall’esterno la vita di un credente, sentendolo forse testimoniare ogni giorno dell’amore profondo di Dio, e osservando il suo comportamento e i suoi atteggiamenti, e si accorge che tutto in lui testimonia di Dio. Oppure non lo conosce personalmente, ma ne ha sentito parlare da qualcun altro che, a sua volta, è rimasto affascinato da un vita trasformata e ripiena della grazia di Dio. Un desiderio di imitare, di fare le stesse scelte, di conoscere lo stesso Dio e di avere le stesse benedizioni. Ci si può chiedere cosa ci sia di tanto straordinario nei figli di Dio che possa essere invidiato e spingere altri a diventarlo. Forse la prima risposta che ci verrebbe in mente è la benedizione di Dio che sperimentiamo ogni giorno e ci riveste come uno scudo. Una benedizione che traspare nei nostri atteggiamenti, nei nostri affari, nella nostra carriera, nei nostri risultati scolastici, nei beni materiali che possediamo: una vita benedetta che tutti ci invidiano. Ma se in questo momento facessimo un esame della nostra vita come figli di Dio, credo che ne risulterebbe che, spesso, siamo più famosi per le nostre disavventure che per i nostri successi, più per le nostre sofferenze che per la nostra felicità, più per le nostre difficoltà che per lo scorrere facile della nostra esistenza. Ci sono stati momenti in cui ero talmente provata e così piena di problemi che mi piombavano addosso da tutte le direzioni che sono diventata oggetto di scherno anche da parte di persone che ritenevo molto care. Eppure crediamo in Dio, ci affidiamo in Lui e da Lui dipendiamo totalmente. Perché allora, a volte, sembra che, invece, di vivere in noi, Dio ci abbia dimenticato completamente? Ho trovato risposta in questi giorni, in cui la mia vita è stata travolta dall’ennesima grande e inaspettata prova. Se Dio è con noi gli altri se ne accorgono perché sappiamo essere diversi sempre, in ogni circostanza e la forza e il coraggio di Dio si manifestano anche nelle più dure battaglie. E’ Dio che vive nel credente che gli permette, anche quando lui stesso è colpito da afflizione, di portare consolazione ad un altro afflitto, che gli dà la forza di sorridere nelle situazioni in cui gli altri riuscirebbero solo a manifestare disperazione, che gli permette di camminare diritto, a testa alta, quando tutti gli altri si piegherebbero dal peso dello scoraggiamento, che gli permette di porgere la mano offrendo qualcosa al bisognoso quando lui stesso è nel bisogno, che gli permette di correre quando gli altri cadono a terra sconfitti, che gli permette di alzare le mani al cielo in arresa quando tutti gli altri si arroccano nella presunzione di voler risolvere i nodi della loro vita da soli. E’ l’amore di Dio che insegna al credente ad amare il nemico che lo ha tradito e porgere la guancia quando riceve schiaffi da chi avrebbe voluto ricevere carezze. La forza del credente non sale e scende a seconda delle circostanze che lo atterrano o lo rialzano, la gioia del credente non va e viene a seconda degli eventi tristi o felici che si alternano, la salvezza del credente non dipende da una fede altalenante che a volta lo porta avanti e a volte lo riporta in dietro. Quando Dio vive nel cuore di un uomo gli altri non possono non accorgersene, non perché vive in un alone di soprannaturalità protetto dal male e dalla tristezza, ma perché vive in mezzo agli altri, sottoposto alle stesse difficoltà e tentazioni, ma non si lamenta, non si scoraggia, non rimane atterrato, anzi eleva il suo canto di lode al suo Dio. E’ allora che gli altri si accorgono che Dio vive in lui e in cuor loro prendono la santa decisione di percorrere la stessa Via maestra, perché è quella la strada della vera benedizione: “Noi verremo con voi perché abbiamo udito che Dio è con voi”.


Compiacere agli uomini o a Dio?

“Allora quelli ripresero a dire in presenza del re: “Daniele, che è fra quelli che sono stati menati in cattività da Giuda, non tiene in nessun conto né te, o re, né il divieto che tu hai firmato, ma prega il suo Dio tre volte al giorno”.
Daniele 6:13

Nelle nostre relazioni umane giornaliere possiamo renderci conto che molti degli atteggiamenti, delle decisioni e dei modi di fare della gente sono fortemente condizionati dal parere altrui. Molte volte agiamo in modi che non ci appartengono o facciamo delle scelte non convincenti per noi stessi, perché ci è stato suggerito da qualcun altro o, più semplicemente, perché sappiamo che piaceremo ad altri e, per acquistarci i loro consenso, ci conformiamo ai loro gusti e desideri, anche se sono diversi dai nostri. Questo avviene per un forte desiderio umano di sentirsi accettati, stimati ed amati. Sicuramente non c’è nulla di male se, di tanto in tanto, vogliamo acconsentire ai desideri altrui, basta che questo non diventi un vero e proprio stile di vita per noi e, soprattutto non ci spinga anche a compiere consapevolmente del male solo per condiscendere al piacere di qualcun altro che non ha il coraggio o il potere di fare quello che vorrebbe far fare a noi. Ci sono persone che conducono tutta la loro esistenza senza esser capaci di agire in base ai propri sogni, desideri o capacità, ma che si sottomettono continuamente al volere altrui, perché incapaci di saper affermare il loro credo. Io sono stata per molti anni una di queste e ne soffrivo terribilmente. Spesso mi sono ritrovata a svolgere compiti o a prendere impegni che non sentivo adatti a me solo perché avrebbero fatto piacere ad altri: i risultati sono quasi sempre stati disastrosi. Credo che Dio abbia dato a ciascuno di noi una chiamata specifica e, se ancora non abbiamo capito quale sia, probabilmente è perché sappiamo ascoltare più la voce degli uomini che quella di Dio e i risultati saranno disastrosi. Nessuno più di stesso dovrebbe conoscere quale è la tua chiamata. Ora vorrei esaminare con te, caro lettore, tre personaggi della Bibbia che hanno compiuto un grave errore nella loro vita per compiacere ai desideri altrui. Il primo personaggio che mi viene in mente è il re Dario, secondo il racconto riportato in Daniele 6. Questa storia ci mostra come i capi e i satrapi al tempo del re Dario, per invidia nei confronti di Daniele in esilio che prosperava al di sopra di tutti, convinsero il re a firmare un decreto in cui vietava a chiunque di pregare qualsiasi altro dio al di fuori di lui stesso, sapendo bene che Daniele non si sarebbe mai sottomesso a tale divieto. Il re firmò senza indugio questo decreto e, probabilmente se ne sarà compiaciuto, finché non ha compreso che era stato ingannato e che questo divieto avrebbe colpito uno dei suoi uomini preferiti. Il testo ci mostra come a questo punto il re cadde in una forte amarezza e in un duro combattimento perché amava Daniele e non voleva la sua morte. Si prese del tempo per decidere; probabilmente si studiò di trovare degli stratagemmi per salvare Daniele, ma non gli venne in mente forse quello più scontato e, cioè, che lui era il re e poteva annullare o modificare ogni decreto, come infatti in seguito fece. Ma perché non lo annullò subito, salvando Daniele? Davvero non lo fece perché quel decreto non poteva essere annullato? Secondo un mio parere personale non lo annullò subito perché non voleva contraddirsi, rimangiarsi una parola data e sottoscritta, una promessa fatta forse troppo frettolosamente e mostrare agli altri di essere irresponsabile o incoerente; in parole semplici non voleva fare una brutta figura. Per compiacere agli altri mandò Daniele nella fossa dei leoni anche se questo gli procurò un forte tormento, una notte insonne e un digiuno. Ora Dario seppe pentirsi di ciò che aveva fatto e chiese l’intervento di Dio, riconoscendolo superiore e capace di fare ciò che lui non aveva saputo fare: salvare la vita di Daniele. Questo pentimento risultò decisivo per dare un lieto fine a questa triste storia, perché Dio salvò Daniele dai leoni, mostrò la Sua gloria e potenza e il re Dario sostituì il decreto con un altro che imponeva a tutto il regno di adorare Dio. Purtroppo lo stesso lieto fine non lo troviamo nei successivi esempi che voglio oggi esaminare. Il secondo personaggio è Erode, il tetrarca, secondo il racconto riportato in Marco 6:14. Erode aveva fatto arrestare Giovanni battista per accontentare il volere di Erodiada, moglie del fratello, che viveva ora con lui, perché Giovanni, senza farsi troppi scrupoli, li accusava pubblicamente di commettere peccato. Nei versi 19 e 20 dice chiaramente che Erodiada bramava che Giovanni fosse ucciso perché per lei era troppo fastidioso, ma Erode lo proteggeva perché sapeva che era giusto e gli piaceva quello che diceva. Anche in questo caso il tetrarca cadde in una trappola tramata appositamente per la morte di Giovanni. La figlia di Erodiada ballò per Erode e lui ne fu talmente ammaliato che decise di accontentare ogni suo desiderio che, alla fine, fu quello di far decapitare Giovanni. E ciò avvenne. Anche in questo caso una promessa fatta senza giudizio, una sofferenza e un combattimento da parte di chi l’ha fatta, ma anche il desiderio di non venir meno al giuramento e, quindi, non danneggiare il proprio onore di fronte agli altri. Il risultato, però, questa volta è diverso perché Erode non si pentì, chiedendo un intervento soprannaturale a Dio, né chiese tempo per escogitare un piano che salvasse la vita a Giovanni, ma diede immediatamente l’ordine di accontentare la richiesta della giovane e il risultato fu il peggiore: l’uccisione di Giovanni battista. Come secondo un escalation di gravità delle colpe, il terzo personaggio che esamineremo è Pilato, governatore della Giudea, seguendo il testo in Giovanni 18 dal verso 28 e 19 fino al versetto 16. In questo caso non c’è nessun giuramento, né nessun inganno, ma c’è ancora un uomo di potere di fronte a persone senza scrupoli: Pilato, a causa dell’insistenza dei Giudei perché Gesù fosse ucciso, visse un forte combattimento interiore, che emerge chiaramente dal suo comportamento irrequieto. Andò avanti e indietro da Gesù ai Giudei. Continuò a recarsi da Gesù in cerca di una motivazione valida per incolparlo ed, invece, rimaneva sempre più convinto della sua integrità e affascinato dalla sua personalità. Ma continuò anche a tornare dai Giudei per comprendere le motivazioni per tanto accanimento nei confronti di un uomo senza colpa. In questo suo andirivieni verso Gesù sembra quasi compiere una scalata verso la salvezza e arrivare sull’orlo della conversione, che avrebbe potuto portarlo alla sua salvezza e anche a quella di Gesù. Il suo timore più forte si fece vivo quando i Giudei accusarono Gesù di essersi fatto Figlio di Dio (cap. 19:7-8), probabilmente perché nel cuore del Governatore stava prendendo piede la convinzione che fosse realmente così. A questo punto si rivolse nuovamente a Gesù, dicendogli che nelle sue mani aveva il potere di ucciderlo o di liberarlo. Questa dichiarazione, a mio avviso, sebbene negli altri Vangeli in cui viene riportato lo stesso racconto, viene detto che Pilato si lavò le mani davanti ai Giudei per indicare che la colpa della decisione di crocifiggere Gesù ricadeva su di loro, mostra chiaramente che la responsabilità è sua, perché era l’unico che veramente aveva il potere di impedire che l’uccisione di Gesù avvenisse. E probabilmente si recò ancora dai Giudei per dichiarare che aveva preso la decisione di liberare Gesù. Ma loro, ancora una volta, usarono l’arma di solleticare il suo compiacimento verso gli uomini: gli dissero che se avesse salvato Gesù si sarebbe fatto nemico di Cesare, probabilmente per il fatto che nel suo cuore avrebbe accettato un altro Re. Quest’accusa fu decisiva per Pilato che scelse di consegnare Gesù alla morte. L’esempio di Pilato probabilmente è l’esempio estremo di quanto il nostro desiderio di piacere agli altri, a volte, può portare ad errori irreparabili. In questo caso Pilato non voleva piacere al popolo, che anzi sembra detestare, ma a Cesare e i Giudei avevano colpito nel cuore dei suoi desideri: piacere a Cesare per salvaguardare la propria posizione, la propria carriera. La vera decisione a cui è stato posto Pilato ad un passo dalla sua salvezza non era quella di uccidere o salvare Gesù, perché Gesù gli disse chiaramente che l’uomo non aveva nessun potere in questo senso, ma di piacere a Dio o agli uomini e, ahimè, ha scelto la seconda opzione. Quante volte sotto la pressione insistente degli altri commettiamo degli errori irreparabili! Possiamo essere indotti a mentire o a falsificare dei documenti per compiacere al nostro datore di lavoro; possiamo cedere alla tentazione di provare una droga per sentirci apprezzati dai nostri amici; possiamo coprire le colpe e renderci complici dei nostri parenti nei loro comportamenti illeciti; possiamo tradire la nostra famiglia e abbandonarla per seguire il piacere di una persona che ha saputo adescarci; possiamo tradire la fiducia del nostro migliore amico per compiacere al desiderio di pettegolezzo di un altro amico. Tante cose possiamo fare ogni giorno di sbagliato e di tremendo se nel nostro cuore non c’è il reale desiderio di voler, piuttosto, piacere a Dio. Piacere a Dio a costo di perdere tutto il resto: amici, parenti, lavoro, fama e popolarità. Piacere a Dio come Daniele che continuò a pregare nonostante il divieto del re, come Giovanni battista che diceva sempre il vero, anche mentre era in prigione e rischiava di morire, come Gesù che, forse, mentre Pilato lo lasciava nelle mani dei Giudei, ricordava nella sua mente le parole di Dio sul monte della trasfigurazione: “Questo è il mio diletto figliuolo nel quale mi sono compiaciuto!”.


Ogni cosa bella a suo tempo

“Dio ha fatto ogni cosa bella a suo tempo; Egli ha persino messo nei loro cuori il pensiero dell’eternità, quantunque l’uomo non possa comprendere dal principio alla fine
l’opera che Dio ha fatto.”
Ecclesiaste 3:11

In questi giorni sto meditando molto sul libro dell’Ecclesiaste ed invito chiunque a leggerlo e a meditarlo. Tra le righe dei suoi versi ho trovato molti insegnamenti preziosi, anche perché l’autore si pone molte domande che spesso l’uomo pone a se stesso e che, forse, crescendo, ad un certo punto della propria esistenza, sono inevitabili. Tra queste le più frequenti riguardano il senso profondo della vita, il perché di tanto affannarsi per avere ricchezze, fama e potere su questa terra, se poi improvvisamente l’uomo muore e, magari, lascia tutto ad eredi che neanche conosce e che non hanno mosso un dito per avere ciò che lui aveva accumulato attraversi anni di sacrifici e fatiche. L’Ecclesiaste ci presenta un quadro pessimista, se non tragico, in cui la vita è rappresentata come una rincorsa continua di cose inutili, un inseguimento senza sosta verso tesori vani, incapaci di soddisfare il cuore umano. Ma giunge ad una conclusione positiva del suo ragionamento, affermando che l’unica cosa che realmente conta è temere Dio e osservare i suoi comandamenti, perché un giorno le nostre opere saranno sottoposte a giudizio e solo chi avrà fatto questo supererà l’esame. Ma ora la mia attenzione si vuole soffermare sui versi riportati in alto, forse tra i più famosi di questo libro. L’Ecclesiaste dice che c’è il tempo per ogni cosa sotto il cielo e fa un lungo elenco di coppie di azioni opposte: un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per svellere, ecc. “Niente di più scontato!” potrebbe pensare qualcuno. Tutti lo sanno e ne sono pienamente consapevoli che gli eventi della vita mutano continuamente e che il nostro modo di agire, le nostre abitudini, le nostre emozioni possono cambiare a seconda delle esperienze vissute e che tendiamo ad assumere atteggiamenti diversi, appropriati alla situazione che stiamo vivendo. Ma, dando un’occhiata alla vita dei nostri giorni, tutto sembra diretto verso una confusione globale, in cui non ci viene più tanto spontaneo capire quali siano gli atteggiamenti da assumere nelle varie circostanze. Come in natura le stagioni che si alternano durante l’anno non sono più chiare e delimitate da giorni specifici (capita infatti che un giorno di gennaio ci sembra che sia già primavera, giugno ci sembra novembre e a ottobre pensiamo che sia ancora estate), così nella vita di tutti i giorni l’uomo non ha più chiari in sé i comportamenti da tenere nelle esperienze che attraversa. Facciamo alcuni esempi pratici. Fin da piccoli la società ci richiede che sappiamo fare più cose possibili e in meno tempo possibile, così sin dall’asilo ai bambini vengono insegnate le lettere, l’informatica e le lingue, devono fare sport e possibilmente qualche altro corso di pittura e musica, mentre vengono privati di un tempo che gli dovrebbe appartenere e che non tornerà più e, cioè, il “tempo del gioco”. Così anche ad una giovane donna che ha appena dato alla luce un bambino, viene richiesto che non trascuri il marito, gli impegni domestici e il lavoro, che torni subito in forma e che curi il suo aspetto esteriore, così il tempo che una volta veniva dedicato esclusivamente alla cura del nascituro, aiutata per le altre cose da mamme, suocere e nonne, viene usato per tutto il resto, con il risultato che la donna spesso cade in una forte depressione, perché incapace di assolvere a tutti i suoi compiti, e un momento di gioia e di festa si trasforma in stanchezza estrema e forte frustrazione che, nei casi più gravi, porta la donna a compiere gesti estremi. Un altro esempio: capita a persone che vivono un abbandono, o un lutto o una separazione improvvisa, che si faccia loro pressione per una reazione immediata, subitanea, che gettino velocemente alle spalle il dolore del trauma subito, e che sappiano sorridere felici per il futuro radioso che li attende, dedicandosi più che possono ai loro impegni giornalieri, per non pensare al dolore. Una volta si aveva rispetto per la sofferenza altrui e si concedeva il tempo giusto per piangere, soffrire ed elaborare la propria perdita, fino a superarla. Ai nostri giorni il “tempo del lutto” non è più concesso, ma chi lo vive non sa gettare il dolore alle spalle, lo nasconde nella propria interiorità, lo soffoca, e poi capita che esploda improvvisamente a distanza di tempo, o che sfoci in malattie psicosomatiche o della mente. E ancora, a volte, ci troviamo a vivere dei fallimenti e degli insuccessi nella nostra vita e subito dopo siamo pronti a voltare pagina, a girare il nostro sguardo verso qualche nuovo progetto o sogno che abbagli il nostro orgoglio, senza concederci il “tempo della riflessione”, per comprendere come mai abbiamo sbagliato, quali sono stati i nostri errori e perché non abbiamo saputo portare a compimento ciò che avevamo iniziato. Non consideriamo che prima di mettere mano per costruire qualcosa di nuovo dobbiamo concederci il tempo per distruggere ciò che di sbagliato avevamo fatto. Un altro esempio riguarda quelle persone che vogliono amare a tutti costi, o meglio, fingono di amare sempre. Queste persone vivono, magari, dei litigi asprissimi con altra gente, la distruggono verbalmente, provano rabbia, sparlano, creano zizzania, poi ad un certo punto si pentono, capiscono che forse hanno un po’ esagerato e tornano da quelle persone, le abbracciano e piangono commosse, facendo la pace in modo affrettato e superficiale, senza cercare prima un chiarimento. Ma non considerano che gli abbracci e le frasi smielate possono essere solo manifestazioni esteriori di un’instabilità emotiva e che la guerra può tornare tanto velocemente quanto è arrivata la pace, se non si prende il tempo di chiarire la causa del litigio prima a se stessi. L’Ecclesiaste in questi versi dice sorprendentemente che c’è “un tempo per astenersi dagli abbracci” (v.5). Forse prima di tornare ad abbracciarsi e a frequentarsi come se niente fosse accaduto, sarebbe buono che chi crea un conflitto impari a comprendere bene le motivazioni che lo hanno generato, che hanno spinto ad agire in modo esagerato e inopportuno, mentre chi lo subisce si dovrebbe prendere del tempo per imparare a perdonare e a dimenticare il torto subito, affinché non rimangano nella propria intimità delle radici amare che porteranno negli anni a far sbocciare di nuovo rabbia e rancore verso chi ci ha ferito. Prendiamoci pure il “tempo dell’astinenza dagli abbracci” per imparare ad amare in profondità e sincerità, ci sarà sempre il tempo per darli ed averli quando saremo sicuri di aver superato l’astio che ci allontanava dagli altri. E ancora ci sono persone che non sanno distinguere il tempo per parlare e quello per tacere. Il libro dei Proverbi esalta continuamente l’uomo che sa tacere, eppure la gente sembra avere davvero difficoltà ad ascoltare, piuttosto che parlare. Parla sempre, comunque, anche quando sarebbe necessario un po’ di silenzio. Basta guardare la tv e vedere una qualsiasi trasmissione: tutti devono dire la propria, anche se qualcuno sta già parlando e non ascoltano minimamente il proprio interlocutore, che a sua volta fa lo stesso, e alla fine parlano tutti contemporaneamente, fino a che non si capisce niente e tutti tornano a casa convinti di aver fatto una bella figura, mentre gli spettatori disgustati non possono aver fatto altro che girare canale. L’Ecclesiaste dice che Dio ha fatto ogni cosa bella a suo tempo, ma l’uomo non dà alle fasi della propria esistenza i giusti tempi. Ha stravolto i tempi, li confonde, li mescola, da giovane si sente già vecchio e da anziano vuole essere ancora giovane. Accostandoci alla riflessione su questi passi, comprendo come Dio ami l’uomo, gli concede il tempo giusto per ogni cosa, perché ogni cosa ha bisogno di tempo. Non ha fretta, non vuole che l’uomo bruci le tappe, non vuole che cresca veloce, ma malato, ma che sappia vivere con sapienza e responsabilità ogni esperienza, che sappia godersela quando è positiva e si lasci plasmare quando è negativa. A volte siamo confusi, incerti, dubbiosi, riceviamo pressione dagli altri per agire in fretta, ma ancora sappiamo nel nostro cuore che non è il momento. Apriamo le nostre orecchie all’ascolto della voce Dio ed Egli ci farà capire quale stagione stiamo vivendo e quale tempo stiamo attraversando, finché giungeremo fra le Sue braccia, dove il tempo finirà.


Lingue taglienti

“C’è chi parlando inconsultamente trafigge come spada, ma la lingua dei savi reca guarigione.
Proverbi 12:18

Leggere il libro dei Proverbi della Bibbia è per me come tirare fuori da un cofanetto dei cioccolatini variegati, assaggiarne uno ad uno, chiudere gli occhi, masticarlo lentamente, assaporandolo con gusto, mentre la sua dolcezza dà pieno piacere al palato e all’umore. Oggi ho letto questo piccolo verso che mi ha prodotto proprio questo effetto e mi ha parlato profondamente. In tutta la Bibbia possiamo trovare dei versi che riguardano l’uso che noi facciamo delle parole. Giacomo nel capitolo 3 affronta con molta severità questo argomento, affermando addirittura che un uomo capace di dominare la lingua è un uomo perfetto. Ora, posso dire di aver sentito innumerevoli predicazioni sulle maldicenze, su quanto sia dannoso professarle sia per chi le cagiona, perché semina zizzanie e cattiveria gratuita, sia per chi le subisce che viene condannato e giudicato magari ingiustamente o più del dovuto. Ma mai ho sentito studi o riflessioni su chi invece dice sempre e comunque ciò che ha nel cuore. Premetto immediatamente, che non è mia intenzione qui voler dire che non bisogna dire la verità, o che bisogna nasconderla o mascherarla ipocritamente, voglio semplicemente dire che quando la verità riguarda una critica nei confronti di un nostro fratello, una disapprovazione verso il suo modo di agire o pensare, bisogna saperla dire, nel modo e nel tempo giusto. Sento spesso persone vantarsi perché sono capaci di dire sempre quello che pensano degli altri e lo dicono sfacciatamente, senza mezzi termini, senza delicatezza, senza badare all’effetto che producono, e magari lo dicono pubblicamente, generando imbarazzo e vergogna. “Preferisco dire quello che penso in faccia, piuttosto che alle spalle, come fanno tutti!” è il loro motto di vita. Che sia detto in faccia o alle spalle, lasciatemelo dire, ahimè, certe parole dette non fanno altro che ferire e, a volte, uccidere colui che stiamo attaccando. In genere le persone che hanno questo modo di fare sono persone istintive: hanno bisogno di dire ciò che sentono, ciò che provano, di esprimere i loro giudizi, di dare i loro consigli, spesso senza che nessuno glieli abbia chiesti, senza disciplina, senza controllo, senza sensibilità e, sembra proprio, a volte, che lo facciano solo per esprimere la loro cattiveria, generosa e gratuita, in nome di una falsa sincerità e un ingannevole coraggio di esprimere il proprio parere. Non ho mai visto che questo atteggiamento abbia prodotto qualcosa di buono, che abbia generato un qualsiasi buon frutto per cui valga la pena dire che queste persone possono essere esempi da seguire. Noi esseri umani abbiamo un bisogno inspiegabile di far notare agli altri i loro difetti. Incontriamo una nostra amica per strada e le diciamo: “Oh, che grosso brufolo che ti è spuntato sul naso, è orribile!” oppure “quanto sei ingrassata nell’ultimo periodo!” oppure “sei piena di capelli bianchi in testa, stai proprio invecchiando” ecc. ecc. Perché lo diciamo? O meglio, perché non riusciamo a non dirlo? Quale è il nostro scopo? Non lo sa forse già la nostra amica che le è spuntato un brufolo sul naso o che è ingrassata o che sta invecchiando? E, forse, non prova già vergogna per questo? E’ davvero necessario che glielo facciamo notare noi? Anche se lo abbiamo detto senza voler necessariamente far del male, ci rendiamo conto che una nostra parola detta con superficialità e indifferenza può sottilmente ferire l’animo di una persona sensibile, aumentando i suoi complessi, la sua vergogna e la sua infelicità? Possiamo sentire gente offendere altre persone perché vestono troppo sportive o perché sono troppo eleganti, perché hanno il timbro della voce troppo delicato o troppo forte, perché urlano o perché sono troppo silenziose, perché sono agitate o perché sono troppo calme, perché si preoccupano troppo o perché non si preoccupano affatto. Possibile davvero che gli altri sbaglino sempre e a noi appartiene il diritto di sentenziare? Parole sparate al vento, in caccia di un altro cuore da ferire. Eppure, il più delle volte, queste persone che proclamano la necessità di dire quello che pensano a tutti i costi sono proprio quelle che poi sono incapaci di sentirsela dire. Sono le prime ad offendersi appena qualcuno le contraddice, le prime a chiudere le proprie orecchie e magari a odiare profondamente l’artefice della verità detta a loro. Quanto contraddittori sappiamo essere noi esseri umani! Ma come conclude bene questo piccolo Proverbio: “… ma la lingua dei savi reca guarigione”. E’ bellissimo! E’ il mio cioccolatino che sto gustando e mi dà energia, forza, piacere. Chi sa usare le parole meglio di una persona saggia? Il savio sa cosa dire e cosa non dire, sa come dirlo e come non dirlo. Conosce le parole che feriscono e le parole che guariscono. Le sue parole non sono taglienti, ma al contrario chiudono, rimarginano, portano sollievo al dolore di una persona. Anche se dice una verità amara da confessare, la sa rendere dolce, gustosa. Sa aggiungere la dose giusta di zucchero alla medicina da bere, che allontana la malattia. Non è uno che si tira in dietro nel dire il vero, ma sa come andare avanti, fino in fondo, fino alla radice della ferita. Il savio non spara sentenze e ti abbandona sanguinante a piangere di te stesso, ma ti poggia una mano sulla spalla e ti dice: “Avanti, ce la puoi fare, sono con te, per guarirti!” Il savio non è altezzoso e presuntuoso, ma sa piegarsi e rialzare chi è caduto. La sua lingua è come la mano ferma di un abile chirurgo che pulisce, disinfetta, cuce e poi copre una dolorosa ferita, che portava dolore al cuore umano. Il savio usa le parole per portare il bene, perché il bene è dentro di lui. Non c’è cattiveria in quello che dice, non usa termini inappropriati, offensivi, ma è dolce. Quando è necessario, sa come far capire agli altri i loro errori e fa prendere coscienza delle loro mancanze, ma usando la sua razionalità convincente che non può essere negata, senza mostrare cattiveria, giudizio o condanna. Il savio parla perché ama e vuole guarire, non perché odia e vuole distruggere. Il savio conosce la differenza tra bene e male e sa distinguere quando fa del bene e quando fa del male. Da questo verso possiamo dedurre che se colui che guarisce con la sua lingua è savio, perfetto, chi invece ferisce è uno stolto, un imperfetto, uno sciocco. Proponiamoci oggi di ricercare la sapienza che viene da Dio, la sapienza per eccellenza, abbellita dall’amore, coronata dall’umiltà, e sapremo portare attorno a noi guarigione, perché sapremo parlare. Allora saremo degli uomini perfetti.


Un mondo che fa paura

“Io alzo gli occhi ai monti: da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dall’Eterno, che ha fatto i cieli e la terra.
Salmo 11:1

Qualche mese fa mi ero appena messa a letto e tenevo fra le braccia mia figlia che si stringeva a me con premura. Generalmente dorme da sola, ma quella sera abbiamo fatto un’eccezione e l’ho lasciata dormire nel lettone. Era stato un giorno particolarmente duro per le nostre emozioni. Nella nostra zona c’erano state delle lievi scosse di terremoto, senza recare nessun tipo di danno a persone o cose, ma le avevamo sentite chiaramente e nel paese era stata evacuata la scuola di mia figlia per via precauzionale e questo era stato sufficiente per fare allarmare un po’ tutti i bambini. Anche nel pomeriggio ne avevamo avvertita una e così abbiamo deciso di fare i compiti nel giardino. Tutto ciò che aveva reso semplicemente la giornata un po’ insolita, nella sera, invece, cominciò a farle davvero paura. Anche se ormai non si erano sentite più scosse, ha voluto dormire con me, perché era fortemente intimorita. In quello stesso giorno c’erano state delle alluvioni a Roma e le notizie climatiche che i telegiornali riportavano un po’ in tutta Italia rendevano il quadro della situazione abbastanza allarmante. Ricordo che nel momento in cui eravamo a letto e lei si stringeva più che poteva a me, ho cominciato anche io a sentire l’avvicinarsi della paura. Tanti pensieri hanno cominciato a balenare in me, tutti riguardanti ciò che sarebbe potuto accadere nella notte: se mi fossi addormentata e una forte scossa ci avesse colto impreparati, come avrei potuto proteggerla? Sarebbe stato meglio tentare subito la fuga da casa o cercare riparo sotto qualcosa di resistente? E se fosse arrivato un nubifragio anche da noi, provocando delle frane, la nostra casa avrebbe resistito o sarebbe stata portata via? Mentre questi pensieri mi assalivano sentivo un’angoscia sempre più profonda. Per tutto il giorno avevo cercato di rassicurare mia figlia, ora avevo bisogno che qualcuno rassicurasse me. Eppure è così: chi di fronte all’affacciarsi di un nuovo anno, considerando quello che è appena passato, è capace di non provare almeno un po’ di paura? L’uomo diventa come un neonato che volge lo sguardo qua e là, in cerca di un volto da riconoscere, una sicurezza a cui aggrapparsi, mentre si sente indifeso in un mondo che fa paura. Dove possiamo volgere il nostro sguardo per cercare un po’ di sicurezza, un po’ di tranquillità, qualcuno che sappia rassicurarci e dirci: “Stai tranquillo quest’anno le cose andranno meglio” oppure "stai tranquillo non ti accadrà nulla di male”? Potremmo volgere i nostri occhi forse verso una politica stabile, che sappia governare con discernimento e giustizia il nostro Paese? Ahimè, ne rimarremo delusi. Quanta insoddisfazione vediamo intorno a noi, aspettative che si creano per la caduta di un Governo e subito dopo disillusioni per quello successivo, che sembra ancora più ingiusto. Volgeremo i nostri occhi verso l’Economia, per avere almeno la sicurezza di avere cibo da mangiare, abiti da indossare e qualche risparmio da spendere in piaceri? Ne rimarremo delusi. Mai come in questi giorni l’economia è altalenante, alza e riabbassa subito dopo le nostre speranze e il rischio di un crollo totale sembra essere sempre lì, dietro l’angolo ad aspettarci. Allora volgeremo il nostro sguardo verso la natura. Oh quanto amo la natura! Nei suoi meravigliosi paesaggi so trovare un po’ di pace e serenità. Ma anche la natura sembra essere stanca, dopo anni di abusi e sfruttamenti umani e sembra essere impazzita: città sommerse in un attimo dall’acqua, terremoti devastanti, onde anomale, montagne che si sbriciolano portando via case, strade, macchine trascinate come fossero giocattoli. Non era forse lo scenario a cui abbiamo assistito quasi quotidianamente lo scorso autunno, proprio ad un passo da noi, nelle nostre terre, tra la nostra gente? Possiamo volgere i nostri occhi verso la salute. “Se abbiamo la salute abbiamo tutto” dicono in molti. Ma quanto è cagionevole la nostra salute: oggi ci sentiamo dei leoni, domani siamo immobilizzati a letto da una terribile cervicale che ci impedisce anche di aprire gli occhi; oggi siamo i padroni del mondo, domani siamo stroncati da un’infezione fulminante che non sappiamo neanche come ci siamo presi; oggi la scienza, dopo anni di ricerca, trova un’illuminante cura per una malattia che si riteneva incurabile, domani spunta un nuovo male inspiegabile, più grave e più dannoso; oggi si scopre un nuovo vaccino e si scongiura una pandemia, domani si diffonde un nuovo virus e fa più morti di quelli previsti per il precedente. No, forse non è saggio, confidare nella salute. Potremmo volgere forse lo sguardo verso il futuro? Ma profezie leggendarie, e tutti questi elementi appena considerati, mai come oggi ci trasmettono l’insicurezza che possa esserci per tutti noi un futuro. Allora, è meglio tornare alla semplicità e trovare un po’ di sicurezza nelle persone care che abbiamo accanto, nella nostra famiglia, nei nostri amici, nel nostro vicinato, ma sembra che neanche qui ormai si possa essere tranquilli, mentre vediamo crescere ogni giorno le stragi familiari all’interno di case che sembravano pacifiche: madri che uccidono i figli, uomini che uccidono le mogli, figli che derubano i genitori, vicini che litigano per sciocchezze, persone che scompaiono e si perde ogni loro traccia. Anche la famiglia, un’istituzione che una volta era sacro santa ora è del tutto profanata. Dove cercare dunque aiuto per questo nuovo anno? Quando considero lo scenario che ci circonda vorrei mettermi in un angolo della mia casa, nascosta, otturare le orecchie con le mie mani per non sentire, chiudere gli occhi per non vedere più. Quanto possiamo sentirci stanchi di tutto ciò! Sfiduciati nelle nostre battaglia quotidiane, intimoriti dalla vita che sembra essersi ridotta ormai solamente in una lotta per la sopravvivenza. E allora non ci resta che ammettere che tutti noi, per un motivo o per l’altro, proviamo paura. La paura è considerata dagli psicologi come un’emozione positiva, salvifica per l’uomo, perché lo avverte che c’è un pericolo e lo mette in una situazione di allerta, di guardia e gli dà l’energia giusta per difendersi e affrontare qualcosa che per lui in quel momento può essere dannoso. Ma quando comincia ad essere sempre più presente nella mente umana, quando diventa ossessiva e possessiva, quando invece di stimolarci ad una reazione positiva ci blocca, ci paralizza, ci rende inermi, quando si trasforma in angoscia, e la sentiamo sempre sottilmente presente, subdola, allora diventa il nostro più grande nemico. Limita le nostre scelte perché escludiamo tutte le possibilità che possano portare qualche rischio, anche se potrebbero essere fruttuose per noi; ci rende irrazionali perché vediamo il pericolo continuamente intorno a noi anche se non c’è; ci rende troppo premurosi verso i cari che vorremmo proteggere a tutti i costi e tendiamo ad essere ossessivi nei loro confronti, rendendoci così odiosi ai loro occhi. Così la giusta preoccupazione per il risparmio pian piano si trasforma in avidità ed accattonaggio; la buona apprensione che il rubinetto del gas sia ben chiuso e non ci siano perdite e la porta di casa ben serrata prima di uscire, ci spinge a controllare continuamente che effettivamente sia così, uscendo e tornando indietro più volte, anche dopo aver fatto già tanta strada, e il pensiero assillante che la nostra casa possa esplodere o i ladri possano entrare, può arrivare anche a rovinare una piacevole serata con amici o la nostra concentrazione mentre ascoltiamo una predica durante una riunione di chiesa. E ancora, la paura che lo Stato possa accaparrarsi dei nostri beni ci spinge a ritirare tutti i nostri averi e metterli sotto un materasso, dove anche un bambino potrebbe rubarceli, e la paura che la nostra auto possa essere rovinata dalla pioggia ci spinge a bagnarci completamente sotto un diluvio, pur di spostarla e metterla sotto un riparo; e considerando situazioni ancora più gravi, la paura che la nostra casa non sia abbastanza pulita da farci fare una bella figura agli occhi degli ospiti che non arriveranno mai, può spingerci a pulirla continuamente, fin a non far entrare neanche i nostri mariti e figli, perché non la sporchino; e ancora peggio, la paura che le nostre mani non siano abbastanza pulite e che ci possiamo prendere un virus, ci spinge a lavarle cento volte al giorno, fino a che diventano deformi per l’artrite che abbiamo procurato loro. Quando permettiamo alla paura di prendere il sopravvento sulla nostra vita, ne diventiamo schiavi e non la sappiamo più dominare, trasformandoci in veri folli. Quando ci accorgiamo di essere già in questa situazione, forse è il caso di chiedere aiuto, ma a chi? Quella sera, mentre potevo sentire il respiro di mia figlia farsi più profondo e il suo corpo farsi più pesante e capivo che si stava addormentando perché con me sentiva di essere al sicuro, mi è venuto alla mente questo meraviglioso passo, che tutti noi sicuramente conosciamo: “Io alzo i miei occhi ai monti, da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dall’Eterno che ha fatto il cielo e la terra.” Dunque se la politica, l’Economia, la natura, il futuro, la salute, i nostri cari, ai nostri giorni non possono più essere un aiuto per la nostra vita, allora è il caso di volgere il nostro sguardo verso Dio, il nostro Salvatore. Lui che ha creato il cielo e la terra, non saprà anche proteggere noi e i nostri cari? Lui può liberarci dalle nostre paure che si sono trasformate in follie. Può liberare la nostra mente dai pensieri negativi, da quelle immagini disastrose che fanno radici in noi e ci tormentano, e quando il pericolo viene davvero ci dà la forza e il coraggio per combatterlo. Gesù, che sapeva dormire anche su una piccola barca, nel bel mezzo di una tempesta, saprà sicuramente insegnare anche a noi come trovare riposo e sicurezza. Impariamo ad avere fiducia in Lui che in tutta la sua parola ci ripete di “essere forti e coraggiosi”, che “non ci lascerà e non ci abbandonerà”, di “non temere perché sarà con noi”. Il Suo nome è Emmanuele, un Dio che sa dimorare e vivere accanto all’uomo, per vegliare su lui, per difenderlo, per renderlo forte e valoroso in mezzo ad un mondo che fa e che ha paura.


Qualcuno aspetta che tu cada

“Or essi si aspettavano che egli enfierebbe o cadrebbe di subito morto;
ma dopo aver lungamente aspettato, veduto che non gliene avveniva alcun male,
mutarono parere, e cominciarono a dire ch’egli era un dio.”
Atti degli Apostoli 28:6

L’apostolo Paolo si ritrova a vivere ancora una volta nella sua vita un’esperienza davvero difficile e rischiosa. E’ prigioniero, affidato ad un centurione di nome Giulio che ha il compito di condurlo in Italia attraversando il mare. Inizia così per lui un viaggio davvero avventuroso. Arrivati nei pressi di Creta il vento diventa contrario alla navigazione e rallenta la corsa. A questo punto Paolo comprende che proseguire il viaggio sarebbe stato troppo pericoloso ed avverte l’equipaggio che se non si fossero fermati, non solo avrebbero perso il carico e la nave, ma le loro stesse vite avrebbero corso un grave pericolo. Ma non viene ascoltato e in breve la nave si ritrova in balìa del vento e delle onde che la spingono sempre più a largo, fino ad essere sballottata qua e là per il Mar Adriatico. A questo punto Paolo è come se assumesse la direzione della navigazione: tranquillizza l’equipaggio, affermando che un angelo gli è apparso, dicendogli che tutti si sarebbero salvati perché lui doveva arrivare a Roma e comparire davanti a Cesare, impedisce la fuga dei marinai e incoraggia tutti a mangiare per riacquistare forza. Dopo due settimane di vicissitudini e dopo che la nave si arena sulle rive di Malta, una piccola isola del Mediterraneo a sud della Sicilia, viene distrutta dalla furia delle onde e tutto l’equipaggio riesce ad arrivare a nuoto sull’isola. Grazie a Dio, ricevono tutti un’ottima accoglienza dalla popolazione del luogo. Viene preparato per loro un fuoco per potersi scaldare. Ma le disavventure di Paolo non sono finite, infatti, mentre prende della legna, viene morso da una vipera, che addirittura gli si attacca sulla mano. Ma lui, come se niente fosse, senza lasciarsi prendere dal panico, scuote un po’ la mano e lascia la vipera cadere nel fuoco. A questo punto gli abitanti del luogo, che l’hanno accolto e che hanno assistito alla scena, cominciano a credere che su di lui ci sia una sorta di maledizione, perché dopo aver vissuto un naufragio, ora viene morso da una vipera velenosa e rimangono lì ad aspettare che lui cada e si riversi morto a terra. Ma passa un minuto, due, forse un’ora o due, e mentre Paolo ha tutti gli occhi puntati addosso, se ne sta probabilmente tranquillo a riscaldarsi davanti al fuoco. A questo punto, vedendo che nulla gli accade, tutti cominciano ad aver parere opposto a prima e credono che l’apostolo sia un dio. Con tutto il rispetto per la tragicità di questi eventi e per il terrore che devono aver vissuto tutti gli uomini protagonisti di questa avventura, leggere questa storia mi fa sempre un po’ sorridere, proprio per il comportamento di queste persone che, invece di cercare di aiutare in qualche modo Paolo, rimangono ad osservare ciò gli sarebbe accaduto. Come cristiani non capita forse anche a noi spesso di sentirci osservati dagli altri, con gli occhi sempre puntati addosso per vedere quali siano le nostre reazioni, il nostro modo di comportarci di fronte ad eventi difficili, a situazioni insostenibili? Forse, per lunghi anni abbiamo testimoniato con fedeltà dell’amore di Dio a coloro che più ci sono vicini e, non solo non hanno voluto mai ascoltarci, ma sono lì a scrutarci, aspettando che noi cadiamo, che commettiamo qualche fallo, anche il più piccolo errore, per accusarci e dimostrare che la nostra fede è fasulla ed avere così una scusa valida per continuare a non credere. Certo, questo è un atteggiamento sbagliato da parte loro perché, pur essendo credenti, ciascuno di noi è spesso soggetto ad errori e ripetute cadute, ma penso che, in ogni modo, questo atteggiamento comune tra i non credenti, dovrebbe aumentare in noi il senso di responsabilità nell’avere una condotta, per quanto ci sia possibile e dipenda da noi, irreprensibile. Forse ti trovi nel tuo luogo di lavoro ed ogni giorno un tuo collega viene a stuzzicarti, a provocarti, ti insulta, ti fa sentire incapace, ti rende ridicolo di fronte agli altri. E tutti i giorni gli occhi degli altri sono puntati su di te, osservando se anche oggi saprai controllare la tua rabbia, mettere a tacere il tuo orgoglio, o se sarai capace ancora di subire l’umiliazione e obbedire al comandamento di Gesù di amare i nostri nemici. Ecco, un momento di rabbia, seppur legittima, potrebbe condurti ad una reazione che in pochi secondi potrebbe far fumare anni di autocontrollo e testimonianza. O forse ti trovi a scuola, ormai adolescente, in preda alle tue crisi esistenziali, e dei tuoi amici ti offrono continuamente l’esempio di comportamenti trasgressivi, palesemente negativi e contro la volontà di Dio, e tu vorresti tanto fare la differenza, ma quei comportamenti, quei divertimenti, quel modo di parlare volgare e di vestire, il fumo e la musica, sembrano farli stare tanto bene e farli divertire continuamente e tu in questo momento ne senti il bisogno. Ecco loro non aspettano altro che tu ceda, che accetti almeno una volta quella sigaretta, per poi condannarti, affermando che non c’è niente di diverso in te, che sei proprio come loro e che non serve a niente volersi mantenere santi e puri davanti agli occhi di Dio, ma è meglio divertirsi e godersi la vita. Oppure ti trovi a vivere un momento particolarmente duro, in cui le prove sembrano susseguirsi una dietro l’altra, senza tregua: la perdita del lavoro e le  difficoltà economiche, la salute che non va più tanto bene, i figli che danno sempre tante preoccupazioni, e qualcuno è lì, vicino te, a provare la tua pazienza e ti invita rinnegare Dio, come fece la moglie di Giobbe. Oppure all’interno della tua famiglia sei l’unico a credere, e gli altri continuano a praticare comportamenti contro la volontà di Dio, come il gioco d’azzardo, il non pagare le tasse, invitare ospiti proprio quando sanno che tu hai impegni di chiesa, guardare programmi televisivi osceni e poco edificanti e cercano in ogni modo di farti cadere per poi condannarti; mettono insidie, trappole ovunque, perché nel loro cuore hanno proprio il desiderio che anche tu impari a far del male. Mi son sempre chiesta perché chi opera del male cerca sempre qualche complice e insiste perché qualcuno lo diventi, probabilmente è un modo per placare la propria coscienza, giustificando che anche gli altri lo fanno, come se in questo modo la nostra responsabilità fosse minore. E’ così, nel bene o nel male, per quanto non ci piaccia essere al centro dell’attenzione, per quanto ce ne possiamo accorgere o meno, dal momento che dichiariamo di credere in Dio e di voler vivere sottomettendoci alla Sua volontà, la gente ci osserva, ci scruta, ci esamina, per vedere se siamo coerenti con ciò che predichiamo e se siamo fedeli fino alla fine della nostra vita. Anche il più piccolo errore, la più insignificante caduta potrebbe compromettere la nostra testimonianza. L’apostolo, nel momento in cui viene morso dall’insidiosa vipera, non sembra spaventarsi più di tanto, non si agita, non si butta a terra, non si rotola nel fango implorando aiuto. Dio gli aveva detto nel naufragio che doveva arrivare a Roma e in questo lui credeva, in questa promessa si fondava fermamente la sua fede. La logica era facile: si trovava ancora a Malta, Dio gli aveva promesso che doveva presentarsi davanti a Cesare, quindi non poteva morire. Tutto qui: Paolo credeva e neanche di fronte alla morte avrebbe dubitato. Che fede ragazzi! E allora, anche questo per noi può essere valido: la fede in ciò che ci ha promesso ci soccorre quando siamo tentati al di là delle nostre forze a rinnegare Dio, a dare sfogo alla nostra rabbia trattenuta a lungo, a lasciarci prendere dallo sconforto per i problemi o dalle paure degli eventi pericolosi che ci accadono intorno. E’ quello in cui crediamo e quello per cui viviamo, l’obiettivo finale della nostra esistenza, cioè comparire davanti al trono di Dio e sentirci dire che siamo stati fedeli e buoni servitori ci impedirà di cadere e riversarci sconfitti a terra. Ogni giorno tutto dipende dalla nostra fede se qualcuno crederà che siamo sotto la persecuzione di un dio arrabbiato o se in noi vedranno riflesse le sembianze di un Dio grande e vittorioso.


La pigrizia: una scalata verso la rovina

“Dormire un po’, sonnecchiare un po’, incrociare un po’ le mani per riposare… e la tua povertà verrà come un ladro, e la tua indigenza, come un uomo armato.”
Proverbi 6:10

Il libro dei Proverbi della Bibbia tratta spesso il tema della pigrizia e l’associa sempre alla rovina dell’uomo: la considera un atteggiamento che presto o tardi lo porterà alla totale povertà. Se ci fermiamo un attimo a considerare la figura del pigro, probabilmente nella nostra mente apparirà subito l’immagine di una persona che se ne sta comodamente seduta sul divano, col pigiama addosso, guardando svogliatamente il televisore, senza neanche porre troppa attenzione a ciò che vede e sente. In realtà il pigro non è semplicemente colui che non fa niente, ma la pigrizia investe una maggiore quantità di sfere della sua vita: dalla vita pratica ai sentimenti, dalla vita relazionale alla vita spirituale. Oggi vorrei compiere un’analisi sugli atteggiamenti che accomunano le persone di natura pigra, da quelli più scontati e superficiali, a quelli più intimi e profondi. Il pigro e il lavoro. Il pigro cerca un lavoro poco faticoso e che gli dia un salario giusto per sopravvivere. E’ di per sé una persona che cerca in ogni modo di evitare ogni attività che comporti una qualsiasi forma di fatica, sia fisica che mentale. Ciò lo spinge a rifiutare o allontanare qualsiasi compito che sia troppo faticoso, che occupi gran parte del suo tempo e che lo porti a compiere dei sacrifici, come alzarsi presto la mattina o tornare la sera a casa molto tardi, o compiere un lungo tragitto per raggiungere il luogo di lavoro o prendere i mezzi pubblici perché non ha a disposizione un’auto. E’ alla ricerca di lavoretti di breve durata, che siano vicino casa, che non siano troppo impegnativi e che, possibilmente, diano un salario immediato. Ma dato che è ben difficile riuscire a trovare un lavoro di questo tipo, la gran parte dei pigri sono anche disoccupati. Se si chiede loro perché non lavorano, sapranno sempre trovare una buona motivazione per giustificare le loro impossibilità nel trovare un impiego o semplicemente se la caveranno dicendo: “ai nostri giorni il lavoro non c’è”. La maggior parte di queste persone, però, non le trovi mai in fila negli uffici di collocamento, o presso le agenzie di impiego, o in giro a distribuire curricula, ma le troverai a trascorrere gran parte del tempo in casa oziando. Spesso diventano persone depresse e che si danno ai vizi, come l’alcoolismo o il gioco d’azzardo e, non avendo le risorse economiche per mantenere il vizio, non solo portano alla rovina se stessi, ma anche chi li mantiene. Le loro case ben rispecchiano il loro modo di vivere, spesso sono case disordinate, sporche, piene di ragnatele e di animaletti, con letti disfatti e lavandini sempre pieni di piatti sporchi. Forse un po’ esagero, ma quasi sempre la rovina interiore dell’uomo si manifesta attraverso la rovina del proprio aspetto fisico e tutto ciò che lo circonda e che viene influenzato da esso. La gestione del tempo. Il pigro tende a rimandare. Pensa sempre che potrà fare il suo lavoro più tardi e quindi tende a rimandarlo, finché si accumula eccessivamente e diventa ingestibile. Così il pigro non rispetta mai i tempi di consegna e il suo lavoro risulta sempre mal fatto, perché compiuto all’ultimo minuto e frettolosamente. Inoltre, il pigro è lento e svogliato. Si trascina dietro le sue faccende come fossero un peso. Compie ogni cosa lentamente, male e lamentandosi di continuo. Così diventa estremamente fastidioso per chi gli lavora accanto. Diventa una di quelle persone che la società tende facilmente ad allontanare ed emarginare, perché considerate un peso inutile di cui nessuno si vuol far carico. Il tempo libero per lui, invece di essere un momento di svago e divertimento o da impiegare in qualche utile attività di volontariato, di socializzazione o per lo sport salutare al suo fisico, diventa un tempo di noia assoluta, che non passa mai. Il pigro e le relazioni umane. Per il pigro gli altri diventano facilmente solo degli strumenti che facciano ciò che lui non ha voglia di fare. L’esempio della favola di Esopo sulla formica e la cicala è molto chiara per questo concetto: la cicala che ha ballato e cantato tutta l’estate si reca d’inverno dalla formica, che invece aveva sudato e faticato per farsi una scorta di cibo, per poter avere qualcosa da mangiare. I pigri sono persone che tendono a delegare i loro compiti sempre a qualcun altro: allo Stato per provvedere ai loro bisogni economici, alla scuola per educare i propri figli, agli amici che siano sempre pronti a dare loro aiuti ed attenzioni, ai familiari perché facciano i lavori che dovrebbero fare loro. C’è sempre qualcuno a cui chiedere di fare ciò che il pigro non vuole fare e sempre qualcun altro da incolpare se, poi, gli affari della propria vita non funzionano. Così anche, poiché il pigro non è mai contento della propria esistenza, è sempre nell’attesa di una svolta, di un improvviso cambiamento, ma anche in questo caso si aspetta che arrivi dall’esterno, che sia determinato da un chissà quale evento improvviso della vita (una vincita all’Enalotto, un’eredità inaspettata, o un nuovo amore o un’amicizia che risolva tutti i problemi, ecc.) e tende a credere che ciò avverrà nel futuro. Non pensa mai che il cambiamento possa arrivare proprio dal suo comportamento, dalla sua volontà e determinazione e nell’immediato. Così queste persone si corazzano di in una sorta di presunzione, di un’instancabile pretesa verso gli altri che tutto devono fare e dare a loro, un assistenzialismo continuo e insaziabile, in cui non sanno essere mai i protagonisti e promotori, ma sempre le vittime e gli assistiti. E poiché non troveranno a lungo persone che stiano al loro gioco, rimarranno sempre delusi e ciò li porterà presto al disprezzo degli altri e da parte degli altri, al rifiuto della vita in generale e alla solitudine totale. Il pigro e il suo carattere. Il pigro è completamente instabile Non ama gli impegni e fa le cose finché ha piacere nel farle, quando non ne ha più voglia non le fa più, senza troppe preoccupazioni se la sua arresa può arrecare danni a qualcun altro. Facilmente rinuncia all’ultimo momento agli impegni presi (come un viaggio, o una cena con amici), si presenta in ritardo agli appuntamenti o non si presenta affatto, senza prendersi il disturbo di avvisare. Mentre tutti lavorano, sta a guardare. Spesso si irrita contro chi si impegna nella vita, vorrebbe indurre gli altri a ragionare come lui, sostenendo che è inutile impegnarsi troppo per costruire qualcosa, li scoraggia dal compiere sacrifici e rinunce, sostenendo che la vita va goduta sul momento senza pensare al dopo e addirittura arriva a schernire chi si impegna. Quando, però, si accorge di aver bisogno, corre da chi ha schernito per chiedere soccorso, senza neanche avere l’umiltà di riconoscere di aver sbagliato. Il pigro, la sua mente e i suoi sentimenti. La mente e i sentimenti del pigro sono disordinati. Spesso trascorre le giornate a fantasticare su come vorrebbe che fosse la sua vita, il mondo e i suoi affetti. Ciò che, però, sogna è l’antitesi della sua reale vita e il riscontro quotidiano con il vero lo porta ad una frustrazione continua, una delusione costante verso gli altri, soprattutto verso il patner che ritiene non sappia amarlo secondo le sue aspettative. Vive una totale passività e arresa in cui si convince che non può in nessun modo cambiare gli eventi della propria vita. A volte ama a volte odia, pretende la fedeltà ma facilmente tradisce, elogia calorosamente quanto duramente critica, cade vittima di sentimenti tanto mutevoli e contraddittori che lo spingono a non cercare relazioni amorose durature, sentimenti troppo profondi e impegnativi, emozioni troppo coinvolgenti, che richiedono impegno, cura e rinuncia. In sostanza il pigro spesso è un superficiale e disprezza chi è capace di provare e vivere tutto ciò che per lui è sconosciuto. Così, a conferma del verso esaminato, le conseguenze più certe della pigrizia sembrano essere proprio la rovina totale e la povertà assoluta di chi la vive. Una rovina dal punto di vista economico, relazionale, caratteriale e affettivo. Ma perché ho voluto oggi andare così in profondità nell’analizzare l’atteggiamento della pigrizia? Cosa ha a che fare tutto questo con la nostra vita spirituale? Perché Dio non dovrebbe apprezzare il comportamento del pigro? La risposta è che la pigrizia, come porta alla rovina dell’uomo in ogni sfera della sua vita, così lo può portare anche alla rovina spirituale, cioè alla sua perdizione. Nei primi tempi dopo la conversione generalmente un credente vive il suo cristianesimo con grande entusiasmo e zelo, partecipa a tutti gli incontri della chiesa e vorrebbe assumersi tutti gli impegni. E’ sempre in prima fila, ben disposto verso gli altri e pronto al servizio. Ma quanto facilmente cambia, a distanza di anni, l’atteggiamento di alcuni credenti! In chiesa li vediamo sempre all’ultima fila, quasi sempre in ritardo e spesso assenti. Nascondono la testa sotto il banco quando si cerca qualche volontario per qualche servizio comunitario. Sono chiusi verso gli altri: scappano dalle relazioni troppo coinvolgenti, mantengono le distanze da persone giudicate troppo espansive, si lamentano perché nessuno si preoccupa di loro o li cerca dopo una loro assenza, accusano la chiesa di venir meno nell’amore perché non ha saputo provvedere ai loro bisogni. Ma cosa è capitato nel frattempo, dal tempo della conversione fino ad ora? Cosa è mutato? Dopo l’entusiasmo iniziale delle novità portate dalla conversione, piano piano si cade nell’abitudine e dall’abitudine alla noia, dalla noia alla pigrizia. La lettura della Bibbia non è più quotidiana, la preghiera personale sempre più rara, la frequenza alle riunioni di chiesa sempre meno necessaria. In poche parole ci si impigrisce: “Posso leggere più tardi la Bibbia, ora ho tante cose da fare. Pregherò questa sera, questa mattina c’è la mia trasmissione preferita in tv; andrò in chiesa domenica, oggi fa troppo freddo; so che oggi dovevo andar a far visita a quella sorella in ospedale, ma ho un po’ di raffreddore, lo farò quando starò meglio”. E così lentamente gli impegni presi con Dio vengono rimandati, un giorno, due giorni, finché non subentra la rinuncia totale. Ci aspettiamo che qualcun altro si occupi della nostra crescita nella conoscenza della Bibbia e, se non cresciamo, attribuiamo al pastore l’incapacità di spiegarla. Se non adoriamo è perché i musicisti non sanno coinvolgere abbastanza la Chiesa, se non preghiamo è perché le riunioni di preghiera sono troppo noiose. Rinunciamo facilmente anche alle nostre battaglie quotidiane contro le tentazioni e le tendenze mondane che ci allontanano dal volere di Dio, e un giorno accettiamo passivamente un compromesso, il giorno dopo siamo totalmente sopraffatti dal peccato. La consacrazione viene trascurata, la nostra passione per l’Evangelo si affievolisce, e il nostro amore per Dio diviene instabile: un giorno lo amiamo e lo veneriamo, un giorno lo incolpiamo perché non risponde alle nostre preghiere e non provvede ai nostri bisogni. Come la pigrizia è spesso caratterizzata da un voler continuamente dormire, così spiritualmente ci addormentiamo, cadiamo in un sonno profondo, che ci avvolge e ci impedisce di essere agili, attivi, svegli, attenti a ciò che lo Spirito ci dice, dinamici e volenterosi nell’opera di Dio. Non vogliamo essere più i protagonisti, ma delle vittime assistite dal Regno dei cieli. Il giardino della nostra cristianità è diventato arido, secco, senza fiori profumati ed alberi ricchi di frutti, pieno di rovi, perché non abbiamo voluto faticare per annaffiarlo e pungerci per togliere le spine. Siamo stati pigri ed ora è un campo vecchio e abbandonato, che nessuno vuole comprare. La pigrizia è un cammino lento, trascinato, pesante verso la perdizione di tutto ciò che Dio ci ha affidato. Ciò che Dio si aspetta dai suoi figliuoli è che non siamo sonnacchiosi e pigri nell’opera che ci ha affidato e nel far fruttare i doni che Egli ci ha dato, ma che noi e nessun altro ne prendessimo cura con sudore, impegno e costanza, senza lamentele e malcontenti, con serietà e puntualità, con sacrificio e determinazione… allora nessun ladro potrà rubarci la Sua benedizione e nessun uomo armato potrà sconfiggere la Sua ricchezza spirituale.


Un Dio che prega

“Simone, Simone, ecco Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano; ma io ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno.”
Luca 22:31

Ricordo ancora la prima volta che lessi questo verso. Avevo tredici anni, piangevo a dirotto ed ero seduta in braccio a mia madre che cercava di consolarmi. Era un periodo critico per me, in preda alle mie crisi adolescenziali, quando vien voglia di piangere senza neanche conoscere una causa vera. In quell’occasione, però, conoscevo le motivazioni della mia sofferenza: era un continuo combattimento! Ricevevo molta pressione dalle mie compagne di classe che volevano in ogni modo convincermi a vestirmi, parlare e comportarmi come loro, mentre io dovevo continuamente difendermi per restare me stessa ed essere diversa, per essere coerente agli insegnamenti di Dio in cui credevo e che professavo. Eppure vedevo loro che mi sembravano sempre così belle, così truccate e con quelle gonne cortissime, capaci di piacere a tutti, e che sapevano divertirsi, mentre io mi sentivo così brutta e trascurata dentro e fuori. Quel pomeriggio ero scoppiata a piangere nella mia cucina, mia madre mi ha visto, mi ha preso in braccio e senza neanche sapere le ragioni del mio pianto, mi ha letto questo verso. Non lo ho mai più dimenticato. Ecco Satana si presenta a Gesù e gli chiede il permesso di vagliare Pietro, di metterlo alla prova, potremo dire di torturarlo un po’. Non è la prima volta che succede. Anche nel libro di Giobbe sembra accadere la stessa cosa: Satana si presenta al trono di Dio e dà inizio ad una trattativa per poter accanirsi un po’ contro il povero uomo. E Dio sembra sempre predisposto a concedere questo permesso. E così, a volte, i figli di Dio si trovano ad essere gettati in preda di questo vaglio. Il vaglio è uno strumento di raffinatura del grano, che passa da una serie di reti sempre più piccole. Ad ogni passaggio vengono trattenute le impurità affinché l’ultimo prodotto ottenuto sia più puro possibile. Allo stesso modo nella nostra vita può capitarci di non vivere una sola prova difficile, ma una serie di accadimenti, uno seguente all’altro, attraverso cui la nostra fede viene provata e riprovata, raffinata e purificata. Veniamo gettati nella retina, sballottati a destra e sinistra con forti scossoni, rivoltati e fatti saltellare, strattonati, rigirati, cadendo sempre più in basso. E ad ogni caduta lasciamo dietro dei pezzi di noi, quelle parti della nostra vita che ci rendono impuri, sporchi, quelle parti tossiche, velenose, che danneggiano il nostro benessere. Ad ogni passaggio si staccano e diventiamo sempre più bianchi. Se l’intento di Satana, in realtà è solo quello di torturarci un po’, di produrre della sofferenza in noi che ci porti al rinnegamento di Gesù (come è successo nella vita di Pietro), l’effetto che ottiene da chi impara ad affidarsi al Signore è una vita migliore nella pienezza della conoscenza di Dio (come è successo a Giobbe). Ma in tutto questo lavoro, in cui gli unici protagonisti sembrano essere Satana e il poveretto caduto nelle sue mani, Dio non rimane in disparte indifferente. Gesù dice a Pietro: “ma io ho pregato per te”. Prima ancora che veniamo gettati nel vaglio Gesù è in preghiera per noi. Gesù in persona, sa che non c’è tempo da perdere, una grande prova si sta per abbattere su uno dei suoi figliuoli e bisogna ricorrere alla preghiera. Nel capitolo 17 del vangelo di Giovanni vediamo quanto è forte il desiderio di Gesù di pregare per i suoi discepoli. Sapeva che a breve li avrebbe lasciati perché sarebbe tornato al Padre ed era preoccupato per il loro avvenire. Scorrendo nella lettura possiamo vedere quali sono le preoccupazioni più forti di Gesù verso i discepoli, che lo spingono ad intercedere presso il padre per loro. Esaminiamole insieme. Perché sono nel mondo (vv. 9/19).La preghiera di Gesù, espressa chiaramente, è per i discepoli che Dio gli ha affidato. E’ preoccupato perché sa che a breve rimarranno soli in preda al mondo. Gesù ha fatto bene il suo lavoro: ora loro credono in Lui, in chi Egli è. Lo hanno seguito con fedeltà, solamente uno è stato perso, mentre gli altri gli sono stati vicino, lo hanno seguito nel Suo ministero, hanno visto i suoi miracoli e le sue opere potenti, loro stessi hanno fatto miracoli, hanno ascoltato e creduto nei Suoi insegnamenti, hanno confessato di credere che Gesù è il figlio di Dio. Gesù aveva compiuto ogni compito nei loro confronti, ma ora che li stava per lasciare soli sarebbero stati capaci di proseguire il cammino da soli in preda alle persecuzioni del mondo? Così nella nostra vita: il mondo ci odia. Molta della gente a cui annunciamo Gesù non si limita a non credere, ma ci disprezza per il nostro modo di credere. Ci reputa fanatici, esaltati, esagerati. Non sopportano gli insegnamenti di Gesù, reputati retrogradi e superati, dà loro fastidio il nostro modo di parlare e agire. Si sentono giudicati, condannati e per questo ci allontanano, ci deridono, ci escludono. A volte diventiamo bersagli della loro cattiveria, di provocazioni continue, insulti. Oppure ci sottopongono a pressioni continue per indurci a conformarci a loro, ci tentano continuamente, spingendoci a fare quelle cose che sanno benissimo che vanno contro alla nostra coscienza. Ci sentiamo proprio strattonati nel vaglio della nostra fede. Ma Gesù prega il Padre: “Fino ad ora li ho preservati io, li ho difesi, ho affrontato io i farisei, ho preso io gli insulti e gli schiaffi, io sono stato crocifisso per loro, ma ora che torno a casa, Padre, proteggili Tu!” Questa è la preghiera che Dio ripete anche per noi, quando le persecuzioni del mondo ci stancano e ci affliggono, per renderci più forti di loro, invincibili e rimanere fedeli. Perché siano uno (vv. 20/23). Fino ad ora era stato Gesù il punto di unione dei discepoli, il loro Maestro, la loro Guida. La Sua autorità, riconosciuta da tutti, li teneva uniti. Lui li sgridava quando litigavano per chi fosse il maggiore, li ammaestrava quando non capivano le parabole, li calmava quando volevano dare fuoco e fiamme a chi non credeva, li tranquillizzava quando gridavano disperati in balìa del mare in tempesta, ma, una volta soli, quando Lui sarebbe tornato al Padre, sarebbero stati capaci di rimanere uniti? Avrebbero continuato ad agire, a vivere, mangiare, pregare insieme? Avrebbero conservato degli obiettivi comuni che li avrebbero spinti a vincere le stesse battaglie, a superare la persecuzione? Avrebbero raggiunto la perfetta unione che rende invincibili, come tra Gesù e il Padre? O si sarebbero dispersi, avrebbero di nuovo litigato per chi fosse il capo tra loro, perdendo l’obiettivo comune di annunciare il regno di Cristo? Così nella nostra vita. Ci sono dei momenti in cui sentiamo molto forte la presenza di Gesù, circondati da fratelli e sorelle che ci amano e ci sostengono, ci sentiamo imbattibili e pensiamo di essere in grado di vincere ogni battaglia, ma quando ci troviamo improvvisamente soli, come Pietro nella sera in cui ha rinnegato Gesù, immersi in un mondo che vuole sbranarci, tra gente pronta a giudicarci, a deriderci, a insultarci perché figli di Dio, ecco che abbiamo la sensazione di essere gettati nel vaglio. Sentiamo forte la tentazione di dire: “Io non conosco Gesù. Non ero io quello che hai visto ieri cantare per la strada che Gesù ha cambiato la mia vita. Non li conosco, non era me che hai visto sabato mattina che distribuivo volantini al mercato con un gruppo di persone felici. Ti stai sbagliando, non era la mia famiglia che hai visto entrare in quella chiesa domenica mattina.” Quando ci si divide, ci si allontana dai fratelli, si diventa vulnerabili, fragili. Nella solitudine, spesso c’è la debolezza. Ma Gesù prega che possiamo rimanere uniti al suo popolo, che non ci distacchiamo dalle sane compagnie che ci avvicinano a Lui, che non ci sentiamo soli quando passiamo da una retina all’altra, abbandonando una parte impura di noi. Che vengano con me (v. 24). La più bella preghiera di Gesù: che i suoi discepoli siano con loro per vedere la gloria che Dio gli ha dato. Ecco qui tutto il mandato di Gesù, tutta la ragione per cui è nato come uomo, morto e risuscitato: per stare con l’uomo. Non è meraviglioso? Dio vuole stare con l’uomo, vuole stare con noi. E prega per questo, che noi possiamo raggiungerlo, dopo aver camminato con fedeltà e dedizione il cammino che prima Lui ha tracciato per noi. Il fine ultimo di Gesù, le Sue preghiere è che alla fine del processo di purificazione ci sia del grano puro, pronto per gustare la Sua gloriosa presenza. Smisi di piangere quel giorno, decisamente consolata e fortificata dalle righe di questo verso. Ero convinta che Dio me lo avesse dato per vincere i miei conflitti interiori. Ma dopo qualche giorno mio padre perse la vita a causa di un incidente stradale. Fu il primo di uno dei periodi più difficili e dolorosi della mia vita (il vaglio faceva male!), ma mai più si tolsero dalla mia mente le parole di Gesù: “… ma io ho pregato per te”.


Un amore che non si stanca

E non ci scoraggiamo nel fare il bene; perché se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo.
Galati 6:9

Qualche giorno fa stavo facendo uno dei miei periodici controlli in ospedale, quando è arrivata una signora molto malata. Portava con sé la bombola dell’ossigeno ed era sulla sedia a rotelle, trasportata da un signore. Era visibilmente affaticata e provata dalla malattia. Avrei provato molta compassione per lei, ricordandomi che anche io ero nelle sue stesse condizioni solo pochi anni fa, ma poi ho cominciato a notare che aveva un viso accigliato, severo, pieno di rabbia. Parlava al suo accompagnatore dandogli degli ordini e sbuffando continuamente, perché lui non capiva quello che lei voleva o perché non era abbastanza veloce da soddisfarla. Lo trattava duramente, anche offendendolo. Eppure lui era lì per accompagnarla, forse aveva preso qualche ora di permesso dal lavoro per accompagnarla o aveva rinunciato ad un suo giorno libero in cui si sarebbe potuto occupare di tutt’altro. La trattava con delicatezza e con attenzione, preoccupato di soddisfare ogni suo desiderio. Perché allora lei, invece di mostrare gratitudine, si comportava così duramente? Immaginavo cosa avesse potuto provare quell’uomo, forse avrebbe voluto lasciarla lì ed andarsene amareggiato, ma non lo fece e continuava a soddisfare i suoi capricci. Dissi tra me: “Quanto è difficile fare del bene!” Quella donna riversava probabilmente tutta la rabbia per la sua malattia verso l’unica persona che in quel momento le offriva aiuto. “Fare del bene” è una delle prime conseguenze del provare amore: chi ama desidera fare del bene all’oggetto del proprio amore. Quanto più ciò è valido per i credenti, desiderosi di ubbidire al comandamento di Dio di amare il prossimo. Il bene fatto agli altri può essere compiuto in vari modi, secondo il bisogno altrui: può essere compiuto concretamente attraverso un aiuto fisico, ad esempio accompagnando dal medico un’anziana persona che non ha mezzi per muoversi, o accudendo un bambino ammalato a cui la mamma lavoratrice non può badare, o facendo delle offerte a delle missioni che hanno bisogno o a famiglie con problemi economici, che non sono in grado da sole di provvedere ai propri bisogni. Ma il bene verso una persona può essere fatto anche offrendo un aiuto spirituale: pregando, ad esempio, per una persona bisognosa e facendole capire che le siamo vicini, pronti a portare i suoi pesi, o evangelizzando un non credente e parlando ogni giorno dell’amore di Dio a chi non lo conosce. Ci sono tanti modi di fare del bene e, credo che ogni vero figlio di Dio, non desideri altro. Eppure, in base a molte mie esperienze personali, ho dovuto ahimè, constatare, che a volte invece di essere una gioia, non c’è niente di più stancante, frustrante e scoraggiante che aiutare gli altri. A volte, nei nostri tentativi di compiere del bene, arriviamo a provare un completo disprezzo per la persona verso cui lo volevamo rivolgere e verso di noi, perché ci sentiamo falliti e incapaci negli intenti che ci eravamo preposti. Sicuramente, se l’apostolo Paolo dà questa esortazione a “non stancarsi” è perché egli conosce bene, per la propria esperienza personale, quanto può essere stancante, a volte usurante, mostrare amore per alcune persone. Ma quando accade che un amore diventa stancante?  Analizziamo insieme solo alcuni esempi. Un amore non ricambiato. Uno degli errori più comuni in cui cade spesso chi ama, soprattutto chi ama con una certa densità, è quello di aspettarsi di essere amato allo stesso modo, quindi di ricevere le stesse attenzioni, le stesse parole affettuose, le stesse tenerezze o gli stessi aiuti che ha offerto. Quanto spesso sentiamo frasi del genere: “Sono la prima che corre in aiuto degli ammalati e quando sono stata male io nessuno mi è stato vicino” oppure “sono sempre io quella che invita a casa sua gente, ma mai nessuno invita me”. Queste frasi indicano chiaramente un amore che ha delle aspettative. Non è un amore gratuito, disinteressato, è un amore che ragiona così: “Oggi l’ho fatto a te, domani tu devi farlo a me”. Purtroppo questa frase nasconde in sé il concetto: “Se non mi restituirai il tuo amore, io non ti offrirò più il mio”. Altre volte, invece, il ritorno che ci aspettiamo del nostro bene, non è un’azione, ma la gratitudine. Ci aspettiamo che gli altri ci siano grati e comprendano quanto sacrificio e quanti sforzi abbiamo compiuto per compiere del bene a loro e, invece, molto spesso accade che chi riceve sembra essere completamente indifferente a quello che abbiamo fatto, come se fosse del tutto naturale per noi averlo fatto, un piacere per noi, senza costi e rinunce, un’azione che avrebbe compiuto chiunque altro. E’ facile per l’uomo provare questo tipo di amore, quasi spontaneo direi, ma è un amore che si stanca quasi subito, già destinato in partenza a durare poco, perché non facilmente riceviamo ciò che abbiamo dato. Questo tipo di bene, inoltre, si distacca completamente dal comando di Gesù di amare i nostri nemici, dove è chiaro già come presupposto che chi ci è nemico non può restituirci il bene fatto. Un amore che non dà frutti. Questo è un tipo di amore che può davvero diventare frustrante. In questo caso, non ci aspettiamo una restituzione dell’amore da parte di chi l’ha ricevuto, ma vorremmo vedere un cambiamento, un risultato positivo nella persona a cui abbiamo offerto il nostro bene. Ciò avviene maggiormente quando ci predisponiamo ad aiutare persone che hanno problemi di disagi psicologici o sociali o spirituali. Vorremmo insegnare a certe persone a non compiere degli errori, a risolvere i loro conflitti interiori o di relazione con gli altri ma, nonostante i nostri ripetuti consigli, nonostante ascoltiamo per ore ed ore pazientemente i loro sfoghi, nonostante preghiamo giorno e notte per loro e con loro, vediamo che queste persone continuano per anni a persistere nelle loro mancanze, nei loro vizi, nei loro litigi, a volte compiendo addirittura dei gesti di nascosto, perché sono coscienti che i loro atteggiamenti potrebbero deludere chi cerca di aiutarli, come se comportarsi bene dovrebbe essere un guadagno per gli altri, piuttosto che un bene per se stessi. Questo tipo di amore spesso comporta anni ed anni di sacrifici, di parole offerte, di disponibilità data fino a sentirsi completamente svuotati, incapaci di dare ancora, stanchi e amareggiati, mentre le pretese di chi riceve continuano inesorabilmente, divenendo sempre più insistenti e prepotenti. E ancora, per un credente, può essere stancante pregare per lungo tempo per la salvezza di un amico o un parente, evangelizzarlo costantemente e vederlo, a volte, completamente indifferenze, a volte, ad un passo dalla conversione, tirandosi poi improvvisamente in dietro, finché si prova quel senso di stanchezza, finché non sentiamo quella vocina interiore che ci dice: “E’ inutile continuare, non accetterà mai il Signore nella sua vita, non vedrò mai il frutto delle mie preghiere”. Così ci scoraggiamo, ci stanchiamo e poi ci arrendiamo, quasi non vogliamo neanche più vedere quella persona. Un amore che non viene da Dio. Questo tipo di amore, secondo me, è quello che si stanca per primo di fare del bene. Sembra strano, ma anche un credente può cadere nell’inganno di voler amare gli altri secondo la propria capacità di amare e di dare, senza imparare ad offrire un amore che viene da Dio, secondo la sua Parola. Ciò ci spinge ad agire di testa nostra, facendo ciò che noi riteniamo sia giusto, senza chiedere consiglio a Dio, né consiglio ad altri. Mi vengono in mente i discepoli che pieni di zelo avevano pregato per alcuni indemoniati, che invece di essere liberati si erano rivoltati contro di loro e li avevano aggrediti. I discepoli amareggiati corsero da Gesù impauriti, scoraggiati e sconfitti. Gesù disse loro che prima di pregare per la liberazione di quegli indemoniati avrebbero dovuto prepararsi in un certo modo. I discepoli erano, sì certo, mossi da un buon intento, ma non si erano consultati con Gesù, non avevano chiesto il suo consiglio o il suo aiuto, avevano agito di propria iniziativa, convinti di aver successo. Così anche a noi spesso accade di voler aiutare gli altri a modo nostro, come più ci sembra giusto, ma poi compiamo degli errori gravissimi, che ci spingono a pensare che non avremmo mai dovuto provare a fare del bene. Ad esempio alcuni credenti ospitano nelle loro case persone che hanno problemi gravissimi come la dipendenza dalla droga o dall’alcolismo, convinti di poterle aiutare senza grandi difficoltà, convinte che Dio ci chiami a questo senza condizioni, dopo qualche mese, invece, sono costretti a cacciarle di casa, in modo anche brutale, dopo aver subito inganni, menzogne e, a volte, anche essere derubate ripetutamente. O altre volte ci sentiamo generosi e distribuiamo facilmente denaro a chiunque ce lo chieda col solo risultato che chi ce lo ha chiesto ce ne chiederà sempre di più, perché non è un bravo amministratore delle proprie risorse, e quando glielo rifiuteremo perché prendiamo coscienza che invece del fare del bene a quella persona la stiamo viziando e stiamo contribuendo al peggioramento delle cattive abitudini, l’unico risultato che otteniamo è che quella persona non ci rivolge più la parola. Sono solo alcuni esempi, ma quante persone mosse da un reale desiderio di fare del bene, cadono vittime di questi errori, solo perché non hanno voluto consultare Dio o ascoltare il consiglio di chi certe esperienze le ha già vissute! Questi tipi di errore facilmente portano a degli atteggiamenti opposti, in cui chi ha amato non solo si stanca di fare del bene e desidera non farlo più, ma prova anche sentimenti del tutto negativi, di completo disprezzo verso chi ha approfittato della sua generosità, finendo col generalizzare questi sentimenti anche verso gli altri e ritrovandosi a sentirsi completamente intimorito di fare ancora del bene. Sicuramente queste considerazioni ci portano ad arrivare alla conclusione che spesso ci stanchiamo nel fare del bene perché sono sbagliate le motivazioni o le modalità per cui e con cui lo facciamo Tuttavia, non sempre è così. Amare gli altri può essere stancante anche se lo facciamo nel giusto modo e con gli intenti giusti, perché amare vuol dire donare, offrire ad altri qualcosa che ci appartiene: il nostro tempo, le nostre attenzioni, i nostri beni materiali, i nostri consigli e facilmente si può cadere nel pericolo di sentire ad un certo punto di aver dato tutto e di non aver più nulla da offrire. Ecco dunque il segreto per non stancarsi nell’amore: attingere continuamente dall’amore di Dio. Quanto più ci sentiremo amati da Lui, tanto più avremo voglia di amare gli altri Il Suo amore ci ristora, ci fortifica, ci insegna. Nella Sua Parola impariamo come non si è mai stancato di amare il Suo popolo anche quando era ribelle, ingrato, quando ricadeva sempre negli stessi errori, quando rimpiangeva il passato da schiavo. Dio non si stanca mai di amarci nonostante le nostre cadute e i nostri tradimenti. Da Dio potremo attingere all’acqua fresca del Suo amore, sempre nuovo, fresco e dissetante, un amore che non si usura nel tempo, ma matura e si rinforza, che non si consuma nel dare, ma si arricchisce ed abbonda. Non è facile amare né fare il bene. E’ un compito ingrato, stancante, il più delle volte senza gratificazioni, senza medaglie ed onori. Potremmo ricadere in alcuni degli errori considerati? Non fa niente, impareremo dai nostri insuccessi, ci rialzeremo e ricominceremo, chiedendo maggiore sapienza a Dio e la forza di non stancarci. Stando continuamente alla Sua presenza comprenderemo come non sbagliare, come non avere aspettative inutili, come aiutare in modo gratuito e disinteressato, ricordando che il nostro più grande bene è nel Signore e che, anche se nessun altro vede o apprezza, a suo tempo il Signore ci ricompenserà per il bene che abbiamo saputo fare.


Inganni

Se diciamo di aver comunione con Lui e camminiamo nelle tenebre,
noi mentiamo e non mettiamo in pratica la verità.
I Giovanni 1:6

In questi giorni, studiando la prima epistola dell’apostolo Giovanni, mi sono meravigliata di quante volte compaiono parole come “bugiardo”, “mentiamo”, “inganniamo noi stessi” ed ho iniziato a considerare alcuni degli inganni in cui facilmente, credenti e non, cadono. L’inganno è un imbroglio, un voler spacciare per verità ciò che è falso, a vantaggio di chi lo attua. La vittima dell’inganno viene raggirata, confusa e in questo modo qualcuno riesce ad approfittare di lei per i propri interessi. Gli inganni di cui parla Giovanni hanno come caratteristica peculiare che le vittime degli inganni sono contemporaneamente gli autori: “noi mentiamo a noi stessi, noi inganniamo noi stessi.” Vediamo insieme quali sono gli inganni di cui parla, che tra l’altro sono alcune delle menzogne a cui molto facilmente la gente crede. Avere comunione con Dio e camminare nelle tenebre (v. 1:6). Questa frase di per sé è logicamente insensata. Immaginiamo di percorrere di notte una strada completamente buia, senza lampioni e senza il chiarore della luna e avere accanto a noi un amico con una grande lanterna che illumina la strada. Sarebbe difficile credere che lui riesca a vedere il sentiero davanti a sé e gli ostacoli che ha davanti e noi, invece, camminiamo nel buio totale, senza riuscire a vedere nulla. Più gli saremo vicino, più la sua lanterna illuminerà anche il nostro percorso. Se, invece, vediamo solo buio davanti a noi, sono due le possibilità: o abbiamo seri problemi di vista o non è vero che gli siamo vicini. Il significato allegorico della luce nei versi di Giovanni indica chiaramente che si riferisce alla “Verità” e, poiché in Dio noi troviamo la Verità che ci conduce alla salvezza, è chiaro che Dio è un Dio di luce. Impossibile dunque dire di camminare con Dio e vedere solo tenebre intorno a noi, cioè non conoscere e non vivere nella Verità. Eppure tanta gente dice di pregare, conoscere la Bibbia, praticare opere buone, ma la sua vita quotidiana sembra essere completamente circondata da tenebre. Vivono nel tormento dei rimpianti oscuri di un passato pieno di errori, le cui conseguenze si ripercuoto nel loro presente, impedendogli di vivere una vita serena e tranquilla. Sono circondati da un presente tetro, deprimente, tormentati da ansie, da paure, dalla depressione, da cui non riescono a liberarsi e vivono nell’angoscia di un futuro buio, senza speranza, senza una destinazione chiara e luminosa. Non conoscono la Verità, vivono nella confusione totale, dei valori, dei ruoli nella società, nella famiglia. Si confonde ciò che bene e ciò che è male e Dio viene scambiato per un qualsiasi idoletto di turno. Quanta gente oggi crede di essere se stessa dio! Dio invece porta Luce, porta la conoscenza della Verità. Chi cammina con Lui non è un confuso, non cammina a tastoni, inciampando di tanto in tanto, senza avere la più pallida idea di chi sta seguendo e dove sta andando. Chi ha comunione con Dio gli cammina accanto, e la sua via è illuminata dalla Luce del Signore che risplende costantemente. Il suo cammino non è incerto: è chiara davanti a sé la strada da percorrere e la destinazione da raggiungere. Affermare di essere senza peccato (v. 1:8). Questo è forse uno dei più gravi e grandi inganni della società. Quanta gente a cui annunciamo l’Evangelo afferma: “Ma io sono giusto, non commetto peccato, non faccio male a nessuno…”, cadendo nell’inganno che il peccato è qualcosa che fa male agli altri, mentre non comprendono che il peccato è ciò che distrugge e fa morire noi stessi. Perché questo inganno è tanto pericoloso? Perché chi afferma di essere senza peccato sta dicendo di non aver bisogno di Dio nella sua vita, di non aver bisogno di Gesù per la sua salvezza, di non aver bisogno di perdono perché in lui non c’è colpa. In questo inganno c’è tutto l’orgoglio umano, tutta la presunzione dell’uomo, convinto di poter salvare se stesso. Eppure basterebbe esaminare se stessi. Se qualcuno ci chiedesse: “hai mai ucciso, rubato, fatto del male a qualcuno?” forse tutti potremmo gridare con convinzione: “No, non l’ho mai fatto!”. Ma se qualcuno ci chiedesse: “Hai mai commesso un imbroglio di qualsiasi tipo? Ha mai desiderato una donna per strada che non era tua moglie? Hai mai provato una rabbia incontrollata che ti ha spinto a compiere atti insensati? Hai mai sentito in te un desiderio smisurato per il piacere, il denaro, il successo?” Sicuramente nessuno di noi potrebbe affermare: “Sono innocente!”, ma forse proveremo il desiderio di nascondere la testa sotto la sabbia. Chi non ha mai dovuto combattere contro la propria mente che spesso diventa un ricettacolo di pensieri maligni, di avidità, di desideri incontrollabili! Anche chi non ammette che la sua vita è resa schiava dal peccato è una persona che sta camminando nel buio. Non sa vedere con chiarezza, con sincerità, neanche dentro se stessa perché è totalmente accecata dal proprio orgoglio. Il suo inganno è talmente grave che rende bugiardo Dio stesso (v. 10), perché non crede al messaggio del Vangelo, cioè, che abbiamo bisogno di Gesù per la remissione dei nostri peccati e senza di Lui non potremo mai vedere Dio. Dire di aver conosciuto Dio e non osservare i suoi comandamenti (v. 2:4). Anche questo è un facile inganno in cui cade la gente. Tantissime persone dicono di aver conosciuto Dio, di amarlo, di frequentare la chiesa abitualmente, ma poi, non solo non osservano i comandamenti del Signore, ma non li conoscono proprio, perché non hanno mai letto la Bibbia. Anche loro sono nelle tenebre, non conoscono la Verità. Confondono i testi biblici con leggende, storielle raccontate e tramandate oralmente, ma nessuno va a controllare, studiare, approfondire quotidianamente quali siano i comandamenti del Signore. Non li conoscono e per questo non li osservano. Ognuno si crea una propria religione su misura: “Io credo, ma faccio quello che voglio perché sono una persona libera!” Tanta gente risponde così quando la invitiamo a cercare Dio. Crede in un dio che può accusare quando accadono le disgrazie, che può pregare quando ha un urgente bisogno, ma di cui non conosce nulla e non osserva neanche uno dei suoi comandamenti. Non è così per chi ha conosciuto realmente Dio. Chi conosce Dio ha fame della Sua Parola, la legge giorno e notte. Conosce e osserva ciò che Dio ci chiede, Gli è sottomesso, ubbidisce, nella consapevolezza che ogni comando è per il suo bene e che “l’ubbidienza vale più dei sacrifici” agli occhi di Dio. “Dire di amare Dio e odiare il proprio fratello (v 4:20) Ahi, ahi, credo che da questo inganno non si salvi nessuno! Quanti di noi sono convinti di amare profondamente il Signore, di osservare i suoi comandamenti, di aver ricevuto il perdono dei peccati, di camminare nella luce, eppure non riusciamo proprio ad amare alcune persone! Solo al pensiero di quella persona che ci ha fatto tanto male ci viene mal di pancia, sentiamo la rabbia salirci in testa, aumenta la tachicardia. Arriviamo anche a pensare di non voler più andare in chiesa per non essere costretti ad incontrarla e salutarla. Per ciascuno di noi è così difficile riuscire a dimenticare i torti, le ingiustizie, le offese, le calunnie. Quanto, invece, è facile compierli! Quanti di noi devono combattere contro la tentazione di cadere in maldicenze. Sento alcune sorelle affermare: “Mi sto solo sfogando, non sto sparlando…”. E’ un inganno perché a quell’innocente sfogo, poi ne segue un altro con altra persona, poi un altro ancora con altra persona, finché cadiamo nella rete “dell”accusatore per eccellenza” dei nostri fratelli e non riusciamo più a fare a meno di parlare male degli altri, anzi ci proviamo gusto e piacere, satollandoci dell’orgoglio di sentirci meglio di tutti. E ancora l’invidia, quale radice velenosa che prende il dominio totale di chi la prova! Vediamo gente intorno a noi che in poco tempo ottiene ciò che noi abbiamo desiderato da anni: un ministero, una responsabilità in chiesa, un riconoscimento pubblico, e ci sentiamo lacerare lo stomaco, tormentare il fegato. Dal semplice desiderio che quella persona perda ciò che vogliamo noi, passiamo al desiderio che perda anche altre cose (come la stima, le amicizie, gli affetti) e cominciamo a bruciargli la terra intorno, con lusinghe, con inganni, finché quella persona non cada. E’ terribile, ma questo è il cuore umano. Chi ama veramente Dio, invece, non è capace di odiare il fratello, non può, non ci riesce. Prova per gli altri lo stesso amore che ha ricevuto da Dio. Sa abbassarsi perché gli altri siano innalzati, sa rinunciare a sé per il bene del prossimo. Sa amare l’uomo pur vedendo e conoscendo tutti i suoi difetti, sa dimenticare le offese e i torti e le sue labbra pronunciano solo parole d’amore e di benedizione per gli altri. Credere in Dio, ma non credere in Gesù (v 5:9-10). Anche questo è un gravissimo inganno e, anche in questo caso Giovanni afferma che chi crede questo fa di Dio un Dio bugiardo. Eppure c’è tanta gente e anche tante religioni che dicono di credere in Dio, ma non credono che Gesù è il Suo figliuolo e che sia morto perché solo attraverso il Suo sacrificio noi possiamo avere la salvezza eterna. Credono che Gesù sia stato un profeta o uno qualunque dei personaggi storici, di buon cuore sì, ma nulla più di questo. Non credono che sia morto per noi, non credono che sia risorto e che la Sua resurrezione ha vinto la nostra morte. E molte di queste persone si vantano di essere i sapienti della società, coloro che conoscono, che sanno, mentre camminano completamente nelle tenebre, nell’ignoranza e nella menzogna. Accostandoci più vicino alla presenza del Signore e rimanendo attaccati alle Sue vesti potremo trovare la forza di resistere a questi inganni che così facilmente hanno sempre confuso e raggirato la mente umana. Dio è un Dio di luce e sicuramente c’è un popolo molto numeroso che ha lo sguardo fisso su quella Luce. Io voglio farne parte!


Offerte difettose

Quando offrite una bestia cieca per immolarla, non è male? Presentala dunque al tuo governatore! Te ne sarà egli grato? Avrà egli dei riguardi per la tua persona? Dice l’Eterno degli eserciti.
Malachia 1:8

Un’offerta è la donazione di un bene o di un servizio a qualcuno. Nella Bibbia è un tema che viene trattato spesso. Nell’Antico Testamento si parla di offerte sia in riferimento alle oblazioni, cioè la donazione di una parte del raccolto dei campi che il popolo portava nel tempio, ma anche in riferimento al sacrificio degli animali, immolati per l’espiazione del peccato. Tra i cristiani del Nuovo Testamento, invece, si parla maggiormente di offerta in riferimento alle donazioni in denaro che i credenti facevano alle chiese o agli apostoli per sostenere i loro viaggi missionari. Nell’Antico Testamento la donazione di offerte era una pratica istituita da Dio e poteva avere dei significati differenti. Le primizie (Deutoronomio 26) erano i frutti del primo raccolto e venivano offerte come segno di ringraziamento a Dio che aveva liberato il Suo popolo dall’Egitto e che gli aveva dato in possesso una nuova terra; le decime del terzo anno avevano, invece, come scopo il sostentamento dei più bisognosi: venivano date per i Leviti, che non potevano lavorare perché consacrati, e per lo straniero, gli orfani e le vedove. Ma prima ancora che Dio istituisse tale pratica, possiamo già leggere nella Genesi di molti esempi di personaggi importanti che donarono delle offerte spontanee a Dio: Noè, appena sceso dall’arca, costruì un altare e offrì al Signore varie specie di animali e uccelli come olocausti; Abramo offrì dei sacrifici quando Dio stabilì con lui un patto e gli promise una numerosa discendenza e così anche fecero Isacco e Giacobbe in diverse occasioni. In questi casi l’offerta è un segno chiaro di espressione di gratitudine dell’uomo verso Dio, di riconoscenza per ciò che Lui ha fatto, nel momento in cui Dio elargisce una benedizione particolare e specifica all’uomo e, quest’ultimo sente il forte bisogno di esprimere la propria adorazione, offrendo quanto ha più di prezioso. Tuttavia, non sempre funziona così. Nell’esempio più conosciuto di offerta che abbiamo nel Vecchio Testamento, cioè quelle di Caino ed Abele, già possiamo vedere che ci poteva essere una differenza nel grado di gradimento di Dio: l’offerta di Abele fu accettata maggiormente dal Signore di quella di Caino. Sebbene il popolo d’Israele portasse continuamente le sue primizie, le sue oblazioni e le sue decime al tempio, qui nel libro di Malachia troviamo Dio arrabbiato e scontento delle offerte che riceveva. Cosa era cambiato attraverso i secoli nel tipo di offerte che il popolo d’Israele offriva? Il popolo aveva cominciato ad offrire, non più le primizie di ciò che raccoglieva e del bestiame, ma ciò che avanzava, ciò che non era buono neanche per essere venduto o mangiato; aveva preso l’abitudine di dare al Signore delle offerte difettose. Oggi vorrei parlare dell’offerta non come una donazione del nostro denaro o dei nostri beni, di cui si parla già abbondantemente nelle nostre chiese, ma come adorazione: l’offerta a Dio dell’intero essere nostro, dei nostri pensieri e sentimenti, delle nostre azioni e del nostro quotidiano. Noi stessi possiamo essere un sacrificio vivente offerto continuamente a Dio, come dice l’apostolo Paolo in Romani 12:1.  Ma perché può accadere che, invece, la nostra vita si trasformi in un’offerta difettosa? Ho letto attentamente in questi giorni il libro del profeta Malachia, scritto circa quattrocento anni prima della venuta di Gesù e in esso si possono trovare le varie motivazioni che rendevano difettose le offerte del popolo e sgradevoli agli occhi di Dio. Tutto il libro si fonda su un dialogo continuo tra Dio e l’uomo. Vi dico in sincerità che lo studio di questo libro, che consiglio a tutti, mi ha arrecato una forte sofferenza spirituale a causa della sfrontata arroganza e sfacciata presunzione che l’uomo mostra nei riguardi del Signore; un atteggiamento quanto mai attuale. Vediamo insieme quali sono gli atteggiamenti umani che possono contaminare la nostra adorazione come offerta a Dio. L’ingratitudine. E’ terribile il verso 2 del primo capitolo: il popolo dice al Signore che afferma di averli amati: “In che modo ci hai tu amati?” Mi vien da piangere leggendo questo verso. Il popolo d’Israele che era stato il prescelto, l’eletto del Signore, il privilegiato, testimone di grandi segni e prodigi, che aveva visto il mare aprirsi, le quaglie cadere dal cielo, le mura di Gerico crollare senza far uso di esplosivi e i nemici scappare inspiegabilmente, chiede ora a Dio: “in che ci hai Tu amati?” Avviene questo anche nella nostra vita odierna. La peggiore accusa che l’uomo possa fare a Dio è affermare che il Signore non lo ami. Accusarlo di essere sordo alla sofferenza umana, indifferente ai bisogni della gente, cieco di fronte al pianto dei bambini affamati, mentre non sa considerare che è stato l’uomo stesso a deturpare i doni meravigliosi che Dio ci ha donato, come la vita stessa e la natura, di cui avremmo potuto godere ogni giorno, se non l’avessimo distrutta. Ma se pure non ci meraviglia tanto che una tale accusa provenga dalle labbra dell’incredulo, è sconcertante quando viene proferita da chi ha creduto ed ha gustato e provato la Sua grandezza e la Sua misericordia. Mi è capitato di sentire con le mie orecchie dalla bocca di credenti che avevano vissuto una conversione spettacolare, o per cui Dio aveva provveduto in modo abbondante ai loro bisogni, o che avevano sperimentato grandi miracoli nella loro vita, nel momento della prova esclamare con convinzione e rabbia: “In fondo, cosa ha fatto Dio per me?” Come dare risposta a questa domanda? Quanto l’ingratitudine ci rende totalmente ciechi e facilmente dimentichevoli! L’uomo è capace di ricordare per tutta la vita un torto subito, ma di dimenticarsi il giorno dopo di un bene ricevuto. Non solo ci dimentichiamo facilmente dei doni spirituali, come la salvezza, il perdono che Dio ci ha dato, ma ci dimentichiamo anche di quelli materiali, come il lavoro, la casa, il cibo, la possibilità di studiare e, anche solo, la possibilità di vivere in libertà. Attribuiamo, invece, il possesso di tutto ciò alle nostre capacità, ai nostri sforzi, ai nostri talenti e alla nostra intelligenza, senza considerare che con un soffio Dio potrebbe privarci in un attimo di ogni nostro bene. Se i nostri pensieri non ricordano continuamente quanto Dio ci ha provveduto e continua a provvederci ogni giorno, se la nostra adorazione non è spinta dalla gratitudine e dalla riconoscenza per l’immensa profondità dell’amore di Dio che ci ha mostrato in modo costante e fedele, sarà un’adorazione fredda, arida, rituale, convenzionale e abitudinaria. Sarà l’offerta di un vitello cieco, incapace di vedere ciò che Dio fa per noi, di un montone zoppo, incapace di percorrere fedelmente la Via della salvezza; sarà un’adorazione difettosa e maleodorante alla presenza del Signore. Irriverenza. Nel capitolo 1 verso 6 il Signore dice di non ricevere né l’onore che un padre riceverebbe dal figlio, né il rispetto che un signore riceverebbe dal suo servo. In questi versi Dio si lamenta dell’irriverenza del popolo che contamina il luogo santo con le sue offerte impure. E’ facile per ciascuno di noi cercare in Dio l’amore e la protezione di un padre e le ricchezze e il potere di un signore, ma quanto è difficile invece offrirgli l’onore e la riverenza che spetta a chi ci ha dato vita e la fedeltà incondizionata e il servizio sottomesso che spetta a chi comanda. Spesso riserviamo a Dio un posticino marginale nei nostri pensieri, nei nostri progetti, nelle nostre scelte, nel nostro tempo libero che, invece, tanto facilmente sono contaminati e influenzati dalla corrente che ci trascina della nostra amicizia e vicinanza ad una società corrotta e lontana da Dio. Facilmente bramiamo più assistere ad una partita di calcio che frequentare un culto; più facilmente tiriamo i soldi fuori dalle tasche per lasciarci dominare da uno shopping superfluo, che per provvedere ai bisogni di un nostro fratello che sappiamo essere nel bisogno; tanto facilmente corriamo a cercare i luoghi del divertimento quanto facilmente scappiamo dai luoghi del dolore, dove la gente aspetta una parola di consolazione e di speranza. A Dio riserviamo il tempo residuo della nostra esistenza, il tempo in cui non abbiamo altro da fare. A volte, dopo una giornata spesa nella rincorsa di cose inutili, la sera ci limitiamo a leggere frettolosamente qualche verso della scrittura per placare la coscienza, quando i nostri occhi sono troppo stanchi per continuare a leggere e la nostra mente troppo addormentata per poter capire. Non offriamo al Signore la lode al mattino, come prima azione della giornata, né il nostro servizio nella giovinezza quando siamo pieni di vigore e di zelo, ma spesso lo facciamo quando siamo stanchi, afflitti o malati e non possiamo far altro che dedicargli un po’ di attenzione. Anche queste sono offerte difettose, marginali, fatte nella povertà della nostra esistenza piuttosto che nell’abbondanza e nella ricchezza di un’adorazione benedetta. Peccati nascosti. Nella nel capitolo 2 dal verso 13, Dio accusa i sacerdoti di fingere pentimento e annichilimento davanti all’altare di Dio e di commettere invece dei peccati nelle proprie case nei confronti delle mogli. Quanto facilmente ci dimentichiamo di chi veramente sia Dio! Ci mostriamo santi e devoti agli occhi della gente, ci vestiamo dei vestiti sacerdotali della santità e delle tuniche cerimoniali della giustizia in pubblico, ma gli abiti della nostra vita privata sono completamente macchiati e contaminati dalla scelleratezza e pienamente lordati dal dominio del peccato.  Convinciamo noi stessi che nessuno possa vederci per quello che siamo realmente. Tentiamo a tutti costi di salvare la nostra reputazione e curare la nostra immagine esteriore, mostrando generosità e servizio agli altri e ci dimentichiamo totalmente dell’occhio scrutatore di Dio, che ci conosce nella nostra intimità e nelle nostre stanze segrete. Non sa che farsene Dio del pianto ipocrita di un popolo doubleface. Accusare Dio di ingiustizia. Nel cap. 2:17 Dio si lamenta perché il suo popolo lo accusa di ingiustizia, vedendo prosperare l’uomo malvagio ed ingiusto. E’ un’accusa di cui la gente di oggi, e ahimè, molti credenti ne hanno le bocche piene. Quanta gente si lamenta perché vede prosperare i malvagi e accusa Dio di non essere giusto, di non intervenire, di non sterminare i cattivi dalla terra e mettere fine alle sofferenze dei più deboli. Rivolgere a Dio queste accuse significa crederci superiori a Lui, ritenerci più saggi e misurare le sue benedizioni in ricchezze terrene e in potere umano. Significa dubitare che ci sia una giudizio finale per ogni uomo, e cosa più grave, dimenticarci della grazia di Dio che ha fatto a ciascuno di noi, che saremmo dovuti essere i primi ad essere annientati dalla Sua giustizia. Ma ecco finalmente nel capitolo 3, Dio annuncia la venuta di Gesù, l’Angelo del patto, l’Agnello perfetto, senza difetto né macchia, che affinerà il cuore e la mente dell’uomo, come un fuoco purificatore. Egli è stato l’offerta più grande e preziosa a cui l’umanità ha assistito: il Padre che offre il Figlio, Dio che offre Gesù, il Purificatore delle nostre oblazioni. Chi lascia entrare Gesù nella propria vita gli è eternamente riconoscente per il Suo sacrificio, gli mostra l’onore dovuto ad un padre e il rispetto dovuto ad un signore, è santo nella vita di chiesa, nella vita pubblica e in quella privata e crede nell’incorruttibilità della Sua giustizia. E’ il lavoro meraviglioso di purificazione dell’amore di Gesù che permette alla nostra esistenza di diventare un luogo di culto, alla nostra vita un sacrificio vivente e un’offerta ben gradita, profumata, accettata da Dio. Attraverso Gesù, vivente in noi, la nostra adorazione diventa viva, calda, sentita, e capace di appagare completamente il desiderio del nostro Padre celeste.


Accuse

“E Gesù rizzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse:
Donna, dove sono i tuoi accusatori? Nessuna t’ha condannata?”

Giovanni 8:10

Ben pochi, anche fra i non credenti, non conoscono questa storia. La frase di Gesù tratta da questa storia “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” è ben nota a gran parte della gente. Riassumendo in breve, i religiosi si presentano al Signore portandogli una donna scoperta mentre commetteva peccato e chiedono al Signore la sua opinione se fosse giusto lapidarla, come voleva la Legge ebraica. Era sicuramente una domanda provocatoria. Il loro intento non era tanto quello di accusare la donna, ma quello di accusare Gesù. Forse si aspettavano che Lui iniziasse un discorso teologico, dando un’interpretazione personale sull’osservanza della Legge, o che desse sfarzo della Sua conoscenza dei tasti sacri, come loro erano abituati a fare, trovando delle eccezioni che potessero salvarla o accusarla senza pietà. Ma Gesù non si presta ai loro giochetti ingannatori. Al Signore non interessava molto mostrare la propria conoscenza o le proprie capacità di sfuggire a situazioni imbarazzanti. Ciò che interessa a Gesù è l’uomo. Con l’invito “chi è senza peccato...” spinge individualmente quegli uomini a non guardarsi intorno, troppo lontano da se stessi. Invita ciascuno di loro a non guardare all’adulterio commesso da quella donna, e a non pensare a chi in quel momento era accanto, con la sua pietra in mano pronta per essere scagliata. Li spinge anche a non guardare a ciò che era stato insegnato loro riguardo alla Legge e che loro stessi insegnavano, né alle loro tradizioni, usi e costumi. Non li invita a cercare dei registri con delle statistiche per verificare come in passato il popolo d’Israele avesse affrontato la questione. Li invita a non guardare neanche al buon senso, a quello che in quel momento sarebbe stato più giusto fare. Gesù non fa appello a nessuna di queste giustificazioni, che spesso l’uomo usa per condannare gli altri e salvare se stesso. Gesù invita i farisei a guardare dritto alla loro coscienza. Li invita a volgere i loro sguardo dritto dritto alla loro vita interiore. “Chi è senza peccato” non è una domanda che Gesù fa, a Lui non interessava la risposta, è una sfida. La sfida di esaminare se stessi e riuscire comunque a sentirsi irreprensibili. Chi facendo un reale esame del proprio io può sinceramente affermare: “Sono puro!”? Chi esaminando il proprio passato, i propri pensieri, i sentimenti che ci guidano e ci motivano nelle nostre scelte giornaliere, può dire: “non c’è errore in me?” Gesù, che conosce il cuore dell’uomo, essendo Egli stesso stato uomo e avendo personalmente provato le tentazioni, sapeva che allora, come oggi, nessun uomo avrebbe potuto rispondere: “Io sono degno di scagliare la prima pietra”. Così quegli uomini se ne andarono delusi e perdenti, perché i loro giochetti provocatori non erano stati divertenti, ed una vita umana trovò la salvezza: né la donna, né Gesù poterono essere lapidati in quella circostanza. Credo che molti siano d’accordo con me nel poter dire che l’uomo è sempre riuscito a vincere grandi battaglie al di fuori di sé, ma ha grandissime difficoltà e spesso esce sconfitto quando a che fare con le battaglie della sua mente. E una delle più grandi lotte interiori che riguardano i nostri pensieri hanno come protagoniste le accuse. Chi, avendo ricevuto un’accusa, meritata o ingiustificata che sia, riesce a rimanere indifferente? E’ qualcosa che ci colpisce nell’intimo della nostra essenza e nel profondo del nostro orgoglio. Le accuse ci tormentano, si insidiano tra i pensieri con prepotenza, generando sentimenti e stati d’animo fastidiosi, insopportabili. Gran parte delle accuse che ci vengono rivolte o, se vogliamo, possiamo anche chiamarle “critiche” (per renderne il senso ancora più fastidioso) ci vengono mosse dall’esterno, dagli altri, come in questa storia erano rivolte dai religiosi alla donna. Più gente frequento e più mi accorgo quanto è facile essere oggetto di una critica. Sembra che gli altri siano eccezionali a trovare in me qualcosa che non funzioni correttamente, e questo credo che capiti anche a voi, cari lettori. Sembra che nel nostro modo di gestire la vita, la relazione con il patner, l’educazione dei figli, come pulire la casa e vivere il tempo libero, ci sia sempre un errore per cui gli altri ci debbano accusare. Veniamo tormentati dal giudizio: “siamo troppo lenti nel lavoro, troppo avari nel risparmio, poniamo troppa poca attenzione alla nostra alimentazione e la benessere fisico, facciamo troppo poco sport... La gente di oggi facilmente spara condanne, ma difficilmente queste condanne volano via, come dovrebbe accadere, ma si annidano nella nostra mente, generando combattimenti su combattimenti. Queste condanne esterne, da un lato ci spingono alla ricerca di giustificazioni, dall’altra ci portano ad avere gli stessi atteggiamenti: anche noi cerchiamo negli altri degli errori per cui poterli accusare e sentire noi stessi meno colpevoli. Da qui si generano rancori, invidie, desideri di vendetta, calunnie e quant’altro, tutti sentimenti che non ci liberano dalle accuse altrui, semmai le rafforzano e le moltiplicano. C’è un altro tipo di accuse, poi, ancora più problematiche che a volte possono essere distruttive per la mente umana: le accuse che provengono da noi stessi. Il cosiddetto “rimorso”: “ah se non avessi detto, se non avessi fatto.. la mia vita sarebbe stata migliore, i miei giorni più felici, non avrei conosciuto tristezza, sarei diventato ricco” ecc. ecc. Quante volte ci pentiamo per una scelta mal fatta, per uno sbaglio commesso o un peccato che continua a trovare spazio in noi. Forse siamo gli unici a conoscere certi nostri errori o peccati e ci tormentiamo perché ci sentiamo colpevoli, falliti, incapaci, infedeli, falsi, e continuiamo a tormentarci nella battaglia della mente perché non riusciamo a trovare remissione e quindi pace. Le accuse provocano ansia, stress, tristezza, nervosismo, agitazione, mentre il perdono porta la pace. Pace alla mente, ai pensieri, al corpo e alle relazioni. Gesù porta il perdono che a sua volta porta pace. Sicuramente questi signori che si erano presuntuosamente presentati davanti a Gesù avevano le loro menti cariche di queste accuse interiori. Di fronte agli occhi degli altri erano i massimi osservatori della Legge, gli irreprensibili, non potevano trovare errori nei loro comportamenti e nel loro parlare. Ma quando Gesù li invita ad indagare sulla loro mente, sui loro pensieri, sui loro sentimenti, ecco che riaffiora quanto di peggio la mente umana è capace di pensare e provare. Penso che sia stato un vero peccato che tutti quegli uomini, dopo aver preso coscienza del loro peccato, abbiano gettato le pietre e se ne siano andati via così, rimanendo peccatori e sconfitti. La mente umana può sentirsi talmente sconfitta di fronte il peso delle accuse che può non accorgersi che Gesù, il perdonatore, è vicino. Gesù era davanti loro, avrebbero potuto trovare perdono e pace per la loro mente. Ma una sola persona gli è rimasta davanti: la donna accusata. Scampato il pericolo, sarebbe potuta fuggire via, andarsi a nascondere in qualche luogo sicuro dove poter continuare a peccare senza rischiare la vita. Invece, in quel momento sceglie di rimanere con Gesù. Forse mentre Gesù sfidava gli accusatori, anche lei si era presa del tempo per esaminare il suo cuore. Quante volte si era accusata da sola per quell’adulterio commesso e quanti altri peccati aveva commesso e non aveva mai trovato qualcuno che potesse perdonarla e darle pace. In quell’occasione aveva sperimentato come le accuse degli altri possono condurti anche ad un passo dalla morte, ma forse aveva anche realizzato che le nostre autoaccuse possono anche condurci ad una morte interiore. Ma Gesù, che l’aveva salvata dai suoi accusatori, le dice che neanche Lui la condanna. Le dà il perdono anche per quelle sue accuse interiori e insieme al perdono le concede il dono di vivere. Anche a noi oggi il Signore offre la possibilità di liberare la nostra mente dalle accuse, sia che provengano dagli altri, sia che nascano da noi stessi, ma a noi rimane la scelta se allontanarci da lui sconfitti o rimane ai Suoi piedi, perdonati e liberi.


Addrizzando i sentieri

... e fate dei sentieri diritti per i vostri passi,
affinché quello che è zoppo non esca fuori di strada, ma sia piuttosto guarito.
Ebrei 12:13

Qualche giorno fa mio marito ed io condividevamo ciò che avevamo letto nella Bibbia negli ultimi giorni e che ci aveva edificato. Mio marito mi ha parlato di questi versi. Mentre lui parlava, ho percepito immediatamente che Dio stava toccando profondamente il mio cuore: ancora una volta aveva tanto da insegnarmi. Certamente il primo desiderio che nasce nel cuore di una persona che accetta l'amore del Signore e la Sua salvezza è che la sua vita possa essere uno strumento di salvezza anche per le altre persone che ancora non conoscono il messaggio del Vangelo. Essere servi al servizio di Dio e degli altri diventa uno degli scopi principali di ogni credente che veramente desidera fare la volontà di Colui in cui ha creduto. Attraverso questi versi il Signore ci chiama ad un compito particolare: rendere delle strade diritte. Nella Bibbia spesso il cammino cristiano è paragonato ad una strada stretta e tortuosa, che pochi scelgono di percorrere proprio per le insidie e gli ostacoli che la caratterizzano e per la fatica che richiede il suo percorso. Eppure, sembrerebbe da questi versi, che il Signore richiede a ciascuno di noi di lavorare su questa strada affinché chi viene dopo di noi, chi in qualche modo ci segue, possa avere un cammino facilitato. Possano essi essere i nostri figli, o i nostri discepoli, o persone convertite da pochissimo tempo, chiunque esse siano che camminano dietro di noi, potrebbero trovare dei sentieri meno ardui da attraversare nel loro cammino grazie al lavoro svolto da chi li ha preceduti. Rendere dritto un sentiero: certo non sembra un compito facile. Vuol dire che anche se siamo ben allenati nella corsa, anche se siamo i più abili saltatori di ostacoli, anche se siamo capaci di evitare le cadute e le scivolate, anche se siamo velocissimi e non ci stanchiamo mai, non dobbiamo pensare solo alla nostra corsa, ma pensare anche a chi sta dopo di noi. Ecco dunque che se si incontra un grande masso sul nostro percorso, non dobbiamo mostrare solo la nostra abilità nel superarlo, ma dobbiamo spendere del tempo per caricarcelo sulle spalle e rimuoverlo dalla strada, perché chi ci segue non rischi di rimanere bloccato. Significa che se troviamo una grande macchia d'olio sull'asfalto non dobbiamo solo mostrare destrezza nel superarla, ma dobbiamo cercare subito della segatura, versarla sopra e con pazienza toglierla il più presto possibile, affinché chi ci segue non scivoli. Significa che se troviamo una curva pericolosa, senza alcuna protezione, non dobbiamo essere solo pronti nei riflessi e superarla con facilità, ma dobbiamo fermarci per cercare un bel guardrail, fissarlo sull'orlo della strada e mettere prima della curva un bel cartello di avviso di pericolo. E se troviamo un grande albero caduto che impedisce il proseguimento, non ci dobbiamo limitare a scavalcarlo, ma prendere una bella motosega e impiegare un bel po' di tempo per farlo a pezzi e rimuoverlo. Se invece ci troviamo a percorrere un sentiero completamente buio e spaventoso, vuol dire che ci preoccuperemo di procurarci dei bei lampioni luminosi e fissarli, in modo che ci segue non inciampi nella paura. Ed ancora, se ci ritroviamo a percorrere una salita irta, che ci toglie completamente il respiro, non ci dobbiamo limitare a mostrare tutta la nostra resistenza, ma dobbiamo, a volte, fermarci e aspettare chi arriva dopo di noi per porgergli la mano o addirittura, se necessario, per prenderlo in braccio. Potrei continuare con tantissimi altri esempi, ma credo che ormai il concetto sia chiaro. La nostra corsa verso il cielo non sarà premiata se saremo i più veloci, quelli che arrivano primi, ma saremo premiati per come abbiamo saputo trasformare le nostre circostanze difficili della vita in benedizioni per gli altri. Sono sempre più convinta, parlando anche per esperienze realmente vissute, che le grandi prove che viviamo sulla nostra pelle e il modo in cui le abbiamo superate, possono essere una grande testimonianza per gli altri per superare più facilmente le loro prove. Come questi versi ci evidenziano, può capitare che dietro di noi ci sia una persona zoppa, una persona che ha grandi difficoltà nel camminare, o peggio ancora una persona paralitica, che ha bisogno di mezzi ausiliari per potersi muovere. Possono capitare dei fratelli che realmente non riescono a maturare da soli nella conoscenza della Parola, persone che sono lente nel capire i piani del Signore, persone che fanno fatica a camminare speditamente, piuttosto spesso scivolano, prendono delle cadute spaventose in cui si fanno veramente male, o persone pigre, che hanno bisogno di incoraggiamento continuo, di ricevere una spinta ogni giorno. E, ancora, ci sono persone che non sono capaci di affrontare le difficoltà della vita, ma appena vedono un pericolo scappano via, tornano in dietro, si scoraggiano facilmente e cercano un qualsiasi luogo dove potersi rifugiare. Un credente maturo, servizievole, altruista, sa che uno dei suoi compiti, uno dei servizi più umili che può svolgere è quello di rendere le loro strade meno sdrucciolevoli, amandoli con pazienza, curandoli con costanza, istruendoli nella Parola, infondendo in loro parole di coraggio, trasmettendo pensieri di speranza, infondendo parole di perdono quando sono caduti. Ecco, la vita è piena di sentieri storti e tortuosi per ogni credente. Sono faticosi e difficili da percorre, ma se sapremo occupare gran parte del nostro tempo, non solo nella preoccupazione di come arrivare a destinazione, ma anche di come fare in modo che altri vi giungano, pagando un prezzo meno alto del nostro, saremo veramente vittoriosi. Vorrei tanto che un giorno qualcuno ci dica: “Ho seguito le orme che ho trovato su una strada ben diritta, senza ostacoli, luminosa e ben pulita, perché qualcuno ha fatto questo per me... quelle orme erano le tue!”.


Un po' di riposo

“Se tu trattieni il piè dal violare il sabato facendo i tuoi affari nel mio santo giorno; se chiami il sabato una delizia e venerabile ciò ch'è sacro all'Eterno, e se onori quel giorno anziché seguir le tue vie e fare i tuoi affari e discuter le tue cause allora troverai la tua delizia nell'Eterno...”
Isaia 58:13

E' quasi inevitabile alla fine di ogni anno fare una sorta di resoconto di come si sia svolta la nostra vita nei mesi trascorsi. Possiamo ricordare quali erano le nostre aspettative all'inizio dell'anno o i nostri progetti e quali di essi siamo riusciti a realizzare e quali invece sono falliti. Possiamo ricordare gli eventi più inaspettati che ci hanno colto alla sprovvista, sia nel bene che nel male. Molti di noi hanno perso il lavoro in questo anno e stanno vivendo un periodo di forte difficoltà economica, altri invece avranno proprio iniziato a lavorare o aperto una nuova attività carichi di entusiasmo e di prospettive ottimiste. C'è chi ha perso una persona cara e si prepara all'arrivo delle feste, sapendo che la sua assenza peserà maggiormente in quei giorni e chi, invece, ha visto nascere un figlio e si prepara a delle festività piene di doni e giochi. C'è chi si sarà sposato e avrà iniziato a costruire una nuova famiglia, totalmente rapito dall'amore e dalle sue promesse, chi invece si è separato proprio dalla persona con cui credeva di condividere tutta l'esistenza. Ognuno di noi sta vivendo la conclusione di un anno e probabilmente dedica una parte del proprio tempo nel meditare sugli avvenimenti che lo hanno caratterizzato. Così poi faremo all'inizio dell'anno successivo, ricominceremo a costruire progetti, a crearci delle aspettative e a chiederci se ci saranno degli avvenimenti inaspettati che potrebbero improvvisamente mutare il corso della nostra esistenza. Ma tante volte questi pensieri, non occupano la nostra mente solo in questi periodi dell'anno, ma tutti i giorni. Facciamo continuamente progetti, parliamo continuamente dei nostri affari, dei nostri sogni: della casa che vorremmo a tutti i costi comprare, del concorso che vogliamo vincere e per il quale studiamo da mesi, dei problemi finanziari della nostra azienda che ci spaventano, dei rapporti col vicino di casa che diventano sempre più problematici, del matrimonio che non funziona e a cui vorremmo mettere fine, ecc. La nostra mente è sempre piena di pensieri, pieni di ricordi che riguardano il nostro passato o di aspettative che riguardano il nostro futuro, che a volte ci appesantiscono, ci assillano e spesso ci preoccupano e ci stancano.
Il capitolo di Isaia da cui ho tratto questi versi parla di due argomenti molto preziosi: il digiuno e il giorno del riposo. Entrambi gli argomenti riguardano la consacrazione da parte dell'uomo di una parte del suo tempo per dedicarla a Dio. Nel primo caso riguarda il tempo che noi dovremmo dedicare durante la giornata ai pasti, nel secondo caso parla di uno dei giorni della settimana. E' sul secondo punto che in questi giorni mi sto soffermando a meditare. Non è chiaramente mio desiderio imbattermi in questioni teologiche su quale sia il giorno da dedicare al Signore, se il sabato o la domenica o qualsiasi altro giorno. Ciò invece su cui vorrei focalizzare l'attenzione è proprio sul concetto di riposo. Il riposo deve essere un argomento molto caro al Signore tanto da decidere di stabilire un giorno dedicato all'esclusiva osservanza di questo e da farlo rientrare all'interno dei suoi comandamenti! Ai nostri giorni chi ha più impegni sembra essere un vincente della società. Anche il tempo libero viene occupato non con attività che portano la mente o il corpo al pieno rilassamento, ma con altre attività che alla fine diventano più stancanti e stressanti del lavoro stesso. Sembra quasi che l'uomo non sia più capace di riposarsi, di fermare ogni attività, per dare un po' di pace all'intero suo essere. Ed anche fra coloro che credono in Dio e vogliono osservare la Sua Parola accade che si tende a trascurare questo insegnamento, forse sottovalutandolo. Eppure il Signore stesso si è concesso un po' di riposo a conclusione della creazione. Da questi versi si capisce che il giorno del riposo non fu stabilito solo per dare cessazione a tutte le attività fisiche e pratiche che occupano la nostra settimana, come il lavoro, lo studio, fare la spesa e le pulizie ecc., ma anche una pausa dei pensieri e dei discorsi che riguardano i nostri affari. Un'altra versione della Bibbia invece di dire “occuparsi delle tue cause” dice “parlare dei tuoi problemi”. Avere, cioè, un'intera giornata da consacrare esclusivamente al Signore, sia nelle nostre azioni fisiche, sia nei pensieri che occupano la nostra mente, sia nelle parole che escono dalle nostre labbra. Oggi più che mai l'uomo avrebbe bisogno di fare delle pause mentali. Mettere a tacere per un po' di tempo la propria mente da tutti quei pensieri invasivi che ci appesantiscono quotidianamente. Smettere di pensare e parlare dei propri problemi che tormentano l'anima almeno per un giorno a settimana, lasciando spazio ad un riposo ristoratore, che porta pace, tranquillità e nuove energie. Questo è assolutamente facile per noi credenti quando ci riuniamo nelle nostre assemblee per celebrare il culto al Signore, ma quando torniamo nelle nostre case, in giorno di domenica, ad esempio, cosa ne è del resto della giornata? Quali sono le attività con cui occupiamo il tempo? Spesso il pomeriggio è dedicato a seguire lo sport o a fare lo shopping, o forse si trascorre interamente davanti al computer, passando da una pagina all'altra dei network. Ma tutte queste attività non danno riposo alla nostra mente, anzi, la stancano ancora di più. Forse troppo pochi fra noi comprendono cosa sia un vero giorno di riposo da dedicare a Dio. Eppure, poi, quando improvvisamente ci sentiamo sopraffatti dalla stanchezza, dallo stress, dalle nostre attività giornaliere, da quei pensieri assillanti sul lavoro, su come pagare i debiti, su come aggiustare le nostre relazioni, su come educare i figli, ecc., sentiamo che desidereremmo davvero un po' di riposo che, però, non sappiamo più trovare in nessun momento. Il riposo deve essere considerato una “scelta”, dovrebbe rientrare tra le nostre priorità, sostituendo ogni nostro impegno con del tempo da trascorrere esclusivamente in comunione con il nostro Creatore. Il nostro “giorno speciale” in cui non permettiamo a nessuna distrazione di stancare o appesantire la nostra adorazione. Avere un giorno da dedicare solo alla celebrazione della grandezza di Gesù, al ricordo delle opere grandi che ha fatto per noi, dei Suoi miracoli costanti che hanno accompagnato la nostra esistenza, abbandonarci alla gratitudine più profonda che scaturisce in cantici nuovi da elevare a Lui, leggere la Parola e trovare conforto e salute per la nostra mente, vivere la comunione fraterna, condividendo solo discorsi edificanti che arricchiscono la nostra vita e ci portano benedizione, tralasciando tutto il resto: se solo riuscissimo almeno a vivere un giorno a settimana in questo modo, conosceremmo il vero riposo che ristora la nostra anima, che dà pace alla nostra mente, quiete al nostro corpo e nuove forze all'intero nostro essere. In questo modo la fine di un anno che se ne va non sarà mai per noi troppo deludente e non proveremo paura per il nuovo che arriva, ma sapremo che tutto ciò che vivremo sarà per noi una “delizia”, la nostra delizia nel Signore.


Dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei

“Il vostro ornamento non sia quello esteriore: intrecciare i capelli, portare gioielli d'oro e indossare belle vesti, ma l'essere nascosto nel cuore con un'incorrotta purezza di uno spirito mansueto e pacifico, che è di grande valore a Dio.”
I Pietro 3:3,4

Con l'inizio dell'anno inizia anche un periodo molto atteso da gran parte della gente: il periodo dei saldi. Alla tv possiamo vedere le immagini che i telegiornali ci propongono di lunghe file che in ogni parte del mondo si creano davanti ai grandi magazzini di persone che sono disposte ad aspettare anche ore pur di acquistare il primo affare della stagione. Per gran parte delle persone ciò che si indossa è di vitale importanza e acquistare un capo firmato all'ultima moda può diventare una priorità, inducendo anche ad affrontare lo stress delle file, del traffico e delle resse nei negozi e per le strade. Effettivamente l'abbigliamento che noi indossiamo ha una funzione ben più profonda e significativa per la persona che il semplice coprirsi o riscaldarsi: è uno dei messaggi più chiari ed descrittivi di ciò che una persona è. Se una persona veste capi firmati, con stoffe pregiate e sontuose, sarà chiaro che è una persona benestante, così come chi veste vestiti da mercato mostra di essere una persona dalle modeste risorse (anche se a volte questo non è del tutto scontato, perché esistono poveri che ostentano benessere e ricchi avidi che fingono povertà, ma questa è un'altra questione). Così anche dall'abbigliamento si può capire se un persona è eccentrica e vuole tutta l'attenzione su sé o se è modesta e semplice. Potremo riconoscere chi segue sempre e forzatamente la moda o chi vuole essere sempre originale e controcorrente, indossando abiti che nessun altro metterebbe; possiamo riconoscere le persone serie ed impegnate, che sono continuamente eleganti e persone sportive, che cercano vestiti comodi e pratici; e ancora possiamo vedere persone meste e cupe che vestiranno sempre colori scuri e persone allegre e ottimiste che vestiranno colori accesi e luminosi; potremo riconoscere persone che si trascurano, che non pongono attenzione all'abbinamento dei colori dei capi che indossano e che non stirano i vestiti, e le persone che si curano, sempre precise e attente all'immagine. E' chiaro dunque, che i nostri vestiti parlano di noi: basterebbe aprire l'armadio di una persona per poter fare un'analisi attenta e critica del suo carattere e della sua personalità. Per questo la maggior parte della gente ci tiene tantissimo al vestiario e viene attratta dai negozi d'abbigliamento come il ferro dalle calamite. Non a caso l'apostolo Pietro ha da darci dei consigli sull'abbigliamento di cui ogni figlio di Dio, che ha vissuto una nuova nascita, dovrebbe rivestirsi. Anche se questi versi sono rivolti in particolare alle donne, io credo che potrebbero avere un grande valore anche per gli uomini. Ci dicono con schiettezza che il vero ornamento, cioè ciò che rende bella una persona, non è quello esterno, cioè gli abiti che indossiamo o i gioielli che mettiamo. Non è su questo che dovremmo porre preoccupazione e cura per dare una buona immagine di noi agli occhi di chi ci guarda, ma è il nostro essere nascosto, quello che abita dentro il nostro cuore, i nostri sentimenti puri e i nostri pensieri incorrotti, di uno spirito mansueto e pacifico, cioè che cerca la pace e sa trasmetterla agli altri. Ho sempre pensato che non vorrei che gli altri dicessero di me che sono “una bella donna”, piuttosto vorrei che dicessero che sono “una bella persona”. Cosa voglio dire? Inevitabilmente il nostro esteriore è lo specchio visibile del nostro uomo interiore. Un volto sorridente e radioso colpisce molto di più di un volto ben curato, ma triste o accigliato; degli occhi luminosi e pieni di speranza sanno piacere molto di più di occhi ben truccati ma spenti e vuoti; una persona accogliente, sempre disponibile, pronta ad aiutare gli altri e a disporsi per il bene altrui e molto più ben voluta di qualsiasi altra persona ben vestita e ben sistemata, ma incapace di guardare più in là del proprio io. Le virtù di cui ha saputo vestirsi Gesù quando ha vissuto sulla terra e camminato fra la gente erano il suo abbigliamento privilegiato. Non le sue tuniche impolverate di chi camminava tanto, che i soldati si sono giocati negli ultimi istanti della sua vita, ma la Sua dolcezza e calma di chi sapeva giocare con i bambini, accompagnate dall'autorità e dalla giustizia di chi predicava il ravvedimento dal peccato e e la venuta del Regno di Dio era ciò che attraeva le folle e lo rendeva ineguagliabile. In questo nuovo anno possiamo scegliere di iniziarlo preoccupandoci di ciò che vestiremo, accalcandoci nei negozi e seguendo la massa, o possiamo scegliere di preoccuparci di quali ornamenti vogliamo rivestire il nostro uomo interiore, non tanto per piacere agli uomini, piuttosto per piacere al nostro Padre Celeste, che ogni giorno ci osserva e ci scruta.


In cerca di consolatori

Il vituperio mi ha spezzato il cuore e son tutto dolente; ho aspettato chi mi consolasse, non v'è stato alcuno; ho aspettato dei consolatori, ma non ne ho trovati. Anzi mi han dato del fiele per cibo e, nella mia sete, m'han dato a bere dell'aceto.”

Salmo 69:20-21

Qualche tempo fa stavo vivendo un periodo particolarmente stressante: dovevo terminare dei lavori entro breve tempo, in più avevo ospiti a casa e, oltre a ciò, non stavo bene fisicamente perché avevo durante la giornata forti mal di testa e molta debolezza, dovuti forse alla troppa stanchezza che si accumulava. Una domenica pomeriggio esausta, finalmente riuscii, dopo una settimana senza sosta e davvero stancante, a trovare un po' di riposo nel mio caldo lettuccio. Ma al mio risveglio, dopo essermi preparata un caldo tè, sentii il desiderio di andare a vedere cosa stava facendo mia figlia nella sua stanza. Era nel suo letto, col computer acceso e guardava un cartone animato. Stavo per andarmene ma poi ho fatto un passo in dietro: “Lo guardiamo insieme?” le ho detto. Tutta sorridente mi ha fatto spazio nel letto. Non appena è finito il cartone abbiamo iniziato a parlare e improvvisamente ha iniziato a piangere. Mi ha raccontato che da un po' di giorni stava vivendo una situazione che la rendeva molto triste nella sua classe e che le molto male e che non aveva nessuno con cui poteva confidarsi. L'ho lasciata sfogare a lungo poi le ho dato i consigli che ritenevo più giusti per risolvere quella brutta situazione. La nostra conversazione è durata qualche ora, ha pianto e l'ho stretta fra le mia braccia. Potevo sentire tutta la tenerezza e la compassione che una mamma può provare davanti al dolore di un figlio che sta vivendo le sue prime difficoltà relazionali, esperienze dolorose da cui vorrebbe difenderlo e che vorrebbe evitargli. Alla fine, chiaramente più serena, mi ha detto: “Sai mamma, la cosa che mi faceva stare male di più di tutto in questi giorni, non era tanto la situazione che stavo vivendo, ma il fatto che non riuscivo a parlarne con te”. Da una parte mi hanno fatto piacere queste parole, perché sono contenta che mia figlia riesca a confidarsi con me, ma dall'altro lato ho sofferto perché, forse per il fatto che c'erano altre persone in casa nostra, lei si era sentita costretta per diverso tempo a nascondere il suo dolore, senza che nessuno in casa se ne accorgesse e, soprattutto, senza che me ne accorgessi io, la sua mamma, perché troppo occupata ad occuparmi d'altro. Una giovane adolescente in cerca di un consolatore nella sua casa senza poterlo trovare!

Quante persone in cerca di consolazione camminano accanto a noi, lavorano nel nostro stesso ufficio, studiano sul nostro stesso banco, dormono nel nostro letto! Ma noi non ce ne accorgiamo, a volte indaffarati dalle nostre occupazioni, a volte preoccupati dai nostri problemi, a volte persi in inutili chiacchiere, parlando tanto di noi stessi e poco predisposti all'ascolto di chi ci è accanto. Eppure, potrebbe bastare un piccolo cenno, una semplice parola d'interesse, basterebbe soffermarsi sull'uscio della porta e tornare in dietro da quella persona e prima di andarsene chiederle se ha bisogno di qualcosa, come ho fatto quel giorno con mia figlia, per scoprire che una persona vicino a noi ha molto più di un bisogno, ha disperatamente necessità che qualcuno l'aiuti, che qualcuno ascolti il suo dramma, che qualcuno scopra i suoi segreti inconfessabili, i suoi peccati oscuri e le porti consolazione, le asciughi le lacrime e le porti perdono e liberazione. Ma quando rimaniamo ignari della sofferenza altrui, spesso andiamo a colpire proprio su punti già deboli, magari facciamo battute infelici proprio su ferite profonde dei nostri fratelli, le facciamo per ridere e inaspettatamente la persona accanto scoppia in un pianto ininterrotto. Un cuore che chiedeva un po' d'acqua ha ricevuto in cambio dell'aceto aspro. L'autore dei versi di questo Salmo che così mirabilmente profetizzano la richiesta di Gesù sulla croce, che chiedeva un po' d'acqua sulla croce ed, invece, ha ricevuto appunto solo aceto. Quante volte è capitato anche a noi: cercavamo amore, abbiamo ricevuto odio; cercavamo comprensione, ci siamo sentiti incompresi; cercavamo pace, abbiamo trovato inimicizia; cercavamo consolazione, abbiamo trovato ancora più dolore. Se ciascuno di noi ha provato questo nella propria vita allora oggi può decidere di diventare un consolatore perché chi ti sta accanto non provi lo stesso: puoi dare da bere dell'acqua pura a chi a sete. Anche Gesù nel giardino Getsemani aveva bisogno che i suoi discepoli lo consolassero, ma non ne furono capaci: la stanchezza della notte prese il sopravvento e li fece addormentare. Ancora oggi Dio è alla ricerca di consolatori, non per se stesso, ma per un mondo perduto nella disperazione. Chissà se vorrai alzare la tua mano per offrirti volontario!


Mi ami tu?

“Or quand'ebbero fatto colazione, Gesù disse a Simon Pietro: Simon di Giovanni, m'ami più tu più di questi?” Egli rispose: “Sì, Signore, tu sai che io ti amo.”

Giovanni 21:15

Qualche giorno fa insieme a mio marito ricordavamo i primi tempi che ci siamo conosciuti e come in poco tempo ci siamo innamorati l'uno dell'altra. Mentre ne parlavamo, ritornavano alla mia mente tanti ricordi e mi sembrava di riprovare esattamente le stesse emozioni, le stesse palpitazioni, i rossori, gli imbarazzi, le speranze tipiche di chi vive l'innamoramento. Mentre tutta contenta ed emozionata ripetevo continuamente a mio marito: “Eh, quanto ero innamorata!” ad un certo punto lui mi ha interrotta e mi ha detto: “Ma ora sei ancora innamorata di me?”. In un istante sono passata dalla gioia assoluta alla tristezza più buia, dalle stelle alle stalle, dai sogni più romantici alla realtà più cruda. Non sarei stata una donna se in un baleno mille pensieri negativi non avessero travolto la mia mente: “Ecco lo sapevo, non è più felice con me, ultimamente sono troppo nervosa e si sta stancando... sto invecchiando e lui se ne è accorto... sono ingrassata troppo negli ultimi mesi e l'avrà per certo notato.. forse mi sto trascurando troppo, forse non cucino bene, forse, forse...”. Poi ho smesso di pensare, ho preso coraggio e gli ho detto: “Certo che sono ancora innamorata di te, perché me lo chiedi?” E con molta semplicità mi ha risposto: “Avevo solo bisogno che tu me lo dicessi.” Che sciocca che mi sono sentita! Ma anche felice. In pochi secondi mi ero lasciata travolgere da mille preoccupazioni, lasciandomi anche colpire dal dubbio che un malcontento potesse rovinare il nostro rapporto e, invece, ciò che lui chiedeva erano semplici parole d'affetto. Ho continuato per giorni a riflettere a queste sue parole: “Volevo solo sentirmelo dire” ed ho iniziato a meditare su una domanda simile che Gesù aveva posto al suo discepolo “Pietro, mi ami tu?”. Se al posto di “Pietro” Gesù mettesse il nostro nome, quale sarebbe la nostra risposta? Probabilmente uguale a quella di Pietro: “Certo, tu sai...” Quante volte quel “tu sai...” diventa un'enorme e pesante scusa per non esprimere a parole ciò che proviamo! E' come dire: “Tu lo sai già, non hai bisogno che te lo dica, tu lo capisci, non hai bisogno che te lo dimostri.” Sembra una contraddizione, ma spesso questo è proprio l'atteggiamento che abbiamo nei confronti delle persone che ci amano di più: nei loro confronti diamo sempre tutto per scontato. Spesso è proprio alle persone che ci sono più vicine, che fanno più sacrifici per noi, che sono sempre disponibili verso di noi, sempre pronte ad aiutarci, quelle che sopportano i nostri malumori e le nostre contraddizioni, quelle che ci accettano per quello che siamo senza aver la presunzione di cambiarci, sono proprio quelle le persone a cui diciamo meno spesso di amarle, con la scusa che loro lo sanno. Diciamo loro mille altre cose: i nostri problemi, le nostre frustrazioni, i nostri fallimenti, magari anche i loro difetti e le loro incapacità, ma mai riusciamo a dire loro quanto le amiamo. Portiamo a loro le nostre lamentele, le nostre sofferenze, i nostri sfoghi, a volte le nostre accuse, ma mai portiamo un mazzo di fiori accompagnati dai bigliettini della riconoscenza. Perché? Perché è così difficile, a volte, confessare di amare certe persone? Perché quando diciamo di amare una persona confessiamo che abbiamo bisogno di lei, che la nostra esistenza non sarebbe facile senza di lei, che non saremmo tanto bravi a cavarcela da soli, senza il suo aiuto. Ma spesso il nostro orgoglio non ci consente di fare questa ammissione, piuttosto vuole che rimanga segreta, soffocata, come i nostri sentimenti. Eppure anche l'altro ha bisogno di sapere se è ricambiamo ciò che lui prova per noi e che ci dimostra in continuazione. Anche l'altro prima ho poi avrà bisogno di parole d'affetto, primo o poi s'aspetterà riconoscenza e dimostrazioni d'amore. E' sciocco credere che nel suo intimo non si aspetti una restituzione del suo affetto, anche se non ha il coraggio di chiederlo espressamente. Lasciatemelo dire, solo una persona egoista può illudersi che possa esistere un rapporto in cui si può ricevere senza mai dare. In ogni relazione matrimoniale, genitoriale, fraterna o d'amicizia l'amore per essere fortificato e per crescere deve essere continuamente manifestato, dichiarato, nutrito, alimentato da tutte le parti coinvolte, anche con piccoli e semplici gesti. Ma se chi riceve non si sforza mai di esprimere i suoi sentimenti d'amore verso chi ha vicino, non si meravigli se anche chi dona nel tempo imparerà a tacere le sue sofferenze e le delusioni che prova per non ricevere un contraccambio di pari livello dell'amore che ha sempre dato, fino poi ad arrivare improvvisamente ad una fine del rapporto stesso. E così anche, ahimè, a volte, ci comportiamo con il Signore. Tendiamo sempre a credere che nel nostro rapporto Lui è Colui che sa tutto, ha tutto e sa fare tutto, noi siamo i deboli, gli incapaci, i fragili. Ci rechiamo ogni giorno da Lui con un sacco pieno di lacrime, preoccupazioni, lamentele, litigi, frustrazioni e quant'altro. Siamo noi ad aver bisogno di essere amati, perdonati e curati. Siamo noi ad aver bisogno di essere coccolati, cullati e accarezzati. Vogliamo che il nostro Gesù ci stia a sentire, ci presti attenzione, stia ai nostri tempi, ci ripeta quanto ci ama, che non ci abbandonerà mai e che ha dato la Sua vita perché potessimo essere perdonati dai nostri peccati. Ma crediamo che non ci sia bisogno, invece, che gli diciamo noi quanto lo amiamo, perché Lui lo sa già, né tanto meno che gli dimostriamo di amarlo attraverso il nostro umile servizio, perché lui conosce il nostro cuore e non ha bisogno di dimostrazioni d'affetto. Mi ricordo qualche notte fa non riuscivo a dormire per dei forti dolori alla testa. Mi sentivo angosciata, arrabbiata. Mi giravo e rigiravo sul letto senza trovare pace. Nella mia mente ho cominciato a lamentarmi: “Quanto brutta è la mia vita! E' sempre stata brutta la mia vita e infelice! Non c'è stato un solo giorno felice nella mia vita. Ogni evento che sarebbe dovuto essere felice nel mio passato è stato accompagnato da un dolore, da un lutto o una disgrazia che lo ha saputo rovinare. La morte di mio padre da adolescente, la mia malattia, la morte di mia madre, le difficoltà economiche, e poi quante altre separazioni, rinunce, sacrifici, e ancora dolore, dolore, nient'altro che dolore! Quanto è stata brutta la mia vita, quanto è brutta la mia vita...” Ma mentre mi lamentavo, piangevo e ripetevo questo, ad un tratto, ho visto balenare nella mia mente il volto sorridente di mia figlia, poi il volto sorridente di mio marito, poi il volto sorridente di mio fratello, poi quello di mia sorella, poi il volto di altre cento, mille persone che per anni mi hanno amata e sostenuta nella preghiera e hanno combattuto con me per la mia guarigione. Poi ho visto l'immagine del giardino di casa mia e dei monti di fronte e tante altre immagini meravigliose di ricordi di momenti felici che ho vissuto nella mia vita e, pian piano, ho iniziato a ridere, mentre le mie lacrime si trasformavano da lacrime di dolore in lacrime di gioia. Con riconoscenza capivo che il Signore mi stava mostrando tutte le cose meravigliose che mi ha dato lungo il corso della mia vita e che, grazie a Lui, tutta la mia esistenza fa parte del Suo piano meraviglioso per me. Mi mostrava che Lui c'è sempre stato, che non mi ha mai lasciato, che mi ha accompagnato passo passo anche nei giorni difficili della sofferenza. Così ho smesso di lamentarmi e ho iniziato a ringraziarlo, ad adorarlo, a dirgli quanto lo amo. Più volte gli ho ripetuto di amarlo. Sono stati scritte molte pagine sul perché Gesù abbia per tre volte chiesto a Pietro: “Mi ami tu?”, non è mia intenzione aggiungerne altre. Forse semplicemente Gesù voleva sentirselo dire dal suo discepolo, e vuole sentirselo dire anche da te, perché forse dai per scontato che lui lo sappia, ma è un po' troppo tempo che ti stai dimenticando di dirglielo.


E se Adamo avesse chiesto perdono?

Dio disse: 'Chi ti ha mostrato che eri nudo? Hai forse mangiato del frutto dell'albero che ti avevo comandato di non mangiare?'L'uomo rispose: 'La donna che tu mi hai messo accanto, è lei che mi ha dato del frutto dell'albero ed io ne ho mangiato'.”
Genesi 3:11-12

Qualche giorno fa stavo meditando insieme ad una mia amica sul comportamento di Adamo ed Eva di fronte alla richiesta di Dio sul perché avessero mangiato il frutto a loro proibito. Vediamo che il primo impulso di entrambi è quello di giustificare la propria disobbedienza addossando la colpa a qualcun altro: Adamo incolpa Eva di avergli offerto il frutto e la donna incolpa il serpente. Riflettendo su questo atteggiamento ho cominciato a pensare a cosa sarebbe potuto accadere ad Adamo e di conseguenza all'intera umanità se, invece di nascondersi e giustificarsi, si fosse assunto la responsabilità del suo errore e avesse chiesto perdono, facendo appello alla misericordia di Dio. Qui c'è spazio per l'immaginazione di chiunque abbia voglia di fantasticare un po', ma io conosco e ho sempre sperimentato nella mia vita l'infinita misericordia di Dio e so che Lui, il nostro Padre Celeste, lo avrebbe perdonato. Forse la morte sarebbe comunque venuta sull'umanità, perché Dio aveva detto loro che se avessero mangiato il frutto sarebbero morti, ma probabilmente l'uomo e sua moglie non sarebbero stati condannati ad una vita di grave sofferenza e amaro dolore. Mi sono chiesta perché Adamo avesse così facilmente scaricato le sue colpe su Eva. In fondo credo che lui l'amasse, era il dono che Dio gli aveva concesso per non sentirsi solo, potevano condividere insieme ogni bene del Paradiso e vivere un amore perfetto. Eppure di fronte a Dio, istintivamente Adamo fa ricadere su di lei ogni sua colpa, come se in questo modo potesse essere giustificato, potesse essere sminuita ogni sua responsabilità. Certo, aveva ragione, era stata Eva ad offrirgli il frutto e a mangiarlo per prima, ma Dio chiede per primo a lui conto di ciò che era avvenuto. Non avrebbe l'uomo dovuto farsi carico dell'errore che aveva commesso insieme a sua moglie? Non avrebbe dovuto addossarsi ogni colpa ed eventualmente prendersi la responsabilità della moglie, per difenderla e giustificarla, invece che giustificare se stesso? Come capo famiglia non avrebbe dovuto farsi carico del peso dell'errore e tentare ogni rimedio per salvare la vita di entrambi? Sarebbe stato giusto incolpare il serpente, ma perché incolpa proprio sua moglie? Sarebbe stato ancora meglio se dopo aver sbagliato, insieme fossero andati loro stessi a cercare il Signore e avessero confessato le loro colpe e implorato il Suo perdono. Invece questo non è avvenuto e le dinamiche del loro comportamento di fronte allo smascheramento non sono servite a nessuno dei due per sminuire la gravità della loro punizione, anzi hanno inacerbito maggiormente la situazione e hanno portato alla condanna di se stessi e alla condanna dell'intera umanità. Quanto umano è stato il loro atteggiamento! Ciascuno di noi credo che sarebbe disposto a dichiarare che darebbe la vita per i suoi cari, che affronterebbe qualsiasi nemico o qualsiasi situazione pur di proteggerli e difenderli, eppure di fronte ad un'accusa che ci viene rivolta di un errore che abbiamo commesso così facilmente ci giustifichiamo incolpando qualcun altro, spesso proprio le persone che ci sono vicino: “E' stata per colpa sua che ho agito così; è stata mia moglie ad istigarmi; è stato mio marito che mi ha indotto a fare questo; è stato mio figlio a sbagliare ed io ho solo cercato di coprirlo; è per essere accettato dai miei amici che ho peccato”. Quante volte di fronte ad un'accusa addossiamo la colpa agli altri, spesso, ahimè, a persone assenti che non possono neanche difendersi. Perché agiamo così? Perché l'orgoglio umano è il peggiore degli istigatori alla vigliaccheria. E' più facile incolpare chiunque altro, seppure lo amiamo, o cercare di trovare mille scuse, piuttosto che ammettere che noi siamo gli unici colpevoli e gli unici responsabili dei nostri errori. Invece di ammettere le nostre colpe e implorare il perdono di coloro che abbiamo offeso e ferito, ci giustifichiamo vigliaccamente incolpando qualcun altro. Se, invece, amassimo veramente e profondamente faremmo l'esatto contrario, ci addosseremmo la responsabilità degli errori di chi amiamo anche quando noi siamo innocenti, per proteggerli. Cercheremmo di difenderli, di giustificarli, affermando che noi avremmo potuto fermarli o impedire loro di commettere degli errori. In poche parole prenderemmo su di noi il peso delle loro azioni e ne pagheremmo le conseguenze. Conosco una persona che ha fatto questo: si è preso la responsabilità degli errori di Adamo ed Eva, dei miei errori e dell'intera umanità. Un giorno Gesù ha detto: “Padre, è colpa mia, punisci me e perdona loro”. Gesù si è fatto meravigliosamente e ingiustamente carico dei nostri errori e ha pagato con la sua morte la suprema punizione delle nostre colpe, perché noi fossimo giustificati. Se Adamo dopo aver peccato avesse conosciuto il dolore del pentimento, avesse cercato Dio, si fosse umiliato e avesse implorato la Sua misericordia, sono sicura che avrebbe conosciuto veramente quanto grande è la grazia del Signore, quanto è profonda la potenza del perdono e quanto è forte la gioia della salvezza che tanto amava il re Davide quando implorava Dio di rendergliela in uno dei più profondi e amati Salmi del pentimento, il cinquantuno. Ognuno di noi compie ogni giorno innumerevoli errori sul suo cammino cristiano, non perdiamo tempo a cercare le tante strade delle inutili giustificazioni e i vicoli più bui e tristi delle colpe altrui, assumiamoci le nostre responsabilità e impariamo a chiedere perdono: il nostro Padre Celeste ci perdonerà e ci accoglierà alla Sua Presenza, lasciandoci vivere la nostra vita come in un paradiso terrestre.


Il pozzo dell'imbarazzo

“Gesù rispose: 'Chi beve di quest'acqua avrà sete di nuovo; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l'acqua che che io gli darò, diventerà in lui una fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna'. La donna gli disse: 'Signore, dammi di codesta acqua, affinché io non abbia più sete, e non venga più sin qui ad attingere'.”
Giovanni 4:13-15

Gesù è stanco: è giunto in Samaria dopo un lungo viaggio dalla Giudea e si siede nei pressi di un pozzo per riposarsi. Qui rimane solo, perché i suoi discepoli vanno a comprare del cibo. Arriva una donna per attingere dell'acqua e Gesù coglie l'occasione per iniziare una conversazione. Chiede alla donna da bere, una richiesta alquanto insolita in quell'epoca, in cui i rapporti tra i Giudei e i Samaritani non erano molto buoni, anzi nutrivano un vero disprezzo gli uni per gli altri. La donna, infatti, rimane molto stupita dalla richiesta di Gesù e gli chiede spiegazioni sul fatto che abbia avuto l'ardire di farle quella richiesta. Gesù, però, non si preoccupa di darle una risposta, non si sofferma a spiegare le motivazioni per le quali i Giudei disprezzavano i Samaritani, che si erano lasciati nel tempo corrompere dai culti pagani e idolatri dei popoli stranieri, ma entra immediatamente nella profondità di un discorso che conduce dritto nei cunicoli dei bisogni del cuore umano. Gesù sa di avere in sé un'acqua che disseta il cuore dell'uomo: l'acqua di un amore profondo e assoluto, che sazia i desideri di considerazione e accettazione presenti in ognuno di noi; l'acqua della salvezza, che lava attraverso la potenza del perdono l'uomo dal suo peccato che lo condanna; l'acqua del ristoro, che rigenera le forze di un cuore stanco e abbattuto dagli sforzi di una vita mortificante e deludente; l'acqua balsamica della cura, che disinfetta e guarisce ogni piaga di un'anima ferita; l'acqua della Verità che permette a chi la beve di non camminare più nella confusione e nelle incertezze della vita. Ma per poter far dono alla donna di tutto questo deve prima portarla a riconoscere chi Egli è. “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice...” tutto il discorso di Gesù vuole condurre la donna a conoscere chi è Lui. Le dice che lui possiede un'acqua viva, non un'acqua ristagnante, velenosa, che porta a morte, ma un'acqua che porta la vita, che scaturisce in vita eterna in chi saprà berla. A questo punto la donna, forse in tono di scherno, dice di voler bere l'acqua che Gesù le offre così da non dover più tornare ad attingere in quel pozzo. Ma Gesù ha ben poco da scherzare e rivela pienamente la situazione peccaminosa in cui la donna vive: ha avuto cinque mariti e ora convive con un altro uomo che non è suo marito. Continua a rivelare indizi per indurla a comprendere chi è la persona con cui lei sta parlando. Lei ora lo ritiene un profeta e gli pone altre domande sulle dispute tra Giudei e Samaritani. Gesù le parla della vera adorazione e del modo di pregare in spirito, che non è legato al luogo dove si prega, né alla nazionalità di chi prega. La donna a questo punto comprende chi realmente è Gesù e lo riconosce come Messia. Mi colpisce in questi versi vedere come reagisce la donna nel momento in cui Gesù le rivela di conoscere la sua condizione da peccatrice: non tenta di difendersi, di negare l'accusa ricevuta, non tenta di dare spiegazioni sul perché avesse avuto così tanti uomini nella sua vita; non tenta la strada del vittimismo, né la strada della presunzione. Ma riconosce che Gesù conosce lei più di quanto lei conosca lui. E' uno straniero, dunque non può aver sentito parlare di lei, non può essersi immischiato in chiacchiere di donne pettegole. Quanto le pesa il giudizio della gente che sa intromettersi nella vita altrui per trarne facili condanne! Quanto le pesa andare a prendere l'acqua in quel pozzo, dove è costretta a fare incontri indesiderati; dove è costretta a guardare gli sguardi severi delle altre donne desiderose di farle da maestre di vita; dove ogni giorno deve scontrarsi contro le barriere di una moralità arida e di un'ipocrita autogiustizia. Porta sul suo volto le rughe di una vita peccaminosa, che vorrebbe tanto tenere nascoste, ma ogni giorno è costretta a prendere l'acqua al pozzo, per dissetare il suo corpo, ma il suo spirito è piegato dalla vergogna e dall'imbarazzo, assetato di compassione e misericordia. “Signore, dammi di codesta acqua, affinché io non abbia più sete, e non venga più sin qui ad attingere”. Dammi dell'acqua nel mio segreto, affinché non debba mostrarmi in pubblico, affinché possa nascondermi insieme ai miei peccati, senza che gli altri sappiano, parlino, giudichino... quante volte ci troviamo nelle sue condizioni! I luoghi di incontro dove dovremmo avere il piacere di incontrare conoscenti e amici, invece, diventano i luoghi dell'imbarazzo. Vorremmo nasconderci insieme ai nostri peccati e evitiamo quella strada dove sicuramente incontreremo persone che conosciamo, che sanno tutto di noi. Vorremmo evitare le piazze, i parchi giochi, le chiese, dove la gente si intrattiene, parla e si conosce e conosce i fatti altrui. Vorremmo percorrere solo strade deserte e piazze vuote come il deserto e il vuoto sono tutto ciò che riempie la nostra anima. Finché non facciamo un incontro diverso: incontriamo Gesù nel nostro cammino. Una persona che ci aspettava, non per giudicare, non per condannare, ma per offrirci qualcosa di nuovo, di fresco. Una persona piacevole con cui non dover parlare sempre delle stesse cose; con cui non è necessario fingere, ma che ci fa sentire bene, a proprio agio, ci fa sentire sereni. Una persona che non fa della sua conoscenza un motivo di condanna e di aspri giudizi, ma la usa per portare guarigione, perdono, ristoro, verità. Una persona che non viene a togliere, ma ad offrire; una persona che non si cura della sua stanchezza fisica, ma che sa leggere la stanchezza di un cuore costretto a trascinare la sua vergogna fino ad un pozzo imbarazzante. E' proprio nel momento in cui la donna riconosce che chi le parla è il Messia, il Liberatore del suo popolo e del suo cuore, che si libera dell'imbarazzo e corre proprio verso la gente che tanto temeva per parlarle del suo Salvatore. Così anche per noi: il nostro incontro con Gesù ci porta alla liberazione dalla condanna e la fuga dall'imbarazzo che il peccato porta, per offrirci la dignità che viene dalla grazia, che ha ricevuto chi un tempo era assetato ed ora ha da offrire dell'acqua che scaturisce in lui in vita eterna.


Una richiesta sbagliata all'uomo giusto

Ed egli li guardava intentamente, aspettando di ricevere qualcosa da loro. Ma Pietro gli disse: “Dell'argento e dell'oro io non ne ho; ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, cammina!
Atti 3:5,6

Mi sarebbe piaciuto esserci quel giorno, recarmi al tempio per presentare a Dio le mie preghiere ed assistere, per caso, ad una scena tanto sorprendente. Un uomo, zoppo fin dalla nascita, viene lasciato davanti ad una delle entrate del tempio per chiedere l'elemosina. Per lui è un giorno come tanti, fin quando si avvicinano due uomini estranei. Non sono uomini diversi da tutti gli altri, ma forse avranno un po' di misericordia e gli concederanno qualche spicciolo se saranno abbastanza sensibili al suo problema. Ed, effettivamente, loro richiamano la sua attenzione. Li fissa sicuro ormai di ricevere quello che sta aspettando. Ma ecco che improvvisamente Pietro pronuncia delle strane parole, gli porge la mano, lo solleva e lo zoppo miracolosamente viene guarito. Oh che grande miracolo! Quanto vorrei essere stata presente, vedere lo zoppo camminare e saltare con lui dalla gioia, mentre loda Dio ed entra nel tempio con i due discepoli. La maggior parte delle relazioni che l'uomo stabilisce con i suoi simili sono state da sempre stabilite per degli interessi reciproci. Tanto più si è estranei con la persona con cui abbiamo relazione tanto più lo scambio sarà spacciato e chiaro per entrambi: io lavoro per te, tu mi dai i tuoi soldi; io vengo a comprare nel tuo negozio, tu mi vendi la tua merce; io sono tuo alunno e vengo ad imparare da te e tu guadagni dei soldi per essere mio maestro; ecc. Ma tanto più il rapporto è stretto, con persone che conosciamo e frequentiamo quotidianamente, tanto più questi scambi saranno più sottili e velati, mascherati da sincero affetto. Difficilmente un amico ottiene un favore da un altro amico senza che quest'ultimo si aspetti prima o poi una restituzione del favore stesso: “Ti farò un bel regalo per il tuo matrimonio, ma poi ricordatelo quando sarà il giorno del mio; oggi ti presto la mia automobile, ma ricordati che domani potrei aver bisogno di trascorrere una giornata con la mia famiglia nella tua casa al mare; oggi ti lascio copiare i miei compiti di italiano, ma ricordati che domani c'è la verifica di matematica ed un aiutino mi farebbe comodo; oggi pago io la cena, ma domani tocca a te; ecc.” Non è forse vero che la maggior parte delle volte che ci ritroviamo a chiedere un favore, ci sentiamo in qualche modo obbligati a restituirlo il più presto possibile? Ecco dunque che i favori che facciamo spesso si riducono a debiti, talvolta molto scomodi e fastidiosi. Quando poi si presentano a noi delle persone che ci chiedono dei favori che sappiamo benissimo che non potranno mai ricambiare, allora ci riflettiamo seriamente prima di offrirci ad aiutarle. Sappiamo che il favore non porterà nessuna convenienza alla nostra vita anzi, forse, porterà qualche notevole perdita. E allora entra in gioco la nostra reale disponibilità nel soccorrere l'altro. Tutta questo discorso per considerare come, anche se inconsciamente, in ogni relazione ognuno cerca qualcosa dall'altro. E quando qualcuno si avvicina a noi con la sua richiesta, cosa abbiamo noi da offrirgli? Questo uomo si rivolge a Pietro per aver qualche spicciolo. Tutta la sua richiesta si racchiude nell'avere un po' di denaro che gli possa garantire di sopravvivere un altro giorno. Non ha mai provato nella sua vita il piacere di farsi una passeggiata, di portare un figlio sulle spalle, non ha mai potuto correre e lavorare per avere una vita dignitosa. E' sempre stato costretto a chiedere l'elemosina, contare sulla pietà di chi lo vedeva e forse, stando all'entrata del tempio, si sentiva più sicuro di incontrare persone pie e più benevole. Quando si rivolgeva alla gente non aveva grandi aspettative, voleva solo un po' di soldi. Quando la gente si rivolge a noi, cosa cerca? Forse non ha grandi aspettative, forse non si aspetta altro da noi che gli concediamo un po' di compagnia per non trascorrere un altro giorno in solitudine, o si aspetta solo di ricevere qualche piccolo favore da ricambiare appena possibile, o si aspetta di condividere qualche momento di svago per rompere la monotonia della giornata o ancora, forse, non si aspetta altro che essere ascoltato un po' e sentirsi degno dell'attenzione di qualcuno. C'è tanta gente che vive la propria vita miseramente e si accontenta di questo: vive rapporti superficiali, fa discorsi superficiali, pone richieste superficiali. Ma il loro cuore è malato e ha bisogno di guarigione. “Dell'oro e dell'argento non ne ho”... “e no straniero, hai cominciato male la tua frase, non è quello che volevo sentirmi dire, non voglio molto oro né argento in quantità, mi bastano poche monete per comprare una pagnotta” avrà forse pensato quell'uomo, ma Pietro continua a parlare “quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, cammina!” Che regalo meraviglioso, e chi se lo sarebbe mai aspettato' in quel giorno alle tre del pomeriggio! La vita di un uomo cambiata per sempre: una richiesta sbagliata all'uomo giusto! Pietro non si accontenta di dare a quel l'uomo il giusto necessario per quel giorno; avrebbe potuto farlo e continuare la sua salita per le scale del tempio, soddisfatto di aver fatto un piccolo gesto di beneficenza. Ma Pietro ha qualcosa di più da dare, qualcosa che l'oro non può comprare e l'argento non può acquistare: la guarigione di quest'uomo che gli porterà anche la salvezza eterna. Cosa abbiamo da dare a chi si accosta a noi con le sue richieste superficiali? Daremo noi delle risposte altrettanto superficiali, qualche spicciolo per un giorno di sopravvivenza in più o insegneremo loro il cammino della vera Vita? Qualche gesto di gentilezza, la nostra disponibilità a concedere qualche minuto della nostra giornata ad ascoltarle o daremo guarigione al loro cuore malato? Pietro ordina a quell'uomo di guardarli. Caro uomo sofferente non rivolgere il tuo sguardo intorno a te, alla ricerca di qualcuno che soddisfi la tua richiesta, guarda a Pietro che saprà offrirti una soluzione definitiva alla tua vita, attraverso la guarigione che si ottiene nel nome di Gesù. Quanto vorrei che ogni persona che si avvicinasse a noi nell'impossibilità di camminare per la via della vita eterna, se ne potesse andare saltando e lodando Dio per ciò che ha ricevuto, consapevole nel suo cuore che quella richiesta che non ha mai avuto il coraggio di porgere a nessuno è stata ascoltata finalmente dalla persona giusta.


Datemi un uomo!

“Il filisteo poi aggiunse: 'Io lancio oggi una sfida alle schiere d'Israele:
datemi un uomo e ci batteremo!'”
I Samuele 17:10

“Gesù dunque uscì, portando la corona di spine e il manto di porpora.
E Pilato disse loro: 'Ecco l'uomo!' ”
Giovanni 19:5

La storia di Davide e Golia è forse tra le più conosciute della Bibbia. Insegniamo ai nostri figli, fin da quando sono molto piccoli, la storia del valoroso pastorello che sconfigge il gigante cattivo. I Filistei erano da sempre stati tra i nemici più agguerriti del popolo d'Israele. Tra loro c'era stata sempre ostilità. Un tempo avevano anche posseduto l'Arca del Patto, che però aveva portato loro solo guai, fino a costringerli a restituirla al popolo del Signore. I filistei avevano più volte avuto a che fare con la potenza del Signore, spesso venendo sconfitti in modo miracoloso da Israele, un popolo inferiore come numero e come abilità militare. Ma non c'era mai stata in loro una reale arresa, piuttosto si ostinavano a resistere e a sfidare Israele e, di conseguenza, il Signore stesso. Ecco che ora sono convinti di avere un asso nella manica: un gigante. Golia era talmente alto, grosso e imponente che da solo era in grado di spaventare un intero popolo. Per quaranta giorni offese Israele e il Signore, sfidandolo a vedersela con lui. Il suo desiderio non era, però, quello di scomodare un intero popolo in battaglia, era sufficiente un solo uomo, abbastanza coraggioso da battersi con lui e colui tra i due che avrebbe vinto avrebbe reso vittorioso l'intero popolo che rappresentava. Tutta la sicurezza di questo uomo si fondava sulla sua imponenza fisica: nessuno mai certamente sarebbe stato in grado di trovare un uomo della sua stessa statura, che avrebbe potuto competere con la sua forza. Spesso le sfide dei più presuntuosi non si rivolgono alla gente comune, non amano le vittorie facili, ma cercano i più valorosi, cercano persone speciali, per dimostrare ancora di più quanto valgono. Tutto il popolo d'Israele rimase sbigottito e impaurito; neanche il forte e potente Saul, sebbene anche lui fosse molto alto, avrebbe potuto competere e si nascose con tutto il popolo vigliaccamente, in attesa di trovare una soluzione. Ma ecco che dal nulla uscì fuori un ragazzino, sconosciuto da tutti, che accettò la sfida del gigante. Dotato solo del suo coraggio, di cinque sassolini e di una fionda, affrontò il grande uomo. Dopo quaranta giorni di silenzio da parte di Israele, Golia, ormai quasi sicuro della sua vittoria, senza neanche compiere lo sforzo di battersi con qualcuno, forse nel suo cuore provava un po' di delusione: dove era questo re Saul, che il popolo d'Israele s'era scelto come re, forte e valoroso? Dove era suo figlio Gionathan e il suo scudiero, che da soli erano stati capaci di sconfiggere tutti i Filistei in battaglia? E dove era questo Dio che tutti temevano, la cui fama si era sparsa tra i popoli; un Dio che soccorre il suo popolo con grandi e miracolosi prodigi, che divide il mare e fa piovere fuoco dal cielo? Perché nessuno osava presentarsi? Non c'è nessun valoroso guerriero che ami veramente vincere una battaglia senza battersi, come non c'é nessun atleta che ami vincere una gara senza nessuno sfidante. Forse nel suo cuore Golia si sentiva deluso, avrebbe voluto mostrare il suo valore. Ma ancora più umiliante per lui fu il fatto che gli si presentò un ragazzino con un bastone ed una fionda. “Sono forse io un cane?” E' la richiesta che pone a Davide. Voleva battersi con un guerriero di pari valore, non certo con un ragazzino indifeso. Ma Davide gli diede la giusta risposta affermando che si presentava nel nome dell'Eterno degli eserciti, per fargli conoscere che Dio non salva il suo popolo con la spada e con la lancia. Eccolo il Dio che Golia aveva insultato: gli si presenta davanti attraverso un ragazzino, che con un solo sassolino lo sconfigge e lo uccide e dà vittoria al suo popolo. “Voglio un uomo che si batta con me! Odio l'uomo, lo voglio vedere morto, sconfitto per sempre, perduto, distrutto. Ma me ne basta uno solo che si batta con me e gli dimostrerò la mia forza e il mio valore!” Non è stata forse questa la più grande sfida che il diavolo, nostro perenne avversario ha rivolto all'umanità? Ma chi mai avrebbe avuto il coraggio di affrontarlo personalmente! “Ecco l'uomo” disse Pilato, riferendosi a Gesù, al popolo d'Israele che voleva la sua morte. “Ecco l'uomo” posso immaginare che dicesse Dio a Satana, mentre il figlio veniva consegnato alla morte. Gesù: Lui stesso Dio resosi uomo, un Dio che non combatte con la spada e la lancia, un Dio che non porta con sé le sue schiere celesti, che non si avvale dell'aiuto di valorosi guerrieri. Un Dio che si immola, si sacrifica, si lascia uccidire. Un Dio che si presenta come un uomo solo. La più grande battaglia che sia mai avvenuta nell'umanità tra Satana e un uomo. Ma Gesù vince, con la sua morte vince la morte, con la sua risurrezione distrugge la forza del diavolo che non ha più potere su coloro che diventano seguaci di Gesù. La chiesa di Gesù é salvata dalla sfida accettata da un solo uomo. La mia vita è salvata perché un solo uomo ha pagato al mio posto le mie colpe. “Ecco l'uomo” che mi ha salvato e di lui voglio scrivere, raccontando il suo coraggio e il suo amore eterno che lo hanno reso per sempre Vincitore.


Differenze

“E vedrete di nuovo la differenza che v'è fra il giusto e l'empio,
fra colui che serve Dio e colui che non lo serve.”
Malachia 3:18

E' un periodo della storia in cui non si vuol sentire parlare di differenze. Si proclama ad alta voce l'uguaglianza fra gli uomini come un diritto fondamentale da difendere, combattendo contro l'abbattimento di ogni tipo di discriminazione. Si proclama l'uguaglianza fra uomo e donna, fra popoli diversi, fra religioni e la parola “differenza” fra esseri umani ha assunto un senso negativo. “Esser trattati in modo differente” è una frase che sembra contenere in sé già un senso di ingiustizia: tutti gli esseri umani meritano di essere trattati e considerati allo stesso modo, secondo quanto dice la legge, secondo gli stessi diritti e doveri. Essere differenti o essere considerati differenti è sempre, in un certo qual modo, qualcosa che dà fastidio. Ma contrariamente a quando viene proclamato e osannato ai nostri giorni, le differenze umane persistono: differenze di ceto sociale, differenze di sesso, differenze di religione condizionano notevolmente ancora oggi la vita di ognuno di noi. Oltre a queste grandi e forti differenze ce ne sono, poi, alcune molto più sottili e, a volte meno considerate, ma che comunque condizionano la nostra vita, il ruolo che occupiamo nella società, il nostro futuro. Consideriamo, ad esempio, semplicemente la differenza del carattere di una persona, quanto già da sola può influire sulla sua posizione sociale: una persona abile nel parlare, socievole e capace di intrattenere gli altri avrà senz'altro strada facile davanti a sé, nel mondo della scuola e poi del lavoro e delle relazioni, mentre una persona introversa, chiusa e timida, seppur molto capace, farà sempre molta più fatica a farsi valere e dimostrare agli altri ciò che è capace di fare. Nessuno delle due tipologie di persone ha un merito o un'accusa che gli si possa rivolgere, hanno solo un carattere differente, che però, può facilitare enormemente l'uno e ostacolare pesantemente l'altro. Che lo accettiamo o no siamo tutti differenti. La moda, il globalismo, i media, tutto vorrebbe portare la società ad una uguaglianza mondiale, ma gli uomini continuano ad essere differenti. Differenti anche nelle scelte di vita giornaliera: ogni persona vorrebbe, in cuor suo, conservare la libertà di poter scegliere sulla propria vita: scegliere dove vivere, quali studi intraprendere, che lavoro fare, che tipo di casa acquistare, dove trascorrere le vacanze, ecc. C'è una scelta che l'uomo compie che lo condiziona enormemente: per quanto ne sia consapevole o meno, per quanto ci creda o meno, per quanto possa ammetterlo o no, la scelta del posto che Dio occupa nella sua vita fa una differenza enorme nella sua esistenza. Se una persona crede in Dio e vive per Lui sarà visibilmente diverso da chi non crede in Lui: sarà diverso nel modo di agire, di parlare, di vestire, di ragionare. Sono diversi i suoi progetti, i suoi impegni giornalieri, le sue “domeniche mattine”, sarà diverso il suo risveglio e le sue nottate. Quando un uomo ama Dio, tutta la sua vita ruota intorno a Lui, a come piacergli, a come trascorrere del tempo con Lui e l'influenza del Signore su lui, che lo trasforma ogni giorno a Sua immagine, non può non spingerlo ad essere sempre più conforme a Lui e simile al Suo carattere. Difficilmente una persona non si accorge di chi ama Dio quando ci trascorre almeno un solo giorno insieme. Chi conosce Dio è “il differente per eccellenza”. Sa distinguersi dagli altri, ragionare secondo quanto crede e vivere per ciò che crede, sa andare contro corrente, opporsi a ciò che è contrario al volere di Dio. Sa risplendere nel buio delle idee, diffondendo la luce della Verità dell'Evangelo, sa vivere nella sincerità, senza cadere negli inganni della menzogna, sa agire nel modo giusto, senza essere trascinato dall'egoismo e dall'arrivismo umano, conosce l'amore, senza essere attratto da tutto ciò che ai nostri giorni ne è solo un erroneo facsimile. L'uomo che vive con Dio è un uomo giusto, come viene definito da questi versi che stiamo esaminando, ed è questa la più grande differenza che possa esistere con chi non crede in Gesù. Per quanto una persona si possa sforzare di essere buona, di seguire buoni principi, di non far male a nessuno, non potrà mai essere una persona “giusta” secondo gli occhi di Dio se non crede in Gesù e nel Suo sacrificio per l'umanità, che ci ha giustificati, resi giusti, davanti al trono della giustizia divina. “Vedrete di nuovo la differenza che v'è tra il giusto e l'empio...” E' come se Dio qui dicesse: “L'avete sempre vista, è sempre stata chiara, visibile, evidente, questa grande differenza si vede palesemente nella vita giornaliera e terrena di ogni credente: si vede nelle sue gesta, nelle sue scelte, si sente nelle sue parole, brilla nei suo occhi, traspira dal suo sorriso, si ascolta dal suo canto, si ammira nella sua pace, ma un giorno la vedrete di nuovo, ancora più chiara, si vedrà ancora più palesemente, quando essa stessa sarà il motivo della sua salvezza eterna. Quando questa stessa diversità sarà il punto discriminante tra la salvezza eterna dell'uno e la perdizione perpetua dell'altro. E' inutile che ci illudiamo: le differenze tra gli uomini esistono anche ai nostri giorni e mai l'umanità potrà vivere in una perfetta uguaglianza, ma l'essere differente dall'empio, essere diverso da colui che non serve Dio, sarà la più grande e preziosa differenza che un giorno sarà pienamente premiata.


Il lavoro del vignaiuolo

Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. Ogni tralcio che in me non dà frutto, Egli lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo rimonda affinché ne dia di più”
Giovanni 15:1,2

Chi ha avuto a che fare almeno per una volta con la cura di una pianta sa che non è un lavoro affatto semplice. Dalle più piccole alle più grandi, la maggior parte di loro ha bisogno di cure costanti, spesso giornaliere. Bisogna conoscere la quantità giusta di acqua di cui hanno bisogno, l'ambiante adatto (se interno o esterno), la giusta esposizione al sole. Oltre a ciò hanno bisogno di una continua pulizia, che comprende il togliere tutte le foglioline, i fiori o i rami secchi. Oltre a questo, poi, è necessario anche un lavoro di potatura, affinché i rami si rafforzino e diano vita a più fiori o più frutti. Non sono molto brava nella cura delle piante del mio giardino, né di quelle dell'orto e sicuramente Gesù ne sapeva molto di più di me quando espose questa illustrazione. E' meravigliosa l'immagine che dà di se stesso come una vite e di chiunque dimora in Lui come di un tralcio, ben attaccato alla vite, che parte dal fusto e si estende verso l'esterno per sorreggere il suo frutto. I grappoli d'uva, colorati e succosi, rappresentano da sempre per l'uomo l'immagine della vitalità, dell'allegria, perché dall'uva si produce il vino, protagonista dei banchetti e dell'allegra compagnia. Ma perché la vite produca il suo frutto e affinché questo frutto sia il più delizioso possibile, il vignaiuolo deve compiere un lavoro costante di pulizia. I versi citati parlano di due tipi diversi di pulizia e su questi vorrei oggi concentrare la mia meditazione. Il primo tipo di pulizia riguarda i tralci che non portano frutto. Non c'è niente di più deludente per un agricoltore di prendersi cura di una pianta o di un albero, aspettare con ansia il periodo in cui dovrebbero nascere i frutti e quando arriva il momento giusto, vedere che la propria pianta non riesce a produrre neanche un frutto. L'attesa viene delusa ed ogni sforzo risulta inutile. Così ci sono dei tralci di questa vite di cui ci parla Gesù che non riescono proprio a portare frutto. La loro sorte non è molto piacevole. Il vignaiuolo non ha che da tagliarli completamente e buttarli via, per poi bruciarli. Ci sono poi i tralci che, invece, portano frutto: da loro possiamo vedere pendere dei bei e invitanti grappoli d'uva. Basta solo stendere la mano, tagliare i grappoli e godere di tutto il loro sapore e e della loro dolcezza. Ma anche la sorte di questi tralci non è molto invidiabile. Il vignaiuolo non si limita a guardarli, esserne orgoglioso e riempirli di complimenti, ma li monda, cioè li pulisce, togliendone le parti secche, invecchiate, tutte quelle componenti che potrebbero ostacolare un'ulteriore crescita e produttività del tralcio. Anche se il tralcio ha già prodotto dei buoni frutti, il vignaiuolo sa che può produrre ancora più frutto proprio grazie a questa pulizia. Ciò che ci vuole insegnare Gesù con questa illustrazione è molto semplice, comprensibile per tutti, ma sicuramente per nessuno è facile essere nei panni di un tralcio. Gesù è la vite da cui il tralcio prende vita, nutrimento, la linfa necessaria per sopravvivere. Se non è ben attaccato alla sua vite il tralcio è destinato a seccarsi, a non portare frutto e, oltre ad essere inutile, è anche dannoso perché toglie vita agli altri tralci e ostacola la crescita di tutta la pianta. Così è di chiunque crede in Gesù, ma non è capace di dimorare in lui, di rimanere attaccato a Gesù, dipendere da Lui e vivere per Lui. Quanta gente dice di conoscere Gesù, ma non ha mai compreso la potenza del Suo nome! Lo tiene in un cantuccio della sua vita, pensando di non aver bisogno di Lui per sopravvivere. Pensa di sapersela cavare, di essere autosufficiente, di non aver bisogno della guida costante di Dio per condurre la propria esistenza. Ma è povera ed illusa. Senza Dio vive una vita sterile, senza frutto, senza ragion d'essere. Può forse mostrare le sembianze dell'amore, ma non ne conosce la potenza (II Timoteo 3:5), può fingere di essere in pace con tutti, ma non conosce la pace interiore. Le persone che professano di credere in Gesù, ma non dimorano in lui non sono capaci da sole di portare i frutti che Dio si aspetta, come la gioia, la pace, l'autocontrollo. Quante persone vediamo intorno a noi e quante volte noi stessi professiamo di essere cristiani ma poi il nostro carattere, le nostre azioni, le nostre parole, suggeriscono tutt'altro a chi ci osserva. Perché ci dimentichiamo di dimorare in Gesù, di rimanere ben attaccati alla vite. “Gesù lasciami per un po' decidere da solo; Gesù lascia che affronti questa prova a modo mio; Gesù concedimi qualche giorno per divertirmi un po'; Gesù concedimi questo piccolo peccato, è solo un vizio innocuo da cui saprò liberarmi in ogni momento...” e pian piano il nostro cristianesimo diviene solo un'inutile maschera da indossare per fare bella figura, ma sterile ed improduttiva. Pensiamo di avere il controllo nelle nostre mani, ma è solo un'illusione che durerà giusto il tempo dell'arrivo del vignaiuolo, che taglierà e getterà nel fuoco ciò che non serve a nulla. Ci sono poi i credenti che, invece, hanno imparato a dimorare in Gesù, lo cercano costantemente, nessuna decisione è presa da loro senza consultare la volontà di Dio. Pregano, studiano la Bibbia, dalle loro labbra escono solo parole buone, di esortazione, di incoraggiamento, di edificazione. Cercano Dio continuamente e non possono vivere un solo giorno della loro vita senza essere stati in comunione con Lui. Che persone meravigliose! Tutti i frutti dello Spirito (Galati 5:22) sono manifesti in loro: sempre sorridenti, hanno pace e la portano agli altri, sanno sempre controllarsi e sono esempi impeccabili di amore, altruismo, generosità e disponibilità. Sono dei tralci valorosi ed invidiabili: tutti vorrebbero portare il frutto che portano loro! Ma quando il vignaiuolo si avvicina a loro non ha solo apprezzamenti da fare, non si dedica a dare loro le carezze, a coccolarli e ringraziarli per la bella uva che hanno prodotto, ma comincia a tagliare, pulire, purificare. C'è ancora un sacco di lavoro da fare perché questi tralci portino ancora più frutto! Non è mai facile comprendere e difficilmente capiamo il perché quando vediamo un figlio di Dio esemplare nella sua condotta dover affrontare delle prove durissime. Ci aspetteremmo per lui grandi benedizioni, ricchezza, prosperità; ci aspetteremmo che sia amato da tutti, rispettato, cercato, voluto. E, invece, lo vediamo improvvisamente precipitare nelle difficoltà: una malattia improvvisa, la perdita di un suo parente, un fallimento finanziario, oppure diviene vittima dell'odio di qualcuno che lo tormenta, lo affligge, lo perseguita senza una causa chiara. E ci si chiede perché Dio permetta che succeda questo ai suoi figliuoli, nonostante siano stati sempre fedeli, irreprensibili, esemplari ed abbiano sempre dimorato in Lui. Ma non c'è nulla di strano: è solo il Vignaiuolo che fa il suo lavoro e monda il tralcio perché sia ancora più forte e fruttifero. Ci sono delle foglioline secche da togliere, dei rametti inutili da tagliare, c'è una parte da potare... c'é ancora molto da fare per imparare ad essere completamente umili, servizievoli, fedeli, costanti, sensibili e per imparare abbiamo bisogno che nella nostra vita siano applicati alcuni tagli: tagli economici quando ci affidiamo alle nostre sicurezze economiche; tagli nella salute quando confidiamo troppo sulla nostra forza; tagli affettivi quando siamo troppo attaccati a persone che non hanno una buona influenza su di noi. E potrei continuare ancora con molti altri esempi di tagli, ma ciascuno di noi sa perfettamente dove è necessario che Dio compia il suo taglio. Se gli permetteremo di compiere questa mondatura, chissà, forse questa sarà per la nostra uva la migliore annata.


A cosa sei aggrappato?

“Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù. Il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini”
Filippesi 2:5-7

Sicuramente questi versi sono ben conosciuti da chi legge abitualmente la Bibbia. Moltissimi studi e prediche sono stati fatti al riguardo. Considerando l'andamento odierno della nostra società, i drammatici fatti di cronaca di cui ogni giorno siamo puntualmente informati da ogni mezzo di comunicazione, che ci parlano di omicidi, di violenze gratuite verso il prossimo, di ingiustizie, di furti e di crisi, ciò che si alimenta maggiormente inconsciamente nelle nostre menti è un forte istinto ad aggrapparsi gelosamente a tutto ciò che si possiede, per paura che ci venga rubato, rovinato. Vediamo sempre più facilmente il prossimo come un sospettabile ladro dei nostri beni, dei nostri affetti, di quelle poche cose che ancora possiamo dire “essere nostre”. E inoltre aumenta la consapevolezza di non poter contare sull'aiuto di altri, della Giustizia o delle Forze dell'Ordine, che spesso, purtroppo, si dimostrano deboli nel saper difendere la gente e i suoi averi. Così ciascuno matura in sé la consapevolezza di dover ad ogni costo essere il guardiano della propria esistenza, di se stesso e di tutte le persone o i beni che ruotano intorno a sé, che danno un minimo di gratificazione, mentre diminuisce sempre di più la fiducia verso il prossimo e verso chi dovrebbe vigilare su noi. E' per questo che sento molto attuali questi versi, perché delineano esattamente l'immagine che ho dell'uomo in questo esatto periodo storico: aggrappato gelosamente a quanto possiede, come se volesse tenere tra le mani quanto più possibile e fosse impegnato in una lotta quotidiana per non farselo rubare. Esattamente al contrario di Gesù. L'uomo si aggrappa ai suoi diritti. Quanto vengono inneggiati i diritti umani in questi tempi! Il diritto al rispetto della vita, il diritto alla libertà di scelta, il diritto alla libertà di espressione, il diritto al lavoro, ad avere una casa, una famiglia, secondo uno schema libero che ognuno si crea nella testa arbitrariamente. Tutto ciò che “sa di buono” diventa un diritto e la gente lo difende e lo proclama a squarciagola, fa manifestazioni, digiuni, lotte, per difendere ciò che ritiene essere un diritto. Si aggrappa a questi, ritenendo che nel loro rispetto e nel farli valere è la gioia e la piena soddisfazione dell'essere umano. Eppure vediamo gente che nella vita ha trovato il pieno adempimento di questi diritti: ha il lavoro, la casa, si è fatta la famiglia che voleva, è libera di esprimersi e di scegliere, ma nel suo cuore è del tutto infelice e insoddisfatta. Spesso siamo gelosamente attaccati ai nostri diritti, come essi fossero le fondamenta della nostra vita, ma non è così: il loro pieno raggiungimento spesso non corrisponde ad una piena soddisfazione del cuore umano. L'uomo si aggrappa alle proprie relazioni. Se c'è una relazione felice nella tua vita, ti aggrappi a questa come se fosse il tuo unico punto di forza. Eppure, oggigiorno, la sfera delle relazioni è il campo più disastroso della nostra società. Riuscire a tenere in piedi un qualsiasi tipo di relazione  per un tempo abbastanza lungo è diventata quasi un'impresa da eroi. I matrimoni, invece di diventare il pieno adempimento dell'amore, dove ognuno si prende cura dell'altro, proteggendolo e amandolo, sono destinati a diventare sempre di più solo un campo di battaglia, dove ognuno cerca di far valere le proprie ragioni, e ci si ferisce, accusa e distrugge a vicenda. Le relazioni genitori e figli diventano sempre più conflittuali, e per un genitore seguire l'educazione e la crescita di un figlio è spesso  un impegno considerato talmente gravoso che ci rinuncia, abbandonando i figli a se stessi o alle cure di altri. Avere delle amicizie sembra ormai solo un miraggio. Le amicizie sono sempre più superficiali, dettate da interessi momentanei. C'è poi, al contrario, chi si aggrappa gelosamente alle persone che ama, fino a privarle della loro libertà, della loro possibilità di scelta di contraccambiare, e questa gelosia morbosa porta solo alla rovina propria e della persona amata. L'uomo si aggrappa alle ricchezze. Siamo sempre più avidamente attaccati a quanto possediamo. Daremmo la vita per difendere i nostri averi. Oggi è difficile avere dei risparmi, ma chi ci riesce, spesso vive notti insonni per trovare il modo di difenderli. Non sa a chi affidarli e come investirli, vede minacce ovunque: nello Stato, nelle Banche, in casa, nessun luogo sembra abbastanza sicuro per salvare i nostri beni. E così siamo tormentati dalla paura di perderli, che qualcuno ce ne derubi, fino a diventare ossessionati. Le nostre ricchezze spesso causano la nostra povertà. L'uomo si aggrappa alle sue posizioni sociali. Spesso siamo talmente ossessionati dal ruolo che abbiamo nella famiglia, nel lavoro o nella società, che sembra che questo sia l'unica cosa interessante per noi, e per vederli rispettati prevarichiamo il prossimo, troviamo degli stratagemmi per scavalcarlo. Mostriamo l'etichetta di chi siamo, del nostro titolo di Laurea o della nostra professione o del curriculum delle azioni geniali compiute, aspettandoci rispetto ed ammirazione, ed allontaniamo tutte le persone che possano essere un ostacolo per noi, una minaccia, che non ci fanno sentire al livello in cui noi ci poniamo, diventando così sempre più soli. L'uomo si aggrappa a se stesso. Da sempre l'orgoglio umano sembra essere senza limiti. L'uomo è sempre più egoista, presuntuoso, orgoglioso. In tutte le proprie relazioni o azioni cerca il proprio interesse. Si innalza, si insuperbisce anche per piccoli successi, crede di potersi imporre sugli altri e gestire la vita degli altri, crede di poter cambiare il mondo, fa di se stesso un idolo da mettere ogni giorno al centro della propria stanza e l'adora, lo coccola, lo accarezza, fin quando non precipita in tutti i suoi fallimenti ed errori, che lo portano alla rovina, e gli unici frutti che raccoglie intorno a sé sono il disprezzo e la derisione. Gesù, invece, aveva tutto. Viveva nella gloria del Padre. Circondato da angeli che lo servivano e da creature celesti che lo adoravano. Era ricco, amato, onorato. E più di ogni cosa era uguale a Dio. Ma non considerò tutto questo degno della sua gelosia. Decise di non aggrapparsi alle Sue certezze, alle Sue ricchezze, alla Sua gloria e alla Sua fama. Decise di non essere geloso del Suo potere e della Sua autorità. Decise di non voler difendere tutto ciò, ma ci rinunciò volontariamente. Se lo lasciò rubare di proposito. Perse tutto solo con uno scopo: essere simile agli uomini. Si è spogliato della Sua natura divina per essere un uomo, perché solo in questo modo poteva salvare l'umanità dal suo peccato. Tutto ciò che l'uomo ritenga che gli appartenga, i suoi diritti, le relazioni, le ricchezze, se stesso, non porta a lui la sua salvezza. Non possono salvarlo dalla condanna all'infelicità e al tormento dell'anima causati dal suo peccato. Il suo aggrapparsi con bramosia a queste cose è uno sforzo del tutto inutile. Attraverso la rinuncia ad “essere Dio”, Gesù ha acquistato la salvezza e la libertà umana. L'uomo condanna se stesso a rimanere povero e schiavo, fin quando non smetterà di aggrapparsi gelosamente alla “sua natura umana” e rinuncerà a tutto per essere simile a Dio. 


Alla scuola dell'attesa

“E tu, quando dici che non lo scorgi, la tua causa gli sta davanti: sappilo aspettare!”
Giobbe 35:14

L'attesa è per chiunque, credo, qualcosa di antipatico e fastidioso. Chiunque ha un appuntamento non vorrebbe trascorrere neanche un minuto ad aspettare il ritardatario. Così, quando ci si ferma in coda alla posta o in banca o dal dottore, nessuno vorrebbe dover aspettare decine di minuti per il proprio turno. O ancora quando aspettiamo delle risposte, come quando partecipiamo ad un concorso per un lavoro, o abbiamo fatto un test di ammissione per qualche corso universitario, o abbiamo fatto degli esami clinici, il tempo di attesa per ottenere la risposta spesso è logorante. Anche solo pochi minuti in attesa possono sembrare un'eternità, figuriamoci cosa proviamo quando le nostre attese si prolungano per settimane, mesi, anni. La sensazione prevalente di chi sta vivendo un qualsiasi tipo di attesa è la passività, l'immobilità, la rassegnazione che non possiamo fare nulla che possa accelerare le lancette dell'orologio e diminuire i nostri tempi d'attesa. Eppure questi versi ci consigliano di “saper aspettare”. Questo verbo “saper” ci suggerisce che ci deve essere un modo giusto e un modo sbagliato per aspettare. Per mettere in pratica quello giusto è necessario “saperlo fare”. Di conseguenza l'attesa non è qualcosa di esclusivamente passivo, ma necessita di alcune capacità: saper mettere in moto alcune azioni ed alcuni sentimenti che possano dare un valore positivo all'attesa stessa. Vediamo insieme alcuni esempi di ciò che concerne il non saper e il saper aspettare.
L'ansia è il sentimento per eccellenza che accompagna l'attesa vissuta nel modo sbagliato. Spesso, durante il tempo che impieghiamo nell'attesa, la nostra mente vive nell'agitazione. Si alternano in noi emozioni o pensieri negativi che ci turbano. Se aspettiamo ad esempio delle risposte, cominciamo ad immaginare tutte le possibili risposte che potremmo avere e di conseguenza si alterna in noi la speranza che ne abbiamo alcune buone e il timore di averne altre cattive. Questo andirivieni di speranze e paure stressa la nostra mente, ci innervosisce, altera il nostro umore, ci rende irritabili. In poche parole ci fa vivere male. Così, quando aspettiamo una persona che ritarda, ad esempio un figlio che torni a casa in notte tarda dopo una festa con gli amici, si alternano in noi la paura che possa accadergli qualcosa di grave e la rabbia perché non si è fatto sentire per tranquillizzarci per il suo ritardo. Paura e rabbia si alternano nella mente di tanti genitori in attesa, portando agitazione, malessere generale, panico, e speso conseguenti litigi. La fiducia è il sentimento opposto all'ansia che prova chi sa aspettare. Prova fiducia chi sa disciplinare i propri pensieri e rifiuta i pensieri negativi, pessimistici, per dar spazio all'ottimismo, credere che le cose si risolveranno nel modo migliore. La fiducia, al contrario dell'ansia, porta calma, serenità alla mente e riposo per il corpo. Chi sa adornare le sue attese con la corona della fiducia in genere è una persona che sa seminarla  anche nel cuore degli altri, portando tranquillità anche a chi nella propria attesa non è capace di provarla da solo. Oltre all'ansia un'altra accompagnatrice dell'attesa vissuta in modo sbagliato è la lamentela. Citando uno degli esempi già detti prima, quando siamo in coda alla posta, o alla cassa di un negozio, più l'attesa si farà lunga e più sarà facile sentire alzarsi delle voci che si lamentano per quanto sta accadendo. Facilmente persone poco pazienti passano dalle lamentele alle urla e agli insulti verso chi li sta facendo aspettare. La lamentela è l'espressione più comune di chi esprime un proprio disagio, il fastidio che una situazione gli sta procurando. Molte persone alla guida durante il traffico sanno dare “meravigliose e creative manifestazioni” di quanto malessere l'attesa porti alla loro vita e non sempre queste lamentele sono giustificate da un ritardo o dall'aver fretta per un impegno che attende. E' solo la sensazione che si prova che ogni attesa equivalga ad una perdita di tempo. Le lamentele espresse sono molto contagiose: se una persona si lamenta facilmente incoraggerà chiunque l'ascolti ad esprimere a sua volta la propria lamentela e propagherà intorno a sé le stesse sensazioni di disagio e di fastidio che sta provando, suscitando così intorno a sé un'atmosfera di rabbia e nervosismo. Buone parole, invece, sono sulla bocca di chi sa aspettare. Di chi crede che un'attesa può portare a nuove conoscenze, può trasformarsi in un momento di compagnia, di condivisione delle proprie esperienze. Nessuna attesa è una perdita di tempo per la persona che sa dire le cose giuste, interessarsi degli altri e mostrare la propria gentilezza. L'impazienza è il terzo vizio che l'attesa può suscitare. L'impazienza è il desiderio che ogni cosa si risolva nel più breve tempo possibile. Se abbiamo fatto una richiesta pretendiamo una risposta immediata. Come un atleta che non vuole fare gli esercizi di riscaldamento, ma pretende di gareggiare subito, finendo col farsi male e procurare seri danni ai legamenti e ai muscoli, così, spesso, la fine dell'impaziente è disastrosa. Molte persone che non sanno aspettare il momento giusto per scelte importanti della loro vita finiscono col fare delle scelte affrettate che le portano rapidamente alla rovina. Abbiamo un desiderio nel cuore e vogliamo realizzarlo a tutti i costi e più velocemente possibile, senza provare e riprovare se sia un desiderio giusto e salutare per la nostra vita, fino al punto di realizzarlo nel modo sbagliato e rimanere poi del tutto insoddisfatti e delusi. La pazienza è la virtù di chi sa aspettare. Essa ci induce a non aver fretta nel decidere o nell'adoperarci per ottenere qualcosa, ma ci insegna a fare i calcoli giusti, aspettare il momento opportuno e, finché non sia ha la sicurezza assoluta che una cosa porti del bene alla propria vita, non la si cerca di ottenere a tutti i costi. Riprendiamo i versi citati. Essi ci parlano di una qualsiasi persona che presenta la propria situazione a Dio. E' scontato che si tratti di un caso difficile da risolvere: forse un problema finanziario, forse una malattia, forse la conflittualità con una persona. Sono innumerevoli i problemi che ciascuno di noi può avere che ci possano sembrare irrisolvibili. Un credente sicuramente sa che questi possono essere presentati al Signore perché Lui vuole aiutarci e occuparsene personalmente. E quando li portiamo a Dio tutto ciò che vorremmo è che Lui prenda immediatamente in carico la nostra causa e la risolva subito. Sicuramente la prende immediatamente in carico, ma non è altrettanto immediata la soluzione che poi ci offre. Anzi qui ci dice esattamente: “Io ho accettato di occuparmi della tua causa, ma tu ora impara ad aspettare”. La verità è che l'attesa non è necessaria per Dio, Lui non ha bisogno di tempo per capire come i nostri problemi possano essere risolti; l'attesa è necessaria per noi. E' importante che impariamo ad aspettare nel modo giusto, cioè provando fiducia, esprimendo parole giuste e provando la pazienza. Tutti valori necessari nella vita di ogni figlio di Dio che crede nella potenza di Dio, ma allo stesso tempo crede che Egli sappia quale sia il momento giusto per darci le sue risposte. Ho vissute lunghe attese nella mia vita, continuamente. Niente di ciò che ho desiderato che avesse un grande valore lo ho ottenuto subito e con facilità, ma grazie a Dio, l'ho ottenuto quasi sempre. Durante le attese veniamo provati, forgiati, a volte umiliati, ma i risultati che otteniamo sono preziosi e duraturi. Non so quale attesa stai vivendo in questo momento, ma so che l'attesa stessa può portare dei tesori più preziosi ancora dell'oggetto stesso che stai aspettando. E' una maestra saggia e dolce, vai alla sua scuola e vedrai che le lezioni che ti insegnerà rimarranno fondamenti essenziali per affrontare e vincere ogni prova difficile della tua esistenza.


La gratitudine che dà salvezza

“E diceva: Gesù, ricordati di me quando sarai venuto nel tuo regno!”
Luca 23:42

Spesso si dice che l'uomo ricorda con molta più facilità i torti subiti dei benefici ricevuti. Oltre a ciò le emozioni negative suscitate da un torto subito sono molto più intense e durature rispetto a quelle positive suscitate da da un dono o un favore ricevuto. In poche parole il rancore arriva nella mente di una persona molto più velocemente e se ne va molto più difficilmente di quanto accada per la gratitudine. Quando una persona subisce un torto è quasi automatico che provi rabbia, rancore, ma non è altrettanto automatico che chi riceve un beneficio sia capace di provare gratitudine. Questi pensieri mi hanno spinto a considerare tre situazioni citate dalla Bibbia in cui tre diversi personaggi, dopo aver fatto del bene ad una persona, la supplicano di ricordarsi di questo loro gesto, forse, proprio perché coscienti di questa facilità dell'uomo a dimenticare il bene ricevuto. Entrambi questi tre personaggi pronunciarono la medesima frase: “Ricordati di me!”. Leggiamo Genesi 40. Giuseppe si trovava in prigione ingiustamente. Tutto quello che aveva subito fino ad allora era stato ingiusto: era stato venduto come schiavo a degli egiziani dai fratelli invidiosi dell'amore particolare del padre ed ora si trovava in prigione perché la moglie del padrone, arrabbiata di un suo rifiuto, aveva accusato lui di aver cercato di avere una relazione con lei. In poco tempo il suo padrone Potifar aveva dimenticato tutti i benefici che Giuseppe aveva portato alla sua casa e come lo aveva servito con devozione e fedeltà. Era bastata una semplice messa in scena di una donna arrogante e traditrice perché tutto il bene fatto da Giuseppe fosse vanificato e fu punito severamente con la prigionia. In questo luogo gli vennero affidati due uomini che lavoravano al servizio del faraone: un coppiere ed un panettiere. Una notte entrambi fecero un sogno e Giuseppe ne diede l'interpretazione. Al sogno del coppiere diede un'interpretazione positiva, predicendo che dopo tre giorni sarebbe stato scarcerato e sarebbe tornato a servire il vino al faraone. E' a questo punto che Giuseppe supplica l'uomo di ricordarsi di lui, del fatto che era stato capace di interpretare il suo sogno e di raccomandarlo a re, affinché lo facesse uscire dalla prigione perché era innocente. Ma questo capitolo si conclude tristemente con un verso: “Il gran coppiere però non si ricordò di Giuseppe, ma lo dimenticò.” Questa piccola dimenticanza, che sembra quasi assurda (se qualcuno predicesse la mia sorte futura e questa si avverasse sarebbe impossibile per me pensare di potermene dimenticare) costò a Giuseppe altri due anni di prigionia. Due anni senza libertà, senza giustizia, senza ricevere alcun frutto del bene dato. Fino a che il faraone fece un sogno inquietante che nessuno sapeva interpretare. Fu a questo punto che il coppiere si ricordò di Giuseppe ed invitò il faraone a consultarlo. L'interpretazione di quel sogno del re finalmente portò a Giuseppe, non solo la libertà dopo tutti quegli anni di schiavitù e prigionia, ma anche potere e ricchezza più di ogni altro uomo in Egitto. Consideriamo ora un'altra storia raccontata in Samuele 25. Davide, in fuga dal re Saul che voleva ucciderlo, vagava per diversi territori dove poter trovare rifugio. Nel tempo si erano uniti a lui diversi uomini che lo accompagnavano dovunque andava e combattevano con lui. Un giorno incontrò nel deserto Nabal, un ricco proprietario di pecore e capre, e gli chiese se i suoi uomini potevano tosare le pecore del suo gregge. L'uomo si rifiutò bruscamente di concedergli questo favore, disprezzando e offendendo Davide senza un motivo valido. I versi dicono chiaramente  che Nabal era un uomo malvagio e stolto. Ma proprio quando Davide, arrabbiato per il rifiuto ricevuto e l'offesa subita, decide in cuor suo di far guerra a Nabal e di sterminarlo insieme a tutto il suo popolo, si presenta ai suoi piedi la moglie di Nabal, Abigail, portando dei doni e intercedendo per il marito, supplicando Davide di non fare una strage di un popolo innocente, perché sicuramente sarebbe stato in seguito accusato dal rimorso di essersi fatto giustizia da solo e di aver distrutto un popolo innocente. Anche in questo caso, la donna supplichevole, chiede a Davide di ricordarsi di lei quando Dio gli avrebbe fatto del bene. Davide ascoltò il consiglio di Abigail e non fece guerra al suo popolo. Probabilmente quando la donna lo invitò a ricordarsi di lei, si riferiva a quando Davide  sarebbe diventato re d'Israele, non avrebbe mai immaginato, invece, che il marito malvagio solo dieci giorni dopo sarebbe morto. Davide si ricordò di lei e la prese come moglie. Davide era stato capace di ricordare del bene che questa donna gli aveva fatto, umiliandosi per impedirgli di uccidere della gente innocente. Si ricordò del valore che aveva dimostrato, della saggezza che l'aveva guidata e non solo volle premiarla per questo, ma decise di prenderla con sé, perché una donna con tali virtù non poteva essere dimenticata. E infine, come non citare il malfattore sulla croce, accanto a Gesù. L'uomo che ebbe la sventura (o il privilegio) di morire proprio vicino al Salvatore del mondo. Non sappiamo nulla della vita di quest'uomo, cosa lo aveva spinto a vivere da delinquente. Niente ci viene detto del suo carattere, dei suoi sentimenti, della paura che stava provando mentre stava morendo, né di come aveva conosciuto Gesù tanto da riconoscerlo come Suo Salvatore. Sembra solo una comparsa nella triste storia della croce. Eppure, molto semplicemente, il malfattore difende Gesù dagli insulti dell'altro malfattore. Parla dell'ingiustizia che Gesù stava subendo da innocente nel morire della stessa morte che stavano vivendo loro da colpevoli. E poi, anche lui, chiede a Gesù di ricordarsi di lui quando sarebbe stato nel suo regno. Da questa richiesta è chiaro che quest'uomo sconosciuto sapeva benissimo chi era Gesù e quale era il suo potere. Sapeva bene anche che la loro vita non stava finendo, lì su quella croce, e voleva essere con Gesù dopo la morte, come non lo era stato in vita. Gesù lo rassicurò subito che si sarebbe ricordato di lui e gli donò la vita eterna. Quanto bene possiamo restituire ad una persona semplicemente ricordandoci del bene che ci ha fatto! Forse non diventerà il governatore di un popolo potente come l'Egitto, o forse non diventerà la moglie del più grande re d'Israele, ma forse potremo semplicemente indicarle la strada per la salvezza e ritrovarla un giorno con noi in cielo, come fece Gesù, che mentre moriva in croce supplicava Dio Suo Padre di dimenticare e non imputare il peccato a chi lo stava uccidendo, mentre prendeva un impegno con un malfattore di portarlo con sé in cielo per il semplice gesto che aveva compiuto di averlo difeso.


Un tesoro da custodire

“Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso procedono le sorgenti della vita.”
Proverbi  4: 23

Fin dalla filosofia greco-classica il cuore dell’uomo è considerato come la sede dei sentimenti e delle emozioni umane. Sebbene la scienza ci abbia rivelato nel tempo che, in realtà, essi risiedono nel nostro cervello, il cuore rimane l’organo privilegiato decantato da poeti e cantanti. Oltre a ciò il cuore è l’organo che, forse più di tutti, ci avverte delle emozioni che stiamo provando: in una situazione di paura o di rabbia potremmo sentire un forte accelerazione dei battiti cardiaci, in una situazione di riposo e di tranquillità potremo sentirli, invece, rallentare. E’ chiaro, dunque, che lo scrittore di versi citati si riferisca al cuore per ciò che esso rappresenta simbolicamente e, cioè, come detto all’inizio, come la sede dei sentimenti e delle emozioni, e non si riferisce al cuore come organo del nostro corpo fisico. Come la medicina si preoccupa di darci dei consigli chiari e indiscutibili su come custodire il nostro cuore fisico, in modo che non sia compromesso da malattie gravi, dando enfasi ad un’alimentazione sana, una quotidiana  pratica dello sport, l’eliminazione del fumo e dell’alcool, e noi ci sforziamo di seguire questi consigli per migliorare la qualità e la durata della nostra vita, così questi versi ci incoraggiano a prenderci cura del nostro cuore interiore, affinché la nostra vita sia migliore e più lunga. Il verbo custodire significa proteggere, difendere, ma anche aver cura. Come possiamo proteggere il nostro cuore e prenderci cura di esso affinché stia bene? Innanzitutto lo dobbiamo difendere dai pericoli che lo possano far ammalare o che lo possano ferire. Analizziamo insieme quali sono alcuni dei pericoli più comuni a cui è giornalmente sottoposto. Le tentazioni. La tentazione è il desiderio di commettere un peccato. Il peccato è un termine usato sempre più raramente nella nostra società, considerato ormai fuori moda, obsoleto, superato. Si ritiene che questo termine appartenga al passato, quando le società erano bigotte, mentre oggi l’uomo ha raggiunto la convinzione che il peccato non esiste (come Dio) e quindi ci si può ritenere liberi di fare ciò che si vuole. Al contrario, nelle chiese spesso si compie un abuso di questo termine, un uso eccessivo, quasi che ogni cosa che l’uomo faccia o ogni piacere che provi siano peccato. C’è stato un tempo in cui pensavo che usare il profumo o usare il bagno schiuma fosse peccato perché così avrei attratto gli uomini. Così usavo solo deodorante neutro e saponette. Oggi,  a distanza di anni mi sembra ridicolo, ma ci sono molti  credenti che vivono la loro vista schiavi di innumerevoli regole di cose da non fare perché gli è stato insegnato che sono peccato. Il peccato è tutto ciò che Dio ci vieta di fare, ciò che Lo offende, ciò che Lui non farebbe mai. Il peccato è tutto ciò che reca danno al nostro cuore o al cuore di qualcun altro. La Bibbia, Parola di Dio, ci dice chiaramente ciò che non piace a Dio, ci dice ciò che Dio ci comanda di fare o non fare. La disubbidienza ai suoi precetti è essa stessa peccato. Dio non si è mai divertito a scegliere al posto dell’uomo ciò che fosse buono o dannoso per lui, Lui lo sa perché è Onnisciente, sa tutto e comprende più di noi il danno che recano alla nostra vita certi comportamenti sbagliati. L’uomo, invece, pensa di saper tutto, ma con i suoi atteggiamenti sbagliati, il suo peccato, non fa altro che procurare dei danni, a volte nascosti, al suo cuore e quando questi si rivelano, potrebbe ormai non esserci più rimedio, nessuna guarigione. Le emozioni negative. Ci sono delle emozioni considerate negative, come la paura, la rabbia, il dolore. Queste emozioni sono del tutto naturali e conseguenti a degli eventi che avvengono nella nostra vita. E’ impossibile che l’uomo non le provi e spesso è necessario, però, più lungo è il tempo che esse vengono conservate nel nostro cuore e maggiore è la considerazione che ad esse viene attribuita, maggiore sarà lo stress a cui il nostro cuore interiore (in questo caso anche quello fisico) sarà sottoposto e finirà con l’ammalarsi, col deteriorarsi e noi ci trascineremo dietro un cuore pesante, ferito, incapace di svolgere le funzioni essenziali della vita. I sentimenti negativi. L’odio, il desiderio di vendetta o di farsi giustizia da soli, l’invidia, l’arroganza, e potremmo citarne molti altri, sono tutti sentimenti negativi che corrodono il nostro cuore, lo consumano piano piano. A volte, all’inizio, quasi non li riconosciamo, ma col passare del tempo prendono sempre più piede e ci condizionano in tutto. Chi permette al suo cuore di disprezzare o odiare una persona, facilmente disprezzerà o odierà molte atre persone, fin quando non sarà capace più di amare nessuno, ma in tutti troverà un motivo valido per odiarli. Così chi non impara a perdonare una volta, molto difficilmente saprà perdonare le altre volte, riempiendo il suo cuore di rancori e pregiudizi, solitario e diffidente con tutti. Bisognerebbe imparare a filtrare i sentimenti che entrano ed escono dal nostro cuore, lasciare fuori quelli negativi per lasciare il posto all’amore, al perdono, all’umiltà. Non cadiamo nell’errore più comune di chi vuol far credere che i sentimenti non possano essere disciplinati o che al “cuor non si comanda”. Chi ha seguito i desideri del suo cuore, che spesso cambiano dall’oggi al domani, spesso è caduto in un’insanabile infelicità, trovandosi sempre vittima di un cuore insoddisfatto. Bisogna prendersi cura del nostro cuore e, come la disciplina fa parte del prendersi cura dei propri figli, così una buona educazione del cuore gioverò alla sua salute. Abitudini sbagliate. All’inizio di questa meditazione abbiamo detto che la medicina ci offre dei buoni consigli sulle abitudini che possiamo avere per rendere sano il nostro cuore. Le abitudini sono delle attività che svolgiamo ogni giorno. I vizi sono delle abitudini sbagliate. Sono delle azioni che noi compiamo, inizialmente in modo saltuario, ma poi sempre più spesso, fino a compierle giornalmente e più volte nello stesso giorno. I vizi si trasformano da abitudini in schiavitù, non hai possibilità di scegliere se compierli o meno, ma ti senti costretto a farli, sei dipendente da loro. Tra questi ci sono il fumo, il gioco e non solo d’azzardo, ma anche i video games, seguire uno sport in modo accanito e molti altri. Molta gente perde soldi e, più gravemente, perde le proprie famiglie e la propria salute per soddisfare questi vizi. Tutto diventa secondario. Ma ciò che danneggia più di ogni altra cosa è il proprio cuore. Il cuore diventa schiavo, non è più capace di scegliere, perde gli amori veri e sa provare solo futili emozioni, fugaci e menzoniere. Il cuore si secca, inaridisce e quanto c’è di più bello nella vita gli diventa indifferente. La Bibbia ci dice in tantissimi versi che nessuno più di Dio conosce il cuore umano. Nessuno più di Lui, che lo ha progettato, creato e sperimentato personalmente, facendosi uomo, lo sa comprendere. Lo conosce nei minimi dettagli, negli angoli più segreti e nascosti, ne conosce tutta la bruttezza e malvagità, ma anche tutta la bellezza e bontà. Lo conosce in superficie e in profondità. E’ il Suo gioiello prezioso nelle Sue mani, per cui è stato disposto a morire, per salvarlo, guarirlo, rigenerarlo, purificarlo e santificarlo. Nessuno sa darci consigli più giusti affinché anche noi impariamo a custodirlo nel modo giusto. Deve diventare anche per noi un tesoro prezioso da proteggere ogni giorno. Seguendo i consigli del Maestro il nostro cuore diventerà una fonte da cui procederanno le sorgenti della vita e da ogni dove giungerà gente per dissetarsi.


Liberaci dal male!
“Non ci esporre in tentazione, ma liberaci dal maligno…”
Matteo 6:13

Questa frase su cui mediteremo è molto conosciuta, facendo parte di una preghiera pronunciata da Gesù, dai più definita come “il Padre Nostro”. La bellezza di questa preghiera renderebbe opportuno meditare su ogni singolo verso da cui è composta. Ieri sera mi sono venuti in mente questi versi mentre pregavo che Dio mi liberasse da una situazione difficile ed inquietante che sto vivendo da qualche mese. Non voglio scendere nei dettagli, niente di grave, ma l’emozione che mi ha generato sin dall’inizio non vi nascondo è molta paura. Come più volte ho detto in altre mie riflessioni, il libro della Genesi ci mostra che mentre il bene è stato creato per l’uomo ed è stato conosciuto da lui fin dalla sua creazione, avendo mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, l’uomo ha scelto deliberatamente di conoscere il male, che invece era a lui estraneo fino ad allora. E il male non poteva essere a lui presentato da altri che colui che viene definito da Gesù il “maligno”. Il maligno è l’autore principale del male e il desiderio principale è quello che l’uomo segua il esempio, proprio provando e compiendo il male. Come abbiamo visto il male fa parte di una scelta ragionata, cosciente e voluta dell’uomo. La storia ci testimonia come nel tempo il male ha reso protagonista l’uomo di stragi, omicidi, cattiverie ed ogni sorta di violenza. Sembra, a volte, che il male nell’uomo sia senza limiti e capace di produrre ogni sorta di spregevole crudeltà. Ed è proprio per questo che può capitarci di sentirci vittime del male degli altri, incapaci di difenderci e invochiamo nel nostro cuore la liberazione da esso. Il male da cui abbiamo bisogno di essere liberati attraverso la potenza del Signore può avere due origini diverse: c’è un male che viene esercitato dall’esterno verso di noi e, dunque, noi ne siamo le vittime e c’è un male che viene generato da noi e quindi da noi provato ed esercitato verso gli altri. Ognuno di noi si trova sicuramente a vivere ora l’uno ora l’altro tipo di male e spesso il primo è causa del secondo o viceversa. Credo che ognuno almeno una volta nella vita si sia sentito vittima del male di qualcun altro. Le incomprensioni e i litigi si verificano frequentemente nelle relazioni sociali, ma capita spesso che quando una delle due parti abbandona il litigio e rinuncia ad ogni tipo di reazione, diventi oggetto di dispetti continui e fastidiosi da parte dell’altra persona, come provocazioni per prolungare il tempo e la gravità del litigio. Una persona che vuole istigare un’altra ad una reazione violenta è come se si trasformasse improvvisamente e diventa capace di compiere ogni sorta di cattiveria. Chi subisce, invece, da una parte fa molta fatica a sopportare la situazione, dall’altra, a volte, può vivere la situazione con molta paura, non conoscendo quale e quando sarà compiuta la prossima mossa dal persecutore. Un altro tipo di male che spesso ci capita di subire è quello di divenire vittime del pettegolezzo o delle maldicenze altrui. Il pettegolezzo nasce nel momento in cui una persona cerca degli alleati con cui condividere il male che prova verso una persona. E’ impressionante quante voci false e maligne possano circolare sul nostro conto attribuendo a noi cose mai dette e mai fatte, che non saremmo mai stati capaci neanche di pensare. Ogni persona, dalla più bella e intelligente alla meno dotata, può cadere vittima del pettegolezzo, che può trasformarsi nei casi in cui la persona presa di mira sia molto debole e fragile in bullismo, con delle vere e proprie violenze fisiche e psicologiche. Osservando le persone protagoniste del pettegolezzo si può notare che da parte loro c’è quasi un atteggiamento di godere nel parlare male di qualcuno o di avere una nuova notizia maligna da diffondere. Nei loro occhi, nel tono della voce, nei loro movimenti si nota quasi un eccitamento che le spinge a cercare ancora e ancora altre persone e altre occasioni per poter parlar male, come fosse una droga. Il voler parlare male degli altri, a volte, è provocato da invidie, da litigi, ma a volte è solo l’essere ammaliati da un certo gusto sadico, misto a piacere che la pratica del male provoca. Chi, invece, cade vittima del pettegolezzo o del bullismo difficilmente è capace di vivere con indifferenza questa situazione. Il più delle volte si sente come in una trappola, prova vergogna degli altri, teme le opinioni negative della gente, che sente indistintamente come nemica e si chiude nella propria tristezza e solitudine. Chiaramente questi sono solo pochi esempi di come possiamo divenire vittime del male altrui, purtroppo però sono molto comuni e quando si cade in queste situazioni il cuore umano viene ferito, provato, offeso e difficilmente si riesce ad essere curati, guariti, liberati. Padre liberaci dal male e della gente che inveisce contro di noi, molto spesso senza ragionevoli spiegazioni che possano giustificare un tale accanimento! Sii il protettore della nostra vita, il nostro difensore e libera i nostri persecutori dai loro propositi di procurarci sofferenza. Ma abbiamo bisogno di essere liberati anche dal male che, invece, è dentro di noi. Imparare a fare male non è un’impresa difficile, basta seguire il proprio istinto e molti bambini anche molto piccoli ce lo insegnano. L’uomo vorrebbe essere sempre al centro del mondo. Vorrebbe che i propri desideri, sentimenti, capacità prevalessero sempre su quegli degli altri. L’orgoglio umano è il più grande generatore di male dell’esistenza umana e ciascuno di noi vive quotidianamente la lotta per poterlo dominare. Ma quando rimaniamo sconfitti e il nostro orgoglio prende il sopravvento sul nostro essere ecco che genera invidie, competizioni, desiderio di sopraffare l’altro, desiderio di togliere a chi ha di più, desiderio di vendetta verso chi ci ha fatto soffrire, desiderio di far provare dolore a chi ci ha fatto provare dolore. Liberaci dal male, Padre, dal male che sappiamo provare e che ci spinge ad azioni scellerate, che ci spinge al peccato, alla vendetta, alla disubbidienza, che ci adesca nelle sue trappole per poi lasciarci soffocare nel dolore del rimpianto e dei sensi di colpa. Male ed esempi di male ci attorniano fuori e ci seducono dentro, ma Padre liberaci dal male e come Gesù possiamo essere i messaggeri del bene ad una società che di bene ha tanto bisogno.


Il dono dell’incoraggiamento
“… esortatevi gli uni gli altri tutti i giorni…”
Ebrei 3:13

La maggior parte delle persone hanno dei sogni, dei desideri da realizzare e per cui vivere. Non tutti, però, riescono a realizzarli e vederli compiersi durante il percorso della propria esistenza. Ogni sogno o progetto da raggiungere richiede sempre impegno, capacità, sacrifici, costanza, pazienza e tutta una lunga serie di attività di preparazione. Inoltre, spesso, per realizzare un sogno occorrono anni e anni di attesa. Durante l’attesa e il percorso che si intraprende per la realizzazione dei nostri progetti uno dei nostri peggior nemici che si fa avanti costantemente è lo scoraggiamento. Tante volte lo scoraggiamento viene da altri, probabilmente persone a cui abbiamo condiviso i nostri sogni. Lo scoraggiatore (permettetemi di chiamarlo così), in genere, è una persona critica per natura, che sa trovare sempre nelle imprese altrui qualcosa di negativo che, a suo parere, impedirà loro di avere un buon successo. Si mostra come colui che ha molta esperienza e profonda saggezza, che gli permettono di presagire il fallimento di ogni opera altrui. Ma spesso, in realtà, è solo una persona che ha fallito lei stessa, rinunciando ai suoi progetti perché troppo difficili da ottenere o per mancanza di costanza o, semplicemente, di coraggio. Si adopera con insistenza nel volere scoraggiare un amico o un parente in ciò che sta progettando, facendo pronostici sui tempi della rinuncia, sulle probabilità della rovina, sulle conseguenze disastrose del fallimento, dando per certo che ciò avverrà. Chiunque abbia a che fare con una persona simile dovrà dimostrare di avere molta forza di volontà e molta convinzione su ciò che sta intraprendendo, per non lasciarsi influenzare negativamente e rinunciare all’impresa prima ancora di averla iniziata. Più la nostra impresa si fa ardua e i risultati scarseggiano, più aumenteranno le persone pronte a scoraggiarci. Ma oltre a loro, comincerà a farsi strada nella nostra mente anche uno scoraggiamento interno, che nasce dai noi stessi e comincia il suo lavoro insinuando molteplici dubbi: “Avrò fatto bene ad intraprendere questa strada? Forse sono la persona meno appropriata per compiere questo lavoro? Dovevo capirlo dall’inizio che quest’opera non fa per me…”. Lo scoraggiamento porta con sé la delusione, il senso del fallimento, la frustrazione, tutti stati d’animo capaci di avvilire una persona e fermarla. Quanto è facile per un credente, soprattutto quando ha da poco fatto un’esperienza con il Signore o quando è molto giovane e vorrebbe impegnarsi con tutte le sue forze nell’evangelizzazione o nel servizio trovare degli scoraggiatori intorno a sé. Spesso sono gli amici o i familiari, che non avendo fatto la stessa esperienza non sono in grado di comprendere e, quindi, vorrebbero dissuaderlo dalla scelta fatta o perché non la condividono affatto o perché si sentono interiormente accusati, non avendo il coraggio di fare la stessa scelta. Ma altre volte, ahimè, lo scoraggiamento arriva da altri credenti, che si sentono abbastanza maturi da dare dei consigli sulla condotta da tenere, sul modo di evangelizzare, sui tempi del servizio, ecc. Purtroppo questi scoraggiatori alcune volte si comportano così perché hanno esaurito il loro zelo per il servizio e non sanno o non hanno il coraggio di confrontarsi con chi vive la freschezza e la potenza di un evangelo appena conosciuto. Ho visto tanti di questi giovani o nuovi convertiti arrendersi di fronte allo scoraggiamento e raffreddare pian piano il loro entusiasmo, per poi diventare credenti spenti e abitudinari. Alcuni di loro hanno abbandonato la fede. Ma altri, grazie a Dio, non si sono lasciati scoraggiare, anzi si sono rafforzati e hanno proseguito il loro cammino cristiano con ancora più forza e coraggio, e dopo anni hanno raccolto frutti abbondanti. L’incoraggiatore, invece, è quella persona che è capace di dare sempre una buona parola di esortazione. Sa come spingere gli altri a dare il meglio di se stessi, sa come rialzare chi cade, sa come far sorridere chi piange, sa come motivare chi non crede più in ciò che sta facendo. E’ una persona che non si è mai arresa nella vita e quindi conosce il prezzo da pagare di ogni opera intrapresa e conosce anche che la soddisfazione del raggiungimento della meta è un grande premio. E’ una persona non concentrata su se stessa, ma su gli altri, conosce il loro potenziale, i loro talenti e sa che possono permettere a chi li possiede di raggiungere grandi vittorie e risultati. Grazie a Dio nelle chiese ci sono anche molti incoraggiatori. Persone sempre sorridenti che sanno darti una pacca sulla spalla e dirti: “Vai avanti, stai andando nella direzione giusta” o “Non rinunciare proprio adesso e non ti stancare perché sei ad una passo dalla meta”. Continuano a credere in te anche quando non ci crede più nessuno. Anche quando tu stesso hai smesso di credere in te stesso. Per loro niente è impossibile da raggiungere se lo scopo è l’avanzamento del Regno e l’obiettivo la salvezza dei perduti. Sono persone che valorizzano le intenzioni e il coraggio più dei limiti e le incapacità che ognuno di noi ha. Gesù è stato nella mia vita l’Incoraggiatore supremo. Non ha spezzato la mia vita quando era solo una canna rotta, né ha soffiato sul mio lucignolo quando era lì lì per spegnersi (Isaia 42:3), ma ha saputo ravvivare sempre in me lo spirito, anche quando era talmente abbattuto che sembrava che niente lo potesse risollevare, anche quando si sentiva talmente sconfitto che sembrava che niente lo avrebbe potuto rialzare. Dio vince ogni nostra battaglia, è l’energia necessaria per vedere il compimento dei nostri sogni e dei nostri progetti. Non lasciamoci scoraggiare dalle avversità che ogni giorno si abbattono su di noi, ma lasciamoci condurre con entusiasmo dalla voce dello Spirito Santo che mai permetterà che rinunciamo al nostro cammino di fede.


Un segno per credere
“Allora Gesù gli disse: ‘Se non vedete segni e prodigi voi non credete’.”
Giovanni 4:48
“Ma molti della folla credettero in lui e dicevano: ‘Il Cristo quando verrà farà più segni di costui?”Giovanni 7:31

Il secondo verso che ho citato è tratto da un capitolo del vangelo di Giovanni in cui si racconta di Gesù che sta predicando nel tempio. Ci sono due gruppi di persone che lo stanno ascoltando: da una parte la folla, fortemente attratta dalle sue parole, dall’altra i farisei, al contrario irritati e indispettiti da ciò che sta dicendo. Gesù sta predicando riguardo alla sua venuta, affermando che è stata voluta e decisa da Dio, il quale lo ha mandato. In poche parole in questi versi Gesù sta dichiarando di essere il Messia che gli ebrei stavano da anni aspettando. Sono proprio queste sue dichiarazioni che provocano il disdegno dei farisei, che non volevano in nessun modo riconoscere in Lui il Cristo mandato da Dio. Chi, invece, sembra avere le idee chiare è proprio una parte della folla, facendo un discorso che non fa una piega: “Se Gesù con tutti i segni e prodigi che ogni giorno compie non è il Messia, chi mai potrebbe esserlo? Chi sarebbe capace di fare di più?” E la risposta per ogni credente onesto è “Nessuno! Non c’è un uomo al mondo o nella storia che possa superarlo nella potenza e nella straordinarietà delle sue gesta!” Forse i più valorosi condottieri degli antichi Imperi sono stati capaci di spandere il loro dominio, conquistando popoli con la forza della loro astuzia o del loro esercito, ma chi di loro è stato in grado di guarire i lebbrosi, di dare la vista ai ciechi, di moltiplicare il pane, di far calmare il mare e il vento e, addirittura, di risuscitare i morti? Mai nessuno nella storia ha fatto dei prodigi tanto sorprendenti. Gesù li compiva ogni giorno e la folla ne era testimone. Non erano queste opere miracolose già sufficienti a dimostrare ciò che ora Lui stava personalmente dichiarando? Per la folla era tutto chiaro, tutto molto evidente, visibile, tangibile. Ma per i farisei no, ciò che Lui diceva di essere non poteva essere vero e, data la sua fama, l’unico modo per farlo tacere era la sua morte. Cosa si aspettavano, dunque, di più da Lui? Cosa si aspetta di più l’uomo da Dio perché ancora oggi gli chiede un segno per dimostrargli la sua esistenza. Quante volte sentiamo frasi del tipo: “Se Dio esiste, perché non melo dimostra? Perché non mi dà un segno? Perché non fa qualcosa per me?” L’uomo è alla ricerca continua di segni, di dimostrazioni, di miracoli sorprendenti per poter credere in qualcosa e se non li ottiene ritiene che sia inutile credere. Gesù diceva: “se non vedete segni e prodigi voi non credete” e nulla è più vero. La folla che lo stava difendendo non ascoltava le sue parole che annunziavano un regno eterno di pace e giustizia, della salvezza eterna data dalla remissione dei propri peccati, ma era attaccata ai suoi prodigi e per quelli credeva. La gente chiede dei segni a Dio: non reputa sufficiente la morte di Gesù per la nostra salvezza; per lei non è abbastanza Dio che si è fatto uomo per vivere accanto alla sua creatura, per comprenderla, amarla, proteggerla a costo della sua vita. Cosa chiede di più allora? Non credo di sbagliare se affermo che probabilmente i farisei volevano che il messia fosse uno di loro: nato tra di loro, cresciuto con i loro stessi insegnamenti, perfetto nella conoscenza della Legge, irreprensibile nel modo di agire e nel parlare. Volevano che il Messia nascesse da loro, che potesse essere la loro forza, il loro vanto, per dimostrare che solo loro erano perfetti davanti agli occhi di Dio. Non avevano nessun interesse per i segni da cui la folla, invece, era tanta attratta. Cosa importava a loro della povera gente comune, malata, afflitta dalla povertà! Cosa importava a loro della salvezza dei peccatori, anzi, questi non si dovevano neanche permettere di avvicinarsi a loro, che si sentivano puri e perfetti. Gesù non poteva essere il Messia: era uno qualunque, proveniente dalla Galilea, un posto da cui non era venuto neanche un profeta, neanche un solo individuo che valesse la pena ricordare. Gesù frequentava la gente comune, mangiava con i peccatori, non aveva istruzione. I farisei volevano che il Messia si rivelasse attraverso i segni che lo riconoscessero come uno di loro. Chi è oggi, dunque, che chiede a Dio dei segni? Non è forse il presuntuoso, colui che ha già pianificato come Dio si dovrebbe rivelare all’uomo. Colui che si crede giusto e reputa, invece, ingiusto Dio che permette che la gente onesta soffra. Colui che si ritiene un giudice saggio perché sa come andrebbe punito il malvagio, mentre reputa Dio un giudice ingiusto, troppo influenzato dalla Sua misericordia per poter emettere una condanna opportuna. Chi chiede dei segni a Dio è anche l’egoista, il calcolatore: “Caro Dio, se vuoi che io credo in Te, mi devi dare qualcosa! Se vuoi la mia fede, te la devi conquistare!” E così nascono preghiere del tipo: “Se guarisci mio figlio io crederò in Te!” o “Se mi provvedi un lavoro, io Ti servirò”. Raramente Dio risponde a questo tipo di preghiere, dettate da cuori alla ricerca più una soddisfazione e realizzazione personale, che dal vero e sincero bisogno di Dio. Ancora, chi chiede dei segni è l’incredulo. Colui che non fonda la sua vita sulla fede, ma vuole prove continue e concrete per poter credere. “Anche se Gesù predicava la Sua resurrezione, anche se le donne hanno trovato il sepolcro vuoto, anche se i discepoli lo hanno visto tutti insieme, se io non tocco i fori nelle mani di Gesù non crederò!” Affermava con sicurezza Tommaso. Gesù ha accontentato il suo desiderio, ma Tommaso sarà ricordato nella storia per la Sua incredulità. Stiamo forse sfidando anche noi oggi Dio, affermando che vogliamo vedere dei segni per credere veramente in lui? Che tipo di segno stai chiedendo? Dio ha fatto grandi segni e prodigi nella mia vita, ma in futuro non vorrei essere ricordata per questo, vorrei essere ricordata, piuttosto, per aver avuto una fede incrollabile e stabile nella Sua Parola: non il suo segno per me, ma il mio per Lui.


Un regno per bambini
“Gesù però disse: Lasciate i piccoli fanciulli e non vietate loro di venire a me, perché di tali è il regno dei cieli”.
Matteo 19:14

Qualche giorno fa raccontavo ad una piccola bambina la storia di Mosè, e dei miracoli potenti che Dio ha compiuto per la liberazione del popolo d’Israele dal dominio dell’Egitto. E’ venuto il momento in cui dovevo raccontarle del passaggio del popolo attraverso il mare ed ho introdotto la lezione dicendole che avremmo parlato di qualcosa di straordinario e stupefacente. Ma quando le ho raccontato la storia ho notato subito che in lei non c’era nessuno stupore, nessuna meraviglia, come se le stessi raccontando qualcosa di ordinario, che capita ogni giorno. Da subito ha dato per vero quello che le raccontavo, senza fare obiezioni, senza chiedermi come fosse possibile che il mare si aprisse e un popolo ci potesse camminare dentro, senza porre dubbi o fare ipotesi su come la Bibbia avesse raccontato gli eventi in modo sbagliato o su come ci potesse essere una spiegazione scientifica dietro l’evento. Per lei era naturale che fosse stato un miracolo e che Dio è abbastanza potente da fare cose del genere. Ho provato un’intensa commozione mentre la guardavo con tanta gioia colorare il mare e i bambini che ci passavano dentro. Mi sono venuti in mente questi versi, di quando Gesù sgridò i discepoli che cercavano di allontanare i bambini che volevano avvicinarsi a Lui. Come avrebbe reagito un adulto se avesse ascoltato per la prima volta la storia di Mosè? L’avrebbe accettata semplicemente come un dato di fatto o avrebbe esposto tutte le sue obiezioni e possibili alternative su come secondo lui siano andati realmente gli aventi? I bambini che volevano avvicinarsi a Gesù davano per scontato che Lui fosse il Figlio di Dio. Avevano sentito i suoi messaggi, lo avevano visto compiere grandi miracoli, avevano mangiato il pane e il pesce che lui aveva moltiplicato per sfamarli, alcuni di loro erano stati risuscitati, altri liberati dai demoni, altri guariti. In fondo, avevano visto e vissuto gli stessi miracoli che avevano vissuto i loro genitori o parenti, ma per loro era naturale credere, non avevano bisogno di argomentazioni filosofiche o dimostrazioni scritturali, non avevano bisogno di porre a Gesù domande difficili per mettere alla prova la Sua sapienza. Non avevano bisogno di andarsi a rileggere l’Antico Testamento per vedere cosa dice a proposito del Messia e se Gesù aveva le stesse caratteristiche. Volevano solo stargli un po’ più vicino affinché Lui pregasse per loro. Sicuramente capita ad ogni credente quando annuncia l’Evangelo di incontrare tantissima gente dubbiosa. Forse afferma di credere nella Bibbia, ma ritiene molto difficile che ancora oggi Gesù possa salvare. Quando evangelizziamo vediamo la gente allontanarsi, evitarci, cercare di nascondersi, e quando qualcuno si avvicina esprime tutti i suoi dubbi, tutti i suoi “perché” sul modo di agire di Dio, tutte le perplessità sul fatto che la Sua morte sia servita a qualcosa. Niente a che vedere con quei bambini che invece lottavano per avvicinarsi a Gesù. La mente di una bambino è semplice. Non ragiona secondo un’ipotesi e una tesi, da avvalere dopo esperimenti e dimostrazioni scientifiche. Se l’adulto dice ad un bambino che se fa il cattivo arriva il lupo e se lo mangia, lui ci crede e sarà terrorizzato dal lupo cattivo. Se fai una promessa ad un bambino, lui se la ricorda ed è scontato che sarà mantenuta. Non dubita, non ragiona, non ha bisogno di troppe spiegazioni. Non ha la mente piena di delusioni affettive, di esempi sbagliati, di esperienze dolorose che portano l’uomo a vivere costantemente nell’incredulità: incredulo sulla fiducia verso gli altri, incredulo sulla lealtà degli amici, incredulo sulla fedeltà del proprio coniuge; incredulo verso Dio, che non sa mai se esiste davvero. Il bambino crede, l’adulto dubita; il bambino sogna, l’adulto è disilluso; il bambino gioca, l’adulto fa la guerra per davvero. Alla luce di tutto ciò, non dovremmo considerarli come dei grandi esempi di come si esercita e si vive la fede? Tutto ciò che fanno loro si basa sulla fede. Dei semplici bambini volevano stare con Gesù. Avevano chiesto ai genitori di accompagnarli, forse perché intimoriti dalla grande folla, e ciò che hanno trovato è un grande Dio pronto ad accoglierli nel Suo regno, che in quel momento apparteneva anche a loro.


Stai dormendo?

Perciò dice: “Risvegliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti inonderà di luce.”
Efesini 5:14

Sicuramente capita prima o poi ad ogni credente di attraversare dei periodi di apatia spirituale. Sembra difficile  pregare, trovare un momento per leggere la Bibbia, riuscire ad ascoltare la voce di Dio ed avere comunione con Lui. Conseguentemente a ciò, in quei momenti sembra che l'intera nostra esistenza faccia fatica ad andare avanti. Ci trasciniamo con fatica e frustrazione nelle varie occupazioni giornaliere, senza provare una reale soddisfazione in niente di quello che facciamo. Anche andare in chiesa e frequentare altri credenti diventa pesante. Sono quei momenti in cui sembra che un sonno profondo sia calato sul nostro spirito, privandoci di ogni entusiasmo e zelo. Usando una parola che va tanto di moda nella nostra società: “siamo depressi”. Ma quali sono le cause che ci hanno indotto a lasciare che il nostro spirito e la nostra anima si addormentassero? Prima fra tutte mi viene in mente la causa più scontata: la stanchezza. Lasciandoci prendere da tante attività, da tanti impegni e sacrifici, dividendo il nostro tempo tra il servizio di Dio (evangelizzazione, impegni di chiesa, cura dei sofferenti, ecc.) e il lavoro, la famiglia, la casa, ci ritroviamo ad un certo punto ad essere stanchi. Sembra che il carico di tutte queste attività si faccia sempre più pesante, mentre le nostre risorse e la nostra forza diminuiscono gradualmente, fino ad abbandonarci del tutto. Sentendoci così stanchi, stressati, desideriamo allontanarci da queste fatiche. Cominciamo a disprezzarle, ad abbandonarle, fin quando non ci addormentiamo completamente. Un'altra causa del nostro sonno spirituale è la pigrizia. Ho già parlato in una mia meditazione precedente sulla pigrizia e, quindi, non mi dilungherò in questo argomento. La pigrizia ci rende distanti dai nostri compiti. Li guardiamo da lontano, convincendo noi stessi che possono aspettare, che possiamo occuparci di loro in seguito. Mentre dormiamo (parlo spiritualmente), intanto il lavoro trascurato si accumula, diventando poi impossibile da svolgere all'ultimo minuto, portandoci ad un fallimento totale. Ad un fallimento se ne aggiunge un altro ed un altro ancora, finché diventa impossibile poter porre rimedio al tempo perduto e tutta la nostra vita sembra barcamenarsi nella confusione e nel disastro totale. Un'altra causa del nostro sonno è l'indifferenza. Non ci preoccupiamo troppo dei nostri doveri. Siamo indifferenti riguardo a ciò che Dio ci chiede di essere o di fare. Siamo indifferenti verso i bisogni degli altri e verso il peccato della gente che li sta conducendo alla perdizione. Siamo chiusi in noi stessi, nel nostro egoismo. Concentrati sui nostri bisogni e pensieri, senza procurarci troppo affanno verso ciò che crediamo non ci riguardi. Intanto i nostri occhi spirituali si stancano di guardare solo quel poco che fa parte di noi stessi, si appesantiscono e si addormentano, diventando infine completamente ciechi, incapaci di vedere tutto ciò che sta intorno a noi, che invoca il nostro aiuto, che ha bisogno di un nostro intervento. E, infine, c'è l'abitudine. Tutto ciò che facciamo nella nostra vita, se non è rinvigorito periodicamente da nuovi progetti, nuovi sogni, nuovi desideri, che alimentino il nostro zelo, lo stuzzichino, lo ravvivino, diventa prima o poi ripetitivo e noioso. Questo riguarda soprattutto le persone credenti da diverso tempo, per le quali tutte le loro attività svolte per l'avanzamento dell'Evangelo sono entrate a far parte della routine della vita. Vengono fatte perché sono state sempre fatte, siamo abituati a doverle fare e sempre le dovremo fare, spogliate però del piacere che provavamo all'inizio nel farle. Prive del loro colore, del loro profumo, che le rendeva belle, piacevoli, necessarie. Ora, invece, fanno parte delle nostre abitudini, della nostra normalità. E nel compierle ci annoiamo terribilmente e la noia ci fa sbadigliare, ci fa addormentare. Il sonno nella Parola di Dio spesso è considerato in stretta vicinanza con la morte. Lo vediamo in questi versi che stiamo esaminando. Difatti, non è proprio così che ci sentiamo quando siamo sonnolenti: incapaci di reagire, i nostri riflessi sono lenti, la nostra mente non vigila? Un credente che vive troppo tempo nel sonno spirituale, inevitabilmente, prima o poi muore. Se riconosci che stai vivendo un momento di sonnolenza nella tua vita, non aspettare altro tempo. Non aspettare che accada chissà quale evento che ti porti ad un cambiamento. Ma invoca l'aiuto di Dio. Chiedigli che ti dia una bella scossa. Dio ci prende e ci scuote, incoraggiandoci a svegliarci. Non c'è tempo per stare chiusi nella nostra camera al buio, piangendoci addosso per i nostri insuccessi, per i nostri fallimenti. O facendo i capricci per ciò che non abbiamo più voglia di fare. Apriamo le imposte delle nostre camere, lasciamo che entri la luce di Dio. Che rinvigorisca il nostro corpo. Lasciamo che la Parola di Dio renda sveglio il nostro spirito, lo scuota, lo renda pronto, agile, addestrato per le battaglie della vita. Che sia il desiderio in ognuno di noi in questo giorno di essere ben svegli davanti alla presenza di Dio, pronti a correre dovunque Lui ci invierà e desiderosi di fare tutto quello che ci chiederà!


Un canto nuovo.

“Cantategli un cantico nuovo, suonate maestrevolmente con giubilo.”
Salmo 33:3

Da sempre il canto, come del resto ogni forma d'arte, è espressione dell'animo umano. La Bibbia è piena di esempi di canti. A volte sono delle vere e proprie lamentele: attraverso di essi l'autore esprime il suo dolore per le difficoltà che sta vivendo, o il suo malcontento perché vittima di una persecuzione da parte dei nemici, o il pentimento e la vergogna per i peccati commessi; altre volte, invece, sono una celebrazione della bontà del Signore, esprimono la gioia e il ringraziamento per i benefici che Egli elargisce con fedeltà e per la Sua grandezza. Altre volte ancora essi sono delle preghiere in cui vengono espresse delle richieste specifiche, come il voler piacere a Dio, per ricevere l'aiuto necessario per rimanere fedeli, l'amore per la Parola di Dio e la richiesta che i suoi insegnamenti occupino sempre il posto principale nella nostra vita. Che sia felice o triste, grato o deluso, entusiasta o demotivato, ogni figlio di Dio ha sempre un valido motivo per cantare. Il canto rivela ciò che c'è dentro l'uomo, le sue emozioni, le sue aspettative, qual è l'oggetto del suo amore, i suoi sogni. Questi versi, oggetto della nostra meditazione di oggi, ci invitano ad offrire al Signore un canto nuovo. Non voglio pensare che si riferisca ai canti che cantiamo la domenica mattina o in qualsiasi altro culto a cui partecipiamo, imparati a memoria e spesso non scelti da noi, ma da chi si occupa della loro conduzione. Penso che il salmista si voglia riferire ai quei canti spontanei che nascono da noi, nei nostri momenti di intimità e di profonda comunione con Dio: quando ogni parola che esce dalla nostra bocca diventa un canto che esprime ciò che stiamo provando. Perché il Signore vorrebbe da noi qualcosa di nuovo? Consideriamo la nostra vita e il nostro modo di accostarci a Dio: molti di noi ci avviciniamo al Signore sempre allo stesso modo, negli stessi orari, in dei giorni stabiliti. Per anni preghiamo a Dio chiedendogli sempre le stesse cose, secondo degli schemi prestabiliti che abbiamo fissato nella nostra mente. E, forse, ugualmente, ci aspettiamo da Lui che ci risponda allo stesso modo, che dia sempre le stesse benedizioni e che ci ripeta insegnamenti che già abbiamo ricevuto da anni. Ma questo non è ciò che Dio vuole. Qualche giorno fa ricordavo come sentivo la presenza del Signore quando ero ancora una bambina. Ricordavo come alcuni versi toccavano il mio cuore e mi parlavano in modo talmente profondo da farmi sentire innamorata di Dio. Mi commuovevo quando li leggevo, mi facevano sentire preziosa e particolare per Lui. Mentre ricordavo rimpiangevo quelle sensazioni e quelle emozioni che avevo provato. Così sono tornata a cercare quei versi sottolineati da anni sulla mia Bibbia, col desiderio di riprovare quello che avevo provato tanti fa, ma rimasi delusa. Nessuna delle emozioni che mi spettavo è stata suscitata. Ora ho una conoscenza diversa della Parola, conosco il contesto in cui quei versi e per chi sono stati scritti e il loro significato per la mia vita non può essere lo stesso di quello di una trentina di anni fa. Ci illudiamo che ripercorrendo le vie del passato raggiungeremo le stesse vittorie che ci hanno benedetto, in realtà ci ritroviamo su un'altra strada. Dio si aspetta dai suoi figli un rapporto giornaliero: oggi offrirò al Signore ciò che di nuovo occupa la mia mente e il mio cuore e lascerò che Lui mi dia una risposta nuova, degli insegnamenti nuovi, che siano appropriati ad ogni nuova fase di crescita spirituale che sto vivendo. Non possiamo credere di essere maturi spiritualmente fondando la nostra conoscenza su ciò che abbiamo imparato nel passato. Non possiamo continuare ad offrire a Dio il ringraziamento  per ciò che ha fatto decine di anni fa o all'inizio delle nostra conversione. Ascoltando le testimonianze di alcune persone sembra che tutta l'opera di Dio sia iniziata e finita nel momento della loro conversione. Come se il tempo si fosse fermato a quel giorno, come se Dio si fosse fermato e non avesse avuto più niente da fare per loro. Quanto è bello sentire invece testimonianze che iniziano dicendo: “Oggi il Signore mi ha parlato” o “oggi il Signore ha fatto questo per me”. Un canto nuovo... il canto di oggi! Come ha potuto il popolo d'Israele essere così intento a rimpiangere i grandi miracoli che Dio aveva compiuto per lui nella Genesi, nell'Esodo, nel passato, e non accorgersi che Gesù, Dio, stava percorrendo le strade di Gerusalemme. Era lì, Dio in persona, fatto carne, e il popolo rimpiangeva benedizioni passate. Quanto gli stava offrendo Gesù e quanto ancora di più gli avrebbe potuto offrire. Gerusalemme avrebbe potuto cantare un canto nuovo, invece, che puntare gli occhi su un Dio passato che non si manifestava più come lei voleva. Così anche noi quante volte diciamo: “Se Dio ci benedicesse come faceva un tempo... se potessimo ancora vedere i miracoli che Dio faceva anni fa... se ci fosse ancora la chiesa di una volta...” Ma i nostri canti sono diventati vecchi, come le nostre preghiere. Dio non vuole far rivivere il tuo passato glorioso, ma vuole darti qualcosa di nuovo che sia ancora più glorioso. Così le tue labbra avranno un canto nuovo da innalzare, parole nuove da dire, perché ogni giorno vedrai rinnovare la bellezza e la potenza del grande Dio che noi tutti vogliamo celebrare.


Non sei solo

“…ma ho lasciato in Israele un residuo di settemila uomini, tutti quelli le cui ginocchia non si sono piegate davanti a Baal e che non l'hanno baciato con la loro bocca”.
I Re 19:18

Dopo il regno di Davide, i re che regnarono su Israele assunsero, di volta in volta, degli atteggiamenti diversi che condizionavano tutto il popolo. Quando il re temeva Dio, tutto il popolo si sottometteva al Signore e lo onorava, quando il re era malvagio tutto il popolo rinnegava Dio e lo abbandonava. Tra i re malvagi spiccò Achab, che fu uno dei più scellerati nei confronti di Dio. Spinse il popolo all'idolatria, costruendo un altare e un tempio per Baal. Prese, inoltre, come moglie una donna altrettanto malvagia di nome Jezebel. Insieme perseguitarono tutti coloro che si ribellarono ad adorare Baal e sterminarono i profeti del Signore. Il grande desiderio di Jezebel era quello di riuscire ad uccidere Elia, che aveva, a sua volta, fatto sterminare i profeti di Baal. Elia per salvarsi la vita fu costretto a fuggire nel deserto, cercando un luogo dove potersi rifugiare. Qui fu preso dallo sconforto e chiese a Dio di farlo morire. Ma Dio gli mandò un angelo che lo ristorò. Dopo quaranta giorni di cammino nel deserto Elia giunse sul monte Horeb dove incontrò Dio. Elia era stanco, spaventato, scoraggiato. Aveva visto il suo popolo rinnegare Dio e piegarsi davanti un altro dio. Aveva saputo che tutti i profeti d'Israele erano stati uccisi e si sentiva il solo a dover combattere contro un re e sua moglie scellerati. Ma il Signore parlò al suo cuore e gli disse di tornare indietro, perché non era solo, ma c'erano settemila uomini che non si erano lasciati sedurre dall'idolatria ed erano rimasti fedeli a Dio. Invito chiunque a leggere questa storia nel libro dei I Re nella Bibbia. E' una storia che ha molto da insegnarci e su cui farci riflettere. Elia fu uno dei più grandi profeti della storia d'Israele. Rimase fedele a Dio, nonostante la persecuzione. Ebbe il coraggio di dire la verità contro il re Achab, nonostante questo avrebbe potuto portarlo alla morte. Attraverso di lui, Dio fece dei miracoli e dei prodigi sorprendenti, fino a rapirlo con un carro e dei cavalli di fuoco. Eppure, anche Elia, visse lo scoraggiamento. Nel deserto, stremato e affamato, chiese a Dio di morire. Dio si era usato grandemente di Lui: aveva risuscitato il figlio di una vedova, aveva mandato sul paese la carestia e poi la pioggia, aveva risposto alla sua preghiera davanti ai profeti di Baal, ridicolizzandoli e svergognandoli. Molte volte Dio aveva dato dimostrazione ad Elia di essere con lui, di usarlo e di benedirlo. Perché, dunque, Elia era così amareggiato? Perché si sentiva solo. Credo che ogni credente abbia una sua chiamata specifica. Ogni figlio di Dio che chiede a Dio di usarlo viene ascoltato. Alcuni dal momento della loro conversione hanno già chiaro ciò che Dio vuole da loro, come Dio vuole usarli e con quali strumenti, altri lo scoprono in seguito, durante la loro crescita spirituale. Ma, sebbene ciascuno di noi può servire Dio in modi diversi, in tempi diversi, con strumenti diversi e in luoghi diversi, ciò che accomuna lo scopo di tutti è l'avanzamento del Regno di Dio, portare i perduti alla salvezza. Quando un figlio di Dio riceve la rivelazione da parte del Signore di essere chiamato a svolgere un compito specifico, solitamente i primi giorni che seguono sono caratterizzati dall'entusiasmo. Subito si mette in moto: idealizza dei progetti sul cosa fare, studia delle strategie per la loro realizzazione e a volte si dà anche dei tempi per compierli. E ciò che lo entusiasma ancora di più è il suo desiderio di condivisione. Racconta a chiunque può ciò che Dio ha messo nel suo cuore, cercando più collaboratori possibili, o almeno qualcuno che condivida e lo appoggi. Ma spesso, ahimè, le cose non sono così facili. Forse riusciamo facilmente a fare progetti, forse cominciamo anche a vedere subito alcuni piccoli segni di successo, prova dell'approvazione di Dio. Ma non è altrettanto facile trovare dei collaboratori, o almeno qualcuno che condivida i nostri progetti e ci incoraggi. E così, nel tempo, sentendoci inascoltati e incompresi, ci scoraggiamo e ci sentiamo soli. Non credo di esagerare, ma credo che spesso la chiamata è talmente personale, che difficilmente è condivisibile. In momenti simili lo sconforto ci sussurra parole pericolose: “Perché continui a servire Dio, sei solo non lo vedi? A che servono i tuoi sacrifici, le tue preghiere, i tuoi digiuni, non vedi che nessuno ti ascolta? Meglio rinunciare e mandare tutto all'aria”. Così iniziamo a sentirci dei falliti, vorremmo quasi sparire. Ma è proprio a questi cuori che Dio parla e fa capire che non sono soli. Ci sono ancora migliaia di persone che ogni giorno servono Dio fedelmente, non si prostrano davanti ad altri dei, dedicano le loro risorse, il loro tempo, i loro soldi a Dio. In alcune parti del mondo ci sono ancora cristiani che vengono torturati e messi a morte per proclamare il nome di Gesù. Sento spesso dei credenti lamentarsi, dicendo che la Chiesa ha lasciato entrare il mondo nelle sue porte, permettendo al peccato di contaminarla. Forse è vero, ma basta guardarsi un po' attorno e ci sono migliaia di credenti che non si sono lasciati contaminare dalla mondanità, che combattono ogni giorno contro la corruzione del peccato e consacrano la loro vita a Dio quotidianamente.
Erano morti molti profeti, ma altri settemila uomini, forse con funzioni diverse, erano rimasti fedeli a Dio. Forse non hai trovato sostenitori della tua chiamata, o forse quelli che all'inizio ti hanno seguito poi ti hanno lasciato, forse non trovi altri che condividano il tuo modo di servire Dio e i tuoi progetti, ma se il tuo scopo è quello dell'avanzamento del Regno di Dio, ricorda sempre che non sei solo, perché in tutto il mondo migliaia di figli di Dio stanno vivendo per il tuo stesso scopo.


Pensieri

“Del rimanente, fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste, tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri”.
Filippesi 4:8

I nostri pensieri... che arduo campo di battaglia! Ogni giorno ogni individuo sulla faccia della terra deve avere a che fare con i suoi pensieri. Non ci abbandonano mai: a volte ci tengono svegli tutta la notte, altre volte sono pronti a risvegliarci al mattino presto; ci accompagnano a lavoro, mentre siamo in auto, quando la sera ritorniamo stanchi a casa. In genere si fanno sentire di più quando siamo soli, ma spesso ci tormentano anche quando siamo in compagnia, facendoci estraniare dagli altri. Non hanno rispetto per la nostra volontà: continuano a parlare anche quando vorremmo che tacessero. Vogliono occupare ogni piccolo spazio della nostra mente. Ma è giusto ogni tanto riprendere il controllo e la padronanza di se stessi e chiedersi: “qual è oggi l'oggetto dei miei pensieri?” A volte è un'esperienza che ci è capitata da poco, che ci ha coinvolto particolarmente, ma  altre volte, sono esperienze lontane nel passato, che hanno avuto un impatto talmente forte nella nostra vita che si trascinano per anni nei nostri ricordi e torniamo a pensarci continuamente, come se fossero appena accadute. Il passato, in genere, è uno degli oggetti privilegiati dei nostri pensieri. Altre volte, invece, pensiamo al futuro: ci chiediamo cosa ci aspetta, facciamo progetti, sogniamo o, al contrario, ci spaventa, temiamo ciò che ci potrà accadere, che potrà accadere ai nostri figli, temiamo la vecchiaia che si avvicina. Altre volte è il presente l'oggetto dei nostri pensieri: non ci soddisfa quello che facciamo, vorremmo fare o avere di più, ma sembra che non riusciamo a trovare  le risorse giuste, necessarie per raggiungere quello che stiamo cercando. Oggetto dei nostri pensieri possono essere le emozioni come la paura: temiamo la povertà, le malattie, la morte, abbiamo vissuto una terribile esperienza nella nostra vita e temiamo che si possa ripetere. O abbiamo la mente piena di rancore, di rabbia: qualcuno ci ha fatto del male e vorremmo fargliela pagare. Si fa in noi un desiderio di vendetta che prende sempre più piede e pensiamo a quali possano essere i metodi giusti per applicarla per procurare all'altro lo stesso dolore che ha provocato a noi. A volte ancora la nostra mente è piena di sensi di colpa, di rimpianti: siamo noi ad aver sbagliato e in qualche modo dovremmo pagare. Ci sono altri momenti, invece, che i nostri pensieri sono pieni di giudizi. E' facile per ognuno di noi giudicare gli altri. Troveremo sempre nell'altro qualcosa che possa essere biasimato o, al contrario, siamo noi a sentirci sotto accusa, temiamo il giudizio degli altri, le loro opinioni, quello che penseranno o diranno di noi. Insomma, non sempre i nostri pensieri allietano le nostre giornate e saperli dominare sembra essere una vera e propria sfida. Le informazioni che riceviamo dall'esterno poi non ci aiutano di certo. I messaggi che provengono dalla televisione, dai network, dalla  musica non fanno che alimentare  spesso in noi la rabbia, l'odio, l'ansia, la tristezza e sembra che sia normale, o addirittura giusto, che questi pensieri dominino la nostra mente. Non la pensava così l'apostolo Paolo quando scriveva questi versi: un elenco incoraggiante di cose piacevoli che dovrebbero essere oggetto dei nostri pensieri. Cose vere. Forse mai come oggi le relazioni si fondano sull'inganno. La menzogna è una pratica comune dai più piccoli ai più grandi. La pubblicità ci inganna spingendoci a comprare un prodotto che rivoluzionerà la nostra vita e che poi, invece, non porta proprio nessun miglioramento. La politica ci inganna facendo promesse che ci attirano, ma che non verranno mai mantenute. I soldi ci ingannano facendosi credere come la chiave della felicità e che, invece, spesso portano solo alla miseria. Anche i network mentono: vediamo scorrere volti perfetti, famiglie felici, ma quanto corrisponde al vero o è solo una foto menzoniera, pubblicata solo con la speranza che qualcuno possa invidiare la nostra vita? Gesù vuole che torniamo alla verità, Lui è la Verità. Conoscendo Lui impariamo a distinguere il vero dal falso e impariamo a difenderci dagli inganni. Cose onorevoli. Tutto ciò che porta onore alla nostra vita, per cui possiamo essere stimati, ammirati come persone, dovrebbe essere un obiettivo della nostra mente. Il contrario è la vergogna. La vergogna è stato il primo stato d'animo che ha provato l'uomo disubbidendo a Dio. L'uomo senza Dio pensa e compie cose vergognose. Ma i figli di Dio dovrebbero essere capaci di portare l'onore ereditato dal Padre. Cose giuste. L'ingiustizia sembra essere la regina di questo mondo corrotto. Chi nel piccolo, chi nel grande, ci sentiamo di vivere sempre più delle ingiustizie. Sembra che nessuno voglia rispettare i diritti degli altri. L'ingiustizia nasce dai pensieri: è lì che viene concepita e da lì viene poi partorita, senza scrupolo alcuno quando si tratta dei propri interessi. Dio è un perfetto giudice. Nessuno più di Lui sa cosa è giusto e lo infonde nei pensieri di chi si avvicina a Lui. Cose pure. Il mondo di oggi detesta la purezza. Non è più considerato un valore, ma qualcosa che il mondo condanna aspramente. Sembra che chi decide per la purezza oggigiorno dovrebbe vergognarsi. L'uomo ricerca, invece, sfrenatamente le impurità, la volgarità, l'immoralità. E' tutto sporco come sono sporchi i suoi pensieri. Tuffarsi nella mente dell'uomo è come tuffarsi in una pozza di melma ripugnante. Dio, invece, purifica la nostra mente. Ci fa desiderare la purezza come una perla quanto mai preziosa, che ogni buon soldato sfiderebbe ogni battaglia pur di conquistarla. Cose amabili. Oltre alla purezza ci sono altre virtù che dovrebbero essere considerate amabili dall'uomo, come la cordialità, la gentilezza, la dolcezza. Quando queste virtù occupano i nostri pensieri influenzano tutto il nostro essere: il nostro carattere, il nostro comportamento, le nostre parole saranno specchio dei nostri pensieri. Cose di buona fama, quelle in cui c'è qualche virtù e lode. Quei pensieri che quando vengono condivisi ci spingono ad essere famosi tra i nostri conoscenti per la loro bellezza e rarità, che  portano a distinguerci rispetto alla gente comune perché non nascono da noi, ma da Dio, dovrebbero essere i pensieri che maggiormente occupano la nostra mente. Sembra scontato, ma la nostra mente è piena di ciò che scegliamo di metterci dentro. Non siamo suoi schiavi. Non sono i nostri pensieri che ci comandano, che ci dominano, che condizionano ogni nostro modo di essere e le nostre parole. Siamo noi i padroni della nostra mente: noi scegliamo cosa mettere dentro e cosa buttare fuori. Certo, è più facile abbandonarli a se stessi e lasciare che entri di tutto, ma le perle preziose vanno ricercate a lungo e conservate con cura in un ambiente più pulito possibile. Sarà nostra la scelta se avere una mente piena di merce da scarto o di tesori rari e di gran valore.


Partenze

“Quando ebbe dette queste cose, si pose in ginocchio e pregò con tutti loro. E si fece da tutti un gran piangere; e gettatisi al collo di Paolo, lo baciavano, dolenti soprattutto per la parola che aveva detta, che non avrebbero più visto la sua faccia. E l'accompagnarono alla nave”.
Atti 20:36-38

Tante volte nella mia vita ho vissuto l'esperienza della partenza. Non parlo di partenze per viaggi di breve durata, come per lavoro o vacanze, ma di trasferimenti. Alcuni sono stati solo di lunghi periodi, altri sono stati definitivi. Le mie partenze sono state sempre conseguenti a delle scelte programmate, ben ponderate e desiderate. In genere una delle motivazioni che porta maggiormente una persona o una famiglia a spostarsi è la ricerca di un lavoro, per i credenti, come nel mio caso, spesso è il desiderio di servire Dio nel luogo che Lui ha messo nel nostro cuore. Dunque, chi sceglie di partire spesso cerca un cambiamento in positivo per la propria vita. La preparazione a questo evento è intrisa di aspettative, sogni ed entusiasmo, nella speranza di poter vivere una svolta che porti ad un futuro migliore. Si attende con trepidazione il giorno della partenza. Quando il giorno si avvicina, però, si cominciano a far sentire anche tante preoccupazioni, dubbi, incertezze: come ci troveremo nel nuovo ambiente dove vivremo? Riusciremo a fare nuove amicizie? Riusciremo a realizzare davvero le nostre aspettative o tutto si rivelerà come un tragico fallimento? E, poi, la parte più dolorosa delle partenze è la separazione dalle persone che amiamo. Una partenza spesso comporta la separazione dalla famiglia di origine, genitori, fratelli e dagli amici con cui abbiamo legato tantissimo e che fanno parte di noi. Anche se si creassero opportunità per rivedersi, non è come vivere nello stesso posto. Eh già, il giorno della partenza non è facile. Spesso è accompagnato da pianti, lunghi abbracci e il momento della separazione, quando non vedi più le persone che ha lasciato, senti dentro una profonda tristezza. Ho vissuto diverse volte questa esperienza nella mia vita ed è sempre stato molto difficile. Si lascia il luogo in cui abbiamo vissuto a lungo, dove siamo cresciuti, dove conosciamo ogni strada, ogni vicolo, ogni scorciatoia. Si lasciano le abitudini che hanno caratterizzato le nostre giornate per tanto tempo. Si lasciano le persone amate, senza sapere quando le potremo rivedere e se mai le rivedremo. E quando giungiamo a destinazione, per molti giorni, a volte mesi o anni, la nostalgia continua a farsi sentire e i ricordi di un tempo che non tornerà. E' davvero straziante, a volte, il giorno della partenza. Ho vissuto, però, tante volte la partenza anche dal punto di vista di chi rimane, ero io, cioè, a veder andar via persone a cui ero fortemente legata. La sensazione più forte e dura da sopportare è il vuoto che lasciano: riguardi con tristezza tutte le cose che sono appartenute a loro, che hanno lasciato e i luoghi in cui sei abituato a vederle e ti sembra inaccettabile che non ci siano più e che non torneranno. Ricordi i bei momenti trascorsi insieme, le chiacchierate, le confidenze e pensi che nessuno potrà più prendere il loro posto e colmare quel vuoto che si è creato. Le partenze più difficili che ho dovuto affrontare sono state quelle dovute alla morte della persona che amavo. Quando avevo quattordici anni mio padre è partito per un viaggio di pochi giorni e non è più tornato, a causa di un incidente in cui ha perso la vita. Pochi anni fa, anche mia madre è partita per il cielo. E poi tanti amici, persone che hanno avuto un ruolo importante nella mia crescita sono partiti verso un viaggio senza ritorno. La morte è senz'altro la partenza più amara e difficile da vivere. Pensi che quella persona che è andata via non la rivedrai più, non farà più parte della tua vita, non parteciperà al tuo compleanno, non mangerai con lei nelle feste natalizie, non la rivedrai durante le vacanze. E' difficile da accettare e anche solo da comprendere. Chi crede in Dio e sa che dopo questa vita terrena ci attende la vita eterna si consola al pensiero che un giorno rivedremo quella persona, ma in ogni caso, i giorni dell'attesa rimangono difficili e dolorosi. I versi che ho riportato parlano di uno dei tanti momenti in cui l'apostolo Paolo si è dovuto separare da una delle chiese che aveva fondato attraverso il suo ministero: la chiesa di Efeso. L'apostolo aveva fatto molti viaggi, conosceva continuamente tante persone. Assisteva alla loro conversione e alla loro crescita spirituale. Spesso i credenti che lasciava per un nuovo viaggio erano per lui come dei figli, che aveva amato, curato, ammaestrato, con cui aveva mangiato, dormito, affrontato persecuzioni e vittorie. Si creavano dei legami davvero forti e, viceversa, questi credenti lo consideravano come un maestro, un padre, un amico caro e prezioso. Il momento della sua partenza descritto in questi versi mi suscita sempre tanta commozione. Mi ricorso di aver assistito una volta ad uno studio biblico che trattava proprio questo passaggio ed ho iniziato a piangere e non riuscivo più a fermarmi. Poteva sembrare una reazione esagerata, ma forse, l'aver vissuto tante volte un'esperienza simile ci porta poi ad immedesimarci talmente tanto nel racconto che sentiamo che ci sembra di viverlo in prima persona. In ogni modo è un momento davvero drammatico per i credenti di Efeso. Vediamo che dopo aver pregato insieme a Paolo, gli si gettano al collo, lo riempiono di baci, di abbracci. Vorrebbero trattenerlo, impedirgli di andarsene. Non vogliono separarsi da lui. Ciò  che li aveva rattristati maggiormente era che lui gli aveva detto che non si sarebbero più rivisti (v.25) e capivano che questo probabilmente sarebbe accaduto a causa della sua morte. Ciò che mi colpisce è come Paolo prima di salutarli fa un lungo discorso, ricordando tutto quello che lui aveva fatto per loro e come si era comportato, volendo esplicitamente lasciare un esempio di condotta e di servizio a Dio e ai propri fratelli. Non avrebbe visto una tale reazione di disperazione da parte di chi lo salutava se le sue parole non avessero corrisposto al vero. Davvero lui aveva faticato, sofferto, pianto per evangelizzarli e ammaestrarli ed gli erano grati per questo. Era un esempio reale di come si serve il prossimo e loro si sentivano amati e preziosi per lui. Quando partiamo, cosa lasciamo ai nostri cari? Possiamo dire di lasciare loro solo dei ricordi piacevoli o lasciamo un vero e proprio esempio di vita? Qual è l'eredita che vorremmo lasciare ai nostri figli il giorno che moriremo? Saranno solo averi, denaro, una casa, l'azienda di famiglia, o l'esempio di una vita irreprensibile, santa, consacrata, vissuta nel sacrificio del servizio e di un amore incondizionato e fedele verso Dio. Lasceremo in ricordo a chi ci vede partire la nostra fede, il nostro impegno, la nostra lode, le nostre virtù, la nostra cura, il nostro amore? Lasciatemelo dire: ho visto partire dalla mia vita anche persone che non sono state un buono esempio per me e per quanti le conoscevano. La loro partenza non è avvenuta col pianto, ma con la gioia della separazione. E' stata come una liberazione, perché portavano con sé solo scoraggiamento, lamentele, maldicenza, contese. Erano un peso per chi doveva condividere il proprio tempo con loro. Ho gioito quando le ho viste allontanarsi definitivamente dalla mia vita. Non vorrei mai che qualcuno desiderasse che io vada via dalla sua vita. Riflettiamo insieme a ciò che la nostra vita sta lasciando agli altri e impegniamoci affinché ciò che lasciamo sia sempre e solo Gesù che abita in noi e si riflette in noi.


Il “signor istintivo” e il “signor consapevole”

“Or che vi par egli? Un uomo aveva due figliuoli. Accostatisi al primo disse: Figliuolo, va' oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispondendo disse: Vado Signore; ma non vi andò. E accostatosi al secondo gli disse lo stesso. Ma egli, rispondendo, disse: Non voglio; ma poi, pentitosi, v'andò”.
Matteo 21:28-30

Quando Gesù racconta questa parabola si trova nel tempio e sta parlando ai capi sacerdoti e agli anziani del popolo. Rivolge loro un'accusa molto pesante, paragonandoli al primo dei due fratelli che, pur dichiarando al padre che avrebbe fatto la sua volontà, alla fine non ubbidisce. Così si stavano comportando loro, che affermavano di essere ubbidienti e sottomessi a Dio, ma rifiutavano il messaggio di ravvedimento predicato da Giovanni Battista, che invece era stato accolto da pubblicani e meretrici, i quali stavano abbandonando i loro peccati per seguire Dio. Nel Vecchio Testamento l'immagine della vigna ha sempre rappresentato il popolo d'Israele. Dio ne aveva affidato la cura ai suoi servitori (come leggiamo anche nella parabola successiva a questa che stiamo esaminando) che, invece, non si erano impegnati affinché la vigna crescesse, fosse rigogliosa e moltiplicasse, anzi l'avevano solo sfruttata e danneggiata, finché essa non produsse più frutti. Dio amava profondamente il suo popolo, si era sempre manifestato a lui, lo aveva liberato, protetto, guidato e si aspettava da esso ubbidienza e sottomissione alla sua volontà, che non consisteva nel far osservare scrupolosamente la Legge e i suoi precetti, ma nell'esercizio della misericordia e della giustizia. Prendersi cura del popolo significava impegnarsi personalmente nel servire i bisognosi, i poveri, gli umili e i disprezzati della società. Questi, invece, venivano allontanati ed emarginati dagli anziani del popolo, perché erano ritenuti indegni di Dio e potevano contaminare la loro autogiustizia. Ai nostri giorni il terreno dell'opera di Dio è molto vasto e Dio è ancora in cerca di qualcuno che se ne prenda cura.
Ora vi voglio presentare due signori: il “signor istintivo” e il “signor consapevole”. Il “signor istintivo” è un cristiano per bene. Sempre presente e puntuale ai culti. Gli piace impegnarsi nelle varie attività della chiesa e dona offerte con gioia. Gli piace dare una buona immagine di sé. Innalza lunghe preghiere durante il culto e dà testimonianze toccanti di come Dio si usa di lui nelle evangelizzazioni di quartiere, esortando gli altri a seguire il suo esempio. E' un sognatore: ama fare grandi progetti, formulando strategie per come evangelizzare grandi masse di peccatori. Crede in se stesso, in quello che sarà capace di fare per l'opera di Dio, cose che prima nessuno ha mai osato neanche pensare di poter fare. E sogna che la sua chiesa sarà numerosa e ricca di manifestazioni prodigiose. Si sente il migliore nell'evangelizzazione e ogni volta che si cercano dei volontari per questo servizio alza la mano, fa un passo avanti ed esclama: “Eccomi, io andrò per certo!”. Ma poi gli viene chiesto, non di predicare per le piazze a folle numerose di gente ben volenterosa di ascoltare l'Evangelo, ma di prendersi cura dei malati della chiesa, di far visita ai sofferenti, di andare a distribuire il cibo ai barboni della strada, di essere servo degli altri. Amareggiato risponde: “Ma come, Signore, vuoi proprio questo da me? Io sono bravo a parlare, so convincere la gente, sono un bravo trascinatore, potrai usarti delle mie parole, lasciami predicare, lasciami evangelizzare per le strade, ma non mandarmi tra i letti di un ospedale ad ascoltare le lamentele dei malati, non mandarmi nelle case ad ascoltare gli sfoghi di chi soffre, a portare pace tra chi litiga, a sopportare orfani senza educazione e vedove pettegole, a dare da mangiare a chi è sporco e vive nella miseria. So che ti avevo detto che volevo fare la tua volontà, ma non intendevo questa volontà. E' faticoso lavorare nella vigna: dissodare il terreno, togliere le erbacce, raccogliere l'uva... mi si gonfiano le mani e mi fa male la schiena! So che ti avevo detto che sarei andato, ma capiscimi, sono bravo a palare io, ma non so fare”. E i bei sogni di masse convertite all'Evangelo si sgretolano e diventano sabbia portata via dal mare.
C'è poi suo fratello: il “signor consapevole”. Il “signor consapevole” è un cristiano discreto, con i piedi per terra. Si dà un gran da fare nella chiesa, ma ama farlo segretamente, senza farsi troppo notare. E' timido, non ama stare troppo al centro dell'attenzione. Spesso se ne sta in disparte, osservando chi ha più coraggio di lui. Soffre per questo. Si sente un peccatore. Combatte continuamente contro le sue mancanze. Vorrebbe fare di più, ma crede di non esserne capace, di non essere mai all'altezza della situazione. Conosce il prezzo del sacrificio, il sudore del lavoro che compie sempre con dedizione e costanza. Vorrebbe fare ancora meglio e spesso si condanna per i suoi insuccessi. Il dono della parola non è una sua virtù, anzi spesso sta in silenzio e non sa cosa dire. Non si sente adatto all'evangelizzazione e ogni volta che si cercano dei volontari per questo servizio abbassa il capo e fa un passo indietro, pensando: “Io di certo, non andrò!” Ma poi gli viene chiesto, non di predicare per le piazze a folle numerose di gente ben volenterosa di ascoltare l'Evangelo, ma di prendersi cura dei malati della chiesa, di far visita ai sofferenti, di andare a distribuire il cibo ai barboni della strada, di essere servo degli altri. E timidamente risponde: “Signore, io non sono bravo a parlare, non so convincere la gente, non sono un bravo trascinatore, non potrai usarti delle mie parole. Non farmi predicare, né gridare per le strade, ma mandami tra i letti di un ospedale ad ascoltare le lamentele dei malati, mandami nelle case ad ascoltare gli sfoghi di chi soffre, a portare pace tra chi litiga, a giocare con gli orfani e consolare le vedove, a dare da mangiare a chi è sporco e vive nella miseria. So, Signore, che ti avevo detto che non ero capace di fare la tua volontà, ma voglio provarci. So che è faticoso lavorare nella vigna: dissodare il terreno, togliere le erbacce,... mi si gonfiano le mani e mi fa male la schiena! Ma quanto è bello, poi, raccogliere l'uva! So che ti avevo detto che non sarei andato, ma capiscimi, non sono bravo a palare io, ma so fare e, dunque, andrò!”. E i bei sogni di masse convertite all'Evangelo si avverano e diventano rocce su cui si costruiscono chiese.


Il discernimento

“E la mia preghiera è che il vostro amore sempre più abbondi di conoscenza e in ogni discernimento, onde possiate distinguere fra il bene e il male, affinché siate sinceri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ripieni di frutti di giustizia che si hanno per mezzo di Gesù Cristo,a gloria e lode di Dio”.
 (Filippesi I:9-11)

Uno dei grandi misteri che riguarda Dio e che sempre mi ha affascinato è la Sua capacità di esercitare in modo perfetto giustizia e misericordia. Nell’immaginario collettivo spesso questi due concetti sono in contrapposizione tra loro: la giustizia afferma con decisione che ogni errore deve essere punito, la misericordia ci suggerisce che ogni errore può essere perdonato; la giustizia ha il compito di premiare i giusti e condannare i malvagi, la misericordia offre al malvagio la possibilità di un cambiamento attraverso la concessione di una seconda opportunità; la giustizia fonda i suoi principi sul merito individuale, la misericordia fonda le sue basi sul condono della pena; la giustizia è sempre uguale, la misericordia si nutre di eccezioni; la giustizia è imparziale, la misericordia considera ogni caso a sé. Naturalmente, in questo caso, sto esaminando i due concetti e non come essi, effettivamente, vengano esercitati dall’uomo, che spesso è corrotto ed attua una forma di giustizia del tutto inquinata e “ingiusta”. Queste differenze sono chiare nella vita comune, difatti vengono considerati “giustizieri” coloro che puniscono i malvagi senza pietà, senza considerare le loro motivazioni, i loro intenti, gli incidenti e quant’altro, mentre sono considerate misericordiose quelle persone che pregano e perdonano tutti indistintamente. Considerando quanto questi due temi sembrino contrapposti, grandi teologi, filosofi e studiosi si sono sempre posti l’eterno interrogativo di come in Dio essi possano trovare simultaneamente il perfetto compimento. In poche parole, come può Dio essere giusto e misericordioso contemporaneamente? Come è possibile che in Lui queste due virtù convivano in armonia, senza contraddizioni e senza reciproco disprezzo? Chi ha letto la Bibbia anche superficialmente avrà senz’altro notato come in alcuni casi Dio incute quasi paura nell’esercitare la Sua giustizia. Non bisogna avere una conoscenza approfondita dei testi per conoscere, almeno per sentito dire, di come Dio ha sterminato l’uomo attraverso il diluvio universale, salvando solo Noè e la sua famiglia e Sodoma e Gomorra, città di grande peccato, e tanti altri popoli che non gli si sottomettevano. Così anche ha inflitto punizioni severissime al Suo stesso popolo, quando questo si allontanava e lo tradiva. In questi casi Dio sta solo attuando la giustizia, eppure appare come un dio severo e spietato. Ci sono altri casi in cui, invece, Dio mostra una straordinaria misericordia verso l’uomo, a partire da Caino, quando gli pone un segno sulla fronte affinché nessuno gli facesse del male, o verso il re Davide che si era macchiato della colpa di un omicidio e di un adulterio, fin verso il ladrone sulla croce che difende Gesù. In questi casi Dio appare come un padre benevolo, pronto a far del bene e prendersi cura anche del più vile peccatore. Certamente, esaminando con superficialità tutti questi episodi, Dio può apparire estremamente contraddittorio e chi legge potrebbe rimanere alquanto confuso. Dopo aver a lungo meditato su queste argomentazioni, in qualche modo, ho compreso che il segreto del Suo perfetto esercizio della giustizia e della misericordia è una conoscenza perfetta del cuore dell’uomo. Quando ho pensato a questo tipo di conoscenza di Dio specificamente rivolta all’intimità dell’uomo, di ciò che è segretamente nascosto in lui, come gli intenti, i desideri, gli scopi, mi è venuta in mente la parola “discernimento”. Ho voluto cercare il significato del verbo discernere sul dizionario e ho trovato due spiegazioni interessanti: “vedere chiaramente” e “vedere con l’intelletto”. Rispetto a noi, Dio riesce a vedere con chiarezza ciò che giace nell’intimità di un individuo e non si lascia condizionare dai propri sentimenti, ma è guidato dal proprio intelletto, da ciò che sa. Il pentimento da parte del colpevole è l’elemento essenziale per ottenere perdono da parte di Dio. E’ il punto d’unione tra misericordia e giustizia. Secondo Dio un uomo pentito deve ottenere “giustamente” misericordia. E’ il pentimento che genera il merito richiesto dalla giustizia. Dio sa quando un uomo è veramente pentito, perché “vede chiaramente” il suo cuore. Dio usa discernimento. Prima di ogni cosa, un cuore pentito soffre. Non può esserci pentimento senza sofferenza, perché essa è generata dal senso di colpevolezza per aver sbagliato. Chiunque che, acquisendo la consapevolezza di aver sbagliato, non soffra non può reputarsi un pentito. E questa sofferenza è amara, profonda, lacerante, dura per giorni. A volte sono necessari anni per guarirla, altre volte rimane per tutta la vita. Non stanno provando un vero pentimento, invece, quelle persone che chiedono scusa, facendo delle scenate di pianto solo per impietosire. Il loro rammarico dura giusto il tempo di commuovere chi hanno di fronte per i propri interessi personali, per poi tornare immediatamente a credere in se stessi e lasciarsi consolare dal proprio orgoglio. Mentre una qualsiasi persona può lasciarsi ingannare da questo tipo di comportamento, non può essere ingannato, invece, Dio che conosce perfettamente gli intenti e la falsità di queste persone. Naturale conseguenza di un pentimento, poi, è il ravvedimento. Il ravvedimento porta ad un cambiamento di chi ha sbagliato ed è dimostrato in due modi essenziali: non commettendo più lo stesso errore e cercando di riparare a quello che si è commesso con ogni risorsa possibile. Ci sono persone che si dimostrano pentite, ma poi tornano a compiere sempre gli stessi errori, o altre che credono che basti chiedere scusa che il loro ruolo è compiuto, divenendo di nuovo degni di fiducia, senza porsi minimamente l’interrogativo che forse il danno che hanno provocato meriterebbe di essere risarcito. Dio conosce il cuore dell’uomo che si impegna in questo, che, anche con fatica, fa di tutto per rimediare al danno fatto, subendo e sopportando anche umiliazioni e il disprezzo della gente che è stata precedentemente ferita. Prima di esercitare la Sua misericordia, Dio scruta l’uomo, da capo a piedi, cercando il vero pentimento e, qualora lo trovi, attraverso la giustificazione concessa da Gesù che ha pagato per la salvezza dell’uomo, esercita la Sua misericordia.
Dopo essere giunta a queste considerazioni, mi è sorta una nuova domanda: “Ok, Signore, Tu sei perfettamente giusto e misericordioso perché sai conoscere l’uomo in modo perfetto, ma come faccio io a conoscere il cuore degli altri quando non riesco neanche a conoscere il mio?”. La nostra conoscenza riguardo agli altri non è perfetta, l’ho scoperto a mie spese dopo esperienze disastrose. Nonostante ci sforziamo di capire gli altri, li ascoltiamo per ore, diamo loro dei consigli, quando arriva il momento in cui pensiamo di conoscerli abbastanza, vediamo che prendono delle strade completamente diverse da quelle che ci saremmo aspettati, commettendo errori sconsiderati che li portano ad un’inevitabile caduta rovinosa per la loro esistenza. O difronte a una persona che ha commesso un peccato e viene a confessarcelo, ci lasciamo convincere dal suo apparente pentimento, dalle sue sofferenti parole che invocano perdono, dalle sue lacrime, ci commuoviamo, preghiamo con Lui perché trovi perdono in Dio, cerchiamo di risollevarlo, di consolarlo, di guidarlo nell’acquisire nuovamente fiducia in se stesso, e poi il giorno dopo lo scopriamo a ricompiere gli stessi peccati con disinvoltura, come se ciò che abbiamo vissuto insieme fosse stato solo fumo e tempo perso. O, quante volte, sarà capitato a ciascuno di noi di correre in aiuto di persone che ci supplicavano di intervenire in loro favore perché disperate, aprendo loro la nostra casa, offrendo loro il nostro denaro, dedicando loro il nostro tempo, per poi vederle sparire improvvisamente dalla nostra vita, accusandoci di non aver fatto abbastanza e sbattendo la porta dietro, dopo che sono uscite brutalmente dalla nostra vita? Abbiamo semplicemente cercato di aiutare chi invece era mosso dall’unico intento di depredarci di quanto più poteva. Quante volte ci capita questo nella nostra vita? E chi è realmente colui che sbaglia in queste situazioni? Non siamo forse noi stessi, perché non abbiamo saputo cogliere i veri intenti di chi ci ha cercato? Questi errori, in cui noi credenti spesso ricadiamo ripetutamente hanno una sola causa: la mancanza di discernimento. Non vediamo chiaramente, non vediamo con l’intelletto, ci lasciamo ingannare dall’apparenza, ci lasciamo commuovere dalle lacrime e, invece di portare la persona al ravvedimento, la incoraggiamo involontariamente a perseverare nei propri errori. Il discernimento dei cuori, della mente, degli intenti umani è un ingrediente indispensabile per chiunque nella propria vita sceglie di servire ed aiutare gli altri. Non potrai mai essere d’aiuto a qualcuno senza conoscerlo. Dobbiamo impegnarci ogni giorno per nutrire, accrescere, esercitare il nostro discernimento. Lo possiamo fare parlando con la gente, ascoltandola, facendo degli studi sulla mente umana, sulle sua malattie, sui disturbi del comportamento, del carattere. Ma credo che il metodo più efficace sia sempre quello di chiedere ogni giorno a Dio che ci dia il Suo discernimento, come qualcosa di prezioso a cui non possiamo rinunciare. Il discernimento sarà una guida sicura per la nostra vita, nelle nostre scelte quotidiane, nelle nostre relazioni e ci aiuterà a saper ogni giorno comprendere quando sia necessario esercitare giustizia e quando elargire misericordia. 


Intraprendenza

 “E l’Eterno fu con Giuseppe, il quale prosperava e stava in casa del suo signore, l’egiziano. E il suo signore vide che l’Eterno era con lui, e che l’Eterno gli faceva prosperare nelle mani tutto quello che intraprendeva.”
Genesi 39:2-3

 L’inizio di un nuovo anno porta sempre con sé una serie di considerazioni: progetti, sogni, speranze. C’è sempre la speranza che i giorni che ci aspettano possano portare qualcosa di nuovo, preferibilmente di migliore. Spesso cadiamo, però, nell’errore che le cose ci capitino così, da sole, inaspettatamente, e che il nostro ruolo sia solo quello di aspettare che avvengano. Proprio qualche giorno fa, parlando con mio marito, mi ha detto che la sua parola d’ordine di questo nuovo anno vuole essere “intraprendenza”. Sono rimasta piacevolmente colpita. E’ vero, la vita di un cristiano è un alternarsi di momenti positivi e momenti negativi, di momenti facili e di momenti difficili, di momenti di tranquillità e di momenti di battaglia, ma anche nei momenti in cui Dio ci chiede di fermarci, di prendere del tempo per maturare, o nei momenti di difficoltà che possiamo vivere, un elemento che non dovrebbe mai mancare nel nostro carattere è l’intraprendenza. Una persona intraprendente è una persona che ha molte idee e fa di tutto per realizzarle. E’ una persona creativa, mossa da uno spirito d’iniziativa, una persona che non aspetta che altri gli offrano delle occasioni, ma sa cercarle da sola, né che qualcuno risolva i suoi problemi, ma si mette in azione per trovare ogni possibile via di uscita. In poche parole, una persona estremamente attiva, sia nella mente sia nella pratica. I versi che stiamo prendendo in considerazione ci parlano di una fase della vita di Giuseppe, figlio di Giacobbe. Non stava vivendo proprio un periodo felice della sua vita: era stato venduto come schiavo dai suoi fratelli, i quali probabilmente erano amati da lui e considerati come dei punti di riferimento. Era stato strappato dall’affetto dei suoi genitori, dalla protezione della sua casa, dalla sua terra e da tutto ciò che amava. Era ancora giovane e inesperto sulle amarezze della vita. E si ritrovò in un paese straniero, solo e povero, in un nuovo palazzo, con estranei, che non nutrivano per lui nessun affetto, nessuna tenerezza, ma solo il desiderio di sfruttare le sue forze. Diremmo che si è ritrovato davvero in un bel pasticcio! Eppure Giuseppe seppe stupire il suo padrone proprio attraverso la sua intraprendenza. Osservandolo, il suo padrone si accorse che c’era qualcosa di particolare in lui: “L’Eterno gli faceva prosperare nelle mani tutto quello che intraprendeva”. In poche parole era benedetto. A volte ci creiamo nel nostro immaginario un’idea sbagliata della benedizione di Dio. Pensiamo che essa riguardi la prosperità economica, la moltiplicazione dei nostri beni, la salute, il successo. Eppure in questi versi è chiaro che la benedizione si manifesta in modo diverso. Giuseppe era schiavo e la sua benedizione era benedizione per il suo padrone, la sua prosperità si trasformava in ricchezza del suo signore, il suo successo portava beneficio ad un’altra persona. Giuseppe era benedetto da Dio e la sua benedizione era manifestata da ciò che faceva e non da ciò che gli capitava per caso, in modo straordinario e soprannaturale. Probabilmente non era un tipo che si limitava ad ubbidire agli ordini che gli venivano imposti. Non svolgeva il suo servizio lamentandosi e piangendo per la sua condizione di schiavitù. Non lavorava aspettando che un colpo di frusta lo sollecitasse a lavorare meglio e più veloce. Lui era un intraprendente, uno che il lavoro se lo va a cercare e lo svolge nel modo migliore possibile. Uno che si inventa nuove soluzioni, nuovi metodi, nuove strategie per migliorare la qualità e la quantità dei prodotti della terra. Così, in seguito, non fu trovato impreparato quando il faraone gli chiese consiglio per affrontare i sette anni di carestia imminenti: si era esercitato per anni! Oltre alla creatività, un’altra virtù che accompagna l’intraprendenza è il coraggio. L’intraprendente non cerca sfide facili, ma più un’impresa è lunga e impegnativa più è accattivante per lui. Non si lascia sopraffare dalle paure di un eventuale fallimento o dall’ansia di ciò che accadrà nel suo futuro. Non è un vigliacco, non si tira in dietro quando la vita si fa dura. Tutto è una sfida per lui e un’occasione per mettersi in gioco.
Forse abbiamo iniziato l’anno non nel migliore dei modi: stiamo attraversando difficoltà economiche, siamo senza lavoro oppure abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno, ma la nostra vita è troppo abitudinaria, ripetitiva e monotona e sembriamo aver perso delle motivazioni reali per cui andare avanti. Forse stiamo vivendo un momento di aridità nella nostra vita spirituale. Camminiamo per giorni e giorni nel deserto e non vediamo altro che sabbia attorno a noi. Non vediamo frutti nella nostra vita, non vediamo benedizione, non vediamo crescita. Sii intraprendente! Cerca una nuova strada, lasciando che Dio te la indichi. Intraprendi un nuovo servizio, un nuovo cammino, abbi coraggio e sii audace, e non soltanto la tua vita sarà benedetta, ma anche gli altri saranno arricchiti e stupiti attraverso il bene che Dio ti avrà elargito.  


 Chi hai scelto di amare? 

“Io ho detto all’Eterno: Tu sei il mio Signore; io non ho bene all’infuori di te; e quanto ai santi che sono sulla terra essi sono la gente onorata in cui ripongo tutta la mia affezione.”
Salmo 16:2-3

Leggendo i vari messaggi che circolano sulla rete, tra i vari network, ciò che emerge in modo palese e sprezzante sono le frequenti e amare delusioni che spesso si subiscono da altri. Amici che si sentono abbandonati, persone che amano che vengono tradite, gente che viene a sapere che le persone con cui si erano confidate stanno sparlando di loro e le stanno diffamando. Purtroppo queste sono esperienze che ciascuno di noi prima o poi vive: delusioni inaspettate da parte di persone in cui avevamo riposto la nostra fiducia e il nostro affetto. E’ sempre dura da mandar giù la sensazione di essere stati rifiutati dalle persone a cui avevamo affidato una cosa così importante come il nostro amore. Eppure, in queste situazioni, raramente ci poniamo la domanda se siamo stati noi a scegliere la persona sbagliata a cui legarci. E’ opinione comune che i sentimenti nascano nel cuore umano in modo inspiegabile. Non siamo sempre in grado di motivare le ragioni per cui ci innamoriamo di una persona piuttosto che di un’altra, perché proviamo simpatia per una e antipatia per un’altra, perché una ci ispiri fiducia e l’altra sospetto. A volte sentiamo di essere fortemente legati a persone completamente diverse da noi, con cui abbiamo poco in comune da condividere. Eppure vogliamo loro veramente bene e capiamo di averne bisogno. Così ci sembra che i sentimenti siano completamente distanti dalla razionalità e dalla nostra volontà, impossibili da controllare e da trattenere, come fossero dei bambini indisciplinati, lasciati allo sbando. Tuttavia, non credo di andare contro l’insegnamento la Bibbia che ci esorta ad amare tutti indistintamente, persino i nostri nemici, affermando che dovremmo saper scegliere chi frequentare e con cui stringere i legami più profondi. Sono convinta che sul nostro cammino incontriamo persone che meritano di essere amate in modo particolare, in modo speciale, e noi possiamo dirigere i nostri sentimenti verso di loro, attraverso la nostra volontà, perché ci portano del bene e possono essere degli esempi positivi per noi, che ci inducono ad un miglioramento. In questo salmo, il re Davide afferma di rivolgere il suo affetto ai santi. Chi sono questi santi? Spesso consideriamo sante delle persone sovrannaturali, che vivono in una specie di estasi, appartate dal mondo, isolate dal resto della società e in grado di compiere miracoli straordinari. Credo, piuttosto, che i veri santi siano persone comuni, che fanno cose comuni, indossano vestiti comuni, ma dotati di una incorruttibilità fuori dal comune. Questo perché hanno trovato la santificazione attraverso Gesù e ogni giorno combattono contro le tentazioni della vita per non contaminare se stessi. Sono quelle persone che vogliono riflettere in loro l’immagine di Gesù. Sono persone che vanno contro corrente: amano anche se sono odiati, donano a chi ha rubato loro; rimangono umili nonostante abbiano successo, poveri anche quando si arricchiscono, danno la vita per chi li uccide. Niente di più niente di meno di quello che ha fatto Gesù. Persone che non si lasciano trasportare dalle mode del momento, che non cambiano opinione secondo il loro interlocutore di turno, persone fedeli, stabili, che se prendono un impegno lo mantengono, che seguono la via della Croce la percorrono fino a destinazione, senza fuggire a destra e sinistra cercando un luogo dove nascondersi. La Bibbia è piena di storie di persone così, ma anche la mia vita è piena di persone così. Persone che sono piene di saggezza, persone sincere, profonde, da cui non vorresti mai staccarti e che senti che il tempo che trascorri con loro è sempre troppo poco, perché ogni minuto in più spesso con loro è un investimento che porta arricchimento al tuo essere. Persone che scelgono oggi di essere ancora sante, di combattere contro il peccato, contro la trasgressione, l’immoralità, la volgarità. Persone che chiudono le orecchie per non far entrare discorsi iniqui e chiudono la bocca per non ferire. Ma anche persone che sanno amare, che sanno stare tra la gente senza far sentire nessuno a disagio. Che quando ascoltano qualcuno non vanno di fretta, ma si accomodano e ascoltano con attenzione. Sembra scontato che ognuno di noi cerchi persone così, ma purtroppo non lo è. Molti, invece, scelgono di allontanarsi da queste persone. Invece di sentirsi amate da loro, si sentono giudicate. Invece di prenderle come esempio le sfuggono perché considerate troppo serie ed impegnative. Molti, piuttosto, pur essendo figli di Dio, spesso scelgono di condividere la loro amicizia, o addirittura il proprio amore, non solo con persone che non credono in Dio, ma addirittura che lo offendono e lo rinnegano ogni giorno. Forse sono gente che sa intrattenere, di buona compagnia, con cui ci si può divertire e trascorrere momenti di svago e di spensieratezza, ma comunque sono lontani da Dio per scelta. E piano piano trascinano chiunque li frequenti verso il loro modo di pensare ed agire. Persone frivole, che prendono la vita con leggerezza e superficialità e poi ci si aspetta da loro che ci aiutino nel momento del bisogno, che ci consolino nell’afflizione e ci assistano nella malattia. Purtroppo, saranno invece le prime a darsela a gambe difronte alle nostre difficoltà, perché sono incapaci di far fronte alle loro stesse difficoltà. Mi ricordo quando ero adolescente spesso ero emarginata dalle mie compagne di classe, forse perché ero considerata troppo seria, ma quando qualcuna di loro aveva dei problemi e non sapeva con chi confidarsi ero sempre la prima ad essere scelta. E’ sciocco condurre le nostre relazioni in questo modo: cercare amicizie di qualsiasi genere, senza discernimento, senza un minimo di selezione e poi aspettarci che queste portino un aiuto concreto e risolutivo per la nostra vita. “I santi che sono sulla terra, essi sono la gente onorata in cui ripongo tutta la mia affezione”. Circondiamoci di santi, frequentiamo persone che siano esempi per noi, bramiamo di stare con persone che hanno scelto di piacere a Dio e per questo vivono. Persone che stanno con Dio e lo ricercano notte e giorno, che lo amano intensamente e che sanno trasmettere e contagiare chi gli è accanto di questo amore puro e incondizionato. Sono sicura che se ci circonderemo di persone sante saranno davvero poche le delusioni d’amore che vivremo e presto noi stessi impareremo a non essere una delusione per chi ha scelto di amarci.


Un cuore pieno di vuoto

 “Ma Gesù gli disse: Un uomo fece una gran cena e invitò molti; e all’ora della cena, mandò il suo servitore a dire agli invitati: Venite perché tutto è già pronto. E tutti ad una voce cominciarono a scusarsi...”

Luca 14:16-18

“Cammino alla ricerca di fiori da raccogliere, portando a braccetto a fatica un pesante cestino di paglia, pieno di vuoto, come il mio cuore. Ma calpesto solo fili d'erba ghiacciati su terreni freddi, coperti di gelo.” Qualche giorno fa mi sono venuti alla mente questi pensieri e li ho condivisi in rete. Quante volte noi figli di Dio ci sentiamo proprio così: vaghiamo alla ricerca di anime a cui condividere la nostra fede, il nostro amore per Dio e tutto ciò che raccogliamo è un cestino vuoto, pieno di scuse. Il cuore dell’uomo sembra sempre più pieno di vuoto, sempre più impoverito delle cose che valgono e sempre più ricco di cose inutili. Posso immaginare i sentimenti che provò questo servo. Il suo padrone aveva allestito una grande cena, giorni e giorni di preparazione: ordinare la casa, comprare tutto il cibo necessario, cucinare, preparare gli addobbi, un camino caldo che rendesse piacevole e accogliente l’ambiente, apparecchiare la tavola, assegnare i posti a sedere... tutti all’interno della casa erano stati in fermento e si erano impegnati affinché ogni cosa fosse pronta, al posto giusto, come aveva ordinato il padrone. Ma all’ora della cena nessun invitato si presentò alla porta. Allora il padrone di casa inviò il servo a chiamare personalmente gli invitati a casa loro, per far sapere che la cena era pronta e li stava aspettando. Cosa avrà provato quel servo quando si sarà trovato a raccogliere solo scuse insignificanti presentate da invitati ingrati? Era stato fatto tutto quel lavoro, era stato preparato tutto quel cibo ed ora sarebbe andato tutto sprecato. Così è l’amore per Dio verso l’uomo: Dio ha lasciato che suo figlio Gesù pagasse un prezzo immenso per la nostra salvezza. Si è sacrificato affinché potessimo mangiare in abbondanza dei frutti della grazia e della salvezza; a noi non aspetta altro che accomodarci alla tavola e mangiare questi frutti. Dio ha preparato una grande festa per noi dove possiamo godere di cibi succulenti, offerti gratuitamente, essere riscaldati, gioire della sua presenza e rallegrarci, ma le nostre scuse si sono sedute al nostro posto sulle sedie della sua stanza. “Ho comprato un campo e ho necessità d’andarlo a vedere...” dice uno degli invitati. E’ così: a volte Dio ci concede delle ricchezze, delle proprietà e, invece di essergli riconoscenti,  lasciamo che queste cose prendano il suo posto nel nostro cuore. Viviamo per esse, per esse ci preoccupiamo, ci affanniamo, occupiamo il nostro tempo, abbiamo bisogno di vederle, osservarle, amarle e, alla fine, adorarle. Le nostre case, i nostri soldi, le nostre automobili, i cellulari... a volte passiamo gran parte del nostro tempo anche solo a guardarli, per il piacere di possederli e ci scordiamo che c’è una festa che è stata imbandita per noi. “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli” dice un altro. Il nostro lavoro, le nostre occupazioni, anche le attività del tempo libero, a volte, diventano più importanti della nostra vita stessa. Spesso il nostro lavoro e le nostre occupazioni non hanno il solo scopo di farci sopravvivere, ma diventano motivo per non occuparsi di altre cose importanti della vita, che richiederebbero più impegno, più sacrifici, più responsabilità, come occuparsi dei figli, dei genitori anziani, dei sofferenti che ci circondano, dell’opera di Dio. Occupiamo le nostre giornate in mille occupazioni inutili che assorbono tutte le nostre risorse e il nostro tempo, fino a non aver più tempo poi per ricordarci che avevamo ricevuto un invito speciale alla tavola del Re. “Ho preso moglie e perciò non posso venire” aggiunse un altro. Trovo questa come la più ridicola delle scuse: non credo che la moglie di questo signore sarebbe rimasta esclusa dall’invito e, anzi, conoscendo le donne, forse sarebbe stata ben lieta di uscire a cena fuori e partecipare ad una festa. Ma tante volte anche le nostre relazioni, il tempo che dedichiamo loro, al nostro coniuge, ai nostri figli, ai nostri parenti o alle nostre amicizie diventano delle inutili scusanti per non dedicare il nostro tempo a Dio, ai nostri incontri quotidiani con Lui, quando tutte queste persone potrebbero facilmente essere coinvolte e partecipare con noi all’evento. Ma è proprio così: il cuore dell’uomo è alla ricerca disperata di qualcosa che lo riempia, che dia un senso alla sua vita, ma rifiuta di sentir parlare di Dio e si riempie di passioni ingannatrici e spesso deludenti, che lo lasciano sempre più solo e vuoto, divenendo sempre più freddo, gelido, egoista, avido e sempre insoddisfatto. Non sto parlando solo di chi non crede in Dio, ma anche di molte persone che si dichiarano “nati di nuovo”, “figli di Dio”. Quante volte i nostri rapporti tra credenti diventano gelidi, raffreddati da discordanti punti di vista, scandalizzati da diversi modi di interpretare la Parola o, più semplicemente, da modi di fare o abitudini diverse. Lasciamo che la nostra mente si distragga dietro ad inutili e improduttive attività e i nostri incontri diventano sempre ben dissimili da allegre feste in cui incontriamo Dio e possiamo festeggiare insieme, e la gente inventerebbe le scuse più banali pur di non parteciparvi. Cammino alla ricerca di invitati da condurre alla festa... quante volte il nostro cuore si è sentito così, impegnato in una ricerca senza risultati, senza condivisione, senza comprensione e tristi dobbiamo tornare al Signore dicendo: “Non ho trovato nessuno per la strada disposto a venire con me.” Quante volte le nostre parole non sono state comprese, accettate, siamo stati derisi, offesi, lasciati soli, solo perché volevamo portare la salvezza a qualcuno. Abbiamo percorso sentieri gelidi, mentre avremmo voluto raccogliere fiori. Il padrone di casa mandò ancora più volte il servo a cercare altre persone che partecipassero alla festa e le trovò. La casa, alla fine, si riempì, la cena si fece, tutti si accomodarono, mangiarono a sazietà, si riscaldarono e gioirono insieme. Ma forse tu non ha partecipato e sei rimasto solo ad ammirare il tuo campo, a  sudare dietro i tuoi buoi o a consolare una moglie annoiata e delusa, perché ancora una volta non l’hai portata a cena fuori e hai lasciato il suo cuore pieno di vuoto.


Rivalità in amore

“E Lea concepì e partorì un figliuolo, al quale pose nome Ruben, poiché disse: ‘L’Eterno ha veduto la mia afflizione e ora il mio marito mi amerà”.
Genesi 29:32

In questo periodo sto leggendo nella Bibbia il libro della Genesi e qualche giorno fa mi sono imbattuta in questo capitolo che tratta del matrimonio di Giacobbe con Lea e Rachele. Giacobbe era innamorato di Rachele e aveva ottenuto da Labano, padre della ragazza, la promessa che l’avrebbe avuta in moglie in cambio di sette anni di lavoro. Ma al compimento del tempo, attraverso l’inganno, Labano diede in moglie a Giacobbe Lea, sua figlia maggiore, al posto di Rachele. Per avere subito anche Rachele, Giacobbe dovette promettere di lavorare altri sette anni. Fin dal principio Lea sapeva di non essere stata lei la prescelta di Giacobbe. Sapeva che il suo matrimonio era stato frutto di un imbroglio da parte del padre e che, probabilmente, Giacobbe era arrabbiato verso lei tanto quanto verso Labano. Sapeva anche di rappresentare una fonte di delusione per Giacobbe, che per sette anni aveva faticato e sudato in vista di una promessa: sposare la donna della sua vita, che aveva amato dal primo momento che l’aveva vista, sognando ardentemente il giorno del loro matrimonio. Lea sapeva di non essere lei quella donna. Giacobbe si era ritrovato con lei, che non aveva forse neanche mai notato, che non aveva mai destato la sua attenzione, non gli aveva mai suscitato le emozioni o i sentimenti come solo Rachele era stata capace di fargli provare. La maggior parte delle donne fin da bambine sognano il giorno del loro matrimonio: vestire l’abito bianco, una festa tutta per loro, essere al centro dell’attenzione, essere il centro della gioia del proprio marito. Lea non ebbe nulla di tutto ciò. Fu fatto tutto di nascosto, tutto nel buio dell’inganno, non c’era niente di vero e puro nel suo matrimonio. Posso immaginare la sua sofferenza. Amare senza essere amata, desiderare essendo odiata, sognare essendo lei stessa la distruzione dei sogni del marito. Che triste storia! Dio conosceva la sofferenza di Lea e le concesse un figlio, per consolare il suo cuore. Quante donne, ancora ai nostri giorni, non sentendosi amate dal marito, cercano consolazione nell’amore dei figli! Si danno interamente ad essi, vivono per loro, fanno tutto per loro, attraverso la loro presenza soffocano l’assenza del marito, coprono il vuoto lasciato da un amore non corrisposto, finché poi i figli diventano autonomi, vanno via da casa e di nuovo queste donne cadono nella disperazione della solitudine. Lea trova consolazione nella nascita del figlio, sperando che questo la renderà gradita a gli occhi del marito, essendo lei stata in grado di offrirgli un figlio, cosa che Rachele non poteva perché sterile. Ciò che poi segue nel racconto ha quasi dell’assurdo. Sembra diventare una storia ridicola di rivalità e competizione a costo di tutto. Rachele, non potendo avere figli, costringe il marito ad averne con la sua serva, e così fa anche Lea, pur avendo avuto altri figli. Inizia una vera e propria gara tra le due sorelle su chi avesse più figli, coinvolgendo le rispettive serve. E’ assurdo pensare che nell’intento di attirare l’amore del marito tutto per sé lo spingessero ad andare con altre donne. Che contraddizione! Tutto in questa storia ad un tratto sembra passare in secondo piano: il matrimonio, i bambini, Giacobbe stesso, ciò che emerge è solo una sciocca e ridicola rivalità, che lascia in bocca uno spiacevole gusto d’amaro. A volte, viviamo il nostro cristianesimo proprio nello stesso modo. Crediamo che il nostro amore per Dio o la nostra chiamata debbano essere dimostrati attraverso dei frutti e ci sforziamo affinché questi siano visibili, palesi agli occhi di tutti, attraverso tutti i mezzi che abbiamo a disposizione. Cerchiamo di produrne più possibile, come fossimo una catena di montaggio. E quando vediamo qualcuno intorno a noi benedetto da Dio, cadiamo in una sorta di rivalità, cercando di fare ancora di più. Sicuramente chi agisce così non ne è consapevole, come Lea e Rachele non erano consapevoli in quale insano gioco si stavano perdendo. A volte avere figli diventa la cosa più importante del matrimonio, così come produrre dei frutti diventa la cosa più importante della nostra relazione con Dio. Ci preoccupiamo dei nostri bambini più che di nostro marito, così come ci preoccupiamo di quanta gente ci sarà alla riunione di culto più di quanto ci sia Dio; occupiamo gran parte del nostro tempo per offrire agi, ricchezze, comodità, intrattenimenti ai nostri figli spirituali e trascuriamo di avere un cuore che sia abbastanza accogliente ed esclusivo per la presenza di Gesù in noi. Forse Lea avrebbe dovuto preoccuparsi di come rendersi più bella, più attraente, più amorevole per il marito. Cercare di capire quali erano i suoi sogni, le sue lotte interiori, i suoi combattimenti, cercare di conoscerlo per capirlo. Curare il suo rapporto con lui, essere per lui un’amica, una confidente, una spalla su cui poggiarsi quando era stanco, una mano da stringere quando non sapeva dove andare e una voce da cui poter trovare coraggio quando aveva paura, piuttosto che essere solo una madre. Anche la sua serva era stata capace di dare figli a Giacobbe, ma niente più di questo. Cosa vogliamo offrire a Dio oggi? Vogliamo essere per Lui dei figli fedeli, che amano trascorrere ai suoi piedi del tempo per ascoltarlo, che sappiamo dormirgli affianco nelle notti gelide trascorse all’aperto, senza una dimora, che abbiamo fede di camminare con lui sul mare agitato, che sappiamo vegliare, senza addormentarci, nella notte delle sue agonie, che abbiamo il coraggio di testimoniare ad alta voce che siamo suo discepoli mentre lo stanno arrestando e accompagnarlo fino alla croce per morire al suo fianco? O siamo solo alla ricerca di miracoli da sventolare e pesche miracolose da raccogliere? La rivalità e la competizione non sono gli strumenti che Dio ha scelto affinché i suoi figliuoli gli siano graditi, piuttosto la collaborazione e l’unione. Attraverso di esse potremmo portare ricchezza al nostro Signore e far parte della sua Chiesa, sua sposa prescelta ed amata per l’eternità.


L’inverno è passato

 Il mio amico parla e mi dice: “Levati amica mia, mia bella, e vientene, poiché, ecco, l’inverno è passato, il tempo delle piogge è finito, se n’è andato; i fiori appaiono sulla terra, il tempo del cantare è giunto, e la voce della tortora si fa udire nelle nostre contrade.
Cantico dei cantici 2:10-12

 
L’inverno è generalmente la stagione dell’anno meno apprezzata dalla maggior parte della gente. Nelle zone montuose è accompagnato da temperature particolarmente rigide, dal ghiaccio, dalla neve, che spesso costringono la gente a trascorrere la maggior parte della giornata in ambienti chiusi, al riparo dal freddo. Il grigio del cielo solitamente è il colore predominante, che rende cupo l’umore e affievolisce la nostra voglia di impegnarci in qualsiasi attività. Il calore, poi, degli ambienti domestici spesso ci induce alla pigrizia e alla voglia di starsene a letto, rendendo sempre faticoso il nostro risveglio. Fuori, il gelo rende spogli gli alberi e gran parte delle piante perde fiori, colori e profumi. La natura sembra che muoia, che perda vita, che non respiri più. L’inverno, tuttavia, non si manifesta tutti gli anni nello stesso modo: ci sono alcuni anni in cui è particolarmente rigido, con nevicate abbondanti e la predominanza di temperature molto basse, e le varie attività quotidiane e gli spostamenti diventano davvero complicati, e altri anni in cui è più mite e viene vissuto senza troppe difficoltà. Negli ultimi anni sembra che questa seconda possibilità sia quella più frequente.
Tuttavia l’arrivo della primavera, del sole e del caldo è sempre grandemente atteso. Nella vita di ogni persona ci sono dei momenti facili, in cui sembra che tutte le cose vadano nel verso giusto, e dei momenti difficili, in cui, al contrario, tutto sembra andare per il verso sbagliato. Ma anche in questo caso i momenti difficili non hanno sempre lo stesso livello di difficoltà: alcuni vengono superati in poco tempo, senza troppa fatica, altri, invece, sembrano interminabili e ogni giorno vissuto sembra essere più pesante e difficoltoso, fino a consumare tutte le nostre energie fisiche e interiori. In periodi come questi, può capitare che veniamo sopraffatti da più problemi che si manifestano contemporaneamente, o si susseguono, uno dopo l’altro, senza darci tregua, senza permetterci di fermarci e riprendere forza. Ciascuno di noi vive momenti come questi, non è vero? A volte durano qualche mese, ma a volte persistono per anni. Sono gli inverni del nostro spirito. Spesso siamo così colpiti da tante difficoltà come la perdita del lavoro, la perdita di una persona cara, una malattia che ci colpisce, problemi relazionali con i coniugi o con i figli, e quant’altro, che piano piano sentiamo come se il nostro amore per la vita, per gli altri, per le cose che facciamo, per Dio, si affievolisca, si spenga e diventi freddo, gelido. Il nostro cuore, a volte si congela, diventa incapace di provare nuove emozioni, sentimenti coinvolgenti, entusiasmo e passione per ciò che facciamo e sembra che nessuna cosa sia più capace di farlo palpitare. Tutto intorno a noi assume le caratteristiche dell’inverno e vorremmo solo starcene da soli, in qualche luogo caldo che ci riserviamo in chissà quale parte del nostro cuore. Ma, a volte, diventa dura anche solo avere a che fare con noi stessi. Non ci amiamo, non ci piacciamo, ci sentiamo un continuo fallimento, ci sentiamo inutili, poco apprezzati e sentiamo che la nostra vita è completamente diversa da quella che ci eravamo costruiti nel nostro immaginario. Ci sentiamo infelici, senza via d’uscita e sentiamo freddo fuori e dentro di noi. Tutto sembra morire in noi, sentiamo che i colori e i profumi che un tempo riuscivamo a vedere e sentire si siano addormentati in un letargo da cui difficilmente potranno risvegliarsi. L’inverno del nostro spirito ci toglie le forze, ci fa assopire in un sonno profondo da cui non vorremmo neanche più risvegliarci. Ma poi, ad un tratto, arriva la voce del nostro Signore, del nostro Amico. Ci si avvicina, china la sua bocca sul nostro orecchio, mentre dormienti ce ne stiamo sdraiati a non far nulla e ci sussurra: “Levati amica mia, mia bella, e vientene, poiché, ecco, l’inverno è passato, il tempo delle piogge è finito, se n’è andato...” A volte siamo così intenti a piangerci addosso per le nostre disgrazie che non ci accorgiamo che le abbiamo già superate e vinte. Non ci accorgiamo che fuori è tornata la primavera, che i fiori stanno fiorendo e tutto sembra che stia resuscitando. Non ce ne saremmo neanche accorti se il nostro Amico non fosse venuto a svegliarci per invitarci ad uscire da noi stessi e vedere cosa sta accadendo fuori. Così preoccupati dentro per come riusciremo a spalare tutta la neve che non ci accorgiamo che il calore del sole fuori la sta già sciogliendo. Così preoccupati per come riusciremo a salvare i nostri giardini dal gelo che non ci accorgiamo che il caldo è già arrivato e i giardini stanno fiorendo. Gesù ci invita a uscire fuori dai noi stessi, dalle nostre preoccupazioni, dalle ansie quotidiane che ci frenano e ci porta a vedere quanto è bella la rinascita della natura, quando vive la sua esplosione di colori e profumi. Ci invita a fare una passeggiata con Lui, per i campi, per i boschi, prendendoci una pausa dal nostro lavoro, dalle nostre occupazioni, dai troppi rumori del traffico e della città, dalla voce critica della gente, dalle lamentele delle persone infelici, per insegnarci a sentire il canto del creato che adora il Creatore. A questo canto si unisca anche il nostro, mentre ci godiamo l’arrivo della primavera, in cui le emozioni si ravvivano, i sogni sembrano più raggiungibili e l’amore diventa più forte e vigoroso. Lasciamoci condurre fiduciosi dalla mano del Signore verso una nuova primavera, in cui il nostro spirito si riscalda, la nostra anima torna a vivere e il sole torna a splendere.


Una promessa che dà speranza


“Egli, sperando contro speranza, credette, per diventare padre di molte nazioni, secondo quel che gli era stato detto: “Così sarà la tua progenie”. E senza venir meno nella fede, egli vide bensì che il suo corpo era svigorito (aveva quasi cent’anni) e che Sara non era più in grado di essere madre; ma, dinanzi alla promessa di Dio, non vacillò per incredulità, ma fu fortificato per la sua fede dando gloria a Dio, ed essendo pienamente convinto che ciò che aveva promesso, Egli era anche potente da effettuarlo. Ond’è che ciò gli fu messo in conto di giustizia.”
Romani 4:18-22

Cosa ti ha promesso Dio? La risposta, che solo il tuo cuore conosce, può essere oggi ciò che ti dà speranza. Dio ci promette sempre qualcosa. La Bibbia è piena di promesse di Dio fatte al suo popolo Israele e, poi, alla sua Chiesa. Promesse di terre da conquistare, di liberazioni, guarigioni, protezione, prosperità nel Vecchio Testamento, di salvezza, di perdono, di redenzione, della vita eterna nel Nuovo. Dio ci promette qualcosa per trasmetterci la convinzione e rassicurarci che conosce i nostri bisogni, i nostri sogni, i nostri desideri e vuole soddisfarli. E tanto più essi si avvicinano alla Sua volontà, tanto più sarà facile che Egli dia adempimento alle Sue promesse. I versi sopraccitati mi riempiono il cuore di gioia oggi e vi trovo un grande incoraggiamento per affrontare ancora la grande “sfida della vita”, che anche per i credenti si fa ogni giorno più ardua e difficoltosa. Si riferiscono ad Abramo, il primo dei patriarchi. Aveva vissuto tutta la sua vita ascoltando la voce dii Dio. Gli era stato sottomesso con fedeltà, lasciando il suo popolo e la sua terra d’origine per andare nel luogo dove Dio lo voleva. Dio gli aveva promesso che gli avrebbe dato una grande progenie, eppure Abramo era arrivato a cent’anni e non aveva il figlio che gli era stato promesso. Aspettare cento anni per l’adempimento di una promessa... che fatica! Cosa portò Abramo  a non dubitare che Dio avrebbe adempiuto la sua promessa? Abramo gli credeva, credeva in Dio, credeva nelle Sue parole, credeva nella Sua fedeltà e questo gli fece sperare anche quando umanamente non c’era più niente da sperare. Gli anni passavano, il suo corpo invecchiava, s’imbruttiva, perdeva vigore, le forze lo abbandonavano, i cappelli diventavano bianchi e cadevano. Lo stesso accadeva a sua moglie. Forse Abramo trascorreva le sue giornate fantasticando sul metodo che Dio avrebbe usato per fargli avere un figlio, ma un anno prima della nascita di Isacco, Dio gli disse che il bambino sarebbe nato proprio da Sara. Nella Bibbia non ci viene raccontata le reazione che ebbero sia Abramo che Sara quando appresero che era rimasta incinta. Sicuramente rimasero stupefatti e felici: era il segno chiaro e indiscutibile che Dio stava rispondendo. Ma, come spesso accade quando vediamo i primi segni delle risposte di Dio, forse la paura e l’ansia crebbero ancora di più: “E se qualcosa va male? Se qualcosa non funziona? Se il corpo di Sara non ce la fa a sopportare la gravidanza perché è troppo vecchio? E se qualcosa va male durante il parto? Tante domande, tanti dubbi e paure. Tante cattive sorprese può riservarci la vita quando siamo proprio sul punto di realizzare i nostri desideri. Credo che non sia stato facile questo ultimo anno di attesa per questa coppia, quando il bambino promesso era ad un passo dalla nascita. Ma Abramo credeva nelle promesse di Dio e questo gli dava speranza. Il bambino nacque portando con sé grande gioia e la voglia di ridere per chiunque lo conoscesse, proprio per la straordinarietà dell’evento. Forse sembra che anche per te siano passati cent’anni da quando Dio ti ha fatto una promessa. Il tempo è trascorso senza vedere nessun risultato, intanto sei invecchiato, non hai più l’entusiasmo che avevi una volta, le forze sono venute meno e spesso ti sembra che il tuo corpo non ce la faccia a servire il Signore come un tempo ti eri ripromesso. Gli eventi intorno a te sembrano scoraggiarti, non vedi nessun segno che ti possa far rinnovare la convinzione che la promessa di Dio sarà mantenuta e quasi sei arrivato sul punto di credere che non si adempirà più. Non è così. Dio è fedele: se ti ha fatto una promessa la manterrà. Se per quella promessa hai rinunciato alla tua terra d’origine, ai tuoi affetti, alla tua carriera, alle tue certezze, al tuo benessere, sappi che Dio non verrà meno. Solo tu, nel tuo intimo, puoi sapere cosa Dio ti ha promesso: forse la conversione di tuo marito o tua moglie o di tuo figlio, forse vedere una chiesa sorgere nel paese dove vivi, forse la guarigione, un lavoro, o avere un figlio come per Abramo e Sara. Credi e la tua fede rinnoverà la tua speranza. Il tempo dell’attesa può essere lungo e faticoso, ma sarà dimenticato in un attimo per la gioia che proverai quando arriverà la risposta di Dio. Spera anche quando “ti senti stanco di sperare” e credi anche quando la fede sembra venire meno. Dio non si dimentica delle Sue promesse: non dimenticarle neanche tu e questo rinnoverà la tua fede.


Incapaci di essere amati perché incapaci di amare

“I fratelli di Giuseppe, quando videro che il loro padre era morto, dissero: ‘Chi sa se Giuseppe non ci porterà odio e non ci renderà tutto il male che gli abbiamo fatto?’ ...Giuseppe, quando gli parlarono così, pianse”.
Genesi 50: 15-17

La vita di Giuseppe non è stata facile: per invidia i suoi fratelli lo avevano venduto come schiavo ad alcuni egiziani di passaggio, strappandolo così, ancora giovinetto, dalle cure del padre e da tutti i suoi affetti e certezze. Aveva dovuto imparare a sue spese quanto la cattiveria umana può far soffrire un innocente, senza che ci siano delle motivazioni giustificabili e, ancor di più, aveva dovuto imparare che a volte il male può essere ricevuto dalle persone che amiamo di più come, ad esempio, dai nostri fratelli, o da amici che reputiamo fratelli, che dovrebbero prendersi cura di noi, proteggerci, amarci, essere degli esempi e, invece, sono stati capaci di covare sentimenti negativi, logoranti, di rabbia ed invidia nei nostri confronti, senza che ci siano delle motivazioni chiare. Questi sentimenti sono stati improvvisamente manifestati, quando meno ce lo saremmo aspettati, con una cattiveria improvvisa, inaspettata, ma in realtà studiata e alimentata segretamente nel tempo. Circondato dall’affetto del padre, che lo aveva sempre trattato come un privilegiato, un figlio prediletto, Giuseppe aveva dovuto imparare improvvisamente e rapidamente a cavarsela da solo. Gettato crudelmente nel mare della cattiveria umana, nell’indifferenza di sconosciuti, nella spietata corsa alla sopravvivenza, il ragazzo non si lascia confondere né scoraggiare e con tutte le forze che ha a disposizione, grazie agli insegnamenti del padre, grazie alla sua irreprensibilità e correttezza, grazie ad una fede infallibile verso Dio, che con dei semplici sogni gli aveva rivelato un futuro glorioso, riesce a risalire dal pantano fangoso in cui era stato gettato, fino a risalire la scalinata che lo ha portato alla gloria: dal carcere ad abitare nella casa del faraone, da schiavo a viceré, da povero a ricco, dal niente al tutto. Eppure, chissà quanto dolore custodiva nascosto nel suo cuore! Se l’era portato dietro come un macigno per tutti gli anni delle sue difficoltà e, probabilmente, non riusciva a liberarsene neanche nel momento dei suoi successi. “Perché hanno fatto questo a me? Perché mi hanno odiato? Perché sono stato tradito? Perché non sono stato capito? Perché ho ricevuto male in cambio di bene?” Quanti di noi si sono posti queste stesse domande in circostanze particolari della nostra vita! Quando, magari, hai pensato di aver dato tutto te stesso ad un’altra persona; quando eri convinto di averle mostrato in mille modi quanto la amavi, offrendole il tuo tempo, le tue attenzioni, la tua casa, le tue consolazioni, i tuoi consigli, andandola a cercare per prati e boschi sperduti della vita solo per accertarti che stesse bene e, improvvisamente, senza che tu capisca perché, senza che lei si preoccupi di darti un “perché”, ricevi da parte sua odio, disprezzo, invidia... quante volte è capitato nella nostra vita! E forse per giorni, mesi, anni, ci siamo portati dietro questo rifiuto, questo abbandono, questo voltafaccia ingiustificato, lasciando che scavasse in profondità nel nostro intimo, lasciando che lacerasse il nostro cuore come un coltello affilato. Forse questi pensieri hanno invaso anche la mente di Gesù mentre stava morendo. Aveva amato l’uomo in ogni modo possibile. Non esistevano altre possibili dimostrazioni d’amore oltre a quelle che aveva praticato Gesù: da Dio si era fatto uomo, aveva lasciato il Padre e la gloria, aveva sofferto tutte le scomodità di una vita senza dimora, aveva guarito, risuscitato, salvato tante persone. Aveva amato senza riserve, senza aspettarsi nulla in cambio ed ora l’uomo, non solo lo uccideva in modo tanto crudele, ma anche lo scherniva, lo umiliava, riversava su lui tutta la cattiveria: tutto il bene possibile in cambio di tutto il male possibile, questa è stata la sorte di Gesù, perché? Questa è stata la sorte di Giuseppe, perché? Questa a volte è la nostra sorte, perché? Non abbiamo fallito, non abbiamo commesso errori nel praticare il nostro amore, non ci siamo tirati in dietro, eppure non siamo corrisposti, non raccogliamo quanto abbiamo seminato. Dopo anni di sofferenza Dio dimostrò a Giuseppe che tutto rientrava nel Suo piano di salvezza per Israele: attraverso di lui, il potere che aveva acquistato in Egitto, la stima che riceveva dal faraone, Dio avrebbe potuto salvare il suo popolo dalla carestia e dalla morte sicura. E così accadde. Quando Giuseppe ritrova i suoi fratelli e si fa riconoscere, il primo sentimento che dimostra loro è il perdono e il desiderio di riaverli vicini. Motiva loro le sue ragioni per aver scelto di perdonarli, dicendo proprio quello che Dio gli aveva rivelato: Dio aveva saputo far rientrare nel suo piano di salvezza anche l’invidia dei fratelli. Questo era sufficiente per Giuseppe per perdonarli, non desiderava vendicarsi, non desiderava far provare loro tutto il dolore che aveva provato lui in quegli anni, non desiderava vederli soffrire. Li aveva perdonati, punto. Ma ancora una volta i suoi fratelli non gli credono, credono che lui parli così solo per non far soffrire il padre e, una volta che il padre muore, anche se erano passati anni dal momento in cui avevano ritrovato Giuseppe, ancora temono che lui possa vendicarsi e vivono il loro rapporto con il fratello nella paura, nel sospetto e nella sfiducia più completa. Sono increduli. Non sanno dare fiducia perché loro non sono degni di fiducia: hanno tradito il fratellino; non sanno essere amati perché loro non sanno amare: hanno venduto un fanciullo; non sanno essere perdonati perché non sanno perdonarsi: per anni avevano convissuto con un pesante senso di colpa, ma non avevano mai avuto il coraggio di confessarsi al padre, avrebbe potuto cercare e ritrovare il suo figliolo; non sanno comprendere i piani di Dio perché non sanno amare Dio. Così, a volte, è il nostro rapporto con gli altri: non siamo stati capaci di portare amore agli altri perché loro stessi non sanno amare; non abbiamo potuto dare a chi non sapeva dare né curare chi non sapeva curare. Se non sai fare una cosa, difficilmente sarai felice che qualcun altro la sappia fare. Così spesso è il rapporto di Dio con l’uomo: l’uomo non sa ricevere l’amore di Dio perché non lo ama, non si sente capito perché non cerca di capirlo, non si sente conosciuto perché non cerca di conoscerlo, non sa ricevere il Suo perdono, perché non sa perdonare.
Vorrei trovarmi nella mia vita sempre nella parte di Giuseppe e mai in quella dei fratelli, seppure questo potrà portare sofferenza, umiliazione, incomprensione, solitudine. Il mio desiderio più grande è guardare un giorno Gesù negli occhi e sentirmi dire: “Hai ricevuto il mio amore ed io ho ricevuto il tuo!”.


Canti in lontananza
“Ora Giosuè, udendo il clamore del popolo che gridava, disse a Mosè: ‘Si ode un fragore di battaglia nell’accampamento’. Mosé rispose: ‘Questo non è grido di vittoria, né grido di vinti, il clamore che io odo è di gente che canta”.
Esodo 32:17-18

Quando ero bambina abitavo in una casa ad un centinaio di metri dal mare. Mi ricordo che d’estate capitava spesso che di sera i locali e i ristoranti sul mare facessero delle serate con musica ed io, dal mio letto, mentre insieme alla mia famiglia cercavamo invano di addormentarci, dato l’elevato volume della musica, rimanevo sveglia fino a notte tarda ad ascoltare la musica e gli schiamazzi della gente che si divertiva. A volte la musica era allegra e incitava la gente al divertimento e alle risate, altre volte era lenta e romantica e mi infondeva malinconia e tristezza. A me piaceva ascoltarla e immaginavo di essere tra quella gente a ballare e divertirmi. Ma potevo solo immaginare quello che stesse accadendo, perché non ero realmente partecipe degli eventi, ma solo una spettatrice che li sentiva da lontano. Qualche sera fa mi sono tornati questi ricordi alla mente, mentre da casa sentivo la musica in lontananza provenire dal nostro paese, che dista da casa mia circa cinque chilometri. I volumi dovevano essere particolarmente alti perché potessimo sentirli da così lontano. In quell’occasione ho pensato a questi versi della Bibbia. Sicuramente ci parlano di una delle azioni più tristi e buie della storia del popolo d’Israele, che segna l’inizio di una serie di ribellioni e decadimenti da parte di un popolo che era stato prescelto da Dio, ma non sapeva mostrare altro che ingratitudine ed infedeltà. Il popolo aveva visto con i suoi occhi e aveva provato personalmente le opere straordinarie compiute da Dio per salvarlo dalla schiavitù dell’Egitto. Le dieci piaghe mandate sugli egiziani, da cui gli israeliti furono continuamente preservati, e il mare aprirsi davanti e permettere loro di camminare attraverso di esso. Ma ora si trovavano nel bel mezzo del deserto, senza la loro guida, Mosè, che era salito sul monte Sinai e di lui non si sapeva più niente da quaranta giorni. Cosa dovevano fare? Proseguire il viaggio, ma verso quale direzione? Scegliere un altro leader che potesse prendere la decisione, ma chi avrebbero scelto? O, forse, scegliersi un altro dio, un dio più vicino, più controllabile, più presente in mezzo al popolo. Ahimè, scelsero questa terza opzione. Attraverso i loro ori, che fecero fondere, si costruirono un vitello d’oro e l’adorarono, dando inizio ad una serie di festeggiamenti in onore di questo nuovo loro dio. Era passato solo poco tempo da quando Miriam, insieme alle altre donne del popolo, avevano cantato e danzato per ringraziare Dio per le sue potenti liberazioni, cosa stava accadendo ora? Avevano visto Dio all’opera in modo grandioso. Non ne avevano sentito parlare, non era stata una leggenda  tramandata, vissuta da popoli stranieri in chissà quale remoto posto della terra. Erano loro il popolo che aveva vissuto tutto questo. Erano loro i testimoni diretti di opere soprannaturali compiute da Dio. Loro erano stati salvati dalla schiavitù e dall’oppressione di un sovrano malvagio e senza scrupoli. Perché ora farsi un altro dio? Perché ora cercare salvezza e guida in un oggetto che stavano costruendo con le loro stesse mani? Come era possibile attribuire a questo idolo il merito della loro liberazione se lo avevano appena formato, fondendo i loro tesori? Quanto insensato è il cuore dell’uomo! Quale era la colpa di Dio perché meritasse di essere sostituito da un oggetto, per di più col sembiante di un animale? Solo perché aveva chiesto al popolo di aspettare ai piedi del monte, mentre riceveva Mosè alla sua presenza. Solo perché erano passati quaranta giorni d’attesa, senza che Mosè tornasse. Solo quaranta giorni per sentirsi persi, smarriti, soli, senza una guida e senza un dio. Era forse morto Mosè e non avrebbe più fatto ritorno? Era forse morto Dio e non si sarebbe più fatto sentire? Che cosa mai avranno pensato questi cuori ingrati e insensati? Il vero problema del popolo d’Israele è che non aveva conosciuto personalmente Dio. Gli israeliti avevano, sì, assistito ai suoi miracoli, ma non si erano mai sforzati di conoscere realmente la Sua persona. Avevano seguito Mosè, mossi dalla convenienza della situazione, ma erano rimasti spettatori di ciò che Dio aveva compiuto e non erano mai stati, realmente, i protagonisti. Non avevano mai partecipato agli eventi, non avevano accompagnato Mosè dal faraone, non erano vicini a Mosè quando il Signore gli parlava, ma assistevano agli eventi come un pubblico passivo che assiste ad uno spettacolo, e si lascia anche trasportare dalle emozioni suscitate dalla scenografia e dalla trama della storia rappresentata, ma non calca mai il suolo del palco. Solo uno spettatore, non un protagonista. Avevano conosciuto il Dio di Mosè, ma non lo conoscevano come suo Dio. E che fine aveva fatto ora? Perché non si faceva sentire da quaranta giorni? Meglio costruirsi un altro dio, che potessero controllare meglio, che fosse visibile e toccabile. Ma anche un dio che non parlasse e non potesse far conoscere la Sua volontà, a volte così dura e difficile da adempiere. Meglio farsi un dio che ami le feste, la musica e le danze, il divertimento e il piacere. Basta con tutta questa serietà! Basta con i sacrifici, con le battaglie giornaliere, con la sottomissione, con l’ubbidienza, quando possiamo costruirci degli idoli che ci garantiscono il piacere senza chiederci nulla in cambio. Poco importa poi se ce li siamo costruiti con le nostre stesse mani e sappiamo che non hanno nessun potere di salvarci dalla perdizione eterna. Mentre Giosuè e Mosè scendevano dal monte udirono da lontano il clamore della festa. Giosuè rimase stupito, perché non capiva bene quello che stava accadendo, ma Mosè aveva capito e non riuscì a trattenere la sua collera quando si vide davanti il suo popolo che festeggiava un idolo. Quante volte nella nostra vita ci comportiamo come il popolo d’Israele! Dio tarda a rispondere alle nostre preghiere e noi subito ci rivolgiamo ad altri dei. Dio ci chiede di adempiere la sua volontà che a noi pare troppo faticosa e costosa, e subito rivolgiamo il nostro cuore altrove. Possa esso avere le sembianze di una persona, dello sport, del denaro, di una passione, non ha importanza, basta che sia il nostro nuovo dio! Cerchiamo quei piaceri che ci facciano divertire, che annebbino la nostra mente, che addormentino la nostra coscienza, che ci diano appagamento quanto basta per stordirci e non affrontare mai la consapevolezza e l’amarezza del nostro peccato. Ma questo perché abbiamo seguito un Dio che non conosciamo, perché lo abbiamo visto operare nelle vite degli altri, lo abbiamo sentito parlare ai cuori degli altri e lo abbiamo visto operare attraverso gli altri. Ci siamo sentiti emozionati nel sentire queste gloriose testimonianze di ravvedimenti, conversioni, miracoli, guarigioni, ma noi non lo abbiamo mai conosciuto veramente. Ci siamo accontentati di stare seduti tra il pubblico e mai di avere una nostra parte nella scena. Un dio sconosciuto è un dio che può essere scambiato, sostituito, tradito, ogni volta che ci conviene, senza rimorso, senza sensi di colpa. Ma il nostro peccato farà rumore, si farà sentire nella nostra vita. Il nostro tradimento farà eco nelle vite di chi circonda e se ne sentirà parlare anche da chi è lontano. Il peccato festeggia, balla, canta, procura piacere, ma poi porta alla rovina e alla condanna. Come un uomo che si è ubriacato tutta la notte, si è divertito e si è dimenticato di tutti i suoi problemi, ma l’indomani si sveglia stordito e dolorante, prendendo coscienza di una realtà che lo aspetta e che non è capace di affrontare.
Possa il mondo sentire da lontano le grida di gioia, di gratitudine, di celebrazione a Dio, di una chiesa, di un popolo, di un credente, che osanna Gesù, per il suo sacrificio perfetto e incontaminato! Che i canti che la gente senta uscire dalla nostra bocca, dalla nostra famiglia, dalla nostra chiesa, siano sempre e solo per Dio, Padre, che ci ha liberato da un mondo di schiavitù e di peccato, e ci ha reso suoi figli amati e prediletti, capaci di percorrere la strada della fedeltà fino all’eternità!


Questa giornata non finisce più!
“Fin dal mattino semina la tua semenza, e la sera non dar posa alle tue mani; poiché tu non sai quali dei due lavori riuscirà meglio: se questo o quello, o se ambedue saranno ugualmente buoni.”
Ecclesiaste 11:6

Mi ricordo un giorno molti anni fa ero in ospedale. Quella mattina un’anziana signora era stata ricoverata per dei disturbi all’intestino e doveva essere tenuta sotto osservazione. Eravamo in quattro donne nella stanza e ognuna di noi, a suo modo, cercava di tenersi occupata per trascorrere il tempo. E’ incredibile quanto il tempo in ospedale scorra lentamente! Quando non si hanno cure particolari o accertamenti da fare, si sta lì solo in attesa. Ogni tanto scambiavamo qualche chiacchiera, si dormiva, si leggeva. Ma questa signora, pur essendo il suo primo giorno di ricovero, non faceva altro che lamentarsi. Ogni dieci minuti ripeteva: “Quanto è pesante questa giornata, non finisce più!” E noi tutte sospiravamo, ascoltando le sue lamentele. Ripeté questa frase talmente tante volte, che alla fine in tutta la stanza si respirava un’aria di noia e tristezza. Verso le sei del pomeriggio finalmente arrivarono i parenti per le visite. Ognuna di noi si rianimò, ricevendo  un po’ di compagnia dai cari. Mi ricordo che non venne nessuno da me ed io mi guardavo intorno, ascoltando i discorsi degli altri. Vennero le figlie di questa signora ed una sua piccola nipote. Le portarono anche un piccolo televisore, in modo che potesse trascorrere il tempo senza annoiarsi troppo. La signora finalmente era contenta. Dopo poco tempo, però, si alzò e uscirono dalla stanza. Io ero rimasta dentro con un’altra paziente. Improvvisamente sentimmo gridare disperate le figlie della donna: la mamma era riversa sul pavimento senza vita. Ci fu un gran correre di medici, infermieri, pazienti e parenti e le povere figlie incredule della donna, che non si capacitavano di ciò che stava accadendo. Neanche noi, compagne di stanza, abbiamo mai saputo cosa è capitato a quella poveretta, ma nessuna di noi dormì quella notte per l’agitazione e lo spavento di quella inaspettata tragedia che era accaduta sotto i nostri occhi. Ricordo che per tutta la notte riflettei sul fatto che l’anziana signora si era lamentata tutto il giorno perché il tempo non le passava e che quella giornata sembrava interminabile. Probabilmente, se avesse saputo che quello era il suo ultimo giorno di vita, non si sarebbe lamentata per il fatto che le sembrava così lungo. Probabilmente non lo avrebbe trascorso lamentandosi e nella noia più assoluta. Tante volte in dei test o in articoli di giornali leggiamo frasi del tipo: “Cosa faresti se oggi fosse il tuo ultimo giorno di vita?” E tutti a dare le più svariate e creative risposte: “Mi spenderei tutti i soldi in piaceri... mi godrei tutta la giornata il più che posso... mi riconcilierei con un caro con cui non parlo da tanti anni...” ecc. ecc. Ma la risposta più realistica è che, a meno che non siamo malati e consapevoli che stiamo per morire, ognuno di noi farebbe quello che fa tutti i giorni, perché sono poche le persone che possono sapere realmente quale sarà il suo ultimo giorno. Quello che facciamo tutti i giorni e quello che siamo tutti i giorni... è questa la risposta più sincera. Allora sarebbe meglio essere onesti e chiedersi: “Cosa faccio tutti i giorni? E come mi comporto tutti i giorni? Davvero vorrei vivere in questo modo il mio ultimo giorno di vita?” E forse, cambiando la prospettiva dei nostri interrogativi, una conseguente riflessione avrebbe maggior senso.
E’ chiaro che tutti noi trascorriamo le nostre giornate occupandoci dei nostri vari impegni: il lavoro, la scuola, la pulizia della casa, le file alla Posta, il traffico, la spessa al supermercato, ecc. Tranne  che nei giorni festivi, le nostre giornate si ripetono più o meno seguendo gli stessi ritmi, trovandoci negli stessi luoghi, con le stesse persone, negli stessi orari. I vari impegni si susseguono secondo l’orario per loro previsto e le giornate trascorrono più o meno tutte allo stesso modo. E’ chiaro che la maggior parte di questi impegni sono necessari e non possono essere tralasciati e in questo siamo tutti uguali e viviamo all’incirca tutti le stesse esperienze. Pochi avrebbero la possibilità di cambiare improvvisamente vita e dedicarsi solo a ciò che hanno il piacere di fare. La maggior parte dei nostri impegni sono degli obblighi per noi e non possiamo sfuggire. Ciò che, però, ci rende tutti diversi è l’attitudine che abbiamo nel vivere le nostre giornate. Se affrontiamo la giornata scoraggiati, annoiati dalla routine quotidiana che non ci entusiasma, ma ci appesantisce e ci rende frustrati, sicuramente le nostre giornate saranno lunghe e interminabili e tutto il tempo che viviamo sarà considerato sprecato. Ma se affrontiamo la giornata con entusiasmo, volenterosi, desiderosi di fare qualcosa di importante, di nuovo, il nostro tempo, al contrario, sembrerà trascorrere troppo velocemente e non ci sembrerà mai sufficiente. La sera andremo a dormire soddisfatti e sereni.
L’autore dell’Ecclesiaste affronta più volte il tema del tempo e delle varie occupazioni che l’uomo svolge durante il corso della sua vita. In questi versi citati incoraggia il lettore a darsi da fare perché non può sapere quale attività porterà maggior frutto nella sua vita. Questi versi potrebbero essere una bella risposta quando ci chiediamo: “Come trascorrerei il mio ultimo giorno di vita?” “Lo trascorrerei dandomi da fare affinché la mia opera porti frutto nel tempo, anche quando io non ci sarò più, anche se ora non posso prevedere.” Anche se le nostre giornate trascorrono tutte uguali, sta a noi renderle diverse, alla nostra attitudine. Se ogni nostro impegno diventa un’occasione per parlare di Dio, di testimoniare della sua potenza e della sua salvezza, di amare, perdonare, seminare giustizia e perdono, di prenderci cura dei bisognosi e mostrare una via a chi è confuso, non ci annoieremo mai. Se in ogni momento della giornata cerchiamo la presenza di Dio, Lui ci parlerà continuamente e ogni piccolo evento diventerà un insegnamento per maturare e crescere in sapienza. Non sprechiamo il nostro tempo in inutili lamentele su quanto siamo infelici, insoddisfatti e delusi dalla vita, su quanto le giornate siano lunghe e noiose, ma fin dal mattino cominciamo a seminare la nostra semenza con fede e fiducia tra i cuori della gente, cominciando dalle persone più care che ci sono vicine fino agli estranei, che incrociamo casualmente durante il giorno. Qualsiasi giorno potrebbe essere l’ultimo, senza vivere nel timore di averlo sprecato, perché lo avremo vissuto intensamente per Dio e per gli altri. Dio benedirà la nostra opera e questa porterà dei frutti inaspettati, anche dopo il nostro ultimo giorno.


Uccideremo un uomo risorto?
La gran folla dei Giudei seppe dunque c’egli era era quivi; e vennero non solo a motivo di Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. Ma i capi sacerdoti deliberarono di far morire anche Lazzaro, perché, per cagione sua, molti dei Giudei andavano e credevano in Gesù.
Giovanni 12:9-11
 

Allora come adesso i modi di fare della gente non sono cambiati! Appena accade qualche evento miracoloso, o al contrario, qualche disgrazia, la gente corre a vedere. Tutti vorrebbero essere testimoni di eventi straordinari. Questo evento, poi, aveva veramente dello straordinario. Un uomo era morto ed era stato risuscitato dopo alcuni giorni, nonostante il suo corpo avesse iniziato a subire il suo naturale corso di decomposizione. Non riesco ad immaginare gli occhi della gente, in particolare delle sorelle, quando videro uscire Lazzaro dal sepolcro, ancora avvolto dalle fasce. Non riesco neanche ad immaginare i suoi occhi, quando, forse un po’ stordito, si è sentito chiamare da Gesù e si è svegliato dentro una tomba. Non credo che un sepolcro sia un posto fantastico dove risvegliarsi! Esce dal sepolcro e vede tutta una folla che lo stava osservando stupita, incredula. Certo un uomo risuscitato avrebbe avuto un sacco di cose da dire, da raccontare. Ai giorni d’oggi sarebbero accorsi migliaia di fotografi, cameraman e giornalisti, pronti ad immortalare l’evento. Chiunque avesse avuto in tasca un cellulare avrebbe ripreso la scena e l’avrebbe mandata immediatamente in rete. Tutti vorrebbero vedere con i propri occhi una scena del genere. Tutti vorrebbero essere i primi ad ascoltare la voce di un morto risuscitato. Anche io avrei voluto essere lì. Tutti avrebbero voluto conoscere la sua versione dei fatti, sentire la sua testimonianza, sapere cosa si prova ad essere morto, se si vedono luci in fondo ai tunnel, se si prova una fantastica sensazione di gioia e pace, o se si prova paura, angoscia. Chi non vorrebbe porre almeno una domanda ad un testimone della morte! Ai nostri giorni sarebbe stato invitato in tutte le chiese, in ogni parte del mondo, per raccontare la sua testimonianza; avrebbe partecipato a vari programmi televisivi; avrebbe scritto libri e venduto milioni di copie. Un uomo morto avrebbe un sacco di cose da dire se tornasse in vita. Ma cosa dice Lazzaro? Niente, Lazzaro non dice niente, mai. O almeno noi non lo sappiamo cosa diceva Lazzaro, perché la Bibbia non ce lo racconta. Ma come è possibile tralasciare una cosa così interessante! Perché Giovanni dedica un capitolo intero del suo vangelo per raccontare questo evento e poi non ci lascia neanche una parola detta da Lazzaro in nessuno dei suoi versi. Forse Lazzaro era un timido e non amava parlare in pubblico? Non credo che fosse questa la motivazione per cui non ci lascia una sua testimonianza diretta dell’accaduto. Credo piuttosto che Giovanni volesse porre più attenzione sul miracolo in se stesso e sulla sua straordinarietà, piuttosto che sulle emozioni e sulle reazioni di Lazzaro. Giovanni voleva probabilmente porre più attenzione su Gesù, che aveva fatto il miracolo, che su Lazzaro, che lo aveva vissuto. Sicuramente, ai nostri giorni, non avremmo agito allo stesso modo: la gente sembra sempre più interessata alle testimonianze dei miracolati che a Chi compie i miracoli. Per Giovanni raccontare questo evento nel suo vangelo aveva lo scopo di dimostrare che Gesù era il figlio di Dio, in grado di compiere ogni sorta di opera straordinaria e miracolosa, persino quella di ridare la vita ad un morto. Ma il discepolo, testimone oculare della vicenda, non era l’unico a mettere tutta la sua attenzione sul Maestro. Anche i capi sacerdoti erano molto più interessati a Gesù che a Lazzaro. Quando appresero l’accaduto, non si dimostrano affatto interessati a conoscere la testimonianza di Lazzaro, non desiderano affatto incontrarlo per conoscere direttamente da lui come avesse vissuto questa esperienza e cosa avesse provato da morto. L’unico desiderio che nutrirono nel cuore questi capi sacerdoti era quello di rifarlo morire. Non è buffo? Far rimorire un uomo che era già morto... Non fa ridere, purtroppo, anzi è una cosa terribile. Questi uomini, che avevano il compito di far conoscere Dio all’uomo e di adempiere ad una funzione di mediazione tra Dio e l’uomo, erano capaci di tramare la morte di un uomo perché gli altri non conoscessero veramente Dio. Lazzaro non aveva bisogno di dire tante parole, la sua vita stessa era una testimonianza inequivocabile su chi fosse Gesù; la gente accorreva da ogni luogo per vederlo e cominciò a credere in Gesù. E questo i capi sacerdoti non potevano permetterlo. Desideravano farlo morire per non far conoscere la potenza di Gesù; desideravano eliminare le tracce della divinità di Gesù perché la gente non credesse in Lui; desideravano cancellare i frutti della Sua natura, perché l’uomo non conoscesse realmente Dio. Alla fine, non riuscirono ad uccidere Lazzaro, ma riuscirono ad uccidere direttamente Gesù. Il risultato ottenuto era stato migliore del previsto. Ciò che non potevano immaginare, però, è che anche Gesù risorse e la sua risurrezione portò molta più gente di quanto non fosse accaduto con Lazzaro a credere in Lui.
Anche oggi è così: gli increduli vorrebbero cancellare ogni testimonianza dell’esistenza, della potenza e della grandezza di Dio, ridicolizzando e ostacolando chi crede in Lui, chi è nato di nuovo (proprio come Lazzaro), chi racconta i miracoli che ha vissuto, chi parla della salvezza e del perdono, chi annuncia il ravvedimento dei peccati. La gente ride se sente parlare di peccati ai nostri giorni e trama nel suo cuore di far tacere chi ha ancora il coraggio di dirle che è peccatrice. L’uomo orgoglioso vorrebbe uccidere di nuovo Gesù, insieme a tutti i suoi seguaci. Ma è possibile uccidere una seconda volta Colui che è risorto? No, non è possibile. Gesù ha vinto la morte. Il Creatore della vita è Egli stesso la vita. Ed ogni giorno all’uomo spetta la scelta di credere in Lui e vivere così la propria resurrezione.
 


Il segno di riconoscimento

Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi? Ella disse loro: “Perché han tolto il mio Signore e non so dove l’abbiano posto”. Detto questo si voltò indietro e vide Gesù in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Gesù le disse: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?” Ella, pensando che fosse l’ortolano, gli disse: “Signore, se tu l’hai portato via, dimmi dove l’hai posto ed io lo prenderò. Gesù le disse: “Maria!” Ella, rivoltasi, gli disse in ebraico: “Rabbunì!” Che vuol dire Maestro!
Giovanni 20:13-16

Stava vivendo una gran brutta esperienza Maria Maddalena. Erano giorni tristi per lei. Il suo Maestro era stato crocifisso brutalmente ed ingiustamente. Aveva assistito personalmente alla Sua morte e non aveva potuto impedirla. La Sua assenza la riempiva di profondo dolore. Non le rimaneva che la triste consolazione di prendersi cura del corpo del defunto, ungendolo con profumi ed aromi. Così, insieme ad alcune sue amiche, si era svegliata presto quel giorno e, prima che fosse giorno, erano già presso il sepolcro. Ma qualcosa di insolito era accaduto: il corpo di Gesù non era più nel sepolcro. Certo, Gesù aveva dovuto sopportare molte ingiustizie: torture, scherni, una morte da malfattore, ma profanare il suo corpo sarebbe stata l’infamia più grande. Dopo aver avvertito i discepoli, Pietro e Giovanni accorsero al sepolcro, ma delusi di non trovar nulla, se ne andarono. Maria non se ne andò. Era disperata, piangeva, cercava una spiegazione a quanto era accaduto e non se ne sarebbe andata finché non avesse ricevuto una risposta credibile, che desse pace al suo cuore.  Voleva solo ritrovare il corpo di Gesù e riporlo al Suo posto. Ma non trovò solo un corpo morto, freddo, senza vita, senza emozioni, senza sentimenti. Trovò Gesù stesso, vivo, emozionato quanto lei di ritrovarsi, commosso dal pianto della donna. In un primo momento Maria non lo aveva riconosciuto, ma quando Lui pronunziò il suo nome, lo riconobbe immediatamente. E’ un incontro carico di emozioni, di stupore, di lacrime di gioia. Uno di quei momenti che non vorremmo finissero mai. Gesù la riconosce come “la sua Maria”, che non lo aveva lasciato mai, neanche quando era stato arrestato e gli altri discepoli erano scappati, neanche ora, che ugualmente erano corsi via, senza trovare spiegazione. Lei era rimasta sempre: sotto la croce, vicino al sepolcro, i due luoghi più importanti della vita di Gesù. Lei lo riconosce come “il suo Maestro”, Colui che l’aveva liberata dai suoi peccati, che le aveva dato una vita nuova, l’aveva redenta, ammaestrata, guidata. Erano l’uno di fronte all’altra e si riconoscevano a voce alta per quello che rappresentavano l’uno per l’altra.
Ognuno di noi vive dei periodi di confusione e disperazione. Forse li stiamo vivendo in questo momento. Ci sono dei dolori che l’uomo non può consolare, delle risposte che non può dare. Quando ci viene chiesto perché Dio permetta che i bambini si ammalino e muoiano, non riusciamo a dare una risposta. Quando ci viene chiesto perché Dio lasci morire attraverso la persecuzione dei missionari che lo stanno servendo, non possiamo dare una spiegazione. Quando accadono delle tragedie inaspettate nella nostra vita, non riusciamo a trovare in esse uno scopo. Sembrano non aver senso, ci sentiamo confusi, ci sentiamo sofferenti, cerchiamo risposte nell’uomo, tra i nostri familiari, tra i nostri amici, tra dei professionisti, ma non le troviamo. Sembra che Dio sia morto, non intervenga più, non ascolti le nostre preghiere. Ci sentiamo persi, disorientati, è caduto il nostro punto di riferimento. Ma non ci stiamo rivolgendo alle persone giuste! Siamo così pieni di dolore che non riconosciamo Gesù che ci sta vicino. Poniamo domande all’uomo e a noi stessi su come agisce Dio, mentre Dio è vicino a noi e potremmo chiedere a Lui direttamente. Gesù non dice molte cose a Maria, non le dà spiegazioni sulla Sua resurrezione, non la ringrazia perché già di buon’ora si era presentata lì, in quel luogo triste, di sofferenza. La chiama semplicemente per nome e a lei basta. Era tutto quello che lei voleva: sentire la Sua voce, sapere che era vivo, che le era ancora accanto, che la Sua vita e la Sua morte sulla terra avevano avuto un senso. Forse abbiamo bisogno solo di questo ora: sentire la voce di Gesù che ci chiama per nome, perché ci conosce. E’ qui, vicino a noi per farsi riconoscere, per rassicurarci che è tutto sotto controllo, che non ha perso la battaglia. Non abbiamo bisogno che Lui ci dia tante spiegazioni sulla vita e i suoi enigmi, Lui conosce ad uno ad uno i nostri nomi e li pronuncia come nessun altro sa fare. Nessun altro dio chiama i suoi fedeli per nome, ma Gesù sì, perché ci conosce individualmente. Questo è il Suo segno di riconoscimento.
 


Anno nuovo, ansie nuove

“Non siate dunque con ansietà solleciti del domani; perché il domani sarà sollecito di se stesso.
Basta a ciascun giorno il suo affanno.”

Matteo 6:34

Spesso l’inizio di un nuovo anno rappresenta un momento di riflessione. C’è chi, facendo un resoconto dell’anno passato, guarda con fiducia a quello nuovo, nella speranza che porti nuove opportunità. Facendo tesoro di vecchie scelte sbagliate, spera di poterne fare nuove, che portino a delle svolte positive che migliorino la propria qualità di vita. C’è chi alimenta buoni propositi, pieno di coraggio e di entusiasmo, determinato a sfidare la vita e soddisfare le proprie ambizioni e progetti, ritenendo che sia l’anno giusto in cui riuscirà a realizzare i propri sogni chiusi da tempo in un cassetto. C’è chi spera di poter vivere dei cambiamenti importanti, raggiungendo obiettivi prefissati da anni, come il conseguimento di una laurea, l’acquisto di una casa, realizzare un matrimonio, avere un figlio o avviare una propria attività. Spesso il nuovo anno è considerato come una seconda chance: tutto ciò in cui si è fallito prima, ora potrà riuscire. Ma non tutti vivono in modo così ottimistico il proprio futuro. C’è chi, invece, vive questo momento di transito come un momento estremamente angoscioso, pieno di ansia e paure. Magari, i progetti elencati prima, sono stati già realizzati e si ritiene di possedere già tutto ciò che si desidera e, proprio per questo, si teme di perderlo. Si temono i giorni futuri, ciò che porteranno. Si teme di non avere la capacità di realizzare i propri sogni, di fallire nello studio, nel lavoro, nella famiglia. Si teme di non riuscire a far fronte a tutte le spese, si teme per i figli che possano fare cattive scelte, si teme per la salute, per le amicizie. Si teme di dover affrontare dei cambiamenti, di dover fare dei sacrifici. Sono tante le cose per cui possiamo provare ansia. Ci sentiamo angosciati, spaventati, vorremmo condividere con altri le nostre preoccupazioni e il nostro malessere interiore, ma pensiamo di non poter essere capiti. Abbiamo la sensazione di non aver forza a sufficienza per affrontare nuove sfide, di non avere abbastanza coraggio per vivere nuove esperienze. Tutto ci fa temere e il nuovo anno sembra un duro nemico da affrontare, guardando ad esso con pessimismo e negatività. In questo modo lo iniziamo sentendoci abbattuti da una forte inquietudine. Gesù conosce il cuore dell’uomo. Egli sa quante cose, ogni giorno, possano spaventarci, renderci solleciti, incapaci di reagire e totalmente passivi agli aventi della vita, che vengono subiti piuttosto che vissuti. Egli sa quanto una persona possa essere afflitta e scoraggiata a causa delle proprie paure e come queste siano capaci di paralizzarla e impedirle di operare in modo vittorioso e fruttifero. Egli sa quanto ogni giorno è già abbastanza affannoso di per sé, con i vari impegni lavorativi, familiari, i rapporti con gli altri, le bollette da pagare, le visite mediche da effettuare. Ogni giorno ci alziamo presto al mattino e non ci riposiamo fino a tarda sera, quando siamo travolti dalla stanchezza. Non ci fa bene aggiungere alla stanchezza giornaliera anche le preoccupazioni sul domani. Non è quello che Gesù vuole per noi. Attraverso questo capitolo del Vangelo di Matteo, ci vuole rassicurare, tranquillizzare. Ci incoraggia ad allontanare da noi l’ansia e le preoccupazioni per il domani ed affrontare con fiducia un giorno alla volta, sapendo che un giorno alla volta egli provvederà per noi quanto abbiamo di bisogno. Possano essere beni materiali, possano essere sapienza per fare le scelte giuste, possano essere il coraggio e la forza. Gesù ci promette che provvederà per noi il necessario e ci invita a non angosciarci su come ce lo provvederà. Forse non hai iniziato nel migliore dei modi questo nuovo anno. Sii sereno e appoggiati sul Signore! Egli ti vuole donare serenità, riposo, la pace profonda e, mentre tu confidi in Lui, provvederà per te ciò che da solo non avresti mai potuto realizzare.


Un vero amico

“Io prego per loro; non prego per il mondo,
ma per quelli che tu mi hai dato, perché son tuoi”.
Giovanni 17:9

Dio e l’uomo: tutta la Bibbia parla di questo rapporto unico, privilegiato. Dalle prime pagine della Genesi Dio pone l’uomo al centro del creato, donandogli un posto d’onore. Dio perfetto, santo, onnipotente e onnisciente è orgoglioso della sua creatura: parla con l’uomo, interagisce, lo cerca nei sentieri del giardino dell’Eden per avere comunione con lui. L’uomo, invece, è fragile, sbaglia, disubbidisce, teme Dio e si nasconde da lui. Una storia che si ripete ancora e ancora in tutta la Parola di Dio. L’uomo pecca, commette errori ed è sempre Dio a fare il primo passo per trovare una via per la riconciliazione. Lo fa in molteplici modi, fino ad arrivare a Gesù, la Via per eccellenza. Anche la vita di Gesù sulla terra è dedicata interamente alla ricerca della compagnia dell’uomo. Non sceglie di isolarsi dal mondo, di chiudersi in qualche eremo sacro, dispensando a distanza consigli per la vita, aspettando che sia la gente a cercarlo e a recarsi da lui. Gesù cerca l’uomo, mangia con lui, vive con lui, festeggia e piange, condivide la fame e la stanchezza. Ha scelto di essere uomo per essergli più vicino. Il suo scopo è proprio quello di salvarlo; di far conoscere il Padre ai popoli, di portare la salvezza dai peccati all’intera umanità. E’ venuto con una missione ben specifica. Aveva tutte le capacità per fare tutto da solo e, se proprio necessario, avrebbe potuto farsi aiutare dagli angeli nei momenti più duri. Ma sceglie di avvalersi proprio dell’aiuto dell’uomo: a lui avrebbe lasciato il compito di diffondere il messaggio della salvezza a tutto il mondo una volta che Gesù sarebbe tornato al Padre. Sceglie degli uomini da istruire, ammaestrare, da preparare nel modo migliore alla missione a cui li avrebbe chiamati. La sua scelta non è rivolta, però, alle persone migliori. Non si reca nei circoli letterari per trovare i suoi discepoli, né nelle scuole di filosofia, né nel tempio. Non fa loro un pre-esame per vedere se erano idonei e non li sottopone a dei test d’intelligenza per conoscere  il loro quoziente intellettivo. Cerca i suoi discepoli tra il popolo, fra la gente comune. Sapeva bene che in questo modo avrebbe avuto un duro lavoro da svolgere! La sua scelta si rivolge a uomini umili, senza grandi risorse, incapaci, istintivi, competitivi, pieni di orgoglio, instabili e del tutto inaffidabili. Loro lo seguono ovunque nei suoi ultimi anni di ministero: ascoltano i suoi insegnamenti, osservano il suo comportamento, lo vedono operare miracoli, imparano a conoscerlo, prima fra la moltitudine della gente, poi da soli, nel loro ristretto numero. Ora mancano solo poche ore e Gesù sarà giustiziato. Lui lo sa. Gesù si rivolge al Padre, affidandogli i discepoli. Gli chiede di “conservarli nel suo nome”, di proteggerli dal maligno, di santificarli. Gesù sa che si ritroveranno senza una guida che li tenga uniti per lavorare in armonia per lo scopo per cui li ha formati e questa sarà una dura prova per loro e per la loro fedeltà. In questi versi si legge una vera preoccupazione per loro da parte di Gesù, un interesse genuino, un amore puro per i suoi discepoli con cui aveva condiviso tutto. Lui non teme che loro non raggiungano lo scopo per cui sono stati formati, teme che si perdano. Lui teme per la loro vita, per la loro salvezza. Non erano solo dei meri strumenti per raggiungere un obbiettivo, erano i suoi amici e lui li amava più di se stesso. Spesso, invece, non non agiamo allo stesso modo, non seguiamo il suo esempio. Abbiamo dei progetti per la nostra vita o per il nostro ministero, ma non potendo raggiungerli da soli, cerchiamo delle persone con cui condividerli e che ci possano aiutare. Ma le nostre scelte non sono casuali: scegliamo i migliori, i più disponibili, i più servizievoli, i più affidabili, coloro che riteniamo più idonei a svolgere le diverse mansioni. E spesso queste persone passano in secondo piano rispetto al progetto che abbiamo, ai nostri sogni. Impieghiamo molto tempo a lavorare per lo scopo che ci siamo prefissati, ma poco per loro. Non ci preoccupiamo per loro, non impieghiamo tempo ad ammaestrarli, a curare la loro mente, a pregare per loro e con loro. Non ci preoccupiamo molto della loro vita personale e dei vari problemi che affrontano; l’unica cosa che cerchiamo e che ci aspettiamo da loro è che siano fedeli e che compiano al meglio l’impegno che si sono presi. Se poi vengono meno o manifestano troppe insicurezze, non ci facciamo scrupoli a sostituirli con persone migliori. Spesso, purtroppo, le persone di cui ci circondiamo diventano per noi solo degli strumenti per raggiungere dei sogni e soddisfare dei capricci. Non pensiamo che Dio ci abbia affidato la loro vita, la loro crescita, la loro salute spirituale e che ciò dovrebbe diventare un obiettivo primario per noi: prenderci cura di loro affinché nessuno si perda. Noi facilmente ci stanchiamo degli inaffidabili, delle persone incostanti, di quelle testarde, che commettono sempre gli stessi errori e che capiscono ben poco di quello che stiamo cercando di insegnare loro. Anche Gesù perdeva spesso la pazienza con i suoi discepoli, ma non ha mai detto a nessuno di loro che non era più idoneo al compito che gli aveva affidato. Non ha mai detto a nessuno di loro di lasciar stare, di rinunciare a seguirlo perché non ne erano degni e non sarebbero mai stati all’altezza di evangelizzare il mondo. Non lo ha detto neanche a Giuda, anzi gli ha detto di sbrigarsi a fare quello che doveva fare e sapeva benissimo di cosa si trattava. Ha sempre lasciato ai suoi discepoli la libertà di continuare a seguirlo o meno, ma non ne ha mandato via neanche uno, neanche dopo la sua crocifissione, quando i discepoli se l’erano data a gambe. Quanti di noi accoglierebbero ancora nel proprio gruppo, nella propria cerchia di amici, nella propria chiesa, una persona che ci ha rinnegato, che ha detto di non conoscerci, che ha mentito su di noi e che ci ha abbandonato nel momento più duro della nostra vita! Condivideresti con persone del genere i progetti della tua vita? Gesù lo ha fatto e il suo era il progetto più importante della storia umana. Dio lo ha fatto con Adamo. Dio ama l’uomo più dei suoi progetti per lui. Aveva un piano per l’uomo quando lo creò e dopo il peccato, ha dovuto rivedere questo piano, modificarlo, cambiarlo, ma alla fine lo scopo era sempre l’uomo e la sua salvezza. Insegnaci Signore ad amare le persone che ci hai affidato, come Tu ami l’uomo.


Il tocco di Dio 

“Gesù, accostatisi li toccò”.
Matteo 17:7

 Viviamo nell’era del touch. Con un dito possiamo toccare un qualsiasi schermo (di un cellulare, di un televisore o di un computer) e ci si apre davanti un nuovo mondo: contatti con persone lontane da noi chilometri e chilometri, video musicali, previsioni del tempo, foto, email. Attraverso un semplice tocco possiamo ormai prelevare dei soldi, investirli, pagare le bollette, navigare in rete, prenotare viaggi per le nostre vacanze, fare shopping, controllare che i nostri figli siano a scuola e verificare in tempo reale il loro rendimento scolastico, consultare i quotidiani e leggere libri. Ci sono, ormai, infinite cose che possiamo fare con un semplice tocco. Il nostro dito scivola facilmente sull’icona che i nostri occhi scelgono e senz’altro sforzo, senza doverci alzare, senza doverci preparare, senza uscire di casa, senza prendere la macchina e pagare la benzina, siamo virtualmente dove vogliamo. E’ semplice, è comodo, è economico. A noi solo la scelta di dove dirigere quel tocco e quale nuovo mondo aprire ogni giorno. E’ una cosa talmente facile che gran parte della società è ormai schiava di questi tocchi. Sono entrati a far parte delle nostre abitudini (comportamenti che ripetiamo ogni giorno quasi meccanicamente) e, per molti, dei propri bisogni (non se ne può fare a meno anche quando non sono necessari). Forse un giorno la tecnologia sarà talmente sviluppata che sarà possibile effettuare queste scelte solo pensandole. Alcuni scienziati stanno studiando dei sistemi attraverso i quali con un semplice microchip sottocutaneo ogni persona diventerà capace di accendere il televisore, rispondere al telefono, navigare in internet, accendere il forno, rimanendo comodamente seduti su un divano, senza toccare nulla, ma solo pensando di farlo. Non so se un giorno sarà davvero possibile e poco mi interessa, ma ad oggi il nostro tocco è ancora necessario per ottenere ciò che vogliamo. Mentre questi tocchi tecnologici diventano sempre più indispensabili, però, il tocco fisico tra le persone, sembra diventare sempre più raro. Tra sconosciuti il semplice sfiorarsi è ritenuto qualcosa di imbarazzante e da evitare. Quando si è costretti a farlo, ad esempio per chi esercita professioni come infermieri, medici, fisioterapisti, spesso si usano i guanti, soprattutto per motivi igienici e preventivi, ma non solo. Il tocco va protetto, il contatto va preservato. Ma anche tra persone che si conoscono bene il tocco sta diventando sempre più raro: il prendersi per mano tra coniugi, gli abbracci con i figli adolescenti o adulti, le pacche sulle spalle tra amici, per molti sono diventati motivi di imbarazzo. Ci sono persone, invece, che anche se non si conoscono personalmente, si sente il desiderio di toccare assolutamente, anche per un solo istante della propria vita, come gli attori, i cantanti, i calciatori, i personaggi pubblici. Pur di toccarli per un attimo la gente è disposta a viaggiare, a fare file per ore e pagare biglietti costosi. Anche ai tempi di Gesù era così: i malati, i parenti dei malati, i sofferenti, erano disposti a fare lunghi viaggi sotto il sole, senza cibo ed acqua, pur di riuscire a toccare Gesù. E’ scritto nella Bibbia che alcuni avevano la certezza che sarebbe bastato toccare anche solo la sua veste per ottenere ciò per cui lo avevano cercato. E così avveniva realmente. Ma non era solo la gente che toccava Gesù. La sua vera potenza si manifestava quando era Lui a toccare la gente. Era indifferente dove il suo tocco si rivolgesse, l’effetto era sempre glorioso: se toccava degli occhi ciechi, questi recuperavano la vista, se toccava una bocca muta, questa iniziava a parlare, se toccava delle gambe paralizzate cominciavano a saltare, se toccava la pelle di un lebbroso, la malattia spariva, se toccava una bara, il morto resuscitava e, la cosa più bella, se toccava la fronte di un peccatore, i suoi peccati venivano perdonati. Gesù toccava la gente. Quanto amore si può manifestare attraverso un semplice tocco! Nei momenti di sofferenza, quanto bene possono fare un abbraccio o una semplice carezza! Nei momenti di sconforto o stanchezza è tantissimo l’aiuto che può darti una persona semplicemente stringendoti la mano. Quel tocco vuol dire tante cose: “Forza, ce la puoi fare. Io sono con te. Non ti abbandonerò. Sono qui per aiutarti. Sono qui perché ti voglio bene!”. Questo è ciò che ci dice Gesù quando ci tocca. Forse poter toccare l’uomo è sempre stato il desiderio più grande di Dio e, quando si è fatto Egli stesso uomo, non ha perso l’occasione: toccare la sua creatura, sfiorare i suoi figliuoli, accarezzare un bambino... quanto lo desidera Dio! Avere un contatto, sentire l’amore che fluisce attraverso di esso, sentire il calore della pelle che riscalda un cuore freddo. Ancora oggi, sebbene non possiamo sentire tangibilmente il suo tocco, Lui lo fa e ci guarisce, ci consola, ci salva. Ancora oggi il tocco di Dio sulla chiesa, su un malato, su un peccatore, porta risveglio, guarigione, salvezza, ristoro, pace. Quando Dio tocca qualcuno succede sempre qualcosa, è impossibile che non accada nulla. Ma quanti di noi, suoi figliuoli, desideriamo ricevere quel tocco divino e, a nostra volta, desideriamo toccare Lui? Non voglio sembrare retorica, ma forse è ora di trascorre meno tempo a toccare inutili oggetti tecnologici e più tempo a cercare il vero tocco di Dio.


Riabilitazione

Tu che ci hai fatto vedere molte e gravi distrette, ci darai di nuovo la vita e ci trarrai di nuovo dagli abissi della terra; tu accrescerai la mia grandezza e ti volgerai di nuovo a me per consolarmi. Io altresì ti celebrerò col saltero, celebrerò la tua verità, o mio Dio!”
Salmo 71:20-22

Chiunque ha subito un trauma fisico o è stato sottoposto ad un intervento delicato o ha superato una grave malattia deve affrontare un periodo notoriamente definito come “di riabilitazione”. Un periodo, cioè, in cui si dovrà impegnare a svolgere una serie di esercizi, compiti, fisioterapia, affinché la parte del suo corpo che ha perso le sue capacità sia rimessa in condizione di svolgere le sue funzioni biologiche. Quando ho subito il trapianto di cuore e polmoni ho trascorso due mesi in ospedale solo per la riabilitazione, che poi ho dovuto continuare ancora per molti altri mesi a casa. Ormai ero guarita, clinicamente sana, ma dovevo compiere ogni giorno molti esercizi affinché i miei muscoli si rafforzassero, il mio corpo aumentasse di peso (pesavo trentacinque chili) e le cicatrici si rimarginassero. Ricordo che ho impiegato le prime tre settimane solo per imparare a respirare. Sembra ridicolo lo so, ma dopo sei anni di malattia in cui avevo fatto uso di una bombola d’ossigeno che me lo sparava direttamente nel naso, in cui più che respirare ansimavo, ho dovuto imparare a respirare correttamente, con regolarità, con calma e non più come se volessi rubare ossigeno all’aria. Dovevo imparare di nuovo a camminare, a lavarmi, a fare le scale, ad alzare i pesi. Era una rinascita per me, il che era una cosa positiva, ma la cosa difficile era che dovevo imparare di nuovo tutto d’accapo. Come una bambina, ma non ero una bambina e spesso non è stato facile... Ci voleva pazienza, sacrificio, costanza; non bisognava arrendersi se un giorno ero più stanca del solito, non bisognava scoraggiarsi se gli esercizi erano dolorosi, ci voleva umiltà per ascoltare i consigli, era necessario automotivarsi e tenere alto il morale per riuscire ad affrontare ogni singolo giorno. Volevo subito correre, ma dovevo prima imparare ad alzarmi correttamente dal letto, volevo divorarmi una lasagna, ma dovevo prima imparare a masticare lentamente la minestrina, volevo uscire, stare fra la gente, riabbracciare i miei cari, ma dovevo vivere un periodo di isolamento per proteggermi da eventuali infezioni. Volevo essere normale, ma ancora non lo ero. Era il mio periodo di riabilitazione, dovevo viverlo correttamente se volevo che funzionasse. Nel giro di sei mesi fisicamente ero ormai in grado di fare tutto, ma nessuno mi aveva detto che avrei dovuto vivere un periodo di riabilitazione anche della mia mente. Fu dura scoprirlo da sola! Ero stata sei anni malata, completamente alle dipendenze degli altri, isolata a casa, a contatto con solo la mia famiglia e le poche persone che venivano a trovarmi; protetta, aiutata, commiserata. Non sapevo più niente di cosa volesse dire “cavarsela da sola”, lavorare, sbrigare tutti gli innumerevoli compiti faticosi della vita, relazionarsi con gli sconosciuti che ti trattano male e potrebbero ucciderti anche solo per un parcheggio. Non sapevo cosa volesse dire non essere più al centro dell’attenzione di nessuno, cadere nell’anonimato. Non avevo realmente la più pallida idea di cosa volesse dire tornare ad “essere normale”. Avevo impiegato molti giorni dedicandomi a riabilitare il mio corpo, ma non avevo pensato che dovevo riabilitare la mia mente, le mie emozioni, i miei sentimenti. Eppure tutto andava rieducato alla nuova vita che stavo vivendo, ma non avevo più il tempo necessario per farlo. Il mio corpo era sano, ma la mia mente no, era ancora malata, ragionava da malata, pensava da malata. Ho affrontato dei periodi realmente difficili, di battaglie interiori, di paure, di ansia. Sembra sciocco, ma avevo paura di stare tra la gente, di fare la spesa, di andare alla posta. Dovevo fare tutto da sola, ma non mi sentivo capace. Per necessità, ho dovuto in fretta imparare a guidare e questo mi ha terrorizzato per un periodo lungo della mia vita. La mia mente era ancora traumatizzata, fragile, ferita; non le avevo dedicato cura, attenzione, non mi ero concentrata su di lei. Non mi sentivo capita dagli altri che si aspettavano da me che tornassi immediatamente ad essere quella che ero stata prima della malattia. Nessuno più mi considerava una malata, né mi trattava come tale, ma io mi sentivo ancora malata dentro e non avevo il tempo necessario per curarmi interiormente perché la vita incombeva con i suoi impegni, i suoi orari, i suoi compiti, le sue necessità, rigorosamente da rispettare. Ho scoperto, poi, confrontandomi con altre persone che hanno vissuto la mia stessa esperienza del trapianto o che hanno superato una grave malattia, che esiste quella che io ho chiamato “depressione post-guarigione”. Sembra incredibile, non è vero? Ma non lo è, gran parte delle persone che guariscono devono vivere un periodo in cui soffrono proprio perché sono guarite, perché non sono più capaci di essere sane. So di aver vissuto un’esperienza molto forte e particolare. Non tutti hanno dovuto affrontare o affronteranno mai un lungo periodo di riabilitazione fisica, ma tutti noi, invece, abbiamo subito o subiremo dei traumi interiori. Quante cadute, quante ferite, quanti fratture viviamo interiormente che ci procurano dolori che non passano mai! Anche quando il problema è risolto, quando abbiamo superato la difficoltà, il dolore si trascina nel tempo, addirittura per anni, e continuiamo a sentirci malati interiormente, seppure agli occhi degli altri siamo sani. Ci rappacifichiamo con una persona e la relazione sembra tornare normale, ma ci portiamo il rancore del torto che ci ha fatto come un macigno nascosto per tutta la vita; dispensiamo sorrisi a chiunque incontriamo per strada, mentre il dolore di un lutto vissuto ci sta lacerando dentro; diamo l’immagine di persone impegnate nella vita, con tanta forza e sempre disponibili verso tutti, mentre cerchiamo di renderci occupati solo per non stare soli con noi stessi ed essere costretti a pensare; cantiamo e battiamo le mani allegramente in chiesa durante il culto, ma la nostra coscienza è tormentata dal peso dei nostri peccati che nessuno conosce. In realtà, dopo ogni colpo ricevuto, dopo ogni peccato commesso, dopo ogni errore compiuto, dopo ogni torto subito, dopo ogni ferita vissuta, dopo ogni relazione importante spezzata, dopo ogni fallimento realizzato, avremmo bisogno di un tempo di riabilitazione. Un tempo in cui sappiamo che non siamo ancora abilitati interiormente a tornare a vivere la vita di sempre, in cui non siamo ancora del tutto guariti, ma compiamo tutti quegli esercizi per tornare ad esserlo realmente. Imparare ad amare chi non ci ha amato, imparare a consolare chi non ci ha consolato, imparare a guarire chi ci ha ferito, imparare a perdonare noi stessi, imparare a vivere senza una persona che amiamo, convivere con i nostri pensieri senza che ci spaventino, non sono cose che impariamo a fare in poco tempo. Ci vuole tanto tempo! Forse mesi, forse anni. Ma c’è un Fisioterapista eccellente, un Luminare nella riabilitazione, che è disposto ad indicarci il percorso da compiere. Il Medico che, oltre a guarire, riabilita. Gesù, che ha conosciuto il tormento fisico e interiore e lo ha superato, aiuterà anche noi a farlo, prendendosi cura di noi, mostrandoci la via da seguire. Dio non ci ridà solamente la vita, ma ci insegna anche come viverla, in modo sano, abbondante e vigoroso. Vivi il tuo periodo di riabilitazione in compagnia di Dio, per quanto lungo e difficile sarà, saprai sempre di non essere solo e canterai di gioia quando sentirai battere dentro di te un cuore perfettamente sano.


Dove è finita la gioia?

“Rendimi la gioia della tua salvezza e fa che uno spirito volenteroso mi sostenga.”
Salmo 51:12

Chi in un modo chi in un altro, chi verso una direzione chi verso un’altra, tutti siamo alla ricerca della gioia. C’è chi la cerca vivendo una vita semplice, senza grandi aspettative, circondandosi di pochi ma profondi affetti che sa che non saranno traditi, c’è chi invece la cerca nelle grandi ambizioni, in sogni elevati e la pone sulla cima di una scalata del successo e della ricchezza. C’è chi la ricerca attraverso l’ascesi, un distacco da se stessi per unirsi con la divinità o chi la cerca dentro se stesso, attraverso un’introspezione interiore alla scoperta del proprio io. C’è chi la cerca predisponendosi sempre all’aiuto verso il prossimo, facendo del bene, donando e donandosi per gli altri, chi invece la cerca nella realizzazione di se stesso, ponendo al centro della propria esistenza la soddisfazione dei propri sogni e desideri. Ma, considerando la situazione attuale in cui vive la nostra società, le drammatiche notizie di cronaca che ogni giorno ci rattristano e ci spaventano, la povertà interiore che l’uomo sta vivendo, povertà di principi, di sentimenti, di emozioni, la cattiveria che sempre di più sembra essere il sentimento che prevale nelle relazioni di qualsiasi genere, possiamo facilmente comprendere che una delle maggiori caratteristiche della gioia è proprio la sua continua ricerca, senza mai riuscirla a trovare. Come se fosse una straniera di cui tutti parlano, ma nessuno ha mai conosciuto personalmente. Tutti in qualche modo vorrebbero essere felici ed hanno una propria idea della gioia, ma sono davvero pochi ormai quelli che riescono ad esserlo veramente. Non sto parlando chiaramente di una felicità temporanea, che dipende da qualche particolare circostanza e che svanisce allo svanire della novità. Sto parlando di una gioia profonda, costante, che domina nel cuore umano, nonostante le avversità e le sofferenze della vita. C’ è un particolare tipo di gioia che poi è davvero rara e che solo poche persone nella vita potranno dire di aver provata: la gioia di essere salvati, di scampare un pericolo, di ritrovarsi difronte alla morte certa e, invece, miracolosamente si rimane illesi. Sui social possiamo vedere dei filmati di gente scampata misteriosamente a degli incidenti in cui sicuramente sarebbe dovuta morire, persone salvate all’ultimo minuto prima di un’esplosione, oppure ascoltiamo testimonianze di gente, che per dei casi fortuiti, hanno fatto tardi al lavoro e poi l’edificio in cui lavoravano ha subito un attentato o hanno avuto degli imprevisti e non hanno potuto prendere un aereo, prendendo il volo successivo, e poi hanno saputo che l’aereo che dovevano prendere è precipitato. Ascoltiamo a volte delle testimonianze del genere, non è vero? Non è bello ascoltarle? Ci sembra quasi di vivere anche noi l’emozione di averla scampata. Chissà quale gioia e per quanto tempo la proveranno le persone che sanno di essere dei miracolati! In ogni modo, non sono esperienze che fanno tutti e solo pochi possono dire di aver sperimentato questo tipo di gioia. E che dire, invece, quando c’è in gioco non solo la nostra vita terrena, ma la nostra esistenza eterna! Quando sono destinati a morire, non il nostro corpo, che in ogni modo prima o poi dovrà perire, ma la nostra anima e il nostro spirito? Quando ci troviamo a dover correre il pericolo di sperimentare una perdizione eterna ed invece arriva qualcuno e ci salva per sempre, come sarebbe in questo caso la nostra gioia? Credo che sarebbe inspiegabile! In questo caso, però, tutti potrebbero provarla, perché tutti siamo vicini alla morte eterna e tutti possiamo essere salvati attraverso Gesù, che è morto per la nostra salvezza. Il re Davide in questi versi la chiama la gioia della salvezza. Perché, dunque, sebbene alla portata di tutti, non tutti riescono a provarla? Perché non tutti credono di essere condannati. Non può provare la gioia di essere salvato chi non prova il dolore di essere perduto. Non può gustare il dono della vita eterna, chi non crede nella morte eterna. Non può gustare la bellezza del perdono chi non ammette di aver sbagliato. Non si può essere grati per la grazia se non si sente il peso del peccato. Davide aveva commesso un peccato orribile, aveva commesso adulterio e fatto uccidere l’uomo di cui si era preso la moglie perché non sapesse che era rimasta incinta. Per nascondere il suo peccato, l’essersi impossessato di qualcosa che non gli apparteneva, aveva fatto morire un uomo giusto, fedele a Dio e al suo popolo, un guerriero volenteroso pronto a battersi per far vincere Israele. Ed ora che quell’uomo era morto e Davide si era sposato con la donna rimasta vedova e stavano per avere un bambino, si rende conto di aver perso qualcosa. Dove era finita la gioia della salvezza di Davide? Molte volte aveva rischiato di morire, ma era sopravvissuto: quando pascolava il gregge ed era arrivato il leone, quando aveva affrontato il gigante Golia, quando Saul aveva lanciato la sua lancia su di lui e lui l’aveva schivata e in tutte le sue battaglie. Quante volte sarebbe dovuto morire, ma era ancora vivo! E quella gioia più grande che provava quando elevava i suoi canti a Dio, suo grande Ispiratore, o quando danzava per l’ingresso dell’arca del patto a Gerusalemme. Davide amava Dio e provava la gioia della salvezza. Ora, però, a causa del suo peccato, tutto sembrava essere perduto, lui stesso si sentiva perduto. Davide prova il tormento dei suoi errori, si sente senza speranza, avvolto dall’angoscia e dal dolore, ma non trascorre il resto della vita nel rimpianto e nella rassegnazione. Grida a Dio di ridargli la gioia della salvezza. L’aveva conosciuta, l’aveva sperimentata, gli aveva dato forza nei suoi anni di fuga da perseguitato, nelle sue battaglie contro dei nemici possenti. Chi ha provato quel tipo di gioia, come potrebbe poi farne a meno? E’ vero, il mondo che ci circonda è alla ricerca affannosa di un po’ di gioia, una gioia che forse non troverà mai, finché non troverà salvezza eterna in Gesù, che l’ha acquistata col suo sangue. E noi che questa gioia l’abbiamo provata, noi che abbiamo fatto di Gesù il nostro Salvatore, il nostro Signore, il nostro migliore Amico, non lasciamocela rubare dalle distrazioni della vita, dai nostri peccati, dai nostri fallimenti, anzi viviamola e godiamola ogni giorno e facciamoci ambasciatori di essa, portandola a quanti non la conoscono. La gioia della salvezza è Gesù, qui in mezzo a noi!


E’ inutile essere giusti?

 “Ecco costoro sono empi: eppure, tranquilli sempre, essi accrescono i loro averi. Invano dunque ho purificato il mio cuore e ho lavato le mie mani nell’innocenza!”
Salmo 73:12

Questo Salmo, scritto da Asaf, è un Salmo molto particolare. Non è un canto di ringraziamento a Dio, in cui l’autore esprime la sua lode o la sua gioia per qualche vittoria ottenuta o il suo amore per Dio perché ha risposto alle sue preghiere. Non è neanche un lamento, i cui versi sono dettati dalla sofferenza provocata da un evento difficile. Sembra piuttosto una testimonianza, in cui il cantore racconta una sua esperienza particolare, vissuta personalmente. Ci racconta di un suo percorso interiore attraverso il quale, partendo da uno stato di confusione e turbamento, giunge, tramite la riflessione e la rivelazione di Dio, ad una risposta che sarà una svolta per la sua vita. Per un periodo si era lasciato confondere da ciò che vedeva intorno a sé. Qualcosa non gli quadrava. Osservava una realtà che lo lasciava perplesso; ciò che vedeva era in forte contrapposizione con ciò che gli era stato insegnato fin da fanciullo e in cui lui credeva. Non è forse vero, infatti, che a tutti noi credenti fin da bambini ci è stato insegnato che se saremo buoni e ubbidienti saremo premiati e se saremo cattivi e disubbidienti saremo puniti? Se saremo fedeli a Dio e vivremo nella santificazione, saremo da Lui benedetti, se invece vivremo nel nostro orgoglio, senza di Lui, vivremo nella disperazione. Probabilmente questo era ciò che era stato insegnato anche ad Asaf e lui ci credeva fermamente. Ma, guardandosi attorno, notava che la realtà offriva degli scenari completamente opposti: vedeva uomini malvagi prosperare, diventare ricchi, avere successo; vedeva persone disoneste e corrotte vivere nella bambagia, lontane da ogni sorta di sofferenza o sciagura, da malattia e povertà. Mentre, al contrario, vedeva persone umili, buone, oneste, soffrire la povertà, il freddo, la malattia e molteplici tipi di dolori. Non accade questo anche a noi ai nostri giorni? Compiamo ogni sforzo per piacere a Dio, per essere giusti, pacifici: facciamo del bene, aiutiamo il prossimo, parliamo agli altri di Dio, del Suo amore, siamo puntuali negli incontri di chiesa, ci dedichiamo ai servizi più umili, siamo onesti al lavoro, non ci lasciamo corrompere, non imbrogliamo, paghiamo le tasse allo Stato e doniamo le nostre offerte a Dio, eppure... eppure abbiamo sempre problemi: problemi finanziari, di relazioni, di salute, conflitti interiori. Continue preoccupazioni, paure, affanni sembrano caratterizzare costantemente la nostra vita e ostacolare il nostro cammino di santificazione e crescita spirituale. Mentre vediamo scorrere davanti a noi gente malvagia che vive nel benessere, senza disagi, senza preoccupazioni e paure. Banchettano, si divertono, si arricchiscono con i soldi dei poveri, sfruttano il lavoro dei deboli, hanno sempre fama, successo, sempre al centro dell’attenzione. Hanno visibilità, la gente li cerca, li ammira, li considera beati, li applaude. Non ci sembra ingiusto questo? Dove è la giustizia divina? Nei primi versi del Salmo, Asaf ha il coraggio di ammettere che ha provato invidia per loro. Aveva desiderato avere quello che avevano loro e, se per averlo bisognava essere come loro, probabilmente era stato tentato a desiderare di essere persino come loro. Ma il suo tormento interiore, i suoi interrogativi e le sue perplessità hanno una fine nel momento in cui incontra Dio nella Sua casa. Improvvisamente i suoi occhi si aprono e comprende tutto con chiarezza. Riceve una vera e propria rivelazione che cambierà completamente la prospettiva da cui osserva la realtà. La vita dei malvagi non è altro che “vana apparenza” (verso 20). E’ effimera, si fonda su cose vane, inutili ed è destinata a svanire nel nulla. Asaf considera la fine che faranno questi uomini quando si troveranno faccia a faccia con Dio; una fine amara, tremenda, senza possibilità di rimedio. Ma la vera condanna di questi uomini non è nel loro futuro, la loro vera povertà, la loro reale malattia, la vera piaga che li punisce è che sono lontani da Dio. E’ una vita persa, una vita senza Dio. Bellissime la sue parole: “Chi ho io in cielo fuor di te? E sulla terra non desidero che Te” (v. 25). Il salmista sa che il nostro tesoro è spirituale ed è in cielo, ma anche qui sulla terra, oggi, tutti i nostri desideri sono per Dio. Tutto può venire meno nella nostra vita, ogni cosa ci può mancare, ma non la presenza di Dio. Lui è la nostra gioia, la nostra forza, il nostro successo, la nostra ricchezza, la nostra vittoria; cos’altro potrebbe servirci che non abbiamo in Lui! Cosa potremo mai invidiare a coloro che sono schiavi del loro egoismo e avidità? Dio è il nostro bene più grande che non ci mancherà mai finché non saremo eternamente nella sua presenza, quando ci accoglierà nella Sua gloria.


Un insolito rifiuto

E come egli montava nella barca, l’uomo che era stato indemoniato lo pregava di poter stare con lui. E Gesù non glielo permise, ma gli disse : “Va’ a casa tua dai tuoi e racconta loro le grandi cose che il Signore ti ha fatto, e come egli ha avuto pietà di te”. E quello se ne andò e cominciò a pubblicare per la Decapoli le grandi cose che Gesù aveva fatto per lui. E tutti si meravigliavano.
Marco 5:18-20

Il capitolo 5 del vangelo di Marco ci racconta di un uomo con una triste storia. Era un uomo posseduto, condannato a vivere in solitudine in un cimitero a causa della sua violenza. Nessuno riusciva a fermarlo, neanche le catene e i ceppi riuscivano a frenarlo. Tormentato notte e giorno da spiriti maligni, urlava continuamente e faceva del male anche a se stesso. Come doveva essere angosciosa la sua vita, senza essere in grado di aver il minimo controllo su stesso, tanto da non riuscire a fermarsi dal procurarsi ferite profonde anche sul corpo! Come doveva essere dura la vita di chi gli viveva accanto, sentendo i suoi continui lamenti e le sue urla strazianti! Come dovevano essere terribili le emozioni di chi lo incontrava per la prima volta. Chiunque avrebbe voluto stargli più lontano possibile. Così, Gesù e i suoi discepoli, neanche il tempo di scendere dalla barca, che se lo vedono arrivare incontro. Forse qualcuno di loro avrà desiderato in quel momento risalire sulla barca e scappare via. Ma Gesù non lo teme ed inizia a parlargli, sebbene quell’uomo riesca a comunicare solo urlando. In realtà Gesù non parla con quell’uomo, ma con gli spiriti che erano dentro di lui e inizia una sorta di trattativa: sapevano che Gesù avrebbe liberato quell’uomo e non volevano andare via da quel posto. Il racconto prosegue con la richiesta dei demoni di poter andare nel corpo di alcuni maiali, Gesù lo consente e gli spiriti arrivano a possedere ben duemila maiali che, inferociti, si vanno a gettare nel mare. Credo davvero che sia stata una scena agghiacciante per chiunque abbia assistito. Forse, conoscendo bene la storia, non riusciamo ad impressionarci più di tanto e, avendo letto più volte questo testo, non lo rileggiamo comprendendo bene la portata emotiva dell’evento. Ma assistere deve essere stato qualcosa di terribile. Migliaia di maiali correre impazziti verso il mare e gettarsi nelle acque, incontro alla morte. Duemila spiriti nella vita di un uomo solo... quanta forza, quanta potenza! Ma Gesù ha dimostrato di essere più forte. Incredibile! Da questo momento in poi, tuttavia, accadono una serie di cose alquanto insolite, che non ci aspetteremmo. La prima riguarda la gente, che appena saputa la notizia dell’accaduto, corre sul posto per vedere l’uomo che era stato liberato. Lo trovano vestito bene e tranquillo. Vederlo così li spaventa. Ma come è possibile? Erano abituati a sentirlo urlare, ad assistere ai suoi atti incontrollabili di furia ed ora che è buono e tranquillo si spaventano? Già, provano paura, ma continuando la lettura, comprendiamo che in realtà è Gesù quello che temono. Si rendono conto di avere a che fare con qualcuno che era molto di più di un semplice uomo: da solo aveva avuto il potere di dominare duemila spiriti maligni violenti e incontrollabili. Si saranno chiesti chi fosse veramente questo uomo, con tutta questa potente autorità. E qui accade una seconda cosa insolita: pur avendo assistito alla sua potenza, non scelgono di sottomettersi a Lui, non lo ricevono come il Salvatore delle anime, come colui che aveva riportato un po’ di pace sul posto, salvando la vita di un uomo. Non lo accolgono come un eroe, ma gli chiedono di andarsene, di lasciare quel luogo. Solo l’uomo che era stato liberato, gli chiede di poterlo seguire. Era finalmente libero, era un uomo normale, non era costretto a subire atroci torture, a farsi del male. Avrebbe finalmente potuto vivere come tutti gli altri. Ma vuole mostrare la sua gratitudine rendendosi discepolo di Colui che gli aveva portato la salvezza. Cosa si può offrire di più a chi ha fatto del bene alla nostra stessa vita! Così quel l’uomo avrebbe voluto fare, ma Gesù (ed ecco un altro fatto insolito) non glielo consente. Seguendolo, sarebbe potuto essere un discepolo straordinario per Gesù, testimone diretto della Sua enorme potenza. Avrebbe potuto essere un’arma vincente per Lui, per dimostrare a chiunque di quanto era capace di fare. Ma Gesù lo invita a tornare a casa sua e raccontare ai suoi familiari di quanto gli era accaduto. L’uomo ubbidisce a Gesù e se ne torna a casa. Da quanto tempo non tornava a casa! Probabilmente non sarebbe mai tornato se quel giorno Gesù non avesse scelto di sbarcare su quella terra ingrata. E comincia a raccontare a tutti del miracolo straordinario che aveva vissuto e nessuno poteva negare l’evidenza dei fatti, dato che lo conoscevano. Andò per tutta la Decapoli a raccontare le meraviglie di Dio. La Decapoli era la zona urbanistica, la più abitata e trafficata. I sepolcri non sono la casa dell’uomo che è stato liberato, né la terra dei morti è luogo dove vive l’uomo che ha incontrato Gesù; da uomo libero può vivere in città, tra le persone comuni, raccontando del giorno in cui ha incontrato Gesù che lo ha riportato alla vita.
Questo racconto ha un inizio tragico e una fine gloriosa. Ma, come gli abitanti del posto che avevano chiesto a Gesù di andarsene dopo aver assistito ad un miracolo sorprendente, ancora oggi molte persone si allontanano da Gesù perché temono quello che la Sua potenza è capace di fare. Invece di essere attratti dalla sua compassione, dal suo amore, dai suoi miracoli, fuggono dalla Sua mano liberatrice, temendo il cambiamento che Egli è in grado di portare alla vita di una persona. Si fugge da Lui, dalla salvezza. Si preferisce assistere passivi agli spettacoli atroci che il mondo offre ogni giorno, abituandosi alle urla disperate di gente sofferente, piuttosto che chiedere a Dio di intervenire e salvare il mondo. Si sceglie di mandare Dio lontano, pur di non accettare la Sua autorità e potenza trasformatrice. Ma noi che abbiamo vissuto la liberazione della nostra vita, che abbiamo trovato in Lui la salvezza della nostra anima, che abbiamo dichiarato a Gesù che lo avremmo seguito fino all’estremità della terra, senza allontanarci troppo, corriamo oggi per le strade della nostra città a gridare a tutti che eravamo schiavi e Gesù ci ha reso liberi.


E’ più leggero un peso quando è condiviso

“Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo.”
Galati 6:2

“La Bibbia ci esorta a portare i pesi gli uni degli altri e non ad essere un peso gli uni per gli altri”, scrivevo ironicamente qualche tempo fa su un mio profilo in Rete. Ironia a parte, questo verso ci esorta a compiere qualcosa di davvero importante. Non credo che sia un caso che venga utilizzato il termine “peso”. Avrebbe potuto dire: “Risolvete i problemi gli uni degli altri” o “Affrontate le difficoltà gli uni degli altri”, ma preferisce usare questo semplice termine figurato: “peso”. In realtà il termine “peso” rende molto l’idea di quanto sia faticoso psicologicamente affrontare alcuni problemi. E’ molto difficile proseguire le quotidianità della vita quando si sta vivendo una difficoltà. Si ha l’impressione che tutto diventi più faticoso. Anche il semplice alzarsi dal letto la mattina sembra diventare più pesante quando sai che ti sta aspettando un problema a cui non sai dare soluzione. Si ha proprio la sensazione di doverci trascinare dietro dei pesi che rendono il nostro cammino lento e faticoso. I nostri pensieri sono pesanti, le nostre emozioni, i nostri stati d’animo. Viviamo nell’angoscia, nell’ansia, nella paura di non riuscire ad uscirne fuori, che il nostro problema ci travolga, ci porti alla rovina, ci renda infelici per sempre. Spesso rimaniamo schiacciati dai nostri problemi, immobilizzati, senza via d’uscita. Fin quando non arriva qualcuno che è disposto a toglierci il peso di dosso e aiutarci a riprendere il cammino condividendolo. E’ immediatamente percepibile la sensazione di sollievo e leggerezza che si prova quando qualcuno ti toglie un peso da dosso! Oltre a questo si sperimenta un senso di sicurezza, sapendo che chi ti aiuta a portare il peso camminerà con te e non dovrai più sentirti solo. Questo è già un grande passo verso la risoluzione del problema. E’ molto bello che la Bibbia ci incoraggi a fare questo: farci carico dei pesi degli altri. La mia domanda oggi, però, è: “Ne siamo realmente capaci?”. Le nostre chiese sono davvero il luogo dove una persona può portare liberamente il suo peso e trovare persone disposte ad aiutarlo. Non persone che annullino il peso, che risolvano il problema, che facciano sparire la difficoltà, ma che portino il peso insieme al sofferente.
Ci sono, a mio avviso, tre virtù indispensabili che deve avere chi vuole farsi carico dei pesi degli altri.
La prima è la capacità di non giudicare. Chi vuole portare un peso si deve abbassare per farsene carico. Il peso potrebbe essere un peccato che il nostro fratello ha commesso, un fallimento, una perdita, uno sbaglio o una malattia o la perdita del lavoro. In ogni caso è comunque qualcosa che spinge chi lo sta portando a provare un senso di umiliazione. Non ha bisogno di essere umiliato e mortificato ulteriormente, facendogli sentire che è stato orribile quello che ha fatto, che noi al posto suo non avremmo mai fatto quell’errore, o peggio ancora, banalizzare il suo problema, facendogli credere che sta esagerando a reagire in quel modo, che il suo problema non è grave come lo sta vivendo, che al suo posto noi ce ne saremmo già sbarazzati. Sminuire i problemi degli altri è molto semplice, ma crea in chi li sta vivendo un senso ancora più forte di incapacità e debolezza. Dovremmo essere disposti a capire l’altro, ascoltarlo con attenzione, mostrarci sensibili, farlo sentire accolto e amato, altrimenti non faremo altro che rendere il suo peso ancora più opprimente.
La seconda virtù è la discrezione. Uno degli elementi che rende spesso pesante un problema è la vergogna. Ci vergogniamo di quello che stiamo vivendo e questo ci porta a nasconderci, isolarci, affinché nessuno se ne accorga e ci faccia domande imbarazzanti. Se qualcuno vuole farsi carico, in questo caso, del peso del proprio fratello deve avere la capacità di mantenere il segreto e rispettare la fiducia che gli è stata data. Nessuno vorrebbe che i propri problemi o peccati fossero sbandierati ai quattro venti, pur sentendo la necessità di cercare aiuto, di confidarci con qualcuno. Non possiamo essere dei confidenti se non rispettiamo la persona che stiamo aiutando. Troppo spesso questo manca nelle chiese e il problema di una persona che si è confidata finisce, non si sa come, sulle labbra di tutti, facendola sentire oggetto di pettegolezzo e giudizio. La vergogna si fa ancora più grande fino a spingerla a lasciare la chiesa. E’ molto triste: Gesù ci chiama ad essere una famiglia, non un paesello dove la gente vive di queste cose.
La terza virtù è la pazienza. Chi aiuta una persona a portare un peso deve seguire il passo di chi lo sta portando. Ci sono persone in abbondanza pronte a dare consigli sbrigativi, suggerimenti vari su come la situazione andrebbe affrontata secondo il loro punto di vista e la loro esperienza, ma portare un peso è qualcosa di molto più profondo di un consiglio dato di fretta. Richiede che tu cammini fianco a fianco alla persona che stai aiutando. Che tu partecipi alla sua sofferenza, compi dei sacrifici per lui, che fai fatica anche tu, che hai la pazienza di aspettare tutto il tempo necessario perché il problema si risolva, camminando con la schiena piegata. Portare il peso di un altro è doloroso e il dolore spesso si prolunga nel tempo.
Mi rattrista molto il pensiero che a volte le nostre chiese non siano il luogo dove una persona sofferente riesce a trovare qualcuno che le aiuti, ma sono un altro dei tanti ambienti dove bisogna nascondersi, mentire, fingere perché si teme il giudizio degli altri, il pettegolezzo, la derisione. E’ triste che un qualsiasi cristiano possa entrare in una chiesa e  provare vergogna di se stesso. La chiesa dovrebbe essere una famiglia, dove tutti si amano, sono pronti ad aiutare l’altro. Dovrebbe essere il luogo dove si possa essere sinceri, veri, senza maschere, senza finzioni. Ho conosciuto persone che non dicevano di essere malate, per non essere considerate persone di poca fede; persone che non confessavano i propri peccati per paura di essere puniti; persone che non dichiaravano di avere problemi finanziari per paura di non essere considerati benedetti da Dio e molto altro. La chiesa dovrebbe essere il luogo dove il peccatore trova perdono, il malato guarigione, il povero ricchezza... portiamo i pesi gli uni degli altri! Che non sia solo un bell’incoraggiamento, ma una pratica costante e abituale, come fondamento della comunione del corpo di Cristo.


Le ultime parole

 La donna quando partorisce prova dolore, perché è venuta la sua ora;
ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’angoscia
per la gioia che sia venuta al mondo una creatura umana

Giovanni 16:21

 Nella sua ultima cena con i discepoli Gesù rivolge loro un lungo discorso di commiato. Loro non ne sono consapevoli, non sanno che sta per essere messo a morte. E’ un momento di raccoglimento, di intimità, di intensa comunione. In questo discorso Gesù preannuncia molto esplicitamente la loro separazione, dando loro gli ultimi consigli su come agire, anche avvertendoli sulle difficoltà che avrebbero avuto da quel giorno in poi, come la persecuzione e l’odio del mondo. Per descrivere il periodo della sua separazione da loro fino al momento in cui si sarebbero rivisti usa il paragone del travaglio di una donna. Ogni donna che ha partorito se lo ricorda molto bene! Il dolore che si prova è atroce, penetrante, lancinante. Tutto il corpo si piega, sembra che manchi il respiro, le forze vengono meno. Sembra interminabile, angosciante. Nel momento in cui lo si sta provando sembra impossibile uscirne vive. Eppure nel momento in cui il bambino, il proprio figlio, nasce ed emette il primo vagito, tutta la sofferenza e la fatica sembrano sparire improvvisamente, lasciando il posto alla gioia ed ad una festa incontrollabile. Le lacrime lasciano posto ai sorrisi e agli abbracci. Chi ha provato la perdita di una persona cara, conosce il tipo di dolore che si prova. E’ un dolore dell’anima, ma diventa immediatamente anche percettibile fisicamente. Ugualmente manca il respiro, lo stomaco fa male, il corpo perde le forze... Gesù avverte i suoi discepoli che avrebbero provato questo tipo di dolore quando sarebbe morto, ma dà loro la buona notizia che questo dolore sarebbe stato temporaneo e quando l’avrebbero rivisto avrebbero provato una gioia talmente grande che si sarebbero dimenticati della sofferenza provata in sua assenza. Non so se Gesù stesse parlando del momento in cui si sarebbero rivisti dopo la sua resurrezione o se si riferiva a quando un giorno i discepoli lo avrebbero raggiunto in cielo, in entrambi i casi la loro gioia sarà stata inestimabile.
Sebbene Gesù sia sempre con noi spiritualmente, sono convinta che il desiderio di ogni credente è quello di essere con Lui anche fisicamente. Vivere questo momento di separazione da Lui, in un mondo malvagio senza Dio, che spesso ci ridicolizza, ci perseguita, ci odia, ci isola, è come provare un lungo travaglio. Ci sentiamo sempre come pellegrini, percorrendo strade straniere di un mondo a cui non apparteniamo. Eternamente stranieri!
Quale sarebbe stato il problema più grande per i discepoli senza Gesù? Avrebbero perso qualcuno che si era sempre preso cura di loro ed avrebbero dovuto imparare ora a prendersi cura loro degli altri. Ci sono dei periodi nella vita di ogni persona in cui ci si sente soli. Vorremmo avere qualcuno che si prenda cura di noi. Come si prendeva cura Gesù dei suoi discepoli? In un modo molto semplice: stava con loro. Il modo più semplice per prendersi cura di una persona è stare con lei. Darle il tuo tempo, farle capire che sei disposto a rinunciare alle tue personali occupazioni o al tuo tempo libero per vivere dei momenti con lei. Non è facile ai nostri giorni in cui la gente è sommersa da mille impegni e va sempre di fretta, avere del tempo per stare con gli altri con lo scopo di occuparsi esclusivamente di loro. A volte ci troviamo a stare con delle persone provando la sensazione di avere i minuti contati e tutto quello che dobbiamo dire loro lo dobbiamo dire più velocemente possibile prima che si stanchino e si rivolgano ad altro. Chi si prende cura di una persona le concede il tempo di cui ha bisogno: tempo per ascoltarla, tempo per darle dei consigli sulle scelte da fare, per ammaestrarla, per portare guarigione alle sue ferite. Deve avere tempo per leggere la Bibbia insieme e rispondere alle domande che vengono poste; tempo per pregare insieme e presentare le sue richieste a Dio, ma anche tempo per pregare da solo per lei ed intercedere per i suoi bisogni. La persona che curiamo si deve sentire a suo agio, comoda, serena. Credo profondamente che anche prendersi cura di una persona, in alcuni casi, è come un travaglio. Quando la amiamo intensamente, soffriamo per lei quando è infelice, facciamo dei sacrifici, vorremmo dare la nostra vita pur di vederla felice. Le nostre preghiere sono intense, dolorose, ne siamo coinvolti anche fisicamente. Proprio come Gesù quando pregava nel Getsemani. A me è capitato di pregare per delle persone che amo profondamente che stavano attraversando un periodo difficile, di essere così coinvolta dal loro dolore, da esserne quasi sopraffatta. Giorni e giorni in preghiera per loro, piangendo, digiunando, con la mente sempre rivolta a loro. Non è facile prendersi cura degli altri, ma è meraviglioso! Quando la risposta di Dio arriva, poi, si gioisce insieme, si festeggia, si ha la sensazione di essere noi i protagonisti della vittoria, sebbene sia stato l’altro a vincere. Gesù sapeva prendersi cura dei suoi discepoli. Non perdeva occasione di dimostrare loro quanto li amasse. Questi ultimi capitoli di Giovanni sono pieni di questo amore profondo e unico. Gesù sa prendersi cura anche di noi. Sebbene ora siamo momentaneamente separati da Lui, lo possiamo sentire, possiamo avvertire la Sua presenza, sentire la Sua voce che ci guida, le Sue braccia che ci sostengono, le Sue mani che ci rialzano. Questo nostro momentaneo travaglio su questa terra è necessario perché possiamo prenderci cura degli altri seguendo l’esempio di Gesù, finché un giorno, tutti insieme gioiremo come una mamma che abbraccia per la prima volta il suo bambino, quando vedremo faccia a faccia il nostro amato Signore.


L’amico dei peccatori 

“E’ venuto il Figluol dell’uomo mangiando e bevendo, e dicono: Ecco un mangiatore ed un beone, un amico dei pubblicani e de’ peccatori! Ma la sapienza è stata giustificata dalle opere.”
Matteo 12:19

 Gesù visse in un’epoca in cui nel suo popolo veniva percepita forte la separazione tra la “brava gente” e la “cattiva”. La brava gente comprendeva tutti coloro che osservavano alla lettera la legge mosaica, che rispettavano accuratamente ogni precetto, applicandoli ad ogni dettaglio della vita quotidiana; primi fra tutti i farisei, i sadducei e gli scribi. La loro condotta doveva essere irreprensibile, la loro testimonianza intoccabile; nessuno avrebbe dovuto avere qualche elemento in base al quale poterli condannare. Almeno nell’apparenza, perché nel loro intimo mancavano completamente della misericordia e dell’amore di Dio. Pieni di orgoglio e autocompiacimento, facevano dei loro atti esteriori la loro forza. Della “cattiva gente”, al contrario, facevano parte coloro che non ubbidivano alla legge e conducevano una vita immorale e peccaminosa. Tra di loro c’erano gli adulteri, le prostitute, gli ubriaconi, i ladroni, ma anche i pubblicani, detestati dalla società perché erano gli esattori delle tasse che il popolo pagava ai romani e si arricchivano chiedendo alla gente più denaro di quello dovuto, che poi trattenevano per sé. Gesù venne criticato perché frequentava quest’ultimi, partecipava alle loro feste, mangiava e beveva con loro. Questo comportamento era senz’altro fuori dagli schemi, inaspettato da uno che era considerato un maestro, una guida spirituale. Che insegnamento avrebbe potuto trasmettere ai suoi seguaci, che testimonianza avrebbe lasciato? Forse che questi comportamenti erano considerati leciti ed accettabili? A Gesù non interessava molto il giudizio dei dottori della legge (Lui che la legge l’aveva scritta!), ciò che riempiva interamente il suo cuore era il desiderio di salvare il peccatore. No, certo, non frequentava i peccatori perché amava il peccato ed era attratto da esso. Non partecipava alle feste per ghiottoneria o perché amava ubriacarsi e lasciarsi andare a piaceri dissoluti, ma perché voleva essere più vicino al peccatore, essergli accanto, fargli sapere che era disposto anche ad andare nella spelonca dei ladroni pur di salvare anime dalla perdizione eterna. Gesù ama il peccatore perché è “Suo amico” e la sua vita è preziosa. Lo cerca per liberarlo da quella condizione, per renderlo vittorioso sul peccato e sulla morte. Gesù non si lasciava contaminare, ma era lui a portare purezza, perdono, salvezza, proprio nei luoghi dove il peccato abbondava. Matteo e poi Zaccheo furono dei pubblicani che diedero il loro cuore a Lui e abbandonarono completamente la corruzione. Anche noi come seguaci di Gesù dovremmo seguire il Suo esempio. A volte ci chiudiamo nelle nostre chiese, in piccoli circoli ristretti di credenti selezionati, credendo che in questo modo non saremo contaminati dalla “gente del mondo” (così noi siamo soliti chiamare la “cattiva gente”). Ma Gesù ci ha insegnato a stare con queste persone, a cenare con loro, a trascorrere delle giornate con loro affinché portiamo loro il messaggio dell’Evangelo. Forse diranno anche di noi che frequentiamo cattive persone e la nostra testimonianza potrebbe essere messa in discussione, ma quando vedranno questa stesse persone convertirsi al Signore ed essere completamente trasformate, non potranno negare l’immensità e la bellezza della grazia di Dio.


Ci vuole coraggio per vivere

“Nel giorno che ho gridato a Te, Tu mi hai risposto,
m’hai riempito di coraggio, dando forza all’anima mia.”

Salmo 138:3

 Si sta per concludere un altro anno. Ognuno di noi può fare un resoconto più o meno positivo di ciò che è stato: quanto di buono o cattivo ci ha portato e quanto, invece, di buono o di cattivo ci ha tolto. Certamente, in generale, possiamo dire che non è stato un anno facile per il nostro Paese. Il terrorismo, gli sconvolgimenti politici, i terremoti e le alluvioni, ci spingono a vivere sempre più nella precarietà della vita e nell’incertezza del futuro. Ci vuole coraggio oggi per vivere! Parlavo qualche giorno fa con una negoziante. Mentre mi serviva mi diceva di come si sente continuamente ansiosa e timorosa, non solo per se stessa, ma anche per i suoi cari, a tal punto che fatica ad uscire da casa e lo fa solo perché deve lavorare ed è grata di avere un lavoro perché questo la tiene occupata e non le dà modo di pensare; i suoi pensieri la fanno star male, le fanno paura. Molte persone ai nostri giorni vivono così, tormentate da paure e dall’ansia. Non sono, tuttavia, solo le circostanze intorno a noi, quelle che forse possiamo controllare meno, ad essere diventate motivo di paura, ma anche fattori che ci riguardano personalmente e che si indeboliscono giornalmente, quando invece avrebbero bisogno di essere costantemente rafforzati.
Le relazioni con gli altri diventano precarie. I rapporti si rompono facilmente per futili motivi, per incomprensioni, fraintendimenti, e sembrano diventare in breve tempo irreparabili. Ci vuole coraggio oggi ad amare perché la società ci spinge a pensare che non sia più conveniente portare avanti delle relazioni di coppia, di amicizia, ma anche di parentela, così impegnative. Ci vuole coraggio oggi per amare senza vivere il timore di non essere ricambiati o delusi, dandosi completamente all’altro, rinunciando a se stessi, prendendosi cura dell’altro e coltivando con costanza un rinnovato impegno d’affetto.
Ci vuole coraggio anche per essere figli di Dio. I valori umani si stanno sgretolando. Tutto sembra diventare lecito quando serve ad appagare se stessi. Il confine tra bene e male diviene sempre più incomprensibile. Ognuno sembra avere la possibilità di decidere cosa sia per lui il bene e il male. Ma nella Bibbia ci sono delle indicazioni chiare al riguardo. Ci vuole coraggio oggi ad accettare di sottomettersi alla volontà di Dio, ubbidire ai comandamenti della Parola di Dio e non lasciarsi contaminare dall’opinione comune che li ritiene superati, inadatti per una società “evoluta” come la nostra.
Ci vuole coraggio anche per avere fede. Tutto ciò che è materiale acquista sempre più importanza nella vita umana. Tutto ciò che si può toccare con mano, che è visibile, che può essere scambiato e barattato, diventa indispensabile per essere felici. Anche il nostro rapporto con Dio sembra che debba avere sempre di più un riscontro visivo agli occhi degli altri per essere credibile. La fede invece é la capacità di credere in Dio anche quando non lo vediamo all’opera nella nostra vita, quando non ci sono dei riscontri pratici della Sua benedizione in noi, quando non ci sono risposte immediate alle nostre preghiere.
Spesso anche noi credenti non abbiamo il coraggio sufficiente per affrontare queste sfide che la società odierna ci pone giornalmente. A volte anche noi sentiamo che la nostra mente si lascia invadere da pensieri di sollecitudine, di paura, di confusione, di titubanza. Perché ci accade questo? Questo potrebbe accadere perché sentiamo di non avere la forza necessaria per combattere contro ciò che ci affligge o ci intimorisce. Abbiamo affrontato lunghe battaglie nel passato, abbiamo affrontato periodi sterili in cui non abbiamo visto frutti prodotti dal nostro amore per gli altri, né ci sentiamo di essere stati abbastanza fedeli e ubbidienti come figli di Dio e, ancora, sentiamo che la nostra fede vacilla perché non abbiamo ricevuto nessuna risposta a lunghe ore di intercessione. Spesso le nostre forze vengono meno perché combattiamo per anni sempre le stesse battaglie, affrontiamo continue difficoltà e ci trasciniamo in un cristianesimo appesantito e improduttivo. Ma oggi possiamo elevare il nostro grido a Dio. Quando stiamo sperimentando l’esaurimento di ogni nostra risorsa spirituale, possiamo invocare con tutte le nostre forze l’intervento di Dio. In questi versi non c’è scritto che Dio dà risposte specifiche o compie un particolare tipo di miracolo, ma semplicemente dà forza alla nostra anima affinché acquisti nuovamente coraggio.
Gridiamo a Te, Signore, dacci forza, dacci coraggio, perché questo anno non si concluda senza che Tu ci abbia rialzato, abbia risvegliato il nostro spirito e restaurato la Tua chiamata in noi!

La voce della tentazione
 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. E dopo che ebbe digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.
Matteo 4:1,2

Dopo tanti anni dacché ho ricevuto Gesù nella mia vita, ho imparato a riconoscere la Sua voce. I Suoi incoraggiamenti, gli insegnamenti, le Sue correzioni, le riprensioni, le Sue parole d’amore sono inconfondibili... in realtà sento continuamente la Sua voce, la Sua presenza e questo mi dà forza. Ma in tutto questo tempo ho anche imparato a riconoscere la voce del diavolo quando mi tenta. Una voce calda, suadente, convincente: la voce della tentazione! Ogni volta che mi ricordo di averlo sentito in modo chiaro ed univoco era in un momento di debolezza, di stanchezza o in cui stavo attraversando una prova particolarmente dura. Una cosa che accomunava tutte le volte che l’ho riconosciuto chiaramente è che mi ha offerto un’alternativa allettante alla situazione difficile che stavo attraversando, in poche parole mi ha offerto una facile soluzione ai miei problemi. Mi ha mostrato come tutto sarebbe stato facile, risolvibile, più bello da vivere se gli avessi dato ascolto; come avrei potuto vedere risolversi subito il problema, concedendomi la serenità e la felicità tanto agognata. L’unico “piccolo ed insignificante” particolare per avere tutto ciò è che avrei dovuto commettere un peccato. Il segno di riconoscimento della voce del diavolo è che lui ti chiederà sempre di peccare, di disubbidire a Dio.

La spudoratezza del diavolo sembra senza limiti in questo capitolo di Matteo, in cui si permette addirittura di tentare Gesù. Ma non lo fa nel momento in cui Gesù era nel pieno delle sue forze, mentre stava compiendo qualche miracolo o la folla lo acclamava come Signore. Lo tenta mentre Gesù è debole, stanco, solo, senza forze ed affamato. Non cerca di sedurre Gesù nel bel mezzo del digiuno, quando è in pieno combattimento, ma quando è giunto alla fine e il suo corpo avverte gli stimoli dei Suoi bisogni fisici. La prima cosa su cui lo tenta è sul cibo. Sapeva che Gesù aveva fame e lo invita a trasformare le pietre in pane. Lo invita a compiere un miracolo per soddisfare immediatamente i suoi bisogni fisici, ma Gesù gli risponde che i bisogni fisici dell’uomo non sono la cosa più importante e urgente da soddisfare, perché ci sono dei bisogni spirituali che hanno la priorità. Successivamente lo invita a lanciarsi dal pinnacolo del tempio e ordinare agli angeli di salvarlo. Tenta Gesù a mostrare la Sua autorità, il Suo potere, la Sua capacità di comandare. Ma Gesù gli ricorda che sopra di Lui c’è il Padre che non deve essere tentato. Ed infine il diavolo giunge al punto dove voleva arrivare sin dall’inizio ed offre a Gesù tutti gli averi del mondo e la gloria in cambio della Sua adorazione. E’ sempre questa la fine del percorso a cui il diavolo ci vuole portare quando ci offre il suo aiuto. Non è certo mosso dalla compassione, dalla pietà che prova per noi quando ci vede piangere, quando ci vede ammalati, tormentati dalle nostre sollecitudini, paure, sconfitte. Non è certo per incoraggiarci e donarci forza che si offre così premurosamente di soccorrerci. Ciò che desidera è essere adorato, diventare il nostro signore, il nostro dio. A lui non interessava affatto che Gesù mangiasse o compiesse miracoli o si arricchisse, voleva solo sottometterlo e spingerlo a ribellarsi alla volontà di Dio.

C’è un anno nuovo davanti a noi. Sicuramente porterà con sé momenti belli di pace, di gioia, di serenità, come usiamo augurarci tra di noi, ma altresì, inevitabilmente porterà momenti difficili, di battaglia, di sconforto, di delusioni ed amarezze. Porterà anche momenti di solitudine in cui cercheremo disperatamente qualcuno che ci aiuti, che ci prenda per mano e ci conduca nelle scelte che dovremo fare. Ma poniamo attenzione a chi si offrirà di aiutarci e che tipo di aiuto ci proporrà. Se sentirai una voce che ti propone delle soluzioni facili, ma che ti conducono verso la disubbidienza nei confronti di Dio, che ti inducono a peccare, sappi che non è Gesù Colui che ti sta parlando. Forse il diavolo ti tenterà nei tuoi sentimenti, offrendoti una relazione extra coniugale che ti appaghi di più rispetto al tuo matrimonio, o ti sedurrà nell’autorità che possiedi, spingendoti a compiere delle azioni ingiuste e dannose per altri, oppure di offrirà la possibilità di arricchirti, in modo illecito, però, compiendo inganni ed imbrogli. Ma saprai sempre riconoscere la sua voce perché ti spingerà alla disubbidienza verso Dio.

La cosa che mi piace di più in questi versi, non è solo la fermezza e la capacità di Gesù di rispondere, nonostante la debolezza in cui si trovava, ma è la conclusione della vicenda. Gesù si era rifiutato di ascoltare la voce del tentatore che lo spingeva a compiere miracoli e far intervenire degli angeli per salvarlo, ma quando il diavolo finalmente se ne va, Dio comunque soccorre Gesù in modo miracoloso e gli manda proprio degli angeli a servirlo e, probabilmente, gli hanno dato da mangiare, rifocillandolo. Quando sappiamo resistere al diavolo, Dio interviene miracolosamente nella nostra vita portandoci le sue soluzioni, le sue benedizioni e le sue ricchezze, che vanno ben al di là di quelle frivole cose che la voce della tentazione può offrirci.

Che sia un anno di vittoria per ciascuno di noi, in cui non ci lasceremo sedurre da questo mondo povero ed arido, ma che possano scaturire da noi i fiumi delle benedizioni di Dio.


  Un corpo debole
Vegliate ed orate, affinché non cadiate in tentazione;
ben è lo spirito pronto, ma la carne è debole
”.
Matteo 26:41

Da quando è iniziato il nuovo anno sto avendo una forte anemia che mi toglie completamente le forze. Gli ultimi weekend li ho trascorsi completamente a letto, non avendo neanche la forza di alzarmi in piedi. Non è una situazione nuova per me, anzi tante volte mi sono ritrovata a dover convivere con le mie debolezze fisiche, anche dopo il trapianto. E sicuramente non è una situazione piacevole. Ci sono degli impegni che non posso rimandare, dei doveri che non posso non adempiere, così tendo a rinunciare ad altre attività, che in realtà, poi sono quelle che amo di più. Ho iniziato questo anno carica di entusiasmo, piena di propositi e di aspettative riguardo ad alcuni progetti per la mia vita. Ma puntualmente, appena cresce in me il desiderio di fare qualcosa, iniziano i momenti di difficoltà fisiche che sono un reale impedimento per il mio desiderio di fare. Sono drammaticamente vere queste parole di Gesù: “Il nostro spirito è pronto, ma la carne è debole”. Il nostro spirito è sempre entusiasta, carico di energia, si esalta facilmente e sarebbe disposto a tutto, ma abbiamo ogni giorno a che fare con il nostro corpo debole.

Gesù era vicino alla morte e questo lo rattristava e lo spaventava. Sentiva il bisogno di appartarsi e di pregare, ma nello stesso tempo, sentiva il bisogno che i suoi discepoli, in particolare Pietro, Giacomo e Giovanni, lo sostenessero in questo combattimento, attraverso la preghiera. In realtà, non era solo per Lui che avrebbe voluto che pregassero, ma anche per loro stessi, perché li attendevano momenti davvero difficili. Pietro, poche ore prima, aveva promesso che non lo avrebbe mai abbandonato e che era disposto a dare la sua vita per il Signore. Il suo spirito era davvero zelante! Ma Gesù gli aveva chiesto una cosa molto più semplice: rimanere sveglio e pregare. Eppure i discepoli non ci riuscirono e si addormentarono. Probabilmente era molto tardi. Le loro giornate erano sempre molto impegnative: avere a che fare ogni giorno con la folla che si accalcava attorno a Gesù, essere spettatori dei Suoi miracoli e le Sue opere potenti, spostarsi continuamente da un posto all’altro, senza avere mai un luogo sicuro dove riposare. Ragionevolmente i discepoli erano molto stanchi, tanto da addormentarsi così in un giardino all’aperto. Chi non lo sarebbe stato? Chi non si sarebbe addormentato? Eppure poco prima Gesù li aveva avvertiti che stava per essere messo a morte. Ma forse loro non avevano capito bene, forse non credevano che Lui stesse dicendo sul serio o, forse, non credevano che l’ora era così vicina. Forse, se fossero stati veramente consapevoli, non si sarebbero addormentati, ma sarebbero rimasti svegli. Chi quando ha paura o è colto da ansia riuscirebbe a dormire? Chi, sapendo che fra qualche ora il proprio Maestro, Signore, migliore Amico, sarebbe stato catturato, torturato ed ucciso, oserebbe addormentarsi? Ci verrebbe da dire: “Che razza di persone erano? Non vorrei mai degli amici così!”. Ma probabilmente era davvero questo il punto di debolezza: al contrario di Gesù, loro non erano realmente consapevoli di cosa stesse per accadere e quanto Gesù stesse soffrendo.

La maggior parte di noi, probabilmente è molto simile ai discepoli. Vorremmo fare molte cose per Lui e lo dichiariamo a voce alta affinché tutti lo sappiano. Daremmo la vita per servirlo, fare la Sua volontà e seguirlo ovunque voglia condurci. Ma, poi, ogni giorno, oltre a tutte le difficoltà esterne (il poco tempo, i vari impegni familiari, lavorativi, di chiesa) abbiamo a che fare con quello che a volte si rivela il nostro più grande ostacolo: il nostro corpo. Un giorno siamo stanchi, un giorno siamo malati, un giorno siamo deboli, un giorno siamo pigri, un giorno siamo troppo distratti, un giorno siamo confusi, un giorno siamo troppo soli, un giorno c’è troppa gente intorno e il nostro corpo si stanca, si indebolisce e si addormenta. Ho già ripetuto più volte in altre meditazioni che credo fermamente che stiamo vivendo giorni difficili e che ci attenderanno giorni ancora più difficili come figli di Dio. Ci sentiamo sempre più stranieri e incompresi in questo mondo che va sempre più spudoratamente contro la volontà di Dio. E’ sempre più difficile rimanere fedeli e fermi nei comandamenti della Parola di Dio e, forse, un giorno ciascuno di noi sarà veramente provato se sia realmente in grado di dare la propria vita per Gesù. Ancora oggi Gesù, con più forza, ci sprona: “Vegliate ed orate affinché non entriate in tentazione”; la tentazione di cedere, di lasciare che la nostra fede si raffreddi, la tentazione di seguire le mode del momento, di lasciarci influenzare dai pensieri comuni, palesemente contrari a Dio. Certo, il nostro corpo è debole, ma non ci lasciamo sopraffare dalle sue debolezze, ma rendiamole la nostra vittoria. Se non riesci ad alzarti perché sei malato, puoi però pregare o ascoltare degli studi biblici, e non aspettare la sera, quando sei troppo stanco per cercare la volontà di Dio, ma dedicagli ogni momento della giornata, fin dalle prime ore, per esprimergli le tue preghiere e offrirgli la tua lode. Anche se conviviamo con un corpo corruttibile, rafforziamo il nostro spirito affinché non si addormenti, ma rimanga sveglio, pronto per affrontare le battaglie di Gesù!



In-carichi pesanti?
“Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me, perché io sono mansueto ed umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero”.
Matteo 11:29

 Col passare del tempo, i rapidi cambiamenti economici, politici e tecnologici a cui la nostra società è costretta ad adeguarsi continuamente rendono sempre più difficile e faticoso rivestire un ruolo all’interno di essa. Qualsiasi sia la nostra occupazione, la nostra posizione sociale o il nostro ruolo familiare, sembra che le responsabilità, le richieste di conoscenze e di abilità, aumentino sempre di più. Per un qualsiasi impiego vengono richiesti aggiornamenti continui, che richiedono tempo e spese economiche. Ma anche semplici compiti come essere genitore o essere figlio sembrano aver perso la loro naturalezza ed aver acquisito molte caratteristiche di artificialità che non appartengono loro. Ai genitori viene richiesto da parte della scuola di essere sempre più presenti nel seguire i figli nello svolgimento pomeridiano dei compiti, di sapersi districare nelle varie pratiche telematiche per iscrivere i figli ai corsi, controllare le presenze, i voti e per alcuni di loro questo porta ancora grosse difficoltà. Contemporaneamente ai figli viene richiesto che si adattino agli orari lavorativi dei genitori, sballottati tra nonni e baby sitter, attività sportive, musicali e linguistiche. Se una volta tutti invidiavano i bambini per la loro spensieratezza e il loro tempo libero, dedicato quasi esclusivamente al gioco, ora questi poveri bambini sembrano tutti stressati, depressi e arrabbiati. Anche essere bambino sembra impegnativo in questa nostra società!

Purtroppo, inevitabilmente, tutti questi cambiamenti colpiscono anche le nostre chiese. Non è semplice rivestire un qualsiasi incarico di servizio in chiesa al giorno d’oggi. Se prima durante lo svolgimento di un culto ci si concentrava soprattutto sull’attenzione dei presenti, ora moltissime riunioni domenicali vengono trasmesse in diretta in internet, attraverso una moltitudine di canali diversi, e questo comporta un continuo adeguamento della riunione affinché ciò che venga trasmesso sia più chiaro, ascoltabile e bello da vedere possibile. Questo comporta la necessità di tecnici sempre più preparati, acquisto di strumentazione adeguata, una preparazione sempre maggiore di cantanti e musicisti, canti sempre più innovativi, al passo con i tempi. Contemporaneamente, una chiesa per risultare attiva, deve impegnarsi in sempre più numerose attività settimanali, che però, spesso, coinvolgono sempre le stesse persone. Non voglio dire che tutto ciò sia negativo, solamente che comporta molto più lavoro ed impegno anche durante una semplice riunione di culto. Spesso i nostri incarichi sembrano ridursi solo a degli enormi e pesanti carichi da portare sulle nostre spalle. Questo comporta preoccupazioni, ansie, paura di non riuscire, ma può sfociare anche in stress, stanchezza, demotivazione, frustrazione e tanta rabbia. La gente, di qualsiasi età, sembra essere sempre più arrabbiata e pronta ai litigi.

Credo che in questa grande confusione dilagante, inoltre, proprio per la novità dei cambiamenti, ciò che manca completamente è la presenza di un esempio. Un esempio che sappia mostrare il metodo attraverso il quale una persona possa rivestire molteplici incarichi senza esserne sopraffatto. Un esempio che indichi la strada per essere un partner, un genitore, un lavoratore ed un membro di chiesa impegnato e fedele, attivo e costante, ma contemporaneamente sereno e tranquillo. Qualcuno che ci insegni a mettere il giusto impegno nei nostri incarichi senza che ne rimaniamo schiacciati.

Gesù dice: “Prendete su voi il mio giogo e imparate da me”. Il giogo è un arnese che si appoggiava generalmente ad una coppia di animali da traino, al quale si attaccava l’aratro, con cui si arava la terra. Poco prima Gesù aveva affermato che il Padre gli aveva affidato tutto nelle mani. Ma cosa è questo “tutto”? Dio gli ha affidato tutto il creato certo, ma l’incarico più impegnativo e oneroso che Gesù ha portato su sé è stato la salvezza eterna dell’umanità. Un incarico pesante, non è vero? Chi non rimarrebbe schiacciato da una responsabilità così grande! Certamente ogni persona a cui viene affidata la salvezza di una persona potrebbe sentirsi travolta da questo compito. Forse pensare di salvare una sola persona può sembrare una cosa allettante, dà un senso di eroicità, ma salvarne due, tre, dieci, continuamente, senza sosta... il tuo carico potrebbe davvero diventare pesante! Ci verrebbe da pensare che sia un incarico solo per i più forti, i più resistenti, i più audaci, i più combattivi. In realtà un lavoro così impegnativo anche a questo tipo di persone potrebbe portare stress, frustrazione, una fatica eccessiva che genera rabbia. Ma Gesù si rivela come una persona mansueta ed umile. Forse l’immagine del bue è perfetta per raffigurare questo aspetto del carattere di Gesù. L’immagine dei buoi che portano il loro giogo per molte ore, sotto il sole o la pioggia, avanti e in dietro costantemente, per ribaltare un terreno secco e duro e renderlo adatto ad accogliere la semenza. Gesù è stato sottomesso alla volontà del Padre, è stato disposto a morire per salvare l’uomo. Non ha affrontato l’impegno preso come se fosse un eroe, non sentiva che non doveva deludere le aspettative della gente, non voleva dimostrare di essere il migliore, perfetto in tutto. Non badava al poco tempo che aveva a disposizione, lasciandosi opprimere dalla fretta. Non badava ai buoni costumi e ai cerimoniali, non desiderava far pensare agli altri che Lui sapeva tutto. Non era schiavo del suo ruolo, ma aveva reso il suo ruolo dolce e leggero. Cosa provi, quando dopo una dura giornata di lavoro, tornato a casa, ti siedi sul divano? O dopo una lunga camminata ti togli le scarpe? O dopo che porti delle pesanti buste della spesa le poggi a terra o qualcuno ti toglie dalle spalle uno zaino carico di libri pesanti? Un forte senso di leggerezza. Gesù ci appoggia un giogo che, invece di portare duro lavoro e stanchezza, porta riposo... solo Gesù sa fare cose così incredibili!

Credo che, qualsiasi sia il nostro incarico nella società, come figli di Dio abbiamo tutti il medesimo compito, come Gesù, di portare la salvezza alla gente. Ricordando questo nostro scopo, dovremmo affrontare ogni incarico che ci viene affidato. Puoi essere genitore o figlio, puoi essere lavoratore o casalinga, puoi essere pastore, tecnico del suono o usciere della chiesa, il nostro compito è sempre quello di portare anime a Cristo. Facciamo ogni cosa in sottomissione, umiltà e mansuetudine come Gesù e i nostri incarichi non saranno più dei carichi, ma diventeranno il nostro riposo.


Una fuga che dà vittoria
Ma fuggi gli appetiti giovanili e procaccia giustizia, 
fede, amore, pace con quelli che di cuor puro invocano il Signore
.”
II Timoteo 2:22

 L’apostolo Paolo dà un consiglio alquanto insolito al suo giovane discepolo Timoteo. Ci aspetteremmo da un maturo servitore di Dio, che ha affrontato nei suoi numerosi viaggi qualsiasi tipo di avversità, che dia consigli su come affrontare coraggiosamente il peccato, combatterlo e distruggerlo. Invece Paolo esorta Timoteo a scappare e non è l’unica volta in cui usa questo termine nelle sue epistole per descrivere come dobbiamo comportarci in relazione a vari tipi di peccato. Sicuramente la fuga non crea nella nostra mente una delle migliori immagini. Solitamente il fuggire non è un’azione che si addice alle persone ritenute coraggiose, audaci, forti. Quest’ultime, piuttosto, sono solite affrontare i nemici, andare alla ricerca di qualcuno da combattere, non tirarsi indietro davanti ai pericoli. Eppure qui troviamo un invito che ci esorta proprio a fare questo, a scappare, darsela a gambe!

Perché la Bibbia ci incoraggerebbe a fuggire dal peccato, apparendo in questo modo vili, vigliacchi, deboli e non ci esorta, invece, a farci coraggio ed affrontarlo, combatterlo e sconfiggerlo? Ho trovato delle risposte a questo mio interrogativo e vorrei oggi condividerle con voi.

Dio ci vuole proteggere perché la semplice vicinanza al peccato ci fa male. È difficile per chiunque, per quanto possa essere forte e preparato, avvicinarsi al peccato senza ferirsi. Per peccato intendiamo tutto ciò che va contro l’Essere puro e santo di Dio. Tutto ciò che lo offende, lo rattrista, lo contrasta. Peccato possono essere delle azioni dannose, dei vizi, dei comportamenti, delle attitudini, e la tentazione a commetterlo può derivare anche dai pensieri, dalle cose o dalle persone. Tante volte ci accorgiamo di quanto alcuni comportamenti o pensieri possono essere cattivi e pericolosi, ma invece di fuggire da essi, occupiamo giorni e giorni della nostra vita a cercare di combatterli solo dopo esserci avvicinati alla fonte che li ha generati, dopo aver dato loro il permesso di entrare in noi e dopo aver consentito loro di dimorare in noi. È una battaglia dura e dolorosa! Anche se un giorno riusciremo a vincerla, ne usciremo comunque doloranti e pieni di ferite. Dio vuole risparmiarci questo tipo di sofferenza e ci invita a fuggire da tutto ciò che può iniettare in noi questi pensieri. A volte, invece, come ho detto, il peccato può essere suscitato dalle persone che frequentiamo e che, a loro volta, peccano. Chi di noi almeno una volta non si è ritrovato a frequentare persone che lo hanno portato piano piano ad allontanarsi da Dio o, almeno, che sapevano esercitare una tale influenza negativa su di noi da spingerci a non comportarci come figli di Dio! A me è capitato, ahimè e, quando ne ho preso coscienza, ho sentito molto male e vergogna nei confronti di Dio! Di solito non sono persone cattive, ma simpatiche, socievoli, che sanno come attirare a sé gli altri. Li fanno sentire a loro agio, li riempiono di adulazioni, di gentilezza, ma poi con il tempo cominciano a manipolarli, usarli, manovrarli per i loro scopi, e farli sentire in obbligo, rendendoli poi complici del loro modo di fare e pensare peccaminoso. E quando i nostri occhi si aprono ormai siamo pienamente nella ragnatela del dolore. È opportuno fare attenzione alle persone che frequentiamo; domandiamoci sempre se la loro presenza ci stia portando a migliorare o a peggiorare. Se ci accorgiamo che non ci stanno aiutando ad essere dei cristiani migliori, prendiamo le distanze finché non sia tardi.

La vicinanza al peccato ci induce a commetterlo. Fuggire è il metodo più sicuro per resistere alle tentazioni del peccato e se resistiamo, a sua volta, Satana fuggirà da noi (Giacomo4:7). Il miglior metodo per fare allontanare le tentazioni da noi è scappare. Il diavolo non ci inseguirà, non proverà gusto a stuzzicare chi non gli dà importanza, non gioirà nel combattere con uno che non vuole combattere. È come un bambino capriccioso che si accorge che nessuno lo sta notando: forse all’inizio i suoi capricci saranno più intensi, ma poi, non vedendo nessuna reazione, la smetterà. Non è bene per i figli di Dio reagire alle provocazioni della gente, anche quando feriscono, è meglio non dare loro importanza e prendere le distanze. Ogni reazione causa un’altra reazione ed ogni reazione causa una reazione più forte e dannosa. Quando noi reagiamo alle offese con altre offese, stiamo facendo il gioco del male, perché noi stessi diventiamo i suoi autori. Molta gente è provocatrice per natura e gode nello stuzzicare proprio le persone che ai suoi occhi appaiono migliori, quelle più pacate, più gentili, più tranquille. La gente gode nel provocare i cristiani perché vuole indurli a perdere il controllo, a provare rabbia per farli peccare. Ma se noi sappiamo allontanarci alla prima provocazione ricevuta, senza reagire, anche se per un po’ ci perseguiteranno, alla fine non proveranno più gusto nel farlo e si arrenderanno.

La vicinanza al peccato ci allontana da Dio. Dio vuole che fuggiamo dal peccato perché vuole attirarci verso Se stesso. Dove c’è Dio non può esserci il peccato. Se noi, in qualche modo, ci stiamo avvicinando a peccare o già lo stiamo facendo, sicuramente ci stiamo allontanando o siamo già lontani da Dio. Non voglio dire che Dio non è vicino a noi, perché Lui c’è sempre, ma siamo noi che ci stiamo dirigendo nella direzione sbagliata, i nostri occhi non sono rivolti verso Gesù, le nostre orecchie non sono protese ad ascoltare la sua voce. Stiamo fuggendo nella direzione sbagliata e dalla Persona sbagliata. Non si può vivere nel mezzo: o ci avviciniamo a Dio o ci avviciniamo al peccato. La nostra scelta è giornaliera. Il peccato non appare mai come qualcosa di brutto e riprovevole. Spesso ha le sembianze delle cose belle, del piacere, del brivido, e queste cose ci attraggono inevitabilmente come una calamita. Attirano il nostro sguardo, i nostri desideri, le nostre ambizioni. Per poter resistere a questa seduzione, non possiamo allontanarcene piano piano, mostrando incertezza e dubbi, dobbiamo correre via!

Se stai rischiando di iniziare una relazione peccaminosa, non perdere tempo a fare il gioco “La chiamo o non la chiamo”, cancella subito quel nome dalla rubrica! Se sei tentato di partecipare ad un’azione illegale che può renderti ricco, non stare a pensare: “Sbaglio o non sbaglio?”, scappa! Se ti accorgi che il tuo atteggiamento sta facendo del male ad una persona, la sta ferendo e le procura sofferenza, non stare lì a chiederti: “Cosa posso fare per farmi perdonare?”, smetti di comportarti così!

Dio non dà mai dei consigli da vigliacchi. Molti personaggi importanti della Bibbia sono fuggiti davanti al male e le sue tentazioni. Facciamo tesoro delle lezioni di Dio e la nostra fuga sarà la nostra vittoria.


Chi è il mio prossimo?
Ma colui, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”
“...quale di questi tre ti pare essere stato il prossimo di colui che si imbatté nei ladroni?” E quello rispose: “Colui che gli usò misericordia.” E Gesù gli disse: “Va’, e fa tu il simigliante”.

Luca 10:25-37

 Credo che la parabola del buon samaritano sia molto conosciuta, anche tra coloro che non si dichiarano credenti. Attraverso questa mia meditazione, però, non voglio riflettere sul comportamento di questo buon uomo che offre gratuitamente soccorso ad uno sconosciuto, piuttosto vorrei considerare l’atteggiamento e le intenzioni dell’uomo, dottore della legge, a cui Gesù espone questa parabola. Le sue intenzioni vengono subito specificate nel verso 25, quando viene detto chiaramente che lui si rivolse a Gesù con la chiara intenzione di “metterlo alla prova”. Questo uomo non è spinto dalla curiosità, non vuole scoprire chi sia questo Gesù che in poco tempo è diventato famoso per le sue opere potenti e i suoi miracoli. Non è spinto neanche dalla sete di conoscenza: non vuole sentire le parole di Gesù che sa così bene parlare del Regno di Dio e della salvezza, tanto da aver colpito altri studiosi della legge già quando era solo un fanciullo e non vuole porgli delle domande per aumentare la sua conoscenza su Dio. E neanche è spinto dall’amore per Gesù. Molta gente seguiva Gesù per amore, ma quest’uomo non lo fa perché ama stare con Lui e ricevere da Lui benedizione. Lui si rivolge a Gesù per sfidarlo, con l’esplicita intenzione di metterlo in difficoltà e lo fa ponendogli una domanda, cioè, cosa è necessario fare per avere la vita eterna. Forse si aspettava che Gesù avrebbe risposto che per essere salvati bisogna conoscere perfettamente la legge ed osservarla punto per punto. A questo punto quest’uomo avrebbe potuto fare sfoggio della sua preparazione, vantandosi di essere un osservatore attento e scrupoloso della legge e sentirsi, sicuramente, un salvato. Ma Gesù gli risponde facendogli leggere le parole stesse della legge, che dicevano di amare Dio e di amare il prossimo come se stessi. Non sappiamo se quell’uomo abbia citato i versi a memoria o li abbia letti sotto indicazione di Gesù, tuttavia Gesù gli dice che ha risposto bene. In poche parole Gesù gli sta dicendo: “Tu lo sai già cosa devi fare, perché me lo chiedi?” (è fantastico Gesù!). Ora l’uomo, avendo ottenuto una risposta che probabilmente non si aspettava, si trova lui in difficoltà e pone a Gesù un ulteriore interrogativo. Anche in questo caso, il testo ci fa capire perché l’uomo fa questa seconda domanda e cioè con lo scopo di “giustificarsi”. Perché, dopo che Gesù gli aveva detto che doveva amare Dio e il prossimo come se stesso, questo uomo ha bisogno di giustificarsi? Davvero non sapeva chi era il suo prossimo? Davvero aveva bisogno che glielo dicesse Gesù, a lui che era uno studioso, uno che conosceva a fondo le scritture? Non credo che lui non sapesse chi dovesse amare, credo piuttosto che lui non lo amasse. Quest’uomo probabilmente aveva la necessità di giustificarsi perché lui non stava ubbidendo a questo comandamento. Forse era sicuro di amare Dio, ma forse, era altrettanto sicuro che non stava amando il suo prossimo. Sicuramente, in quel momento, non stava amando Gesù. Gesù racconta la parabola con dettagli davvero commoventi nel descrivere come il samaritano si prende cura dello sconosciuto ferito, come lo fascia, lo disinfetta, lo carica sul cavallo e paga per lui l’alloggio e le spese per le cure ed ogni suo altro bisogno. Ma Gesù parla anche di due uomini che prima del samaritano avevano visto quell’uomo morente riverso a terra, ma erano rimasti indifferenti alla sua sofferenza e al fatto che sarebbe morto se nessuno lo avesse aiutato, ignorandolo. Questi due uomini erano un sacerdote ed un levita. Non a caso Gesù cita queste due figure di capi religiosi: in un certo senso appartenevano alla stessa categoria dell’uomo che lo stava interrogando. Ed in un certo senso Gesù sta dicendo a quell’uomo: “Io ti conosco, conosco il tuo cuore, io so che tu, non solo non conosci il tuo prossimo, ma non lo ami affatto, a tal punto che lo lasceresti morire”. Chi può ingannare Gesù, conoscitore degli spiriti umani e degli intenti delle menti?
E per concludere Gesù fa qualcosa di sorprendente: rivolge Lui una domanda al dottore della legge; gli chiede chi era stato il prossimo di colui che era stato ferito. Gesù ribalta completamente la domanda. A Gesù non interessa che noi conosciamo chi dobbiamo aiutare, ma vuole sapere chi siamo disposti ad essere noi per chi ha bisogno di aiuto. Non vuole sapere quanto i bisognosi siano vicino a noi per indurci a provare misericordia, ma quanto noi siamo vicini ai bisognosi e soffrire per loro. Non dovremmo chiederci chi è necessario che noi aiutiamo, ma se siamo noi persone che offrono aiuto. Non è importante chi sia oggetto delle nostre azioni amorevoli, ma se siamo noi il soggetto che le compie. Non ha importanza quanto sia il livello di gravità della sofferenza di chi ci circonda, ma se il nostro cuore trabocca di misericordia. Non è necessario sapere chi dobbiamo evangelizzare, ma se noi siamo i portatori della buona novella. Il mondo è pieno di bisognosi, ma non è altrettanto pieno di persone pronte a sporcarsi le mani per guarire una ferita, spendere il loro tempo, offrire i loro soldi per amare. Quell’uomo risponde esattamente una seconda volta: colui che ha misericordia è il prossimo del sofferente, dunque chi ha misericordia riceverà misericordia e sarà salvato. Ma lui non aveva misericordia degli altri.
Il dottore della legge era andato da Gesù per metterlo alla prova, ma alla fine è Gesù a metterlo alla prova e lo lascia dicendogli di fare la stessa cosa del samaritano. Non sappiamo se quell’uomo abbia mai ubbidito a Gesù ed abbia imparato ad amare il suo prossimo. Non sappiamo se si sia convertito o se ne sia andato umiliato e confuso, ma certamente questa lezione è per ciascuno di noi e ciascuno di noi può scegliere oggi “quale prossimo” voglia essere.


Un Padre che sa quello che fa
“Figliuol mio, non disdegnare la correzione dell’Eterno, e non ti ripugni la sua riprensione; ché l’Eterno riprende colui che Egli ama, come un padre il figliuolo che gradisce.”
Proverbi 3:11,12

Negli ultimi mesi ho sentito la voce del Signore che mi riprendeva in diverse sfere della mia vita. Stavo commettendo diversi errori nel mio atteggiamento e nel mio modo di pormi difronte ad alcune circostanze e il Signore mi ha fatto comprendere che questo non andava bene. Sicuramente non è mai facile sentirsi ripresi, il nostro orgoglio sente molto dolore quando viene toccato, ma il Signore ci riprende in un modo straordinario e non possiamo cercare scuse in alcun modo, perché Lui si rivolge a noi secondo la perfezione della Sua conoscenza.
Credo che una delle cose più difficili da capire e credere per un non credente è che Dio parli all’uomo. Spesso sentiamo persone che affermano che ciò che noi sentiamo da parte di Dio è solo frutto della nostra suggestione, che la nostra mente si lascia condizionare dal nostro bisogno di sentirsi amati e rassicurati e che quello che i credenti credono sia la presenza di Dio in realtà è solo un’autosuggestione per auto consolarsi. Ora, se la mia mente è così abile nel trovare un modo così strabiliante per sentirsi amata e approvata, sicuramente non si lascerebbe riprendere da un dio che si è costruito nella sua immaginazione appositamente per stare bene con se stessa. Non permetterebbe a questo dio di procurarle della sofferenza, di aprirgli gli occhi di fronte ad errori commessi ripetutamente.
In realtà, ciò che Dio ha sempre voluto, fin dalla creazione di Adamo, era proprio parlare con l’uomo e lo ha sempre fatto. Nella Bibbia possiamo vedere che Dio ha sempre parlato in diversi modi: attraverso sogni, visioni, apparendo Lui personalmente a degli uomini speciali, attraverso angeli, attraverso profeti. Nessuna relazione umana potrebbe definirsi tale se non ci fosse uno scambio di parole tra due persone. Che siano verbali o scritte, qualsiasi sia il mezzo di comunicazione (telefono, chat, computer o faccia a faccia), due persone per avere un rapporto hanno bisogno di parlarsi e più questo rapporto sarà intenso e importante, più queste conversazioni saranno frequenti e lunghe. Ora, è una cosa del tutto ovvia che ogni credente, figlio di Dio, che afferma di avere un rapporto con Dio, debba parlargli e Dio parli a lei. C’è uno scambio: l’uomo prega, Dio risponde. I non credenti non credono che Dio possa parlare all’uomo semplicemente perché non lo conoscono e non hanno mai avuto nessun tipo di relazione con Lui.
Ho sempre amato questo verso della Scrittura. Ci mostra un aspetto insolito dell’amore, in particolare dell’amore di un genitore. Uno dei compiti, forse più difficile per un genitore, è l’educazione dei figli, che spesso richiede riprensioni, punizioni e, a volte, qualche sculacciata. Guai se un genitore non lo facesse, lasciando il proprio figlio libero di commettere errori! Il bambino crescerebbe maleducato, capriccioso, arrogante, egocentrico e presto avrebbe problemi a relazionare con gli altri. Come madre so quanto sia difficile e doloroso per un genitore riprendere o punire il proprio figlio; vorremmo non dover essere noi a farlo, ma lo facciamo proprio perché lo amiamo e vogliamo il suo bene. Dio fa esattamente la stessa cosa con i suoi figliuoli: uno dei modi per mostrarci quanto ci ama è riprendendoci quando ci stiamo comportando in modo sbagliato. Gli errori che noi commettiamo ripetutamente, i difetti del nostro carattere, i nostri atteggiamenti sbagliati, il nostro peccato, sono tutti elementi che portano inevitabilmente alla sofferenza, nostra o di qualcun altro. Portano al nostro malessere, alla frustrazione e, spesso, diventano dei veri impedimenti per condurre un’esistenza serena e gioiosa, come Dio desidera per noi. Per questo Dio ci riprende, perché non vuole che questo accada. Spesso mi accorgo che la mia infelicità è causata proprio da me stessa e dai miei atteggiamenti sbagliati.
Dio ci riprende e lo fa ancora oggi in diversi modi. Lo studio della Bibbia è il principale. Leggendo la Bibbia, studiandola, possiamo conoscere in modo approfondito come piacere a Dio, possiamo trovare esempi di fede e comprendere quanto ci stiamo discostando da questi e dal volere di Dio per noi. Altre volte Dio ci riprende attraverso altre persone. Personalmente penso che questo sia il modo più doloroso ed umiliante. Ma può capitare che vengano persone a riprenderci per dei nostri comportamenti sbagliati. A volte sono persone che ci amano e lo fanno con delicatezza e discrezione, altre volte non sono persone che ci amano e, magari, neanche credenti, ed allora è proprio dura! Però Dio si usa anche di loro, quando vuole dirci qualcosa. Altre volte, Dio in persona ci riprende, attraverso lo Spirito Santo, che ci parla nella nostra intimità. Amo questo ultimo modo di fare di Dio Padre, per quanto doloroso possa essere quello che ci sta dicendo! è la voce di un Padre, di nostro Padre. Tocca le corde dei nostri sentimenti, va in profondità. Ci mostra chiaramente quanto ci stiamo facendo del male da soli, attraverso i nostri sbagli. Ci riprende, ci corregge, ma poi ci consola, mostrandoci il modo di cambiare attitudine e la via giusta da percorrere.
L’amore di Dio verso i suoi figli è completo, saggio, va a riempire ogni angolo vuoto della nostra esistenza. Beato l’uomo che conosce questo amore e conosce la voce di questo Padre!


Non è mai abbastanza
O uomo, Egli t’ha fatto conoscere ciò che è bene; e che altro richiede da te l’Eterno, se non che tu pratichi ciò che è giusto, che tu ami la misericordia, che cammini umilmente col tuo Dio?
Michea 6:8

In questo periodo della mia vita sto cercando lavoro. è in generale un periodo davvero critico anche solo per nutrire la speranza di poter trovare un lavoro stabile e che dia soddisfazione. Prima di intraprendere questa ricerca ero convinta che le esperienze difficili della mia vita mi avessero preparato a sufficienza per intraprendere un lavoro nel campo del sociale. Nonostante una laurea alle spalle e tanti studi fatti personalmente negli anni, ho comunque dovuto iniziare nuovi studi per aggiornarmi e fare volontariato per acquisire più competenza. Nonostante tutto il mio impegno, i sacrifici e la volontà, sembra che ogni volta che sto per raggiungere un obiettivo, alla fine la mia preparazione risulta insufficiente ed io inadeguata. Quando sento di essermi preparata bene su un argomento, me ne viene chiesto un altro di cui non so assolutamente nulla e ricomincio a studiare e a prepararmi per poi giungere di nuovo sempre allo stesso punto di insufficienza. Ad un certo punto mi sono chiesta se sono davvero io inadeguata o se è quello che gli altri mi vogliono far credere per delle oscure motivazioni.
Non è forse così che funziona la società in cui viviamo? Ci vuole far sentire impreparati, indegni, incapaci nel fare una qualsiasi cosa. Ci offre dei modelli di successo irreali, irraggiungibili, affinché, non raggiungendoli, ci sentiamo sempre più frustrati e falliti, finché non rinunciamo completamente a cercare qualcosa di meglio per noi stessi, smettendo di credere nei nostri sogni, di coltivare i nostri interessi, di realizzare i nostri progetti. Invece di avere la possibilità di fare quello che ci piace, viviamo con ansia e con stress ciò che percepiamo come un bisogno essenziale di fare qualcosa in più per essere più preparati. Ma è proprio così che il mondo ci vuole: sempre più delusi ed increduli, per renderci infine apatici e cinici, totalmente sottomessi, affinché facciamo quello che lui vuole.
Anche le relazioni umane si pongono sempre più su questi termini. Sembra che i rapporti umani si fondino esclusivamente sul bisogno di essere utili l’uno all’altro e, se questo sottile equilibrio in qualche modo viene messo in dubbio, se c’è la minima percezione che uno stia dando più di quello che sta ricevendo, il rapporto decade, viene abbandonato, provando delusione e rammarico. D’altra parte, in altre relazioni, per quanto ci sforziamo di amare gli altri, di dimostrare loro il nostro interesse, di prestare loro le nostre cure ed attenzioni, sembra che ciò che facciamo non sia mai sufficiente e ci vengono chieste continuamente nuove e differenti prove del nostro affetto, che ci costano sempre di più. Tutto quello che facciamo, tutto quello che diciamo, tutto il nostro impegno, la nostra sete di migliorarci e conoscere di più non sono mai abbastanza.
A volte, come credenti, ci poniamo verso Dio e il servizio verso di Lui provando la stessa sensazione di inadeguatezza. Per quanto negli anni abbiamo cercato di essere fedeli, costanti, preparati, non ci sentiamo mai sufficientemente pronti a ciò che pensiamo che Lui si stia aspettando da noi. Pensiamo che le nostre offerte non siano mai abbastanza pure per essergli gradite. Spesso ci sentiamo solo dei servi falliti ed incapaci e tutti i nostri combattimenti ruotano intorno ai nostri inutili sforzi di fare qualcosa in più e di migliore.
Ma non è così che Dio si pone verso di noi, anzi, tutto al contrario. Il nostro Padre nei cieli non ha verso di noi aspettative troppo alte. Non va a caccia di talenti da sfornare o di geni di cui vantarsi. Dio è Dio, non va alla ricerca di persone preparate o piene di capacità. Dio sta cercando persone che amino la giustizia, la misericordia e l’umiltà e, per quanto possiamo sforzarci di acquisire con le nostre forze queste virtù, le potremo acquisire solo camminando ogni giorno fianco a fianco con Dio. Tutto quello che possiamo fare per piacere di più al Signore è restargli vicino, rimanere attaccati a Lui, affinché riflettiamo la sua immagine e non più la nostra. Non è la nostra preparazione che ci renderà più graditi agli occhi di Dio, ma è la nostra dipendenza da Lui. Dobbiamo imparare a capire che è Dio quello che muove tutto intorno a noi. Se siamo sottomessi alla Sua volontà, sarà Lui a smuovere ogni ogni ostacolo perché un nostro desiderio si realizzi o a crearne nuovi affinché non si realizzi perché è dannoso per noi. Se la nostra vita è affidata pienamente al Signore, sarà Lui ad agire attraverso di noi e non dovremo fare nessuno sforzo in più per apparire migliori ai suoi occhi. Questa consapevolezza sicuramente porterà al nostro cuore pace e serenità, il vero riposo di cui l’animo umano ha tanto bisogno.


Un modo insolito per essere felici.
Dio ama un donatore allegro
II Corinzi 9:7

Dacché l’uomo esiste è sempre stato alla ricerca della felicità ed oggi più che mai questa ricerca sembra farsi ancora più insistente. Attraverso i social ogni giorno possiamo visualizzare foto di nostri amici o parenti che mostrano i loro momenti di gioia: una cena, le vacanze, un regalo ricevuto, ecc. Ancor di più, sempre su internet, possiamo assistere ad un proliferare di video che espongono i segreti su come essere felici e realizzati nella vita. Ma ciò che accomuna tutto ciò è che spesso il concetto della felicità è associato a quello del possesso. Se io possiedo qualcosa, sono felice e, più io possiedo, più ho buone probabilità di essere felice. Chiariamo subito che non si pensa necessariamente al possesso di beni materiali, ma anche agli affetti, alla famiglia, ad una posizione sociale, un viaggio, tutto ciò che comunque ci dà in qualche modo realizzazione e soddisfazione.
Anche la Bibbia parla tantissime volte dell’argomento gioia, ma come al solito, il Signore ci indica delle strade opposte, dei segreti insoliti, per raggiungerla. In tutto il messaggio del Vangelo, la gioia non è legata al concetto del possesso di qualcosa, piuttosto all’esatto contrario: al dono. Un noto verso dice che c’è più gioia nel dare che nel ricevere (Atti 20:35). La nostra vera ricchezza non è misurata da Dio in base a quanto abbiamo, ma in quanto doniamo. Ci sono persone, in realtà, a cui è proprio difficile essere generosi. Non pensano mai di poter condividere ciò che hanno con qualcuno. Non nasce mai in loro il desiderio di fare un regalo a qualcuno, senza essere costrette da ricorrenze o eventi eccezionali. Anche davanti a dei bisogni evidenti, non si sentono spinte ad aiutare qualcuno. Ci sono altre persone, invece, che sono l’esatto opposto: appena c’è un bisogno, sono pronte a dare e starebbero male se non lo facessero. Persone che appena vedono un oggetto particolare in vendita, pensano che sarebbe bello regalarlo a qualcuno a loro caro. Persone che non sanno tornare a casa, dopo un lungo giorno di lavoro, senza portare dei fiori alle loro mogli o dei dolcetti ai loro figli. Persone generose, che lo fanno senza aspettative, senza pretendere niente in cambio, ma semplicemente perché sono felici nel dare.
La Bibbia ci dice che Dio ama un donatore allegro. La gioia, però, non è solo l’attitudine con cui doniamo, ma è anche una conseguenza del donare. Chi dona si sente immediatamente felice di averlo fatto. Ma questo non riguarda solo le nostre offerte: non è solo un donare occasionale (sebbene anche ciò produca gioia), ma “essere donatore”. Gesù era il “Donatore” per eccellenza. Sicuramente, durante il suo ministero, non avrà avuto molti beni da donare agli altri. Aveva lasciato tutto, casa, lavoro, tutti i suoi beni, ma cosa ha donato agli altri, a chi gli stava tutti i giorni vicino? Non ha donato tutto ciò che aveva, ma tutto ciò che era. Gesù ha donato la sua conoscenza, sul Padre, sulla sua volontà, sulla scrittura, sul regno che deve venire. Ogni giorno ammaestrava la gente, la istruiva; delle sue parole di saggezza la gente era affamata, lo seguiva ovunque pur di ascoltarlo. Aveva tanto da dire perché conosceva molto e, sopratutto, conosceva il cuore dell’uomo, sapeva ciò di cui aveva bisogno ed era pronto a darglielo. Gesù ha donato il suo tempo. Non badava a quanto tempo trascorresse con la gente. Non dava importanza al fatto che avesse fame, sete, fosse tardi o avesse altri impegni. Non dava importanza neanche al fatto che rischiava la pelle. Se doveva guarire qualcuno, lo guariva, se doveva parlare con qualcuno, gli parlava, se doveva correre dall’altra parte della città per resuscitare un morto, correva. Gesù donava ogni piccolo momento delle sue giornate a qualcuno. Gesù ha donato il suo amore. Oggi la gente ha bisogno più che mai di essere amata. Ha bisogno che qualcuno si interessi a lei senza altri scopi, senza aspettarsi contraccambi. La gente ha bisogno di essere ascoltata, incoraggiata, di non sentirsi sola, incompresa. Ma quante persone sono capaci di amare? Spesso si ama nel modo sbagliato, o in modo ossessivo o in modo superficiale, o si manifesta eccessivamente il proprio amore, che quasi diventa morboso, o non si dimostra affatto, non esprimendolo mai in alcun modo. In entrambi i casi, non si sta amando realmente, come ognuno di noi necessita di essere amato. Infine, Gesù ha donato la sua vita. Ecco perché era il “Donatore per eccellenza”. Perché ha donato tutto se stesso. Ha dato la sua vita perché gli altri potessero vivere. Si è dato. è così: quando noi diventiamo dei donatori, magari cominciamo con poco, ma poi il nostro desiderio di dare diventa sempre più forte, sempre più bello e ci produce una gioia sempre più grande, che alla fine, non ci resta altro da offrire che noi stessi. Tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo per amore degli altri. Anche se Gesù viene spesso raffigurato nelle varie immagini che tentano di rappresentarlo, come sofferente e agonizzante, io credo che Gesù sia stato l’uomo più felice sulla faccia della terra ed ora gioisce pienamente alla destra del Padre.
Ok, se vai a caccia dei vari segreti per essere felice, oggi puoi aggiungere questo alla tua lista: impara ad essere un donatore e la gioia verrà da sé.


Armi inutili.
Nessun arma fabbricata contro di te riuscirà; e ogni lingua che sorgerà in giudizio contro te, tu la condannerai. Tal è l’eredità dei servi dell’Eterno, e la giusta ricompensa che verrà loro da me, dice il Signore.
Isaia 54:17

Qualche giorno fa pregavo per due persone a me particolarmente care. Mentre pregavo, però, mi sentivo un po’ preoccupata, come se temessi che potesse accadere loro qualcosa di spiacevole. In realtà questo mi succede spesso quando prego per qualcuno a cui voglio particolarmente bene. Ma mentre sentivo crescere questo strano senso di preoccupazione, mi è venuto in mente questo verso che mi ha portato subito rassicurazione e serenità. Nei giorni successivi, ho continuato a pensarci a lungo, cercando di comprenderne un significato più profondo.
Sicuramente la prima frase racchiude già da sola molteplici aspetti. è incredibile, ma qualcuno fabbrica armi contro di noi e questo richiede impegno, ingegno, degli sforzi, del tempo, per ideare, progettare e fabbricare (chiaramente per poi usare) un qualsiasi tipo di arma appositamente per fare del male ad un’unica persona. Potremmo dire che fabbrica armi “personalizzate”, create al momento giusto per la persona giusta. Forse non necessariamente qui si sta parlando di un’arma nel suo significato letterale, ma molti, a nostri giorni, usano altri strumenti, a loro facile disposizione, con lo stesso scopo che potrebbe avere un coltello o una pistola, cioè quello di colpire, ferire e uccidere, in poche parole per fare male. Non è strano che subito dopo il profeta parli di “lingue che sorgono in giudizio” ed è proprio la bocca una delle armi più pericolose che tutti gli uomini hanno sempre a disposizione, gratuitamente, senza bisogno di permessi e legalmente. Quello che la gente dice di male verso qualcuno, le parole che escono ogni giorno dalle nostra bocca di condanna o giudizio verso qualcuno, il pettegolezzo o gli scherni, possono recare dei danni irreparabili nella vita di chi ne è il bersaglio Possono ferire direttamente i sentimenti della persona, ma possono recare dei danni anche alla sua immagine, alla sua reputazione, alla stima che gli altri nutrono per lei o alla sua credibilità. Spesso, delle semplici parole, dette con cattiveria, possono distruggere la vita intera di una persona. La cosa che mi colpisce è il fatto che alcune persone stiano gran parte del loro tempo a pensare a come “fabbricare” le parole giuste o i discorsi per fare più male possibile alle loro vittime.
Un’altra arma di facile possesso per chiunque è il proprio comportamento. Alcune persone per far del male usano il loro modo di agire, che non è necessariamente violento, ma può implicare una serie di atteggiamenti che mirano ad attaccare il loro bersaglio. Ad esempio l’esclusione dell’altro. Allontanare volontariamente qualcuno dalla nostra vita e fare in modo che il nostro comportamento sia imitato da altri e che quindi quella persona si ritrovi ad essere sola ed abbandonata, è sicuramente un modo per ferire senza sporcarsi troppo le mani (o la coscienza). In genere questo atteggiamento è molto usato, non solo verso persone che riteniamo non al nostro livello o antipatiche, ma anche verso persone per cui proviamo invidia. Invece di combattere contro i nostri stessi sentimenti di invidia, combattiamo contro la persona per la quale li proviamo, facendo in modo che l’attenzione che questa persona riceve per un suo successo, un talento particolare o per qualsiasi altro motivo, venga allontanata da lei e ricada su noi stessi, emarginandola e isolandola. Anche questo tipo comportamento, in genere, è studiato e premeditato. Si ipotizzano delle strategie, delle tattiche, perché l’altra persona sia abbassata il più possibile per fare emergere noi stessi al suo posto.
Bene, premesso dunque che ciascuno di noi può ritrovarsi ad avere contro un “fabbricatore di armi” più o meno consapevolmente, come possiamo difenderci? Dio offre ai suoi servi ciò che lui chiama “l’eredità” o la “giusta ricompensa”, la possibilità cioè di usare a loro volta la loro bocca per condannare, non però la persona che sta facendo loro del male, ma le armi che lei sta usando. La nostra fede e le nostre parole posso rendere inefficaci le armi che qualcuno ha creato apposta per farci soffrire, questo vuol dire che esse non produrranno nessun effetto su di noi, nessuna ferita, nessun male. Saranno armi inutili, prive dello scopo per cui sono state ideate, progettate e create. Vuol dire semplicemente che le persone che le hanno fabbricate hanno solo perso tempo e risorse che potevano usare per ben altre cose.
Chi ha il desiderio di essere un servo di Dio, di amarlo e di onorarlo e di operare per l’accrescimento del suo regno è sempre un facile bersaglio per chiunque, perché si trova al fronte, in prima linea nel combattimento, ma Dio gli dà una giusta ricompensa, un’arma ancora più potente di quelle da cui potrebbe essere attaccato: l’autorità di neutralizzare il nemico solo condannando le sue strategie.
Quando preghiamo per qualcuno, caro al nostro cuore, e siamo consapevoli che il suo servizio a Dio è prezioso, stiamo pure sereni nella fiducia che Dio possiede le migliori armi di difesa che sono invincibili.


La volontà piacevole di Dio
Dio mio, io prendo piacere a fare la tua volontà, la tua legge è dentro al mio cuore”.
Salmo 40:8 

Quante volte abbiamo elevato a Dio questa preghiera: “Sia fatta la tua volontà”! Se Dio è al centro della nostra vita, sicuramente tante. Mi ricordo quando ero ancora una bambina, mi chiudevo in bagno perché era l’unico posto dove riuscivo ad essere sola, mi inginocchiavo e pregavo: “Sia fatta la Tua volontà, Padre, nella mia vita!” Stavo affidando a Dio il compito di pianificare e dirigere tutta la mia vita, il mio futuro. A volte questa preghiera è fatta con superficialità, come un rituale da pronunciare alla fine della nostra lunga lista di richieste a Dio. Tutt’altra questione quando comprendiamo la pienezza, la profondità e la forza della decisione che stiamo esprimendo, quella di dare a Dio la possibilità di scegliere per noi, con la fede che Lui sceglierà meglio di noi. è una dichiarazione di ubbidienza, di sottomissione, di desiderio di riconoscerlo pienamente come Signore della nostra esistenza e gli stiamo delegando il diritto di condurci nelle strade che ha scelto per noi. Esprime una rinuncia totale per noi ad essere i principali attori nel palcoscenico della nostra vita. Umiliare i nostri desideri, i nostri capricci, a volte i nostri sogni, per lasciare che i suoi per noi prendano il sopravvento. Non è una preghiera di un momento particolare di consacrazione a Dio, ma dovrebbe essere una richiesta costante che ci accompagna passo dopo passo nel nostro cammino cristiano.
Sebbene la pronunciamo tutti i giorni, ci possono essere due risposte da parte di Dio: potrebbe rivelarci quale è la Sua volontà o potrebbe non rivelarcela.
Ci sono stati dei momenti nella mia vita in cui sapevo perfettamente quello che Dio voleva da me. Era tutto facile, dovevo solo seguirlo... non è vero, non è mai stato facile seguirlo! Spesso Dio ci conduce su sentieri difficili, che non vorremmo affatto percorrere. Ci porta a fare decisioni dolorose, che comportano rinunce, sacrifici, ci portano a versare tante lacrime, ingoiare tanti rospi. Spesso Dio ci porta ad andare in una direzione, mentre noi avremmo scelto esattamente la direzione opposta. A volte ci chiede di rinunciare a delle passioni, a degli affetti, a degli attaccamenti, a delle abitudini, a dei vizi che costituiscono un impedimento nella nostra maturazione e nella nostra consacrazione. Non è facile ubbidirgli perché la rinuncia porta sempre ad una sofferenza. Inizia allora per noi il combattimento, le nostre trattative con Dio: “Lasciami un piccolo spazio, un pezzettino di quella cosa nel mio cuore, perché non posso proprio farne a meno”. Ma Lui ci risponde: “No, toglila, non va bene per te!”. Ed allora, pezzo dopo pezzo, ci priviamo di piccole parti di noi che ci imbruttiscono, per diventare più simili a Lui. Andiamo in luoghi dove non vorremmo andare, frequentiamo persone che non vorremmo frequentare, facciamo lavori che non vorremmo fare, per amore di Dio. Non è facile seguire Dio, ma ci condurrà nella strada migliore per noi.
Altre volte Dio non ci rivela affatto la Sua volontà. Che terribile sensazione! Segui qualcuno, ma non hai la più pallida idea di dove ti stia portando. Non conosci la destinazione (dove stai andando), non conosci il percorso (come ci stai arrivando), tantomeno conosci perché ti ci sta portando (cosa dovrai fare?) Allora ti devi solo fidare. Se conosci bene la persona che ti sta guidando, avrai fiducia in lei: sai che ti sta portando in un bel posto! A volte non riusciamo proprio a capire quale siano i piani di Dio per noi. Ci affidiamo a Lui, ma non ci è affatto chiaro cosa voglia fare attraverso di noi e per noi. Vorremmo avere tutto chiaro, per prepararci, per organizzarci nel modo giusto, ma ci sembra che stiamo andando a tastoni verso una non precisa destinazione. Abbiamo la sensazione che Dio sia sparito: non ci ascolta, non ci parla, non lo vediamo agire, sembra indifferente, forse sta sbagliando qualcosa! è in queste circostanze che dobbiamo mettere in atto la nostra fede. Credere che, invece, Lui c’è e sta ancora camminando accanto a noi per condurci dove vuole e ciò che vuole è meglio di quello che vogliamo noi. Non sta affatto sbagliando! Quando poi arriviamo a destinazione i nostri occhi si aprono e si illuminano: tutto diventa chiaro e comprendiamo perché Dio ha permesso che vivessimo certe esperienze. Forse non lo avremmo seguito se avessimo saputo sin dall’inizio cosa aveva in mente per noi, avremmo potuto rinunciare, ma ora comprendiamo che abbiamo percorso la strada giusta ed è piacevole quello che Dio ha preparato per noi.
Forse oggi il Signore ti sta aspettando, sta aspettando che tu faccia questa dichiarazione: “Sia fatta la tua volontà in me Dio”. é il momento giusto, non farlo aspettare!


Sei solo stanco

 “Ma Gionathan non aveva sentito quando suo padre aveva fatto giurare il popolo; perciò stese la punta del bastone che teneva in mano, la intinse nel favo di miele e portò la mano alla bocca; così la vista si schiarì. Uno del popolo prese la parola e disse: “Tuo padre ha espressamente fatto giurare al popolo questo giuramento, dicendo: “Maledetto l’uomo che toccherà cibo oggi”, benché il popolo fosse stremato”. Allora Gionathan disse: “Mio padre ha recato un danno al paese; vedete come per aver gustato un po’ di questo miele, la mia vista si è schiarita”.
I Samuele 14:27-29

 Mi ricordo, tempo fa, dovevo affrontare un esame universitario particolarmente difficile, che mi spaventava molto. Mi ero preparata anche oltre il necessario, eppure non mi sentivo pronta. La notte prima dell’esame ero molto agitata, non sapevo se presentarmi o rimanere a casa. Non riuscivo a dormire e la mia mente non trovava pace: “Andare o non andare? Provare o lasciar perdere? Ce la posso fare... non ce la farò mai!”. Pensieri contrastanti mi tormentavano. Ripetevo a me stessa: “Devi aver fiducia in Dio, Lui ti aiuterà!” Trovavo pace per un po’, ma poi ricominciavo a combattere. L’ansia e la paura diventavano sempre più forti, avevano preso il sopravvento. Intanto le ore della notte scorrevano ed io non riuscivo a prendere sonno. “Devo dormire, devo dormire!” Ripetevo a me stessa, ma non dormivo e continuavo a girarmi e rigirarmi nel letto. Una vera battaglia stava avvenendo nei miei pensieri e non riuscivo a porvi fine. Giunse l’ora della sveglia. Provai ad alzarmi, ma non riuscivo a stare in piedi. La testa ronzava e mi faceva malissimo, le gambe erano troppo deboli. Non riuscivo ad aprire gli occhi per la stanchezza. Non avevo dormito neanche dieci minuti. Era chiaro che in quelle condizioni non potevo andare in nessun posto: ero troppo stanca ed agitata per affrontare qualsiasi ulteriore battaglia, oltre a quella che avevo combattuto nella mia mente per tutta la notte. Rimasi a letto tutta la mattina, senza riuscirmi ad alzare, né prendere sonno. Il mio tormento mentale si era spostato: non più l’ansia di affrontare un esame, ma il dolore di aver fallito completamente. Eh già, l’ennesimo fallimento! Mi scoppiava la testa, mentre piangevo, sentendo di aver sbagliato tutto ed aver perso tempo prezioso. Trascorsi così un giorno intero senza riuscire a fare nulla. Sentivo che non stavo facendo una bella figura davanti a mio marito che mi guardava con occhi commiserevoli. Eppure non riuscivo a reagire. La sera mi addormentai stremata. La mattina seguente mi svegliai prestissimo per il dolore alla testa. Sembrava che tutte le mie battaglie interiori erano lì e non aspettavano altro che io mi svegliassi per assalirmi nuovamente. E lo fecero davvero. Ancora gli stessi pensieri del giorno prima, lo stesso combattimento, lo stesso tormento. Ma poi gridai nel mio cuore: “Signore, salvami!”. La sua risposta fu immediata: “Sei solo stanca!” e mi venne in mente questo racconto della Bibbia, su cui mio marito aveva predicato solo qualche giorno prima. Improvvisamente fu tutto chiaro: per giorni e giorni mi ero portata dietro l’ansia e le preoccupazioni per quell’esame. Avevo impiegato mesi per prepararmi, avrei voluto dare il meglio di me, mostrare che ero all’altezza, che ero pronta, ma la battaglia si avvicinava e non pensavo che avevo bisogno di rinnovare le mie forze. Ma poi, mi è bastato un po’ di “miele” e i miei occhi si sono aperti. Avevo perso la mia battaglia senza neanche affrontarla perché ero rimasta senza energie, senza le armi necessarie per affrontarla. Mi ero preparata su tutti i punti di vista, ma avevo dimenticato di rigenerarmi, di alimentarmi di cibo che mi desse nuove forze. Il nostro miele è la presenza di Dio! Non possiamo fare nulla senza che Dio sia con noi. Tutti i nostri progetti, tutte le nostre sfide, tutte le nostre scelte risulteranno un fallimento, non perché siano sbagliate, ma perché pian piano perdiamo la forza per portarle avanti, per percorre quella strada fino al traguardo. Jonathan non ci aveva pensato due volte: era stanco ed affamato, il miele era lì, in abbondanza, gratuitamente, la cosa più scontata che potesse fare era mangiarlo e, appena lo fece, si ristorò, riprese forza e vinse la sua battaglia. “Ha sbagliato mio padre a dare al popolo un comandamento così sciocco di non nutrirsi prima di combattere! Chissà cosa avrebbe potuto fare l’esercito se si fosse ristorato! E non avrebbe commesso peccato.” I nostri errori quasi sempre sono causati dalla nostra sprovvedutezza: non ci nutriamo a sufficienza della presenza di Dio. Non gli permettiamo di rifocillarci, di ristorarci, di donarci riposo, nuove energie, un nuovo entusiasmo, il coraggio, tutti elementi che ci occorrono per affrontare le difficoltà che ogni giorno la vita ci presenta. Facciamo sacrifici come se fossero dei “portafortuna” per i nostri successi. Ma Dio non ci ha mai chiesto questo. Ci impegniamo oltre le nostre forze, ci creiamo delle aspettative su noi stessi oltre le nostre possibilità, portiamo il nostro corpo e la nostra mente oltre ogni sforzo possibile. Sempre in corsa, sempre in movimento, una battaglia dietro l’altra, senza darci riposo. Dio pone sul nostro cammino del “miele” per restaurarci, ma noi ce lo neghiamo pensando che siamo abbastanza forti da farne a meno, ma poi inciampiamo in sciocchezze e precipitiamo rovinosamente. La stanchezza ti indurrà a compiere errori sciocchi, a perdere battaglie facili, a non riuscire a stare neanche più in piedi.
“Sei solo stanco” il Signore ti potrebbe dire, e allora tu siediti e mangia un po’ di miele.


Perché fuggire?

 Dove potrei andare lontano dal tuo Spirito, o dove potrei fuggire lontano dalla tua presenza? Se salgo in cielo , tu sei là; se stendo il mio letto nello Sceol, ecco tu sei anche là.
Salmo 139:7-8

Ero ancora molto piccola la prima volta che ho letto questo salmo, forse avevo otto o nove anni. L’ho amato sin da subito. Ci descrive così dettagliatamente e in profondità l’amore di Dio, attraverso la sua conoscenza perfetta! Una conoscenza che riguarda l’interezza dell’essere umano: il suo spirito, il suo pensiero, le sue emozioni, i suoi sentimenti, ma anche (straordinario!) le sue intenzioni, il suo passato e il suo futuro. Una conoscenza piena, amante dei dettagli. Nel leggere l’intero salmo vengono descritte una serie di azioni che Dio compie nei confronti dell’uomo, che, se notate attentamente, non possono lasciarci indifferenti, anzi ci commuovono: lo investiga, lo conosce, lo comprende, lo protegge, lo insegue, lo guida, lo afferra, lo circonda di luce e lo forma. Non ti senti toccato da tutto questo interesse di Dio? Sembra proprio che Dio ami la sua creatura talmente tanto da non distogliere mai il suo sguardo da lei. L’amore di Dio è inspiegabile, ma meraviglioso!
Eppure, dai versi che abbiamo citato, sembra quasi che l’uomo cerchi un luogo dove fuggire dall’attenzione di Dio. Un luogo in cui nascondersi per non farsi trovare. Potrebbe mai dare fastidio all’uomo l’essere osservato continuamente da Dio? Perché mai la creatura dovrebbe desiderare fuggire dal suo Creatore? O la sposa nascondersi dallo Sposo? O il figlio dal Padre?
Ci sono cose nella vita di ognuno di noi che non vorremmo che Dio veda.
Non sempre siamo fieri dei nostri pensieri, dei nostri desideri, delle nostre attitudini e comportamenti e forse, a volte, ci potrebbe dar fastidio il fatto che a Dio non possiamo nasconderli mai. Vorremmo che fosse sempre orgoglioso di noi, essere capaci di renderlo soddisfatto, orgoglioso, ma ci portiamo dietro una lunga storia di tentativi falliti, aspettative deluse, errori disastrosi, scelte sbagliate. Spesso la vergogna ci porta a camminare con il capo chino, ad isolarci, a nascondere la testa sotto il cuscino. Non vogliamo vedere nessuno e da nessuno vogliamo essere visti. Temiamo il giudizio degli altri. Altre volte sentiamo di non essere capaci di amarlo come Lui ama noi. Siamo attratti da altri tesori. Scappiamo da Lui perché rincorriamo passioni ingannatrici: la popolarità, la ricchezza, il potere. Ma queste cose rendono la nostra vita altalenante: un giorno ci portano in alto, illudendoci di raggiungere il cielo, altre volte ci portano così tanto in basso da farci desiderare di “stendere il nostro letto” accanto alla morte. Ci rifugiamo nelle cose oscure e buie della vita, credendo che possano nasconderci dalla presenza di Dio.
Ma dallo sguardo di Dio non possiamo nasconderci. Egli dissolve le nostre tenebre e ci porta la luce. “La tua mano mi afferrerà”... che meravigliosa immagine! Dio afferra il nostro braccio per fermarci, per impedirci di fuggire ancora. Dio ci ha creato per stare insieme. Ci ha creato in modo perfetto e perfetti siamo ai suoi occhi. In Lui troviamo il nostro perdono, il riscatto e la restaurazione di cui abbiamo bisogno per liberarci dalla vergogna.
Allora arrendiamoci alla sua meravigliosa presenza ed esclamiamo insieme al salmista: “Investigami , o Dio, e conosci il mio cuore; provami e conosci i miei pensieri e vedi se vi è in me qualche via iniqua e guidami per la via eterna” (vv. 23-24).


Un mondo in guerra

 “L’anima mia troppo a lungo ha dimorato con colui che odia la pace! Io sono per la pace, ma non appena parlo, essi sono per la guerra.”
Salmo 120:6,7

 Si parla molto di guerra in questi giorni. In televisione ormai ci siamo abituati a vedere quotidianamente immagini di città devastate da bombardamenti, il fumo delle macerie, la gente che corre urlando, bambini feriti tra la polvere, il suono delle sirene. Sono immagini crude, amare, violente. Fanno sicuramente male al nostro cuore. Suscitano la nostra rabbia, la nostra frustrazione, sentendoci impotenti. Sembra proprio che nessuno riesca a fermare l’uomo dal fare la guerra! Sembra proprio che l’uomo non sia capace di stare in pace! Certo, alla radice delle guerre tra i popoli ci sono sempre le stesse motivazioni, il potere, il possesso, le ricchezze, il dominio, ma cosa si trova nel profondo dell’uomo che lo tormenta e lo spinge a vivere in guerra con gli altri anche nel suo quotidiano, con la gente con cui vive, con cui lavora, con cui studia? In questo periodo sto usando molto i mezzi pubblici per spostarmi in città e assisto continuamente a violenti litigi fra persone che neanche si conoscono, si insultano, gridano, si minacciano, per motivi totalmente banali, come se fosse tutto normale da non provare neanche l’imbarazzo della gente che li guarda. Gente che inizia la propria giornata sbraitando per tutto il nervosismo che prova. “Odio tutto, odio il mondo, odio la gente, odio tutti, vorrei che morissero tutti!” continuava a ripetere, qualche giorno fa, una signora davanti a me sull’autobus. Erano parole forti, pesanti e nella mia mente continuavo a chiedermi perché? Perché la gente si odia? Che senso ha che l’uomo desideri far sparire l’uomo? E quando provi a tranquillizzare gli animi, quando provi a calmare qualcuno e a fargli vedere le cose secondo una prospettiva diversa, ti guardano come se fossi uno sciocco, un tontolone, un ingenuo che non sa nulla su come vada vissuta realmente la vita. Ti considerano come noioso, superato, incapace. Eppure vorresti solo portare pace al loro cuore in guerra! Anche i network ormai sono diventati veri e propri campi di battaglia. Si discute su tutto, si litiga, basta che una persona esprima il proprio disaccordo verso un’altra, che viene subito aggredita, insultata e ridicolizzata. è sempre più difficile sostenere un confronto, di qualsiasi natura, con gli altri, senza che nasca una violenta discussione. Si ha la sensazione che uno possa essere ascoltato solo se usa la violenza, la forza, se urla. Ma in realtà nessuno si ascolta, nessuno pone realmente attenzione all’altro. Ognuno si sente al centro e lì vuole rimanere. Vuole che siano rispettati i suoi diritti, i suoi sentimenti, le sue aspettative, le sue ragioni, le sue sofferenze. “Io, io, io...” non fa che ripetere l’uomo ogni giorno attraverso le sue guerre. Ma la vita non è fatta solo di “io”, c’è tanta gente intorno che vive con altri diritti, sentimenti, aspettative, ragioni e sofferenze.
Gesù è venuto a portare pace nel cuore dell’uomo. La pace che si prova quando si pone più attenzione a chi ci sta vicino di quella che vorremmo porre su noi stessi. Dio ha creato “l’altro” come soddisfazione della nostra sete di egocentrismo: quando amiamo, ci sentiamo amati, quando diamo, sentiamo di ricevere, quando aiutiamo ci sentiamo sostenuti, quando portiamo pace, la sentiamo crescere in noi. è quello che ci ha insegnato Gesù attraverso la sua vita e le sue parole, attraverso il suo esempio e i suoi insegnamenti.
Dovremmo tutti imparare a pregare ogni mattina che Dio ci dia pace per affrontare la giornata, ma anche “gli altri” che incontreremo in ogni nostro passo, sull’autobus, su facebook, al telefono.
In ogni dove, in ogni tempo, Signore, insegnaci ad essere per la pace!

 
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