SARA COTRONEO 
Il mio nome è Sara, sono nata a Roma nel giugno del 1975. Fin da piccola, grazie agli insegnamenti ricevuti dai miei genitori (mio padre Antonino Cotroneo è stato un amato predicatore del Vangelo a Roma e nel Sud d’Italia), è nato in me il desiderio di dedicare la mia vita al servizio di Dio. All’età di diciannove anni ho lasciato la mia città per unirmi ad una missione evangelistica, in cui ho operato a tempo pieno per tre anni. Nel Novembre del 2001 ho conseguito la Laurea in Servizio Sociale con lo scopo di raggiungere, attraverso questa professione di assistente sociale, la gente bisognosa del Vangelo. Nell’agosto del 2003, insieme a mio marito Luca e mia figlia Daiana, mi sono trasferita nell’entroterra genovese per iniziare un’attività evangelistica. Purtroppo, nel maggio 2004, all’età di 29 anni, mi è stata diagnosticata una malattia cardiorespiratoria e, dopo aver tentato senza esiti positivi alcune terapie d’avanguardia, sono stata inserita in lista per un trapianto cuore-polmoni. Il periodo di sofferenza e solitudine causato dalla malattia ha rappresentato da subito per me un tempo di grande riflessione sui temi profondi e delicati della vita, come appunto le malattie, la sofferenza e la morte. Queste riflessioni hanno portato un grande cambiamento e maturazione nel mio carattere e una forte sensibilizzazione verso i bisogni umani, mentre giorno per giorno imparavo ad abbandonare il mio futuro nelle mani del Signore, con fiducia e speranza. Il desiderio crescente di condividere con altri queste riflessioni mi ha spinto a scrivere due libri di meditazioni: il primo: “Ascoltando il silenzio di Dio” pubblicato dalla Gross Comunicazione nel 2005 e il secondo “Nel segreto di una stanza” pubblicato dalla Cotroneo Editore nel 2007, una nuova Casa Editrice cristiana fondata insieme a mia sorella Michela nel dicembre del 2006. Nel giugno del 2009 è stato pubblicato il mio primo romanzo “La colpa di esistere” che ha riscosso un discreto successo. A metà luglio del 2010, dopo sei anni di sofferenza e malattia, Dio ha risposto alle mie molteplici preghiere e a quanti nel tempo e con costanza mi sono stati vicino, sostenendomi e incoraggiandomi, ed ho subito il trapianto di cuore e polmoni, con buon esito. Oggi sto bene e mi presento a Dio piena di gratitudine e gioia, con il solo desiderio di continuare a testimoniare della sua fedeltà e della sua potenza, capace ogni giorno di trasformare il nostro lutto in una danza eterna.
Contatto: habibi75@libero.it
Un vaso guasto
Allora io scesi nella casa del vasaio ed ecco egli stava lavorando alla ruota; e il vaso che faceva si guastò, come succede all’argilla in man del vasaio,
ed egli da capo ne fece un altro vaso come a lui parve bene di farlo.
Geremia 18:3-4
Ahimè! Quante volte capita nella nostra vita di sentirci proprio come questo vaso: guasto!
Stiamo vivendo un momento pieno di benedizioni spirituali, abbiamo iniziato una opera nel servizio al Signore e siamo carichi di entusiasmo, sentiamo fermentare dentro di noi un nuovo progetto che certamente porterà frutto, stiamo maturando in fretta nella conoscenza del Signore… ma improvvisamente accade qualcosa di inaspettato che porta alla nostra vita uno scoraggiamento disarmante e ci sembra che tutto quello che abbiamo costruito con cura ed attenzione o che stavamo per costruire improvvisamente crolli e si sbricioli in mille pezzi. Proprio sul punto più bello in cui il vaso stava per assumere una mirabile forma si guasta inaspettatamente. Perché?
Perché anche se poteva sembrare il contrario, in realtà, il vaso ancora non era buono!
Se volgiamo lo sguardo in dietro al nostro passato possiamo quasi certamente vedere il nostro cammino spirituale segnato da tante tappe verso le quali una dopo l’altra ci siamo protesi, abbiamo raggiunto e poi superato, spingendoci verso il raggiungimento di quella successiva. Ma tante volte il raggiungimento di una di queste mete ha significato per noi un annullamento totale delle esperienze passate. Avremmo potuto proseguire il cammino solo se non fossimo caduti nell’errore di appoggiarci sulle nostre capacità, acquisite dal nostro vissuto. Abbiamo in poche parole dovuto imparare tutto da capo. Abbiamo dovuto cancellare ogni nostra conoscenza data dall’esperienza e protenderci verso ciò che ci aspettava, come se fossimo piccoli bambini ai primi passi della propria vita, sebbene in realtà avessimo già corso a lungo fino ad allora. E’ dura sentirci inesperti ed incapaci quando fino ad un momento prima credevamo di essere abili e ben preparati!
La nostra vita spesso è costituita da continue cadute e continui rialzamenti. Ma non sempre le nostre cadute sono determinate da qualche nostro errore o sono del tutto negative. A volte sono necessarie, volute da Dio, per permetterci di prendere fiato e comprendere bene quale sia la direzione verso cui proseguire il cammino. A volte è necessario cadere a terra, farsi male, guastarsi completamente e lasciare che il Signore inizi un’opera completamente nuova in noi per renderci di grande valore. Così, ciò che ai nostri occhi può sembrare un grande fallimento e una grande sconfitta, in realtà potrebbe essere l’inizio di qualcosa di grandioso. Ci sentiamo delusi, amareggiati, incompresi, quando l’argilla del nostro essere è completamente spalmata a terra, informe e ripugnante. Ci sentiamo fango inutile e privo di valore. Fin quando non arriva la mirabile mano del Vasaio che ci raccoglie da terra e inizia a dare una bellissima forma a ciò che forma prima non aveva.
E’ molto dura attraversare quei momenti in cui ci sembra che dobbiamo ricominciare tutto da capo. Ci sentiamo come il contadino che vede guastare tutto il suo raccolto da una grandine nemica che in pochi secondi porta via il guadagno di mesi di duro lavoro, fatica e sudore. Ci sentiamo come l’investitore che in un solo crollo della Borsa non previsto vedere svanire tutte le sue ricchezze. Ci sentiamo come lo scolaro ben preparato che si presenta ad un esame dopo giorni di stancante e faticoso studio e si sente porgere una domanda su quell’unico argomento che aveva trascurato, perché ritenuto di poca importanza. Ci sentiamo falliti, oppressi, delusi. Sentiamo la nostra esistenza roteare vorticosamente su quella ruota che gira e gira fino a farci perdere l’equilibrio e farci precipitare a terra, completamente sconfitti. Eppure abbiamo compiuto ogni sforzo, abbiamo ragionato, programmato nei minimi dettagli il progetto della nostra esistenza ed ora vediamo il nostro edificio nuovo e gradevole crollare inesorabilmente, come fosse stato fabbricato solo con paglia. Fin quando non arriva il nostro Signore che raccoglie i nostri mattoni da terra e dà inizio ad una nuova costruzione.
La vita di ciascuno di noi è costituita da un susseguirsi di successi e di precipitosi fallimenti, ma ciò che ai nostri occhi appare una sconfitta potrebbe essere un’opportunità per il nostro Creatore di renderci migliori.
Possa essere oggi il nostro più grande desiderio portare compiacimento agli occhi del nostro Signore, essere graditi al suo cuore e portare soddisfazione al Suo volere. Ma questo sarà possibile solo se con ogni umiltà ci lasciamo guastare, plasmare e riformare come a Lui pare bene di fare.
Un vaso guasto può essere il principio di una preziosa opera d’arte fabbricata dalle mani di un abile Artista.
Il Buono e il Meglio
Ma il Signore, rispondendo, le disse: Marta, Marta, tu ti affanni e t’inquieti di molte cose
ma di una sola fa bisogno. Maria ha scelto la buona parte che non le sarà tolta.
Luca 10:41
La vita di ognuno è segnata da tanti bivi che si presentano continuamente sul nostro percorso. Senza che ce ne rendiamo conto ogni ora della nostra giornata ci conduce a fare delle scelte. Una decisione presa al mattino potrebbe condizionare l’andamento dell’intera giornata. Poi ci sono delle decisioni più importanti, che non condizionano solo uno dei nostri giorni, ma tutta la nostra futura esistenza. Sicuramente la scelta è facile per ogni buona persona quando si trova di fronte alla scelta di percorrere una strada cattiva o una strada buona. Tendenzialmente ciascuno di noi sceglierebbe senza indugio la strada buona. Ma che fare quando davanti a noi il bivio ci pone di fronte un viale di mandorli in fiore e un viale pieno di aiuole ricche di fiori profumati e colorati, in poche parole quando entrambi le decisioni sembrano giuste e buone? E’ facile la scelta. Se entrambi i sentieri sono buoni si tratta solo di comprendere quali fra i due sia il migliore. La scelta è fra il buono e il meglio.
Ora Gesù si trova in bilico tra due donne (situazione in cui non auguro a nessun uomo di trovarsi mai): una donna che lo serve ed una donna che lo ascolta. Sicuramente entrambi stanno facendo una cosa giusta e degna di lode. Entrambi si stanno comportando come delle donne umili, amorevoli, gentili, ma chi si sta comportando meglio? Ora non voglio parlare dell’antitesi tra preghiera e servizio, perché ritengo che ogni credente maturo sappia comprendere che siano entrambi degli elementi indispensabili per la crescita spirituale e che non sono in contrapposizione tra loro, piuttosto sono strettamente complementari e non possono sussistere l’uno senza l’altro. Ogni credente dovrebbe dedicare il giusto tempo ad entrambi.
Ma ciò di cui oggi voglio parlare sono le migliori scelte per la nostra vita. Quante volte delle scelte sono sembrate ai nostri occhi buone e giuste ed invece poi ci hanno condotto ad un fallimento totale! Quante volte ho sentito Gesù che sussurrava al mio orecchio “Sara, Sara tu ti affanni e t’inquieti di molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno e tu non sai scegliere la buona parte che non ti sarà tolta”! Quante volte compiamo delle azioni convinti di fare cosa gradita a Dio, ma la reale motivazione è che vogliamo solo compiacere a noi stessi? Quante guerre sono state fatte in tutti tempi e in ogni dove in nome di Dio, mentre l’uomo non voleva altro che aumentare il proprio potere e la propria ricchezza! Quante stragi sono state commesse mentre l’uomo alzava vessilli: “In difesa di Dio”, mentre non voleva altro che saziare la propria sete di giustizia ed amore di se stesso. Povero uomo illuso, crede veramente che il Creatore del cielo e della terra abbia bisogno di lui per essere difeso!
Allora permettetemi di fare piccole considerazioni.
E’ buono recarsi giornalmente a far visita ai nostri fratelli soli e bisognosi, ma non è forse meglio, naturalmente quando sia possibile, condurli a casa nostra e preparare loro un buon pranzetto, affinché non si dica di noi che siamo degli ospiti inopportuni e sconvenienti? Quante persone ingannano se stesse affermando di fare cosa buona andando per le case a fare visita alle famiglie della chiesa, quando in realtà stanno semplicemente scappando dalla propria famiglia e dalle proprie responsabilità. Apriamo, piuttosto, le nostre case e invitiamo i soli e i bisognosi. Offriamo loro un pane che sazia la loro anima e un’acqua che disseta il loro cuore. E non si potrà mai dire di noi che vogliamo approfittare dei beni altrui.
E’ buono credere che sia sufficiente cercare nella chiesa il compagno o la compagna della propria vita per avere un matrimonio felice e benedetto dal Signore, ma è meglio accertarsi che oltre ad essere un buon credente abbia anche i nostri stessi desideri di servizio e consacrazione, perché non ci si ritrovi nella vita di coppia a percorrere sentieri diversi che portano a divisioni nella famiglia e che allontanano moglie dal marito. E’ triste per me vedere delle mogli o dei mariti in un angolo della chiesa, imbarazzati nel dover inventare qualche ridicola scusa per giustificare l’assenza del compagno, che in realtà era semplicemente disinteressato a quel seminario o a quella attività. Quando due giovani vite si stanno accordando per vivere tutta la loro vita insieme sarebbe meglio che occupino molto tempo a considerare se hanno gli stessi obiettivi, i stessi sogni e i stessi progetti spirituali affinché questi stessi non si rivelino nel tempo la peggiore causa della fine del loro matrimonio.
E’ buono affidare i nostri figli alle amorevoli cure del monitore o del responsabile dei giovani della nostra chiesa, ma è meglio che noi genitori impariamo a spendere del tempo con i nostri ragazzi, insegnando loro la Bibbia, offrendo una sana educazione secondo il piacere di Dio e ascoltandoli nei loro segreti e bisogni (spesso basta un semplice gioco fatto insieme o una sciocca storiella inventata per regalare al proprio bimbo una briciola di gioia immensa). Spesso il momento più bello delle mie giornate è quando metto a letto mia figlia e lei comincia a parlare senza sosta e mi confessa spontaneamente tutte quelle informazioni che invano ho cercato di strapparle dalla bocca per tutta la giornata. I nostri bambini hanno dentro di sé dei tesori nascosti che possono arricchire enormemente la nostra vita se diamo loro la possibilità di donarli a noi.
E’ buono voler essere sempre a conoscenza dei problemi dei nostri fratelli per poter essere di sostegno e di conforto e cercare di offrire loro dei buoni consigli, ma quante volte ci siamo sentiti sopraffatti da situazioni tristi e problemi gravi che hanno condotto noi stessi, che volevamo offrire il nostro aiuto, più in confusione di chi l’aiuto lo cercava? Capita non poche volte di sentirci rinfacciare dalla persona a cui abbiamo dato dei consigli di averle suggerito la scelta sbagliata che l’ha portata a compiere degli errori e ci fa sentire un disastro totale. Allora, a volte, non è meglio spendere semplicemente dei momenti insieme in preghiera e lettura della Parola affinché Dio stesso suggerisca direttamente al nostro amico la cosa migliore da fare per risolvere i propri problemi?
Certo Marta era convinta di fare la cosa giusta nel preparare del cibo per il Maestro e di rendere la casa pulita, profumata ed accogliente per il suo Signore, ma Maria sapeva nel suo cuore che un giorno il suo Salvatore le sarebbe stato tolto per sempre e che le opportunità che la vita a volte ci regala potrebbero essere perse per sempre se non le si coglie a volo. Quale opportunità più bella e più importante per la nostra vita di ascoltare la voce di Dio in persona? Io bramo con tutta me stessa il giorno che potrò sedermi ai piedi di Gesù e di gustarmi, saziarmi e dissetarmi esclusivamente del caldo suono della sua voce.
Marta ha fatto un buona scelta, ma Maria ha fatto la scelta migliore ed è Gesù a dirlo.
Prega con me, in questo momento, affinché la vita che in questo stiamo oggi vivendo, sia la vita migliore possibile per noi, quella spesa ai piedi del Maestro, in umile atteggiamento di ascolto ed abbandono a Lui.
Consigli per gli acquisti
“Io ti consiglio di comprare da me dell’oro affinato col fuoco, affinché tu arricchisca;
e delle vesti bianche, affinché tu ti vesta e non apparisca la vergogna della tua nudità;
e del collirio per ungertene gli occhi affinché tu vegga”.
Apocalisse 3:18
E’ meraviglioso scoprire giorno per giorno nella Bibbia, la Parola di Dio, come il Signore abbia pensato proprio a tutto circa la nostra vita. Ecco dei versi in cui ci dà dei buoni consigli per i nostri acquisti.
Oggi la parola “crisi” risuona un po’ dappertutto. Sebbene ci si riferisca prevalentemente ad una crisi economica, in realtà la crisi dei valori, degli affetti, dell’etica ci ha colpito già da tempo.
In questi versi Gesù si rivolge ad una chiesa ricca, o almeno che si crede tale. Poco prima infatti dice: “Tu dici : Io sono ricco, e mi sono arricchito, e non ho bisogno di nulla, e non sai che tu sei infelice fra tutti, e miserabile e povero e cieco e nudo.” Una chiesa che si illude di aver tutto, ma che non sa nemmeno più da che parte stare: né fredda né fervente. Potremmo azzardare a dire che tutto questo benessere ha portato alla chiesa descritta in questi versi un po’ di confusione, su come investire le proprie ricchezze.
Gesù consiglia di comprare da Lui dell’oro affinato. Un tipo di oro provato e riprovato col fuoco. Non un’imitazione, non un falso, che sa abbagliare i nostri occhi, ma alla vista di qualunque esperto risulta di nessun valore. Ma l’oro che viene raccolto con cura nei fiumi della grazia e della misericordia, passato dal crogiuolo delle sofferenze e del dolore, modellato secondo una volontà suprema e infallibile e poi venduto direttamente da Dio a chi si reca bisognoso da lui. Questo è l’unico oro che ha un valore inestimabile e che dà all’uomo la vera ricchezza. I doni della grazia, della giustizia, dell’amore e quant’altro, acquistati attraverso il sacrificio umano di Gesù, sono l’oro che non si corrode, non marcisce e non perisce mai e che non può essere rubato neanche dal ladro più astuto. Questo oro ci impedisce di diventare miserabili e poveri come la vita di chi non ha saputo trovare in Dio la vera ricchezza.
Il nostro Signore ci consiglia ancora di acquistare delle vesti bianche, affinché ci possiamo vestire e nascondere la nostra nudità. Da sempre il bianco è il colore della purezza. Cosa ci fa vergognare di più se non il nostro peccato? Gli abiti che indossiamo tutti i giorni, che appaiono ben puliti e stirati, nascondono purtroppo spesso delle macchie non visibili agli altri, ma noi conosciamo perfettamente dove sono quelle macchie e cerchiamo con ogni mezzo di nasconderle. La nostra mente, quindi i nostri pensieri, i nostri sentimenti, i nostri progetti, non sono spesso contaminati da fini malvagi e da scopi egoistici? La nostra vita passata e presente non è spesso macchiata da errori che teniamo ben nascosti affinché non diventiamo oggetto di critiche e pettegolezzi della gente? Ma per quanto cerchiamo di chiudere tutte le nostre colpe in un baule e sigillarle con cura, non è forse vero che hanno il potere di tormentare costantemente la nostra coscienza e macchiare tutto il corredo che è conservato con cura in quel baule? Come la muffa che di nascosto si diffonde tutta intorno, fino a rendere inutilizzabile qualsiasi abito, così i nostri errori contaminano tutto ciò che di buono riusciamo a fare fino ad avere delle conseguenze negative anche sulla vita di chi ci circonda. Possiamo tirare fuori dal baule i nostri abiti sporchi e buttarli via per poi recarci da Gesù e fare acquisto di vesti, che Gesù, attraverso la sua morte e la sua resurrezione, ha reso bianche, candide, pure, cucite su misura proprio per noi, affinché possiamo vivere senza vergogna e sensi di colpa. Le vesti sono il nostro spirito e la nostra anima, con cui ci vestiamo ogni giorno.
Infine, Gesù ci consiglia di acquistare un po’ di collirio per vedere. In questi giorni se ci rechiamo da un qualsiasi ottico possiamo rimanere a lungo indecisi di fronte alla vastità di scelta di occhiali che ci vengono proposti. Innumerevoli tipi di montature, di forme e colore diversi. E noi impieghiamo molto tempo prima di essere convinti sul modello da acquistare. Proviamo ad una ad una ogni montatura per vedere quale si adatti meglio al nostro viso e ci renda più belli. Ultimamente andava di moda che anche le lenti fossero colorate. Gli occhiali da sole sono sempre acquistati e non solo per ripararsi dal sole. A volte utilizziamo gli occhiali da sole per nascondere i nostri occhi. Quanti personaggi famosi li utilizzano per non farsi riconoscere e rimanere anonimi! Così anche la gente comune, a volte, li indossa per nascondere il proprio sguardo. Ma oltre a celare il proprio sguardo, questi tipi di occhiali impediscono anche a chi li porta di vedere con chiarezza. Soprattutto se si entra in un tunnel. Gesù dice nella sua Parola che l’occhio è la lampada del nostro corpo (Luca 11:34). Attraverso i nostri occhi, dunque, noi possiamo conoscere l’ambiente che è attorno, ma anche gli altri possono conoscere l’ambiente che è dentro di noi. Possiamo indossare un bel paio di occhiali che ci permetta di correggere la nostra miopia spirituale, ma quando li toglieremo torneremo ad essere ciechi e sentirci persi lungo la strada che stiamo percorrendo. Siamo ciechi: con quanta difficoltà spesso fatichiamo a vedere la strada che Dio ha scelto per noi! E ancora quanto spesso non siamo capaci di vedere gli ostacoli o peggio i burroni che si presentano improvvisamente lungo il percorso e facciamo dei capitomboli pazzeschi che portano la nostra condotta a farsi delle ferite profonde! Quanto spesso siamo così miopi da non saper vedere i bisogni di chi vive proprio accanto a noi! Oh, possiamo spendere tutto il denaro che vogliamo per acquistare un paio di occhiali all’ultima moda, con lenti scure o colorate, ma ciechi siamo e ciechi rimarremo! Essi offuscano la luce necessaria per scorgere i difetti minuscoli della nostra spiritualità. Non vorremmo mai vedere il nostro volto riflesso su uno specchio vicino ad una finestra esposta al sole, perché notiamo un’infinità di imperfezioni che ci fanno apparire terribilmente brutti. Non è forse vero che molte sale di svago e divertimento illuminano l’ambiente con luci soffuse proprio per far apparire tutti più belli? Ma Gesù vuole che viviamo nella sua luce e che non siamo figli delle tenebre. Egli stesso ha preparato con cura un collirio che agisce direttamente sui nostri occhi per guarirli. Forse all’inizio ci procura un po’ di bruciore, ma poi ci accorgiamo immediatamente che la nostra miopia spirituale è stata curata e i nostri sguardi sono stati purificati.
Bene, questo è il momento giusto, rechiamoci dal Signore con un grosso carrello e facciamo la nostra bella spesa. E non c’è crisi che ce lo possa impedire: è tutto gratuito!
L’unione fa la forza!
“ Io non prego soltanto per questi, ma anche per quelli che credono in me per mezzo della loro parola: che siano tutti uno; che , come Tu o Padre sei in me ed io sono in Te
anche essi siano in noi; affinché il mondo creda che Tu mi hai mandato”.
Giovanni 17:20, 21
Lo scorso anno io e la mia famiglia abbiamo vissuto uno dei periodi più difficili degli ultimi tempi. Ho dovuto effettuare un ricovero ospedaliero di circa due mesi e mezzo. Non potendo mio marito occuparsi di mia figlia di sei anni a causa del suo lavoro, siamo stati costretti ad affidarla ad una mia zia a Milano. Così io mi trovavo a Pavia, mio marito a Genova e mia figlia a Milano. Era la prima volta che eravamo così divisi. In quei giorni i medici ci avevano detto che le mie condizioni si erano aggravate moltissimo e di prepararci al peggio. Rimaneva una nuova cura da provare, ma non erano sicuri che avrebbe portato buon effetto e dovevano passare alcuni mesi prima di vedere qualche risultato positivo. Erano anni ormai che ricevevo ripetutamente brutte notizie sulla mia salute. Eppure, insieme a mio marito avevamo sempre affrontato ogni momento di difficoltà riponendo la nostra fiducia nel Signore e dandoci forza e incoraggiamento a vicenda. E questo ci aveva sempre reso stabili. Ma ora mi sentivo particolarmente debole. Non riuscivo ad affrontare tutto quello che mi accadeva con serenità. Tutte le cure in ospedale mi sembravano insopportabili, non volevo socializzare con le mie compagne di stanza e la notte piangevo continuamente. Non mi ero mai sentita così vulnerabile e incapace di reagire. Fino a quando il Signore ha cominciato a parlare al mio cuore. Tutta la forza mia e di mio marito, tutta la serenità e la stabilità con cui avevamo sempre affrontato la mia malattia, veniva dalla nostra unione. Avere mio marito accanto a me e mia figlia, mi aveva sempre incoraggiato a provare nuove cure e a credere che avrei vinto la malattia con la forza del mio amore per loro. Ma ora erano distanti da me. Non potevamo incoraggiarci a vicenda. Mia figlia non poteva darmi fiducia con i suoi sorrisi e la sua spensieratezza infantile; mio marito non poteva consolarmi con la sua tenerezza e la sua forza. Ero sola. Preoccupata per la mia bambina che si trovava lontana e che non poteva frequentare la scuola e lontana da mio marito, che sapevo a casa da solo, la sera nella nostra casa fredda e sporca. Quanto soffriva il mio cuore: eravamo separati! Dio mi parlava ed io piano piano capivo ciò che voleva insegnarmi.
E’ bello come Giovanni, colui che si definiva egli stesso “il discepolo che Gesù amava” dia molto spazio nei capitoli del suo Evangelo che narrano le ultime ore della vita di Gesù, agli ultimi discorsi, profondissimi pronunciati dal Maestro. I versi che stiamo meditando riportano la preghiera che Gesù fa al Padre. E dopo aver pregato a lungo per i suoi discepoli rivolge una preghiera per noi tutti e chiede un’unica cosa: che siamo uno, come Lui e il Padre sono uno.
Ecco la forza della Chiesa: l’unità! E’ l’unità che ci permette di affrontare le debolezze di un mondo che somiglia ad un malato terminale in fin di vita; è l’unità che ci permette di lottare contro la depravazione e il decadimento delle menti di una società sempre più corrotta e maligna; è l’unità che ci può far resistere alle tentazioni di piaceri ingannatori sempre più a portata di mano, che rendono l’uomo incatenato dalla propria concupiscenza; è l’unità che ci fa vincere la persecuzione e resistere alla derisione della gente, mantenendoci fedeli alla nostra chiamata.
L’unità! Solo questo Gesù chiedeva al Padre per noi. Ma, ahimè, quanto stiamo impedendo al Padre di poter rispondere a questa preghiera del Suo amato Figliuolo?
Non appare forse la Chiesa di Cristo in questi giorni sempre più divisa, sempre più smembrata. Chiese locali in lotta fra loro per futili motivi di interpretazione delle Scritture; a caccia di anime da depredare; in competizione per attività all’ultima moda da ostentare. Chiese divise nel proprio interno, spaccate dal disprezzo, dall’invidia, dal proprio desiderio di affermazione in quello che dovrebbe essere un umile servizio al Signore. E andando ancora più in profondità: le famiglie stesse dei credenti che dovrebbero dare forza sono sempre più divise, mascherando tradimenti, ribellioni, incomprensioni. La Chiesa è spaccata nelle radici più profonde che la dovrebbero sostenere in piedi. E barcolla cercando di andare avanti, aggrappandosi ad appigli sdrucciolevoli ed instabili. Non appare così come un corpo smembrato, zoppicante, che cammina a fatica per le strade del mondo senza portare il profumo di Cristo attorno a sé? Una Chiesa amputata dei suoi arti, sparsi qua e là, osservata dal disprezzo di un mondo che ride di lei. Calunniata da una società scandalizzata e turbata dalla sua incoerenza. Non diceva Gesù che tutti avrebbero saputo che noi siamo i Suoi discepoli “per l’amore che abbiamo gli uni per gli altri”? Discepoli, invece, che spendono tempo a bisticciare, ad infamarsi e a mordersi a vicenda. Forse siamo più conosciuti per gli scandali e le divisioni che per il nostro amore, puro e verace, che sa farsi notare. Una Chiesa divisa è una chiesa vulnerabile, debole, malsana, incapace di portare salvezza, perdono, guarigione alle anime perdute che attendono smarrite la gloria di Dio.“… che siano perfetti nell’unità… affinché il mondo conosca che Tu mi hai mandato!”. Preghiamo insieme che il Signore ci dia sapienza per abbattere le barriere delle divisioni; che ci dia forza per saldare le lacerazioni interne, le fratture che fanno zoppicare il Suo popolo e che ci renda forti e stabili nell’unità di una Chiesa santa e pura. Chiediamo a Dio che possiamo amarci di un amore raro e prezioso come quello che Lui ha mostrato a noi. Decidiamo oggi di essere la risposta alla preghiera di Gesù affinché siamo uno nel cuore, nella mente, nel desiderio di annunciare la buona novella, nel desiderio di dare cibo all’affamato e acqua spirituale all’assetato. Nel desiderio di far conoscere al mondo che Gesù è stato mandato da Dio, come affermano i versi citati.
C’è molto da fare, lo so, ma è l’unico desiderio espresso da Gesù per noi: vale la pena sudare un po’ per soddisfarlo, non è vero?
E’ stato meraviglioso il mio ritorno a casa. Non ero felice perché ero viva, stavo meglio e le nuove cure portavano dei grandi benefici al mio corpo: ero di nuovo a casa con la mia famiglia. Eravamo di nuovo uniti, stretti gli uni agli altri. E tutto mi faceva credere in cuor mio che finalmente ero invulnerabile.
Che bella giornata di pioggia!
… e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti
(Matteo 5:45)
Tante volte ho sentito pronunciare tra credenti e non questo interrogativo: “Se piove sui giusti e sugli ingiusti, che beneficio ho io ad essere un figlio di Dio?”
Anche io ho ragionato su questo, dopo che tante persone mi rivolgevano ripetutamente questa domanda, chiedendomi perché fossi così malata, nonostante nella mia vita avessi sempre amato e servito Dio. Perché Dio permette tutte queste difficoltà in me? Perché lascia che i suoi figliuoli amati affrontino prove difficili da sopportare e assaggino l’amarezza del calice della sofferenza e del pianto? Perché dobbiamo vivere lunghe giornate buie, piene di nuvoloni che minacciano tempeste sul nostro capo e per giorni e giorni non vediamo un raggio di luce? Perché non fa splendere un po’ di sole una volta e per tutte?
Ho posto anche io queste domande al Signore e nell’intimità del mio cuore, come risposta ho trovato che basta meditare un po’ e si comprende che il beneficio della sofferenza si manifesta non nelle prove, ma nella differenza che c’è nell’attitudine di chi ama Dio e chi non lo conosce.“L’ingiusto” si sveglia la mattina, scosta le tendine della finestra per guardare fuori ed esclama: “Ecco un altro giorno di pioggia, che tristezza! Ora dovrò uscire fuori con l’ombrello, mi bagnerò le scarpe e forse anche i pantaloni e sarò costretto a stare tutto il giorno in ufficio con gli abiti umidi. Per strada incontrerò molto traffico e non potrò correre con l’automobile perché le ruote potrebbero slittare. Arriverò in ufficio zuppo e in ritardo, già nervoso e litigherò con tutti. E poi mi verrà anche un bel raffreddore, che renderà tutto ancora più insopportabile. Ecco, tutto ciò che mi aspetta oggi è una bruttissima giornata e tutto per colpa della pioggia”.
Ma anche “il giusto” si sveglia, scosta le tendine della finestra ed esclama: “Grazie Signore, quanta abbondanza di pioggia! Oggi la terra sarà dissetata ed i campi annaffiati dalla Tua mano potente. Il pastore avrà più acqua per il suo gregge ed il contadino vedrà il suo raccolto diventare più ricco e sazio. La vite sarà abbeverata e i chicchi d’uva saranno grossi e lucenti ed un buon vino spumeggerà nelle botti. Il grano maturerà dorato e le spighe si piegheranno per il peso di un carico abbondante, così i granai saranno pieni e profumati. Gli alberi saranno dissetati ed ergeranno dei rami robusti e carichi di foglie verdi e frutti copiosi. Anche i fiumi si arricchiranno e gli animali si accosteranno ad essi, trovando acqua fresca ed abbondante che disseterà i loro corpi. E l’uomo non temerà la siccità: Avrà le sue cisterne traboccanti di acqua. Si disseterà e potrà lavare con cura il proprio corpo. Annaffierà i suoi giardini che saranno rigogliosi, adornati da profumi e colori vivi. Oh Grazie Signore per questa meravigliosa giornata di pioggia!”.
E’ vero, le prove e le tempeste arrivano sulla vita sia di coloro che amano Dio che di coloro che non lo amano. Ma, mentre gli ingiusti non hanno nessuna speranza nella loro vita e non sanno fare altro che lamentarsi e a volte, ahimè, adirarsi con Dio per le loro sofferenze, i giusti per la fiducia che hanno in Dio, sanno trasformare le difficoltà in arricchimento per la loro vita e in nuove opportunità di maturazione e di crescita spirituale. La sofferenza in un uomo che ha riposto in Dio le sue certezze, rende il cuore calmo, sereno, sensibile, umile.
Ma, concedetemi ancora un semplice paragone: come nei giorni di pioggia è meraviglioso poter mettere per un po’ da parte tutti i nostri impegni e poter rimanere a letto, abbandonandosi al tepore di un sano riposo, anche nelle difficoltà della vita è meraviglioso poter imparare ad abbandonarsi al riposo, alla calma e al tepore di un caldo abbraccio di Dio, aspettando che torni a splendere il sole.
Semplicemente Grazie!
… giacché ho imparato ad esser contento nello stato in cui mi trovo
(Filippesi 4:11)
Più volte mi sono trovata dei bigliettini nelle mani con queste parole: “Semplicemente grazie”. Sono parole estremamente vere. A volte quando desideriamo esprimere la nostra riconoscenza verso qualcuno vorremmo dire o fare chissà cosa. Ma poi tutto ci sembra piccolo ed insufficiente per dimostrare realmente la gratitudine che proviamo dentro. E allora ci limitiamo a dire un semplice “grazie”, che forse come termine in sé stesso già dice tutto.
E’ facile, non è vero? Solo un semplice “grazie” da sussurrare all’orecchio di chi ha dimostrato di amarci!
Eppure, ahimè, sembra sempre più raro sentir pronunciare questa piccola parolina.
Quando io ero piccola le condizioni sociali di una famiglia di ceto medio erano ben differenti rispetto ad ora. Mi ricordo che durante i miei compleanni ero davvero felice di scartare l’unico regalo ricevuto. Ero contentissima e lo curavo come quanto di più prezioso avessi. Oggi provo un po’ di tristezza quando andando alle feste di compleanno vedo bambini scartare una montagna di regali. Ansiosi della sorpresa ricevuta, prendono un dono dopo l’altro, lo scartano velocemente, gli danno un’occhiata rapida e poi lo accantonano per prenderne subito un altro, scartarlo e di nuovo accantonarlo. A mala pena ringraziano chi li ha acquistati per loro e, a volte lo fanno solo perché vengono sollecitati dai genitori. Non considerano naturalmente, essendo bambini, che qualcuno abbia pensato a quale regalo fare, lo abbia cercato, abbia speso dei soldi e del tempo per acquistarlo e, magari, abbia anche faticato un po’ per impacchettarlo (io sono del tutto incapace a fare i pacchetti e chi mi conosce lo sa!). Non ci pensano perché ne hanno così tanti e la voglia di averne un altro è più forte della gratitudine per quelli già scartati.
Quale insegnamento per la nostra vita spirituale! I doni di Dio sono talmente numerosi che a volte li diamo per scontati, li apprezziamo poco e non pensiamo al prezzo che è stato pagato perché oggi potessimo averli. E siamo sempre lì a lamentarci perché siamo insoddisfatti di ciò che abbiamo e vorremmo sempre qualcosina in più.
Ho visto credenti ricevere i doni di Dio, scartarli frettolosamente e poi accantonarli insoddisfatti senza un minimo cenno di gratitudine. “Oh la salvezza è una cosa meravigliosa, ma ho bisogno anche della salute nella mia vita; oh sì, ho un lavoro stabile e sicuro, ma vorrei guadagnare un po’ di più; oh sì, la mia casa è grande e spaziosa, ma avrei bisogno di qualche mobile in più; è vero mio marito mi ama tanto e farebbe tutto per me, ma è un gran disordinato…” Potrei continuare con molti altri esempi.
Eppure, quando i problemi arrivano sul serio e non c’è bisogno di andarseli a cercare, comprendiamo che dovremmo ringraziare il Signore anche per il solo fatto che la mattina, al nostro risveglio apriamo gli occhi e la sera possiamo richiuderli.
Ecco che l’apostolo Paolo con poche parole ci ammaestra sulla gratitudine: “Ho imparato ad essere contento nello stato in cui mi trovo”. E’ la versione biblica che preferisco, perché alcune usano il termine “accontentarmi”. Ma non credo che esprimano realmente quello che l’apostolo volesse dire. Non credo che lui si accontentasse di quello che le circostanze gli offrivano. “Essere contento” è molto più che accontentarsi.
Consideriamo insieme: da chi ci viene questo insegnamento? Da un uomo che sapeva innalzare inni di gioia al Signore anche nell’oscurità più profonda di una prigione, dopo aver ricevuto percosse e vergate. Da un servo che aveva attraversato paesi e città per anni di cammino e spostamenti, affrontando tempeste, malattie, fame, freddo. Da un animo che aveva subito la persecuzione, l’infamia, il disprezzo umano, la vergogna, eppure ancora sapeva affermare: “Contrastati, eppur sempre allegri”.
Allora, se ha potuto pronunciare queste parole l’apostolo Paolo, probabilmente, anche ciascuno di noi in questo momento potrà portare sull’altare un sacrificio di lode ed offrire un sorriso al Signore, dicendo semplicemente “grazie”.
Serie riflessioni maturate durante un tempo di malattia e di sofferenza dell’autrice.
“Se ci sapremo predisporre all’ascolto, potremo scoprire come Dio parla anche attraverso i Suoi apparenti silenzi.”
Cose mai viste
Le cose che occhio non ha vedute, e che orecchio non ha udite e che non sono salite in cuor d’uomo, sono quelle che Dio ha preparato per quelli che l’amano.
I Corinzi 2:9
Che versi meravigliosi! Quando nella mia vita mi soffermo a contemplare gli spettacoli che la natura ci offre, il mio cuore si commuove e sento gratitudine pensando a quante meraviglie Dio abbia preparato per l’uomo. In autunno, ad esempio, basta affacciarmi da una qualsiasi finestra di casa mia e posso vedere una tale varietà di colori nelle chiome degli alberi che ho la sensazione che il mio occhio non riesca a percepirli tutti: sono solo foglie, ma di verde chiaro, verde scuro, verde chiarissimo, verde scurissimo, giallo chiaro, giallo scuro... non so neanche definirli.
Molte volte, leggendo i versi sopraccitati, ho pensato che fossero riferiti alla nostra vita futura, con Dio nei cieli. E’ uno di quei passi delle Scritture che spesso si leggono affissi sulle lapidi come una promessa per il defunto di qualcosa di glorioso che lo aspetta nel cielo.
E leggendolo, ripetutamente mi sono più volte chiesta: “Ma se basta guardarci un po’ intorno per godere già di tutte queste meraviglie che Tu hai creato per i tuoi amati, Signore, cosa ancora di mai visto e mai sentito dovremmo immaginare per il nostro futuro?”
Ma poi, ragionando, ho compreso di aver commesso un errore. E’ vero, la vita che ci aspetta in cielo con il Signore sarà gloriosa ed è inimmaginabile per noi lo splendore che ci riserberà, ma in questi versi le Scritture non dicono “sta preparando” o “preparerà”, ma semplicemente “ha preparato”.
Grazie Gesù! Non devo aspettare di essere in cielo: le cose meravigliose che avevi pensato per i tuoi amati sono già a loro disposizione. Sono già per noi.
E allora considero: quale occhio ha mai visto il duro peccatore che, scoprendo per la prima volta la profondità del perdono divino, si abbandona come un bambino al pianto purificatore del pentimento che porta via ogni errore, mentre apre la sua anima ad una nuova esistenza? Quale orecchio ha mai udito le lodi di riconoscenza innalzate dal sofferente che, anche nelle prove più difficili che la vita ci riserva, riesce ancora a trovare la forza sovrumana di Dio che ci rende stabili e sereni? Quale cuore ha mai sentito salire dentro di sé la gioia inesauribile di chi avverte la presenza del Signore che ci avvolge tutta intorno e dentro di noi?
Ciò che non era “salito in cuor d’uomo” e che l’animo umano non aveva mai provato era l’amore di Gesù, perfetto, immutabile, espresso attraverso la suprema opera che solo la Sua grazia può compiere in noi. L’amore del Dio Vivente che ascolta le preghiere dei suoi figliuoli ed agisce in favore di chi spera in Lui. La grazia donataci da Gesù Cristo, che fattosi uomo, ha abitato in mezzo agli uomini ed è morto per la loro salvezza eterna. Queste sono le meraviglie che oggi sono già pronte per noi.
Ma, mentre ogni uomo può godere della bellezza del creato di Dio, nessuno può vedere, nessuno può udire, nessuno può provare, quello che possiede il cuore di chi ama Dio
Capitolo tratto dal libro “Ascoltando il silenzio di Dio”:
ATTENTI AL PECCATO!
Il Signore disse a Caino: «Perché sei irritato? e perché hai il volto abbattuto? Se agisci bene, non rialzerai il volto? Ma se agisci male, il peccato sta spiandoti alla porta, e i suoi desideri sono rivolti contro di te; ma tu dominalo!» (Genesi 4:6-7)
Qualche tempo fa vedendo alla televisione una trasmissione d’attualità sentii il parere di uno psicologo o giornalista o non so chi sia parlare di Caino. Parlava di lui come di un poveretto che per secoli ha dovuto sopportare il fardello della nomina del “fratello cattivo”.
Eh già, in fondo che avrà mai fatto di male Caino, una cosuccia da niente, solo una piccola scortesia verso il fratello Abele… lo ha solo ucciso!
Inorridisco al solo pensiero. La nostra società è così impregnata di malvagità che non sa più distinguere il giusto dall’ingiusto. Il peccato viene nascosto, scusato, accettato e poi assorbito.
Ahimé questo sta accadendo anche nelle nostre chiese.
Il peccato è astuto: ci spia, ci desidera, ci vuole dominare per poi divorarci.
Le parole di questi versi della mia vecchia Bibbia sono piene della preoccupazione di Dio verso l’uomo. L’Eterno, come un padre premuroso, avverte Caino riguardo al pericolo in agguato. Cerca di scuoterlo, di risollevarlo, di metterlo in guardia contro un pericolo minaccioso. Ma Caino sceglie di rimanere sordo e, accecato dalla gelosia, adesca Abele nella sua trappola mortale.
Il peccato è astuto, ti spia, conosce le tue debolezze e ti attacca nei tuoi punti deboli.
Facciamo insieme un giro per le nostre chiese. Siamo onesti: invece di essere degli alberi rigogliosi, ripieni del frutto dello Spirito Santo, a volte sembriamo degli orti abbandonati, pieni di roghi e zizzanie. Volete che sia più chiara?
Una volta faceva tanto scalpore quando, di tanto in tanto, si scoprivano dei peccati occulti nelle vite di grandi predicatori: adulterio, pornografia, droga. Ma la chiesa, tanto occupata ad evitare che si scoprissero questi reati nel proprio interno, non si è accorta che nel tempo altri peccati più subdoli si sono infiltrati nelle sue mura. Certe attitudini sono diventate così abituali e palesi tra di noi che non ci preoccupiamo minimamente e le lasciamo mettere radice nel nostro giardino, totalmente indisturbate. L’invidia ne è un esempio.
A volte le nostre riunioni di culto si trasformano in delle vere e proprie sfilate di talenti e si fa a gara nell’ostentazione delle proprie abilità. Si gareggia su chi canta o suona meglio, su chi fa le testimonianze più toccanti, su chi predica il messaggio più attraente e simpatico. Le preghiere sembrano dei libri di poesie, invece di esprimere lo strazio dell’intercessione. Chi ha talento e capacità viene innalzato a dismisura, esaltato come il migliore. Viene onorato, se ne parla come se fosse chissà chi. La gloria però, dura poco, giusto il tempo che arrivi un “nuovo migliore”. Allora chi prima era stato osannato, perde ogni stima e attenzione, non serve più a nulla e viene messo da parte, dimenticato. Quante volte ho visto questo nella mia vita e certe volte, ahimé, l’ho pure vissuto!
Così nasce l’invidia. Così si alimenta la competizione. Così il nostro cuore si amareggia, si gonfia di rabbia. Il nostro volto diviene abbattuto. Ma non abbiamo il coraggio di ammettere che siamo invidiosi, è troppo difficile. Non abbiamo il coraggio di umiliarci davanti a Dio e chiedere perdono perché l’0fferta che gli abbiamo reso era solo fumo, solo apparenza. Così l’invidia si fa spazio nel nostro cuore e nei nostri pensieri fino a farci “uccidere” i nostri fratelli . Li annientiamo con parole di diffamazione, di calunnia. Li disprezziamo pubblicamente, finché si allontanino il più possibile da noi, finché spariscano per sempre dalla nostra presenza.
Miseri noi!
Il peccato si insinua nelle nostre vite. Striscia fra i banchi delle chiese in cerca di cuori deboli da divorare.
Poniamo più attenzione agli amorevoli ammonimenti del Signore! Rialziamo il nostro volto con la potenza dell’umiltà e dell’amore. Chiediamo aiuto a Dio se non ne siamo capaci. Siamo più accorti, più vigilanti! Mettiamo all’interno della porta del nostro cuore un cartello che possiamo leggere ogni volta che la stiamo per aprire. Una scritta dorata, bene in vista: “attenti al peccato”!
La vita come bottino
“E tu cercheresti grandi cose per te? Non le cercare! Poiché ecco io farò venire del male sopra ogni carne, dice l’Eterno ma a te darò la vita come bottino, in tutti i luoghi dove tu andrai”
Geremia 45:5
Questi versi hanno sempre colpito il mio cuore fin dalla mia adolescenza quando ho iniziato ad accostarmi per le prime volte alla lettura dei libri profetici della Bibbia. In tutte le Bibbie che ho avuto li ritrovo sottolineati. Tuttavia, credo di non averne mai compreso appieno il loro significato fino a qualche mese fa. Concludono un piccolissimo capitolo del libro di Geramia in cui il profeta rivolge delle parole a Baruc, uno scriba che svolgeva il ruolo di assistente del profeta. Immagino che trascorrendo molto tempo accanto a Geremia nel suo cuore spesso nascessero dei desideri di poter essere un giorno anche lui importante come il suo maestro e ricevere delle grandiose rivelazioni e profezie, un po’ come era accaduto ad Eliseo dopo aver seguito a lungo il suo maestro Elia. Invece, si ritrova a condividere con Geremia solo la sua sofferenza e il disprezzo da parte di un popolo che non accettava le sue parole come provenienti da Dio. Ed ora Geremia riceve dal Signore delle parole proprio per Baruc.
Quanti di noi, dopo aver assolto con fedeltà, dedizione e non pochi sacrifici un certo servizio ci aspettiamo da Dio una promessa che possa ricompensarci. Ci aspettiamo “grandi cose” per noi stessi. Non è forse vero? Ma Dio rimprovera Baruc dicendogli di non cercare grandi cose per se stesso, perché stanno per arrivare dei tempi davvero duri per l’uomo, in cui il male si spargerà sopra ogni carne e il più grande dono che potrà avere Baruc è quello di aver salva la vita. A quei tempi vincere una guerra significava arricchirsi: il bottino era tutto ciò che si poteva depredare al nemico: oro, argento, ricchezze, ma anche bestiame e donne e bambini come prigionieri, per poi renderli propri schiavi. Il bottino serviva ad accrescere la ricchezza del vincitore in battaglia. Dio dice a Baruc che il suo unico bottino sarà la sua vita. Un’unica certezza voleva promettere Dio a questo uomo: in ogni luogo dove sarebbe andato e qualunque circostanza avrebbe vissuto (persecuzione, ostilità, disprezzo) avrebbe avuto salva la vita. Che confortante promessa! Niente ricchezze, niente prosperità, niente fama e niente grandiosità: essere vivo è tutto ciò che mi posso aspettare dal mio futuro. Sembra davvero poco ed una promessa del tutto deludente.
Eppure mio amato lettore, quanto sento attuali queste parole!
La terra trema e anni di sacrifici e costruzioni si sbriciolano, diventando solo polvere; le Borse crollano e tutti i nostri risparmi di anni di rinunce vengono bruciati; le fabbriche chiudono e il nostro posto di un lavoro che abbiamo svolto con impegno e serietà viene perso. Più ci guardiamo intorno e più ci accorgiamo che il male si sta spargendo velocemente sopra ogni carne. Dove trovare sicurezza? In nessun luogo: le case si trasformano in luoghi di omicidi; le scuole, dove vorremmo sapere al sicuro i nostri figli, nascondono delitti osceni e spaventosi; le finanze non reggono, il clima impazzisce… potrei continuare a lungo con terribili esempi che dimostrano quanto male c’è intorno a noi. Eppure stoltamente il più grande desiderio dell’uomo continua ad essere di arricchirsi, di fare grandi cose, di essere famoso e popolare. Il raggiungimento della fama e del successo sembrano essere gli obiettivi prioritari di ogni individuo. Finché davvero si perde tutto e allora si è contenti almeno di essere ancora in vita.
E noi credenti? Come ci poniamo di fronte a tutto ciò? Ahimè, sento continuamente dire che Dio ci ha promesso cose grandi, meravigliose, sorprendenti: ricchezza, fama, popolarità, magnifici locali di culto, segni, prodigi e miracoli da sorprendere ogni essere umano, grandi risvegli e manifestazioni. Eppure quanto spesso anche il credente rimane muto di fronte ai disastri naturali e le tragedie umane e non sa cosa rispondere quando la gente chiede perché Dio permetta ciò. Di segni e prodigi se ne vedono sempre meno e le nostre chiese crollano insieme a tutte le altre. Credo che sia giusto aspettarci grandi manifestazioni da parte di Dio, ma i segni e i prodigi non hanno salvato il popolo di Israele che non ha esitato a costruirsi un idolo, mentre Mosè riceveva le tavole della Legge, né hanno impedito alla gente di crocifiggere Gesù, sebbene ne avesse fatti tanti e di ogni genere.
Se dunque Dio invitava Baruc a non cercare cose grandi per sé, quale dunque sarebbe dovuta essere la sua preghiera e quella di noi tutti oggi? Una preghiera umile. Chiediamo al Signore che ci tenga stabili in lui come delle rocce, per poter offrire delle solide certezze alla gente persa nella confusione; chiediamo che possiamo rimanere fedeli a Lui indicando la giusta Via ad un mondo spaventato dalla confusione; chiediamo che possiamo continuare a credere fermamente in Lui tra persone incredule e senza fede; chiediamo che possiamo essere sempre dei suoi testimoni fedeli ed avere la forza e il coraggio di portare avanti il nostro servizio a lui con un cuore integro, puro ed umile.
E quale sarà la nostra ricompensa? Avremo salva la vita. La salvezza eterna è il dono che Dio ha preparato per noi; ovunque andremo potremo dimorare eternamente ai suoi piedi: questo sarà il nostro prezioso bottino.
Ritorno a casa
“O Eterno ascolta la mia preghiera, e porgi l’orecchio al mio grido;
non essere sordo alle mie lacrime;
poiché io sono uno straniero presso a te, un pellegrino come tutti i miei padri.”
Salmo 39:12
Qualche giorno fa sono ritornata per breve tempo nella città dove sono cresciuta. Sono ormai passati quasi sei anni da quando mi sono trasferita al Nord ed ho lasciato la mia terra. A causa della mia malattia che mi rende molto faticoso viaggiare, da quattro anni non vi facevo ritorno. Desideravo ardentemente poter tornare a casa. La mattina del mio viaggio mi sono alzata di buon’ora insieme alla mia famiglia. Le valigie erano già pronte, la casa pulita, tutto era in perfetto ordine e pronto per il viaggio. Tutti noi eravamo fortemente emozionati. Era una bellissima giornata di sole e questo rendeva il nostro viaggio ancora più piacevole. Il percorso ci sembrò particolarmente lungo perché eravamo ansiosi di arrivare. Quando finalmente siamo usciti dall’autostrada e ho visto per la prima volta la segnaletica stradale indicare il nome e la direzione della mia città mi sono commossa. Un brivido ha attraversato tutto il mio corpo ed ho pianto dalla gioia. Potevo rivedere finalmente le strade che avevo percorso innumerevoli volte. Rivedere gli stessi negozi, sentire gli stessi rumori del traffico, ascoltare la gente che parlava il mio stesso dialetto. E poi sentire il profumo del mare che permeava l’aria. Che gioia! La mia attesa era finita: ero finalmente a casa mia. Ma ho provato una gioia ancora più grande quando ho rivisto i miei cari e li ho potuti riabbracciare e godere delle loro compagnia. Quanto avevo bramato questo momento! Quanto a lungo avevo sognato il mio ritorno a casa!
Quale grande insegnamento per la nostra vita spirituale. Il nostro vivere è solo un lungo pellegrinare in una terra straniera, che non ci comprende, non ci accoglie, tra gente che ci emargina, ci esclude perché non ci considera mai come propri concittadini.
Come è difficile per l’uomo vivere da straniero in una terra straniera! Ci si sente soli ed incompresi. Bisogna imparare a capire un nuovo linguaggio, una nuova cultura, degli usi e dei costumi diversi, a volte incomprensibili. Bisogna adattarsi ad un clima differente e mangiare dei cibi diversi. La nostra vita è interamente protesa a compiere continui sforzi per disporsi ad un nuovo stile di esistenza che non ci appartiene e, a volte, è del tutto inspiegabile per noi. Che gran fatica! Ma per quanti sforzi e per quanta buona volontà possiamo impiegare ci sentiamo sempre stranieri e diversi dalla gente del luogo.
Tutti noi che abbiamo accettato Gesù nella nostra vita siamo dei pellegrini sulla terra, in viaggio verso casa. Ci sentiamo diversi dal resto della gente. Abbiamo delle abitudini diverse, parliamo un linguaggio differente e viviamo seguendo scopi e desideri che il mondo non potrebbe mai comprendere. Il nostro unico desiderio è parlare continuamente di Dio, ma la gente non ci capisce. Amiamo agire e vivere per piacere a Lui, mentre gli altri compiono ogni sforzo per piacere a se stessi e ai loro simili. Ci adoperiamo per il bene del nostro prossimo, mentre gli altri sono avidi di guadagno e del proprio successo. Camminiamo seguendo la via dell’umiltà e dell’abnegazione, mentre la gente comune lotta per la propria esaltazione. Facciamo dono agli altri della nostra vita, mentre l’uomo cerca sempre di più di accaparrare ricchezze per se stesso. Parliamo e predichiamo l’amore, mentre il mondo insegna ad essere egoisti ed ad odiare i propri simili.
Non c’è giorno della mia vita che non vivo pensando al cielo. Vivo con trepidazione i momenti difficili, immersa nella sofferenza umana, nell’attesa che il mio pianto sia consolato e le mie lacrime asciugate dal mio Padre celeste. Vivo le mie gioie e gli attimi di felicità nella consapevolezza che la mia gioia sarà ancora più intensa e “smisurata” quando sarò giunta a casa. Ogni passo faticoso della mia vita è proteso verso il raggiungimento della meta finale. Che meravigliosa attesa! Facciamo molti sforzi perché i nostri bagagli siano ben pronti, pieni dei nostri vestiti migliori. Mettiamo in ordine le nostre case, sapendo che quando chiuderemo la porta dietro di noi, non ne sentiremo nostalgia, perché una mirabile dimora ci spetterà. Ci laviamo, pettiniamo bene i nostri capelli e ci mettiamo del profumo, preparandoci affinché il nostro aspetto sia il migliore possibile per poter piacere a chi ci sta aspettando. I nostri preparativi sono faticosi, ma li affrontiamo con entusiasmo perché la gioia della partenza è grande. E più camminiamo, più il percorso è in salita, più diventa faticoso, più siamo gioiosi perché sappiamo di essere quasi arrivati. Possiamo avvertire il profumo del cielo che si avvicina ed entra in noi. Ci assale l’ansia di incontrare finalmente tutte le persone che abbiamo amato e che ci hanno preceduto precocemente. Ancora una salita, l’ultima, ancora un passo, il più faticoso, ancora uno sforzo, quello decisivo e poi? Poi la gioia più grande di vedere il nostro Signore circondato dalla sua gloria… oh quanto freme il mio cuore mentre immagino il mio ritorno a casa!
Un corpo perfetto
“Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo meraviglioso, stupendo.
Meravigliose sono le tue opere e l’anima mia lo sa molto bene”
Salmo 139:14
E’ vero, nessuno studiando il corpo umano può negare che sia un’opera perfetta. Più di duecento ossa ben collegate tra di loro formano lo scheletro umano, capace di muoversi, camminare, saltare, correre; diversi metri di intestino sono raggomitolati nel poco spazio del nostro ventre; un piccolo organo come il cuore è capace, attraverso continui battiti, di spingere senza sosta il sangue lungo arterie e le vene di tutto il corpo, per essere ossigenato, filtrato e raggiungere piccolissimi capillari dove porta nutrimento ai tessuti organici; e ancora ci stupisce la perfezione del DNA, che rende diverse tutti gli esseri umani e la potenzialità del cervello, il centro della vita umana, l’organo che regola le facoltà sensoriali, motorie, sensitive ed intellettive. Tutto ciò che a noi sembra svolgersi in modo del tutto naturale ed automatico, in realtà dipende dal sincronismo dell’azione di innumerevoli piccolissime cellule, ognuna con un compito specifico ed un ruolo ben determinato. Ogni organo assolve alla sua funzione giornalmente, permettendo al corpo umano di poter proseguire la propria esistenza.
Ma il corpo umano non è solo una macchina perfetta è anche un’opera bella da vedersi. Ogni persona può vantarsi di possedere una particolare bellezza. I nostri occhi possono essere di tanti colori: dal verde smeraldo, l’azzurro vivo, al nero più caldo. I nostri capelli possono essere lisci come la seta o ricci e vaporosi. Il colore della nostra pelle, nelle sue infinite variazioni, ci rende unici nella nostra particolarità. Siamo dotati del linguaggio che ci permette di comunicare con i nostri simili, dell’intelligenza che ci porta ad evolvere continuamente e di una carattere che ci rende estroversi e simpatici o introversi e romantici. Ogni uomo, che ne sia consapevole o meno, può distinguersi dagli altri per delle caratteristiche peculiari che lo rendono unico ed irripetibile.
Dio ci ha creato in modo meraviglioso, stupendo… chi può negarlo? Eppure come l’uomo non contento della bellezza della natura ha voluto cambiarla, modificarla, sfruttarla secondo il proprio piacimento, creando dei danni disastrosi e irreparabili all’ambiente, così anche l’uomo non ha saputo essere contento di come Dio ci ha creato e tenta continuamente di modificare il corpo per la soddisfazione del proprio piacere. La chirurgia plastica ormai sembra non avere più limite. E’ divenuta una fonte inesauribile di arricchimento per medici senza scrupolo che con l’illusione di regalare un’eterna giovinezza, in realtà deturpano bei visi e privano donne della loro particolare bellezza, rendendole tutte uguali, come se fossero state prodotte in serie in una fabbrica. Ragazzine che per il desiderio di apparire belle privano il loro corpo del cibo necessario, fino a divenire dei mostri umani e morire. O, al contrario, gente che per il piacere del ventre ingrassa in modo spaventoso fino a che i piedi non sono più in grado di sostenere il peso. L’uomo tormenta e distrugge il proprio corpo mentre rincorre la soddisfazione di ridicoli piaceri: nonostante sia noto a tutti quanto il fumo faccia male, sono ancora innumerevoli le persone che continuano a inalare nicotina e distruggere i propri polmoni; giovani impasticcati che bruciano il loro cervello cercando di fuggire dalle loro insoddisfazioni; adulti che fanno sempre più uso di droghe, alcool e quant’altro distruggendo il fegato; atleti che ricorrono a medicinali per potenziare le loro prestazioni fisiche, portando il cuore ad una fatica estrema fino ad essere stroncati pubblicamente da infarti.
Invece di essere grato a Dio per il dono stupendo che gli ha fatto, invece di prendersi cura del proprio corpo come un tesoro prezioso da custodire, l’uomo lo disprezza continuamente, lo rifiuta e lo distrugge e riversa su di esso ogni frustrazione, ansia, paura o depressione.
La Bibbia ci insegna che il corpo è il tempio dello Spirito Santo. Oltre ad essere una macchina perfetta e meravigliosa è il luogo dove dimora e abita lo Spirito Santo. Ma come può abitare lo Spirito Santo in una casa diroccata, crollata sotto il peso insostenibile dell’ambizione umana che continua ad aggiungere piano su piano con il desiderio di raggiungere Dio? Come può lo Spirito di Dio accedere ad una struttura annerita e ammuffita dai vizi della gente, resa sporca dal peccato e dalla cattiveria, piena delle ragnatele della trascuratezza e le tarme dell’avidità che attaccano la mente umana fino a consumarla del tutto?
Come figli di Dio siamo chiamati a distinguerci in questo affinché lo Spirito Santo possa realmente dimorare in noi. Proteggiamo le nostre orecchie dai cattivi messaggi che la società ci propone in continuazione e impariamo ad essere contenti di come Dio ci ha creati. Lo Spirito Santo è Colui che più di ogni abile chirurgo può abbellirci. Gli occhi possono apparire più belli se adorni di uno sguardo pieno di grazia e di gentilezza; una bocca può essere più carina se generosa di sorrisi e belle parole; la vecchiaia può spaventare di meno se accompagnata dalla saggezza e i buoni consigli offerti da numerosi anni di esperienze. Il nostro aspetto fisico è reso più bello da un carattere mansueto e gentile, ben disposto verso il prossimo e possiamo vivere più a lungo se osserviamo una dieta equilibrata, fornendo al nostro corpo la giusta alimentazione, senza avidi eccessi.
Quando l’uomo si inorgoglisce e pensa di essere più saggio di Dio nell’amministrazione dei suoi doni, non fa altro che anticipare la sua rovina e la fine dei suoi giorni. Basta guardarci intorno per avere testimonianza di ciò. Quando invece il nostro corpo, come ogni dono che ci viene dall’alto, viene ben curato ed apprezzato può divenire uno strumento che ogni giorno glorifica ed esalta la grandezza di Dio, finché un giorno sarà trasformato in incorruttibile, glorioso, potente, e dalla magnificenza del nostro Signore sarà reso ancora più perfetto (I Corinzi 15:42).
Una richiesta intelligente
E Dio gli disse: “Giacchè tu hai domandato questo e non hai chiesto per te lunga vita, né ricchezze, né la morte dei tuoi nemici, ma hai chiesto intelligenza per poter discernere ciò che è giusto, ecco, io faccio secondo la tua parola; e ti do un cuore savio e intelligente, in guisa che nessuno è stato simile a te nel passato e nessuno sorgerà simile a te in seguito
I Re 3:11,12
Fin da bambini, attraverso molte fiabe che ci sono state raccontate, è stata in qualche modo sollecitata in noi la speranza che almeno una volta nella nostra vita ci potesse essere data occasione di esprimere un desiderio: la povera fanciulla ridotta ad una serva, disperatamente esprime alla fatina che le appare nella notte il desiderio di andare al ballo e la fatina le fa dono di una bella carrozza ed un abito elegante che la renderà la più bella della festa; Aladino si ritrova davanti il Genio della Lampada che gli offre la possibilità di esprimere tre desideri; Pinocchio avrà l’opportunità di diventare un vero bambino se sarà buono, ubbidiente ed imparerà a non dire bugie. Così siamo cresciuti credendo che anche a noi prima o poi sarà data l’occasione di esprimere un desiderio e vederlo magicamente d’un tratto realizzato.
Questa grande opportunità viene offerta a Salomone ed è Dio in persona ad offrirgliela. Dio disse a Salomone che poteva chiedergli quello che voleva. Un desiderio! La possibilità di esprimere un desiderio e vederlo realizzare.
Salomone avrebbe potuto chiedere di avere una lunga vita, priva di malattie e di morire sazio di giorni. Non sarebbe forse un desiderio lecito? Certo. Oggi giorno la medicina investe molto sulla ricerca circa la qualità della vita e vengono studiate numerose ricette affinché la pelle non invecchi, i capelli non cadano e le nostre ossa non si curvino, e molto metodi per arrivare fino a cento anni e anche più. Se fosse data possibilità di scelta la maggior parte degli uomini forse sceglierebbero di non ammalarsi e non morire mai.
Oppure Salomone avrebbe potuto scegliere di essere ricco. Lui era un re, sicuramente era già ricco, ma avrebbe potuto desiderare di arricchirsi maggiormente, aumentando così il suo prestigio, la sua fama, insomma, il suo potere. Da sempre, forse, nella storia si è ritenuto che tanta è la nostra ricchezza tanta è la nostra felicità. Proprio in questi giorni la gente corre in modo sfrenato nelle ricevitorie per tentare la fortuna e sperare una vincita smisurata. Eppure i notiziari ci mostrano sempre più chiaramente che la felicità non è nella ricchezza e che spesso, invece, la ricchezza diventa una fonte inesauribile di disperazione e insoddisfazione.
Ancora, Salomone avrebbe potuto chiedere che i suoi nemici fossero sterminati. Oh sì, i miei nemici! Se solo.. se solo riuscissi a far tacere per sempre quel mio vicino che fa tanto rumore tutto il giorno e la sera, quando vorrei tanto un po’ di riposo! Se solo potessi vedere il mio datore di lavoro fallire e chiedermi aiuto! Quante volte vorremmo che i nostri tanto fastidiosi nemici fossero sterminati e vedere realizzata sulla loro vita pienamente la nostra vendetta. Forse non arriviamo a desiderare la loro morte, ma almeno che si togliessero di mezzo, che sparissero dalla nostra vita e a volte, ahimè, desideriamo anche che gli accada qualcos’altro di peggio. Salomone era un re, forse sarebbe stato legittimo per lui desiderare di essere liberato dai suoi nemici per avere un popolo in pace, sicuro, lontano da guerre e poter rendere più vasto il suo potere.
Ma Salomone non espresse nessuno di questi desideri, che probabilmente avremmo scelto noi, se ci fosse stata data opportunità. Cosa chiese allora? Possiamo dire proprio che fece una richiesta “intelligente”: “Da’ dunque al tuo servo un cuore intelligente onde egli possa amministrare la giustizia per il tuo popolo e discernere il bene dal male” (v. 9). Salomone si sente ancora troppo giovane per ereditare la responsabilità del governo di un Regno. Inoltre Davide suo padre era stato un buon re, che aveva sempre governato bene e che era stato molto amato dal suo popolo. Salomone sapeva che le aspettative che il popolo gli rivolgeva erano elevate. Chiese a Dio di dargli saggezza per poter governare con giustizia e la capacità di saper sempre distinguere ciò che è bene da ciò che è male. Quale giusta richiesta! Non sta forse proprio nell’intelligenza il segreto per avere successo nella vita? Dio non solo gli diede tanta sapienza che ancora oggi il re è ricordato appunto per questo, ma gli diede anche tutte le altre cose che non aveva chiesto: salute, ricchezza e pace.
La sapienza: quale grande virtù! Guardandoci intorno possiamo sentirci sopraffatti dalle informazioni che ci assalgono. Oggi l’intelligenza viene confusa con la furbizia: più sei furbo e più saprai trovare i sotterfugi per scalare al successo della vita; più saprai approfittare degli altri e sopraffarli e più sarai capace di trovare delle scorciatoie verso la fama. Ma non era questo il tipo di sapienza che aveva richiesto Salomone. Lui voleva imparare a distinguere il bene dal male. Oggi è difficile più che mai sapere cosa è bene e cosa è male, perché c’è tanta confusione a riguardo e forse pochi ancora lo sanno. Ma noi credenti sappiamo bene dove è riposta la fonte di ogni sapienza, che ci può guidare ogni giorno a fare le scelte giuste, che ci può ammaestrare su come vivere una vita salutare, che ci può insegnare ad amministrare il nostro denaro, che ci sappia dare discernimento per come gestire i rapporti con i nostri nemici. La Bibbia, parola vivente di Dio, è la fonte inesauribile della saggezza. Studiandola, meditandola, rendendola parte di noi, la conduttrice della nostra vita quotidiana, potremmo attingere alla sapienza di Dio, infinita, immutabile. Dio ci guiderà attraverso di essa passo per passo lungo tutto il cammino della nostra vita e ci darà la sapienza giusta affinché la nostra esistenza possa rallegrare il Suo cuore fino alla fine dei nostri giorni terreni. Chi più del Signore può insegnarci a trovare il bene per noi? Non è Egli forse è il Sommo bene? Chi più di Lui può metterci in guardia sul male che ci circonda e ci adesca? Gesù ha vinto il male sulla croce.
Ecco, ci sia tolta pure la salute, sia pure resa povera la nostra vita e i nostri nemici ridano pure di noi, ma se il nostro cuore è ripieno della saggezza di Gesù, che per il mondo è pazzia, andiamo avanti con la convinzione che abbiamo fatto una scelta intelligente!
Un albero benedetto
Benedetto l’uomo che confida nell’Eterno e la cui fiducia è l’Eterno.
Egli è come un albero piantato presso alle acque, che distende le sue radici lungo il fiume;
non si accorge quando viene la caldura, e il suo fogliame rimane verde;
nell’anno della siccità non è in affanno, e non cessa di portar frutto.
Geremia 17: 7-8
Un albero che non secca e non cessa mai di portar frutto: che meravigliosa immagine viene usata in questi versi per descrivere l’uomo che ha fiducia nel Signore! Durante la calura estiva è facile desiderare l’ombra offerta dal fogliame di un grosso albero, che sa concederci un po’ di fresco e riposo.
Mi piace assaporare pian piano la lettura di questi versi e prendere coscienza poco alla volta delle caratteristiche di questo albero.
Un albero ben piantato, grande e solido, capace di rimanere fermo e stabile anche quando il vento gli soffia contro e vorrebbe piegarlo e i raggi del sole lo colpiscono duramente per inaridire i suoi rami. Ciò che dà una tale stabilità ad un albero non è solo la robustezza del tronco che lo sostiene, ma è la forza delle sue radici. Esse sono ben piantate al terreno, potremmo quasi dire aggrappate alla terra, quasi a volersi trattenere come se fossero mani, per non far crollare la pianta. Ma oltre ad essere radicate, queste radici possono vantarsi di una vasta estensione che dà alla pianta maggiore stabilità. L’albero qui descritto ha saputo stendere bene le sue radici fino a trovare il suo nutrimento continuo ed inesauribile presso l’acqua di un fiume. Così, anche quando il terreno si secca a causa della siccità e non è più in grado di offrire il giusto nutrimento alle piante, che pian piano lasciano pendere il loro fogliame asciutto, e seccare i loro steli non più verdi fino a spezzarsi, questo albero invece rimane ancora bello, verde e forte, perché riesce attraverso le sue lunghe radici a trovare il suo nutrimento nell’acqua di un fiume. Così è anche l’uomo che pone la sua fiducia nel Signore. Egli ha imparato che la sua forza e la sua stabilità non dipendono dal cambiamento delle stagioni, che possono essere un giorno favorevoli e un giorno distruttive. Non dipende dal un buon clima che può portare serenità o un forte vento che può spezzarci o buttarci a terra. Non dipende dalla gioia o la tristezza delle circostanze della vita che possono esaltarci fino a toccare il cielo e un attimo dopo schiacciarci fino a farci sprofondare nella terra, secondo il loro piacimento. Un uomo che ripone la sua fiducia nel Signore, rimane sempre fermo e stabile. Chi confida nell’Eterno non si piega anche quando sente la tempesta delle difficoltà soffiare così forte da volerlo abbattere; non teme quando il gelo invernale della solitudine fa ghiacciare le sue mani e le sue gambe e le fa sembrare improduttive; né quando la siccità di una società egoista ed immorale rende aride tutte le altre persone che lo circondano, incapaci di provare sentimenti positivi e saper sperare ancora in una vita migliore. L’albero qui descritto addirittura non si accorge neanche che arriva la calura, pur essendo così pericolosa; così anche l’uomo che ad esso viene paragonato, non si accorge neanche che arrivano le prove e difficoltà, perché ha piena fiducia in Dio e sa che Lui è potente da difenderlo e proteggerlo da ogni male e risolvere ogni suo problema, per quanto spaventoso possa essere. Questo uomo sa di poter trovare in Dio il nutrimento della sua anima, l’acqua che sola può dissetare il suo cuore desideroso di amore e di giustizia. Sa cibarsi e rafforzarsi stando giorno e notte davanti alla presenza del Signore, che lo ciba e lo disseta come può fare un fiume, con un’acqua abbondante e fresca. Posso immaginare questo albero durante la sua crescita e le sue radici che si allungano piano piano, nel buio della terra, fortificandosi lentamente e costantemente, fino a trovare l’acqua. Così anche l’uomo che cerca il Signore nella propria vita, si solidifica e rafforza pian piano fino a trovare in Gesù, la luce viva, la pace durevole e la vita eterna.
Oltre ad essere sempre stabile e verde, questo albero non è mai in affanno. Tutti sanno che gli alberi e le piante sono i polmoni della nostra terra. Sono loro che offrono l’ossigeno necessario alla vita umana. Un albero in affanno è un albero che somiglia ad un polmone malato, incapace di offrire il giusto apporto di ossigeno al corpo. Quando fa molto caldo è facile sentirci incapaci di respirare; sembra proprio che l’ossigeno intorno a noi non sia sufficiente. E questo ci porta ad un malessere generale, a sentirci appesantiti e deboli. Ma l’uomo che confida in Dio non si affanna e non si stanca, perché sa respirare bene e sa trasformare l’aria inquinata e sporca che giunge alle sue foglie in ossigeno puro e fresco. Quando l’ambiente tutto intorno è pieno della corruzione umana e inquinato dal peccato dell’uomo, se sappiamo confidare in Dio, non temeremo, ma sapremo essere noi gli strumenti attraverso cui il Signore potrà diffondere la giustizia e la santità che vengono da Lui.
Infine questo albero ha la capacità di portare sempre il frutto nella sua stagione. L’acqua del fiume che lo abbevera non solo gli dà vita, ma rende lui stesso capace a sua volta di offrire vita a chi si reca presso di lui affamato, il quale trova del frutto che pende dai rami. Oltre a questo i suoi frutti maturi cadono sul terreno, e morendo lo rendono più fertile e i semi si spandono, andando anche loro a cercare un luogo dove porre le radici e dare vita ad una nuova piantina. Così chi ha fiducia in Dio è un uomo che ha vita in sé e sa produrre vita tutta intorno a sé. Questo uomo ha trovato in Gesù la vita eterna, e questa consapevolezza lo rende immortale, indistruttibile, non teme la morte. Ma oltre a ciò sa spargere in modo del tutto naturale l’amore di Gesù intorno a sé, portando vita nuova e abbondanza eterna.
Vogliamo imparare ogni giorno a riporre la nostra fiducia stabile nel Signore, da cui ci dissetiamo e prendiamo vita, perché la gente che ci circonda possa dire di noi che siamo coloro presso cui si può trovare fogliame che ripara dal caldo, frutto che appaga la fame e vita che dà Vita al cuore umano.
Pace a voi!
“Or la sera di quello stesso giorno, ch’era il primo della settimana, ed essendo, per timore dei Giudei, serrate le porte del luogo dove si trovavano i discepoli,
Gesù venne e si presentò quivi in mezzo, e disse loro: Pace a voi!”
Giovanni 20:19,20
Che difficile momento per i discepoli! Era trascorso già qualche giorno dalla morte di Gesù e i discepoli si ritrovano senza nessuna guida, spaventati, ben serrati e nascosti probabilmente nelle mura della casa di qualcuno di loro.
Chissà quali discorsi occupavano il loro tempo e quali pensieri impegnavano la loro mente! Certamente non era un buon momento e il cuore loro era agitato. Dove era finita tutta l’autorità e la potestà che i discepoli avevano esercitato nel guarire gli infermi e liberare la gente dai demoni? Non è facile ricordare un passato glorioso e convincere il proprio cuore che l’esaltazione e l’emozione di giorni felici siano cessate, lasciando il posto ad un futuro incerto ed un presente terribilmente “normale”. Che fine aveva fatto la speranza di Giacomo e Giovanni di sedere alla destra e alla sinistra del trono del loro Maestro, quando Egli avrebbe regnato nel suo impero terreno, dopo che li avrebbe liberati dal dominio e dalla soppressione dell’Impero Romano? E’ doloroso pensare che la nostra fedeltà verso il nostro Maestro non ci abbia condotto a nessuna gloria e non abbia arricchito la nostra vita di nessun premio speciale riservato esclusivamente a noi. E dove era ora il coraggio e la spavalderia di Pietro che lo aveva spinto ad affermare con certezza che era disposto a dare la vita per Gesù? Erano forse stati seppelliti insieme a Gesù? Che amarezza doveva provare il povero Pietro per il rammarico, non solo di non essere stato capace di salvare il suo Signore dai nemici, ma addirittura di aver finto di non conoscerlo affatto nel momento in cui il suo grande amore per Gesù veniva provato. Oh, come cancellare dai suoi ricordi lo sguardo di Gesù mentre il gallo continuava a cantare, ed ogni canto ricordava al povero discepolo la sua fragilità e vigliaccheria. Ed oltre a tutto ciò, tutti dovevano far conto con le loro paure. I capi sacerdoti avrebbero potuto perseguitarli e volere anche la loro morte e per questo se ne stavano ben nascosti. Non so quali discorsi tenevano, ma forse erano tutti in silenzio, tormentati dai loro pensieri, che li rattristavano, li disilludevano e li colpevolizzavano.
Per diversi anni avevano seguito il loro Maestro per le strade di varie terre, avevano mangiato e dormito con lui, avevano ascoltato i suoi insegnamenti. Lo avevano visto ogni giorno salvare la gente, compiere miracoli, resuscitare i morti e dominare i venti e le tempeste. Erano abituati a vivere quotidianamente forti emozioni, ma ora nella loro vita tutto si era fermato, le speranze crollate, i sogni svaniti, il coraggio era perso, mentre si faceva strada la paura, la confusione, le battaglie interiori. Ma erano ancora insieme, forse per cercare l’uno nell’altro la forza per andare avanti.
Eppure proprio quel giorno qualcosa di insolito era accaduto: avevano trovato vuoto il sepolcro di Gesù. Ma perché? Qualcuno aveva forse volontariamente fatto sparire il corpo perché era pur sempre una testimonianza scomoda di una vita straordinaria? Oppure qualcuno aveva voluto compiere l’ennesima meschinità ingiusta verso questo uomo che era stato capace di mettere in difficoltà anche i dottori della legge e i capi sacerdoti? Ma Maria Maddalena aveva osato dire qualcosa di impossibile ed insensato secondo ogni logica umana. Gesù le era apparso e le aveva parlato. Ma era davvero possibile che fosse resuscitato? O era stata un’allucinazione dovuta al grande dolore della donna e alla disperazione del suo cuore? Eppure, pensandoci bene, le parole che un giorno Gesù aveva detto, che doveva morire e resuscitare, ora sembravano acquisire un senso.
Quanti ragionamenti, quanti pensieri tormentati! Pensieri tristi ed amari, alternati a nuove speranze e dolci aspettative. Ma se fossero solo illusioni? Che tormento!
Ma improvvisamente appare Gesù ed esclama: “Pace a voi!”.
Pace a te cuore annoiato, che hai gustato la benedizione di un passato glorioso, in cui hai visto compiersi miracoli, hai visto gente che veniva redenta, salvata, guarita, mentre ora ti sembra di vivere un presente arido, monotono, senza grandi emozioni e sembra che Dio sia morto e non agisca più in te e per te.
Pace a te cuore fedele, che hai svolto con costanza ed impegno il tuo servizio ed ora sembra che tutto il tuo lavoro sia stato inutile ed infruttuoso, e pensi che le tue energie siano state sprecate.
Pace a te cuore traditore, tormentato dal rimorso di aver rinnegato e ferito proprio la persona che amavi di più, per la quale un tempo avresti dato la vita e che, invece, hai abbandonato proprio nel momento in cui avresti dovuto esserle accanto nelle grandi battaglie della vita. Sei stato a guardare mentre moriva, senza porgergli il tuo braccio salvatore e il tuo sostegno protettore.
Pace a te cuore disilluso che, dopo aver provato tante delusioni nella tua vita, di fronte ad una nuova speranza non sei più capace di credere, di stendere le tue ali della fede e di alzarti in volo come un’aquila vittoriosa e instancabile.
Pace a te cuore rotto, che dopo aver ricevuto tanti abbandoni da parte di chi amavi di più, ti ritrovi a raccogliere i cocci di una cuore spezzato ed un ulteriore amore infranto.
Pace a te cuore confuso, così tormentato a volte dai rimorsi del passato, a volte dalle ansie del futuro; così in balia del rimorso di aver fatto una scelta avventata che ti ha portato alla rovina o al rammarico di non aver mai avuto il coraggio di scegliere qualcosa che avrebbe portato anche i tuoi cari ad arricchirsi.
Pace a te cuore deturpato che ogni giorno ti senti affogare tra le onde di una società che ti spreme avidamente, cercando di sottrarti ogni tuo avere senza restituirti mai nulla, se non la povertà dell’egoismo umano e l’aridità di un’indifferenza diffusa.
Pace a te oh cuore peccatore, tormentato dalle continue tentazioni che ti rendono schiavo del tuo corpo e servo di una mente che non sai dominare, che ti attrae, ti adesca e poi ti uccide.
Quando arriva Gesù porta con sé la sua pace che penetra profondamente nello spirito umano, portando sicurezza e guarigione.
Tante volte nei miei tormenti giornalieri Gesù è arrivato portando la sua pace risolutrice che ha saputo trasformare completamente la mia condizione di sofferenza e paura. Una pace stabile, incrollabile, che ci rende vittoriosi qualsiasi siano le nostre battaglie e gioiosi qualsiasi siano le nostre afflizioni.
Il cuore dei discepoli riconosce immediatamente chi è questo Estraneo che riesce a valicare le barriere delle porte serrate per giungere nella profondità dei loro ragionamenti e nell’intimità dei loro pensieri solo per dire loro: “Pace a voi!”. E da allora in poi veramente conosceranno la sua pace che permetterà loro di proseguire il loro avvenire glorioso, pronti ad affrontare la persecuzione, soffrire il freddo, provare la fame, fino a morire per amore di qual grande Signore che aveva saputo portare pace al loro cuore.
Vieni con me!
“Poiché come si farà ora a conoscere che io ed il tuo popolo abbiamo trovato grazia agli occhi tuoi? Non sarà egli dal fatto che tu vieni con noi?
Questo distinguerà me ed il tuo popolo da tutti i popoli che sono sulla faccia della terra.”
Esodo 33:16
Tutto sembrava facile quel giorno… ero seduta sulla scalinata dell’ospedale accanto a mio marito. Ci spostavamo continuamente seguendo l’ombra degli alberi per non farci colpire da un sole troppo caldo. Mia figlia correva lungo i bordi di una grande fontana, guardando le tartarughe e i pesci che di tanto in tanto saltavano fuori dall’acqua. Il cielo era di un azzurro intenso e rassicurante. Era una domenica mattina meravigliosa di metà ottobre, ideale per stare un po’ all’aperto e godersi il tepore di un pomeriggio autunnale. Eravamo nel cortile dell’ospedale dove stavo trascorrendo uno dei miei tanti ricoveri. Altri pazienti con i loro amici e parenti erano seduti sulla grande scalinata come noi. Tutti eravamo sorridenti e sereni, accanto ai nostri cari, dimenticandoci per un po’ di essere in ospedale. Era una giornata bellissima per me, una di quelle giornate in cui ti senti bene solo a respirare l’aria. Pensavo in quel momento che avrei avuto la forza e il coraggio di affrontare ogni prova della mia vita che si stava ulteriormente abbattendo su di me, mentre stringevo forte la mano di mio marito e sentivo il suo mento poggiato sulla mia spalla. Eravamo entrambi silenziosi. Guardavamo gli altri pazienti: alcuni passeggiavano davanti a noi, altri venivano spinti sulle loro sedie a rotelle, altri erano fermi come noi in silenzio a godersi il tepore piacevole del sole. Gustavo dentro di me la serenità e mi sentivo forte. Ero sicura di poter affrontare con serenità i giorni successivi.
Tutto sembrava difficile il giorno dopo… erano le otto del mattino e delle fitte nuvole avevano coperto l’azzurro del cielo. Il freddo era arrivato improvvisamente e sembrava che presto avrebbe piovuto. Ero sola nella mia stanza dell’ospedale, nel mio letto, cercando di riscaldarmi. Quanto freddo sentivo! Mio marito e mia figlia erano lontani ed io sentivo una profonda angoscia assalirmi improvvisamente. Tutta una settimana di ricovero era davanti a me e mi sentivo piegata, abbattuta, sola. Sentivo di non poter reggere il peso di un solo minuto in più in quel luogo e a fatica trattenevo le lacrime e soffocavo il mio pianto.
Ma poi ho aperto la Bibbia e ho letto questo meraviglioso capitolo 33 dell’Esodo, dal verso 12. Il Signore dice a Mosè: “La mia presenza andrà con te e io ti darò riposo” e Mosè risponde: “Se la tua presenza non viene con me, non ci fare partire di qui!” (vv.14-15). Improvvisamente ho sentito la stessa serenità e forza del giorno prima e ho riconosciuto che queste rinnovate sensazioni positive erano generate dalla presenza di Dio vicino a me.
Ci sono dei viaggi che non vorremmo intraprendere mai: ci sono dei luoghi dove non vorremmo andare, delle strade che non vorremmo percorrere, delle esperienze che non vorremmo vivere. Ma poi ripetutamente ci ritroviamo a dover stare proprio in quei luoghi, a percorrere proprio quelle strade e a vivere proprio quelle esperienze. Tante volte il Signore ci fa comprendere che sta preparando qualcosa di nuovo per noi, ma il cammino che ci sta davanti ci spaventa. Facilmente alziamo le nostre mani quando a fine di una incoraggiante predicazione accogliamo le parole di un appello a seguire incondizionatamente la volontà di Dio. Ma quando poi il Signore ci chiarisce poco alla volta quale è questa sua volontà sembra poi che la paura ci assalga.
Mosè aveva visto dei prodigi stupefacenti: con grandi segni il Signore lo aveva reso la guida del suo popolo e la mano per mezzo della quale lo aveva reso libero dalla schiavitù dell’Egitto. Mosè aveva visto il mare aprirsi davanti a sé, la manna spuntare ogni giorno miracolosamente dalla terra e l’acqua scaturire dalla roccia. Aveva parlato, discusso, ricevuto indicazioni direttamente da Dio, che aveva scritto per lui la Legge su delle tavole di pietra. Il viaggio dall’Egitto fin lì, tuttavia, era stato ugualmente faticoso. Era potuto partire solo dopo una lunga e sofferente trattativa col faraone che cambiava continuamente idea e si era reso sempre più malvagio ed ostinato. Ora, invece, doveva sopportare ogni giorno le lamentele di un popolo incontentabile. Dalla mattina alla sera doveva stare alla presenza del popolo che si recava da lui per consultare Dio e per avere dei giudizi nei loro affari. E poi, come era venuto in mente al popolo di costruirsi uno sciocco idolo, proprio mentre Mosè stava ricevendo la Legge! Dopo una lunga sosta era arrivato il momento di rimettersi in cammino. Ma Mosè ha le idee chiare: sembra voler dire che è disposto a sopportare ogni cosa: avrebbe affondato i suoi piedi stanchi nella calda sabbia del deserto, avrebbe sopportato la pesantezza di un cammino lungo e faticoso, le lamentele di un popolo ingrato, lo spavento delle insidie dei nemici, ma ad una sola condizione: Dio doveva essere con lui.
Vieni con noi Signore, quando ci spaventano dei lunghi giorni di ricovero in ospedale e aiutaci ad essere anche in quei luoghi dei testimoni di come la tua pace può regnare nel nostro cuore anche la sera prima di un delicato intervento.
Vieni con noi Signore, quando stanchi dobbiamo recarci al nostro posto di lavoro e sappiamo che ci aspetteranno ore di insulti e soprusi.
Vieni con noi Signore, quando ci sentiamo soli ed incompresi, persino dai nostri mariti, dalle nostre mogli o dai nostri figli, che ci perseguitano o sembrano essere indifferenti al nostro amore per Te.
Vieni con noi quando nasce in noi il desiderio di compiere un nuovo servizio, ma ci spaventa il prezzo che dovremo pagare o non ci sentiamo all’altezza.
Viene con noi quando ci rechiamo per le strade della nostra città per parlare ad un mondo incredulo della Tua grazia e della salvezza, e veniamo scherniti ed insultati.
E sarà proprio la presenza di Dio accanto a noi che ci renderà differenti rispetto ad ogni altro essere umano, perché ci renderà forti e vittoriosi.
Forse un giorno come Gesù dovremo bere fino in fondo da un calice amaro e spiacevole e ci arrenderemo di fronte alla volontà di Dio, fino a dover dare persino la nostra vita per amore dell’evangelo, ma anche allora la nostra preghiera salirà in alto e ci darà coraggio: “Signore vieni con me!”
Convenienze
Gesù rispose loro e disse: “In verità in verità vi dico che voi mi cercate, non perché avete veduto miracoli, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati”
Giovanni 6:26
Non credo di esagerare nell’affermare che oggi il “furbo” è considerato il vero vincente della nostra società. Furbo è colui che sa sfruttare ogni situazione a proprio vantaggio. E’ colui che cerca ogni metodo per lavorare il meno possibile e arricchirsi più che può. E’ colui che sa imbrogliare facilmente chiunque incontra sul suo cammino per trarne profitto. E’ colui che sa essere ipocrita e giocare un doppio gioco nelle proprie relazioni, lusingando ora uno ora l’altro, a seconda di chi gli conviene frequentare di più. E’ colui che scende facilmente a compressi, che non ha mai un suo credo, ma si adatta facilmente al credo degli altri e a ciò che gli porta maggiore vantaggio. E’ colui che infrange ogni tipo di regola perché troppo scomoda e impegnativa. E’ colui che non percorre mai la strada più lunga per raggiungere le proprie destinazioni, ma sa trovare sempre delle scorciatoie che gli facciano risparmiare tempo e fatica, anche se queste scorciatoie sono le vie dell’imbroglio e della corruzione. Il furbo è colui che è alla continua ricerca di una “convenienza”.
Purtroppo la società attuale ci convince che proprio i furbi sono coloro destinati ad avere successo e stimola l’uomo ad intraprendere una vera e propria gara, alla rincorsa delle convenienze, a costo anche di schiacciare gli altri, scavalcarli e naturalmente procurare loro del dolore.
Ahimè, l’uomo è talmente abituato a gestire i propri rapporti interpersonali seguendo le leggi che la società propone come le più convenienti che, a volte, tende a gestire allo stesso modo la propria relazione con Dio. Niente di nuovo sotto al sole! Anche ai tempi di Gesù funzionava così e Lui ne era perfettamente consapevole.
Vorrei tanto che questa mia meditazione offrisse lo spunto per ciascuno di noi per esaminare quali siano le reali motivazioni che ci spingono giorno per giorno a cercare Dio. Per far ciò proseguiamo insieme la lettura dell’intero capitolo sei del Vangelo di Giovanni.
Presentiamo quotidianamente lunghe liste di richieste a Dio: persone da salvare, miracoli da compiere, aiuti finanziari per affrontare la crisi, una casa da abitare, la salute per noi e i nostri figli, e potremo continuare a lungo. Ed è giusto presentare le nostre richieste a Dio perché è Lui stesso che ci invita a farlo. Ma sono solo queste le reali motivazioni che ci spingono a stargli vicino e a credere in Lui?
Gesù sa leggere il cuore umano ed afferma con chiarezza: “voi mi cercate perché avete mangiato i pani e siete stati saziati”. “Oh sì, quale convenienza! Andiamo da Gesù e avremo ogni giorno del pane e del pesce da mangiare senza dover lavorare mai più! Che strada facile per la nostra salvezza! Che bella scorciatoia per la nostra sopravvivenza!” Eppure basta proseguire la lettura del Vangelo di Giovanni giusto qualche capitolo in più per ritrovare Gesù solo con pochi discepoli che gli erano rimasti ancora vicini. Perché? Cosa successe che spinse la gente ad andarsene, dopo aver anche attraversato un lago pur di seguirlo? Gesù aveva cominciato a fare dei discorsi strani e seguirlo non sembrava più una strada tanto conveniente. “Abbiamo fame, dacci da mangiare!” immagino che pensasse la folla “vediamo se farà un’altra moltiplicazione dei pani! Ora è il momento giusto!”. Ma Gesù comincia a parlare di un “pane spirituale” e dice che Lui stesso è questo “Pane della vita” (v. 48). E poi comincia a fare uno strano discorso affermando che chi vuole avere vita eterna deve mangiare il suo corpo e bere il suo sangue (v. 56). “Ma Gesù, cosa stai farneticando? Cosa vuoi dire? Noi non ti capiamo! I nostri figli hanno fame, il nostro stomaco brontola, dai, dacci un pane vero, sappiamo che tu puoi farlo!” Ahimè, la gente si allontana da lui, affamata e delusa, convinta di non aver più trovato un maestro, ma uno dei tanti folli, che si aggirano per le strade del paese.
Perché seguiamo Gesù? Ce lo siamo mai chiesto? Abbiamo forse fame, sete? Abbiamo bisogno di un vestito nuovo, di una macchina, di una villa, di successo, di fama, di benedizione abbondante, di una grande chiesa gremita di persone, di un risveglio mondiale che inizi proprio dal nostro lavoro? Ma non siamo capaci di mangiare del corpo di Cristo e bere del Suo sangue. “Oh Gesù questo parlare è duro per me, non posso capire!” Forse perché Gesù continua a parlare all’uomo di cose spirituali e l’uomo continua a cercare convenienze materiali. Non stava forse Gesù parlando di un pane che sazia eternamente il nostro spirito affamato di giustizia, di pace, di verità? Non stava forse parlando della Sua morte? Del suo corpo immolato e del Suo sangue versato perché l’uomo trovasse riconciliazione presso il Padre? Non voleva forse Egli dire che sarà salvato solo chi comprenderà e si sazierà del frutto di questo sacrificio, semplicemente credendo in Gesù?
Oh uomo insensato! Furbo della società! Ti credi un vincente in mezzo ad una folla di sciocchi e perdenti! Ma dimmi: comprendi tu queste parole? O sono troppo “poco convenienti”? Cosa farai? Te ne andrai anche tu oggi lontano da Gesù perché il Suo parlare è difficile e duro o ti unirai insieme a me in ginocchio per mangiare del Suo corpo e per bere del Suo sangue?
Chi può vedere Dio?
… e se v’è tra voi alcun profeta, io, l’Eterno, mi faccio conoscere a lui, in visione, parlo con lui in sogno. Non così col mio servitore Mosè, che è fedele in tutta la mia casa. Con lui io parlo tu per tu, facendomi vedere, e non per via di enigmi; ed egli contempla la sembianza dell’Eterno.
Numeri 12:6-7
Chi non vorrebbe vedere Dio? Possiamo dire in tutta onestà che questo è il più grande obiettivo della nostra vita? Viviamo giorno per giorno, accontentandoci di misere briciole di felicità che questa vita terrena può dare, mentre la nostra speranza si protende verso una meta più alta, una gloria smisurata?
Vedere Dio senza veli, accostarci a Lui senza simboli, riposare ai suoi piedi senza sognare, discutere insieme senza confusione. Sentire direttamente la sua voce che con chiarezza ci indica la via da percorrere senza dover dubitare che sia proprio Lui a parlare. Immaginando tutto questo il nostro cuore si allarga e si riempie dall’emozione che porta il più grande desiderio che palpita in noi.
Non è forse vero? Vedere Dio: quale desiderio può essere più glorioso di questo! E se già un profeta potrebbe sembrarci un eletto perché è capace di conoscere il piano di Dio attraverso un sogno o attraverso una visione, quanto più può sembrarci grande il privilegio di Mosè che poteva contemplare la “sembianza dell’Eterno”.
Ma quale era il segreto di questo uomo che lo distingueva rispetto agli altri? Era “fedele in tutta la casa del Signore”. Non era certo un uomo dallo straordinario coraggio, dato che dopo aver ucciso un egiziano fuggì via intimorito dalla punizione. Non era certo un uomo audace, dato che quando il Signore gli ordinò di tornare in Egitto e liberare il popolo d’Israele, più volte cercò di declinare. Non era un gran parlatore e lo disse chiaramente al Signore e se una persona non sa parlare come potrebbe mai essere un trascinatore, un convincitore ed una guida carismatica? Non era un uomo che sapeva sempre controllare la propria ira, difatti ridusse in pezzi le tavole della legge di fronte all’idolatria del popolo e percosse con rabbia la roccia che non dava acqua. E chi potrebbe biasimarlo? Era perfettamente umano, non era un eroe.
Sono convinta che nessuno di noi si sente perfettamente idoneo alle responsabilità che Dio ci affida e che conosciamo così bene i nostri difetti da essere convinti che saranno continuamente per noi un impedimento per poter piacere pienamente al nostro Signore.
La più grande dote di Mosè, però, era la sua fedeltà. Se pur non si sentiva capace e idoneo accettò il compito che Dio gli aveva affidato e lo portò avanti con impegno e dedizione, senza tirarsi indietro, senza rinunciare neanche di fronte alla difficoltà più impossibile da superare, né dubitando mai di Dio. Mosè percorse fino alla fine la strada impervia che Dio gli aveva indicato e rimase fedele fino all’ultimo giorno della sua vita.
Grandi o piccole che siano i compiti che Dio ti ha affidato ciò che conta di più per Lui è che tu gli sia fedele. E poca importanza ha se è ancora lontano o vicino il giorno in cui lo potremo vedere tutti noi faccia a faccia, contemplando a viso scoperto la Sua sembianza: già da oggi potremo gustare e sentire tangibilmente la Sua presenza tutta intorno a noi.
Vedremo la Sua mano potente sanare le ferite dei cuori infranti, rotti dalle delusioni di un’amara esistenza.
Sentiremo la Sua voce prorompente che guida l’uomo verso una vita migliore, dove l’egoismo e la presunzione umana si sbriciolano e cadono a terra, venendo calpestati dai piedi del gran Re.
Contempleremo i suoi occhi radiosi, che accecano la nostra vista e Lo attorniano di splendore e maestà, spazzando via le tenebre del peccato, che si dissolvono come fumo portato lontano da un vento forte ed impetuoso.
Scorgeremo le Sue braccia allargate, come un Padre premuroso che, dopo una lunga attesa, vede da lontano tornare il Suo figliolo che si era perduto per le strade di una terra ostile, alla rincorsa di fortuna e ricchezza, che come due meretrici adulatrici adescano il desiderio umano per poi colpirlo e calpestarlo, lasciandolo a terra morente.
Ammireremo il Suo volto autorevole e pieno di compassione ad un tempo, verso un mondo che rotola verso la sua rovina, incapace di fermarsi e voltarsi in dietro per comprendere la Sua infinita grazia.
Oh Signore sia questa la nostra preghiera per questo nuovo anno: che possiamo esserti fedeli fino alla fine e che un giorno Tu possa dire anche di noi: “Con lui parlavo tu per tu!”.
Una preghiera nella sera
“Ed essi gli fecero forza, dicendo:
Rimani con noi perché si fa sera ed il giorno è già declinato.
Ed Egli entrò per rimanere con loro”.
Luca 24:29
Forse capita anche a voi che, a volte, quando arriva la sera, nel vostro animo comincino a farsi strada molte sensazioni negative. Il nostro cuore inizia a sentirsi turbato. Vediamo la luce sparire lentamente per lasciare posto alle ombre e sentiamo l’angoscia lentamente assalirci.
Vorremmo pensare che la sera arriverà e poi la notte e potremmo finalmente trovare riposo per le nostre tante fatiche a fine di un giorno stancante ed, invece, ci sentiamo inspiegabilmente angosciati. Vorremmo finalmente trovare un po’ di pace nel calore della nostra dimora o rilassarci un po’ su un comodo divano e, invece, sentiamo dentro di noi farsi strada emozioni che non vorremmo provare.
Abbiamo faticato tutto il giorno, rincorrendo le aspettative che gli altri hanno su di noi e sentiamo ancora tutto il peso della loro pressione che preme sulle nostre spalle e sembra volerci soffocare.
Sentiamo le ansie della monotonia del tempo che scorre, consapevoli che domani sarà sicuramente uguale a ieri e identico ai giorni successivi, che si ripeteranno inesorabilmente uno identico all’altro.
Sentiamo arrivare l’amarezza di quel senso di inutilità che, a volte, pervade la nostra vita, che ci appare così diversa da quella che avremmo voluto vivere.
Avvertiamo l’insoddisfazione per le poche e frivole ricchezze che abbiamo conquistato con gran fatica e che sembra che scivolino continuamente via dalle mani, come acqua contaminata che non può dissetarci.
Arriva l’angoscia di non riuscire a correre abbastanza veloce e stare al passo delle persone più capaci di noi, che sembra che abbiano sempre successo e che ci comandano ogni giorno di essere più veloci.
Torna il ricordo del carico dei fallimenti che ci trasciniamo dietro come pesanti macigni.
E si insinua il dubbio che tutto sia stato vano e la forte tentazione che sia meglio sottomettersi alla rinuncia e lasciar perdere ogni sogno per cui si è combattuto fino ad ora.
Quanto spesso la sera porta nella nostra vita la solitudine e ci sentiamo spogli, senza poterci più nascondere neanche nelle vesti della finzione e dell’ipocrisia in cui abbiamo imparato a nasconderci perché ritenevamo questo l’unico modo per poter piacere ai nostri compagni! Non sappiamo più neanche riconoscerci quando a fine giornata ci guardiamo allo specchio e vediamo riflessi di fronte a noi solo degli estranei.
Arriva la sera ed abbiamo paura perché ci sentiamo persi, sopraffatti da tutte queste sensazioni: pressioni, ansie, dubbi, solitudine… Non troviamo riposo nel nostro letto, né calma quando poggiamo il nostro capo sul guanciale che, invece, diventa il luogo del nostro tormento.
E così, come ciò accade nella nostra vita reale di tutti giorni, non è vero forse, che spesso succede anche nella nostra vita spirituale? Quante volte viviamo dei momenti in cui ci sembra che il giorno non splenda più alto nel nostro cuore, ma che stia lasciando il posto all’oscurità più cupa che porta con sé un’insieme di paure ed ansie che ci sovrastano. Sentiamo tutto il nostro zelo affievolirsi, le nostre sicurezze dissolversi, il nostro entusiasmo tramontare, mentre il nostro spirito una volta vigoroso e forte, sembra ora essere debole e stanco. Avvertiamo che la nostra fede non è più salda e sicura come una volta, ma appesantita da timori e dubbi.
Abbiamo sudato. Le nostre mani sono ancora sporche perché abbiamo scavato nel terreno una piccola buca per piantarvi un seme che non sappiamo se produrrà mai del frutto.
Abbiamo sradicato dei rovi, pungendoci fra le spine, per rendere fertile un terreno che non sappiamo se darà mai un raccolto.
Abbiamo sofferto il freddo mentre portavamo sulle spalle il carico di una semenza che dubitiamo che resisterà al gelo.
Ed ora le ombre calano e non riusciamo a sentirci felici del nostro lavoro, né soddisfatti.
Sentiamo di temere persino i nostri fratelli in cui dovremmo trovare conforto e incoraggiamento e, invece, abbiamo paura che possano schernirci e deridere la nostra paura di affrontare un’altra sera.
Ma poi torna alla nostra mente l’immagine di due discepoli che camminavano sulla strada di Emmaus. Non erano forse stanchi anche loro del loro cammino e desiderosi di trovare riposo prima che calassero le ombre? Non portavano, forse, anche loro con sé un bagaglio di tristezza e delusione per la morte di quello che pensavano essere il loro Liberatore? Non camminavano, forse, anche loro abbattuti e amareggiati verso chissà quale direzione? Finché l’improvvisa compagnia di un estraneo ha capovolto completamente il loro stato d’animo. Inspiegabilmente stavano talmente bene alla Sua presenza e il loro cuore era talmente riscaldato dal calore della sapienza delle Sue parole che quando hanno visto calare il buio non hanno potuto fare a meno di pregarlo di rimanere ancora con loro.
Possa questa immagine riscaldare anche il nostro cuore nelle sere che arriveranno nella nostra vita, sia quelle reali, sia quelle spirituali!
Preghiamo insieme il Maestro Gesù: “Rimani con noi perché si fa sera!”.
Improvvisamente i nostri occhi si apriranno, mentre il Signore cenerà con noi e Lo riconosceremo. Possano le nostre sere divenire il momento del nostro incontro personale e prezioso con Gesù. Possano essere il nostro momento particolare in cui ci rifugiamo nella preghiera prima che l’oscurità arrivi completamente nella nostra casa. Il tempo in cui riscopriamo la grazia di credere in un Liberatore vivente capace di liberarci dalle paure, le ansie, i dubbi, per portarci il riposo e la serenità. Un Amico con cui cenare, riscaldandoci nella piena accettazione di ciò che siamo senza finzione. Troveremo coraggio nelle Sue parole mentre rende chiara al nostro spirito la Sua parola e rinnova in noi la fedeltà delle Sue promesse. Non sentiremo più il peso del giudizio altrui, né la pressione di dover correre dietro a futili tesori. Riscopriremo il valore della nostra vita e il gusto di viverla intensamente ogni giorno che verrà.
E poi tornerà spontaneamente la sicurezza che in questo momento il piccolo seme che abbiamo piantato sta prendendo vita sotto il terreno e che una mattina al nostro risveglio potremo vedere una piccola piantina spuntare fra la terra.
Porterà la certezza che il terreno che oggi abbiamo così faticosamente dissodato e pulito dai rovi, un giorno sarà un giardino ricco di alberi con rami pendenti sotto il peso di frutti abbondanti.
Porterà la convinzione che un giorno le nostre spalle saranno cariche di covoni che avremo raccolto con lacrime di gioia e canti di esultanza.
E improvvisamente il nostro letto tornerà ad essere il luogo della calma e della fiducia, del riposo e della fede.
Forse proprio in questo momento le ombre di un’altra sera stanno calando sulla tua vita, ecco è il momento giusto: lascia che i tuoi occhi siano aperti e vedrai Gesù che ancora una volta è rimasto con te.
All’ultimo minuto
“… ma mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze e l’uscio fu chiuso.”
Matteo 25:10
Ero ancora bambina quando mi veniva raccontata questa parabola delle dieci vergini. Era una delle mie preferite, che ascoltavo sempre con gran piacere, perché era quella che ricordavo più facilmente. Ma poi crescendo ho cominciato a pormi alcuni interrogativi. Mi chiedevo in particolare perché mai lo sposo non avesse aperto la porta anche alle cinque vergini senza olio, lasciandole invece fuori dalla porta. In fondo mi è sempre stato insegnato ed anche ho sempre creduto che fino all’ultimo istante prima della nostra morte ci sarà data la possibilità di un’estrema salvezza.
Qualche mese fa era un tranquillo pomeriggio di metà ottobre. Avevo appena preso in mano la mia chitarra e sfogliavo un libro di canti per sceglierne uno da suonare, quando improvvisamente ho ricevuto una telefonata alquanto inaspettata: era un cardiochirurgo che mi chiedeva come stavo e se me la sentivo di affrontare in quel giorno il trapianto. Mi invitava poi a raggiungere il più presto possibile l’ospedale di Pavia, perché entro la notte avrei potuto fare l’intervento. Ricordo che con estrema calma posai la mia chitarra nella sua custodia insieme al libro dei canti. Mi voltai verso mia madre e le dissi: “Mi hanno chiamato per il trapianto”. Da quel momento in poi è iniziata per me una corsa contro il tempo: ho dovuto telefonare a mio marito a lavoro per avvertirlo, cambiarmi di corsa, preparare la valigia, chiamare l’ambulanza, trovare tutte le cartelle cliniche. Ricordo che feci tutte queste cose in modo del tutto automatico, come se già molte volte mi fossi preparata a questo avvenimento, come avviene nelle esercitazioni per le evacuazioni degli edifici durante le prove anti-incendio. Ma la mia mente era come se fosse spenta. Una volta salita sull’autoambulanza caddi in una specie di torpore e annebbiamento della mente. La mia accompagnatrice desiderosa di tranquillizzarmi parlò per tutto il viaggio, ma io non ascoltavo nulla di quello che diceva. Non pensavo a nulla. Non sentivo in me farsi spazio l’agitazione per ciò che avrei dovuto affrontare nelle prossime ore. Non mi balenò neanche per un istante l’idea che se qualcosa nell’intervento fosse andato storto quelle sarebbero potute essere le ultime ore della mia vita. Né sentivo gioia pensando, al contrario, che avrei finalmente potuto fare l’intervento che mi avrebbe guarita definitivamente e che per me sarebbe iniziata una nuova vita.
Non ero spaventata né agitata, non ero felice né emozionata. Non provavo nulla. Avrei voluto pregare, ma non sapevo proprio cosa chiedere al Signore se non che mi stesse vicino. La mia mente, i miei pensieri era come se fossero completamente spenti. Effettivamente, di fronte ad un trapianto di cuore e polmoni, con tutte le complicanze che sarebbero potute sorgere, quelle sarebbero davvero potute essere le ultime ore della mia vita. Mi chiedo, dunque, se da quelle poche ore fosse dovuta dipendere tutta la mia preparazione ad incontrare Dio, che disastro totale sarebbe stato! Se in così poco tempo e in quello stato di torpore avessi dovuto invocare il perdono del Signore, provare il dolore del ravvedimento, riconciliarmi con le persone verso cui provavo del rancore, ecc. ecc. davvero per me sarebbe stato possibile? In poche parole: sarei stata capace in così poco tempo a trovare dell’olio che riempisse la mia lampada vuota? In realtà, la mia risposta è che in quel momento non avrei proprio saputo neanche da dove iniziare la mia ricerca dell’olio, se tutto fosse dipeso da quel momento…
Quella sera non ho fatto l’intervento per incompatibilità con il donatore e mio marito ed io siamo tornati a casa in piena notte, ed io ero ancora malata così come me ne ero andata.
Da quel giorno ho cominciato a riflettere molto sulla parabola delle dieci vergini. Quanta gente a cui parliamo dell’amore del Signore, del Suo perdono e della salvezza, sembra rimanere colpita dalle nostre parole, ma poi ci dice che non si sente ancora pronta a prendere una decisione, ma che un giorno senza dubbio lo farà! O quante volte ancora siamo consapevoli che il nostro modo di agire è caratterizzato da vizi, errori, corruzione, da cui sentiamo il bisogno di liberarci, ma tendiamo a rimandare il momento decisivo, aspettando che un giorno prima o poi (chissà quale giorno e chissà in quale modo) faremo quella rinuncia definitiva a lungo rimandata. Quante volte ci accorgiamo che il nostro carattere sembra avere così poche virtù e così tanti difetti, ma non sembra arrivare mai il momento giusto per ricercare in noi un cambiamento reale e positivo. Sembra che, inconsapevolmente, ognuno di noi sia proprio convinto di avere nelle proprie mani il tempo della propria esistenza e siamo certi che sapremo riconoscere con chiarezza quali saranno gli ultimi giorni e solo allora sarà il momento giusto per dedicarci a fare i preparativi per un’altra vita. Ma se anche questo fosse vero, se pure ognuno di noi avesse la capacità di saper discernere gli ultimi istanti della vita, siamo proprio sicuri di aver poi anche a disposizione la lucidità e la capacità sufficiente per poter mettere a posto gli affari che abbiamo così negligentemente trascurato?
Le cinque vergini avvedute ci danno un esempio diverso: avevano con sé dei vasetti pieni di olio che sarebbe servito per poter aspettare con tranquillità l’arrivo dello sposo che tardava. Non avevano certo aspettato che facesse notte o l’ultimo momento per andare dai mercanti e dai venditori per acquistare l’olio che sapevano che sarebbe servito loro. Erano forse consapevoli che a tarda notte sarebbe stato difficile trovare un negozio aperto o avere il tempo necessario per cercarlo, mettersi in fila ed acquistare l’olio mancante. Erano sicuramente consapevoli che le cose fatte di fretta spesso riescono male. E noi siamo davvero così presuntuosi da credere che potremo aggiustare tutta la nostra vita in pochi giorni o addirittura in pochi minuti?
Forse ci sono molte cose che stai lasciando da lungo tempo in sospeso e che invece richiederebbero un po’ della tua attenzione e tra queste, sicuramente, il bisogno di prepararsi ad incontrare Dio.
Sono convinta che se imploreremo l’infinita misericordia di Dio anche nell’ultimo istante della nostra vita Egli saprà perdonarci e salvare, ma la domanda è questa: sapremo noi nella notte, correndo nel buio, senza olio e senza luce, spinti dalla fretta e dall’agitazione, trovare la porta dello sposo? E cosa faremo se una volta che abbiamo trovato quella porta, che abbiamo così frettolosamente cercato a tastoni nel buio, ci accorgessimo che fosse già stata chiusa?
Ma chi è questo Giosuè?
“Sali in vetta al Pisga, volgi lo sguardo a occidente, a settentrione, a mezzogiorno e ad oriente, e contempla il paese con gli occhi tuoi, perché tu non passerai questo Giordano”
Deuteronomio 3:27
Mi è facile comprendere cosa provasse in quel momento Mosè, perché tante volte ho creduto di vivere la stessa esperienza. Era proprio lì, di fronte all’adempimento della promessa del Signore. Poteva vedere la terra promessa davanti a sé. Poteva ammirare la ricchezza dei suoi frutti, l’abbondanza di paesaggi verdi per i pascoli, poteva immaginare le grida di un popolo vittorioso che avanzava intrepido alla conquista di quei territori, che aveva bramato per tutta la vita. Ma ora che era proprio lì ad un passo della realizzazione dei suoi sogni, Dio gli disse che non avrebbe mai valicato quei confini, né i suoi piedi avrebbero mai calpestato quella terra, ma l’unica cosa che gli sarebbe stata concessa era di contemplare la terra da lontano. Questa era la punizione scelta da Dio per Mosè, perché invece di parlare ad una roccia affinché ne scaturisse dell’acqua per il popolo assetato, Mosè l’aveva percossa due volte, mostrando di non aver fiducia in quello che il Signore gli aveva detto (Numeri 20: 1-13).
Forse, a volte, sarebbe meglio non vedere, non conoscere affatto ciò che il Signore aveva preparato per noi e che avremmo potuto raggiungere e conquistare, dopo tante fatiche e battaglie. Forse, se non vedessimo coinostri occhi l’immagine di ciò che sarebbe stata la concretizzazione delle promesse, il nostro rimorso per gli errori commessi sarebbe più indulgente con noi, e i nostri sensi di colpa un po’ più benevoli.
Ma Dio continua il suo discorso al suo servo e gli dice che un altro al suo posto avrebbe condotto il popolo nella terra promessa: Giosuè. E ordina a Mosè di “fortificarlo e incoraggiarlo”. A questo punto sicuramente se io fossi stata Mosè il mio cuore si sarebbe davvero ribellato a Dio. Avrei iniziato a discutere e ad adirarmi più che mai: “Ma chi è questo Giosuè? Cosa ha fatto per meritarsi ciò che a me viene negato così ingiustamente? E’ stato forse lui a sfidare il faraone e il suo esercito, operando potenti prodigi e opere straordinarie con in mano un solo bastone? E’ stato forse lui a fare da guida per tutti questi anni ad un popolo ribelle e lagnoso? E dove era questo insignificante Giosuè mentre Tu, potente Dio, parlavi faccia a faccia con me e mi consegnavi direttamente dalle Tue mani le tavole della Legge? E sicuramente avrei potuto sentire la voce maestosa e sapiente di Dio rispondermi: “Mentre io parlavo Tu per tu con te e ti consegnavo la Legge, Giosuè era ai piedi del monte che aspettava. E quando tutto il popolo si lamentava scoraggiato per la paura dei giganti che erano stati visti nella terra promessa, Giosuè parlava arditamente, tentando di convincere in ogni modo il popolo che la conquista era possibile.”
E’ capitato anche a me di essere più volte ad un passo dalla realizzazione dei miei sogni. Potevo vedere il loro adempimento forte e chiaro proprio di fronte a me. Li vedevo belli come li avevo sempre immaginati, li sentivo gloriosi come avevo sempre creduto, avevo lottato, sudato, digiunato, avevo sempre avuto fiducia senza mai nutrire dubbi, ed ora erano davanti a me in tutto il loro splendore. Ma ho potuto dare ad essi solo un’occhiata, perché poi sono svaniti e scomparsi per sempre dalla mia vista, mentre lo Spirito parlava al mio cuore dicendomi che non li avrei mai conquistati, ma avrei dovuto incoraggiare e formare altri affinché li realizzassero al posto mio. E così è stato: altre persone hanno ottenuto con poco sforzo e in poco tempo ciò che io avevo bramato tutta la vita e ci ero arrivata solo vicino.
Certamente, a volte i piani del Signore sembrano assai incomprensibili. Ho riflettuto a lungo su questo, i miei pensieri spesso sono stati tormentati da queste mie considerazioni. Volevo capire, comprendere, ma mi risultava davvero difficile, fino ad oggi.
Forse ad alcune persone Dio riserva semplicemente questa chiamata: quella di accompagnare un popolo verso la meta, senza poter essere presenti quando la meta viene valicata. Non sempre la persona che semina e fatica è la stessa che raccoglie e gioisce. Non sempre la persona che costruisce le fondamenta di un palazzo è la stessa che abiterà quelle stanze. Non sempre chi prega e digiuna per la conversione di un peccatore è la stessa persona che salta e danza dalla gioia di vederlo arrendersi a Gesù. Come durante una lunga e estenuante corsa, nonostante avessimo corso velocissimi e avessimo raggiunto un ottimo tempo, arriva il momento in cui necessariamente dobbiamo passare la staffetta al nostro successore e allora non c’è più niente che noi possiamo fare, il nostro compito è finito, e non ci resta che stare ad osservare il nostro compagno che raggiunge il traguardo e tutto il pubblico che si alza e lo applaude.
Fortunatamente Mosè non era me e non disse a Dio neanche una delle parole che avrei detto io al suo posto, ma condusse Giosuè dai sacerdoti perché fosse consacrato (Numeri 27:12-22).
Giosuè dimostrò di essere un valido e coraggioso condottiero. Condusse il popolo alla conquista della terra promessa, vide il fiume Giordano aprirsi davanti al suo cammino, vide le mura di Gerico crollare davanti a sé senza muovere un dito e sconfisse ad uno ad uno ogni popolo che ostacolava il percorso. Questo era Giosuè!
Sicuramente Giosuè non visse un solo giorno e non fece una sola conquista senza pensare a Mosè, al grande esempio che gli aveva lasciato, ai grandi ammaestramenti che gli aveva trasmesso, ma ciò che maggiormente gli dava coraggio e forza per affrontare ogni pericolo alla guida del popolo era la consapevolezza che il suo maestro da tempo aveva già valicato i confini di una Terra promessa ben più ricca e assai più gloriosa, dove scorre il latte e il miele.
Imitami!
Siate miei imitatori come anche io lo sono di Cristo
I Corinzi 11:1
Quanto giusta doveva essere la condotta dell’apostolo Paolo se si sentiva in grado di invitarci ad essere suoi imitatori come lui ogni giorno si sforzava di esserlo di Gesù!
Se consideriamo i nostri tempi sembra ogni giorno più difficile trovare sul nostro cammino persone degne di essere imitate e che possano costituire per la nostra vita un reale esempio di santità e irreprensibilità. Non credo di esagerare o essere eccessivamente critica affermando che la mia crescita spirituale è stata segnata maggiormente da esempi negativi da non seguire che da conduttori santi da imitare. In poche parole è stato sempre più chiaro per me ciò che non dovessi fare piuttosto di ciò che dovessi fare e come farlo. E purtroppo, ahimè, ascolto continuamente persone che si lamentano di questo mio stesso problema. Ma credo che queste lamentele dovrebbero durare ben poco nella vita di ogni credente. Posso in qualche modo, infatti, comprendere e giustificarle nei credenti che hanno iniziato da poco il loro cammino con Gesù, che hanno tutto da imparare e che, quindi, si aggrappano e hanno bisogno di qualcuno che indichi loro la strada giusta da percorrere, anche attraverso un valido esempio di vita, ma mi meraviglio, invece, nel vedere come, dopo svariati anni di cristianesimo e di vita nuova accanto a Gesù, molti credenti possano ancora scandalizzarsi degli errori fallaci degli uomini che, seppur conduttori o pastori, sono pur sempre uomini. Credo che i nostri sforzi da cristiani maturi debbano essere orientati maggiormente nell’applicazione continua e assidua di diventare noi degli esempi di vita per gli altri, piuttosto che nella ricerca assillante e deludente di un esempio esterno da imitare.
L’apostolo Paolo era una persona davvero umile, capace di abbassarsi a compiere anche i lavori meno soddisfacenti pur di non aggravare alcuno e capace di adattarsi ad ogni situazione disagevole pur di predicare l’Evangelo, eppure ha l’ardire (e non una sola volta) di invitarci ad essere suoi imitatori. Questo indica chiaramente che egli era convinto che i suoi insegnamenti e la sua condotta rispecchiavano fedelmente l’immagine e l’esempio di Gesù.
Potremmo davvero anche noi oggi avere lo stesso ardire? Potremmo, cioè, dire alla gente che vive ogni giorno accanto a noi, ai nostri familiari, ai nostri colleghi di lavoro o compagni di scuola, a coloro che frequentano la nostra stessa palestra o alle nostre vicine di casa con cui spesso ci gustiamo un buon caffè: “segui il mio esempio, vivi come me, sii quello che sono io!”? Sono le persone con cui mangiamo, con cui lavoriamo, vicino alle quali viviamo, quelle che meglio ci conoscono. Conoscono ogni nostro difetto e pregio, conoscono le nostre debolezze e la nostra forza, ricordano le parole che escono dalla nostra bocca e quelle che lasciamo entrare facilmente nelle nostre orecchie. Con loro non possiamo fingere o mascherarci. Con loro siamo quello che siamo realmente. Ed ecco, dunque, la mia domanda: “siamo capaci oggi di essere un esempio positivo per queste persone, un esempio che loro desidererebbero imitare? Sono il nostro matrimonio, la nostra famiglia, la nostra casa, il nostro modo di vestire, il nostro modo di parlare, di consigliare, di pensare, il nostro modo di gestire il denaro, di vivere il tempo libero, la nostra capacità di perdonare e di amare un esempio per tutti coloro che ci osservano e scrutano ogni giorno?”.
Certamente nella società odierna diviene difficile comprende anche solo il significato della parola “imitazione”. Non credo che l’apostolo Paolo volesse dire: “siate tutti uguali e tutti uguali a me!”. Ai nostri giorni la gente tende a voler essere tutta più o meno uguale, correndo dietro alle mode passeggere. Tendiamo a vestire tutti allo stesso modo, ad avere lo stesso taglio di capelli, a parlare secondo i modelli che ci vengono suggeriti dai mass media. E gli atteggiamenti più esasperati ci spingono a vedere nell’attrice famosa il viso che vorremmo a tutti costi avere noi e nel calciatore di successo tutta la gloria che vorremmo noi, rendendoli il nostro modello di vita. Ma lasciatemelo dire: queste imitazioni spesso diventano solo delle ridicole caricature dell’originale e delle orrende brutte copie da cestinare di un prototipo, che hanno come effetto la derisione e lo scherno altrui.
Quanti di noi hanno studiato e conoscono bene le avventure e le sofferenze della vita di Paolo sanno bene che ha vissuto un’esistenza che nessuno mai vorrebbe davvero imitare: troppi stenti, troppe rinunce, troppe persecuzioni, troppi viaggi, troppe persone amate a cui dire addio, troppe terre abitate da dover abbandonare. Una vita troppo difficile da poter essere imitata. E cosa aveva tale esistenza di tanto straordinario da dover rappresentare un modello per tutti noi? In fondo di uomini valorosi ce ne sono stati un’infinità nella storia. La vita di Paolo aveva la particolare straordinarietà di riflettere fedelmente l’immagine di Gesù. L’imitazione di cui egli parla non è un semplice copiatura della vita di Cristo. Paolo desiderava ardentemente assomigliare al suo Signore, possedere la stessa somiglianza che deriva dal frequentare costantemente una persona, dal vivere ogni giorno accanto a lei. Lo stesso amore ardente per i perduti che spinse Gesù al sacrificio muoveva ogni passo dell’apostolo verso le scelte più estreme. Seguì la piena guida dello Spirito Santo e, come Gesù, sorseggiò fino in fondo l’amaro calice della piena arresa alla volontà di Dio, rinnegando la sua vita per amore della predicazione dell’Evangelo. Negli atteggiamenti dell’apostolo si poteva vedere muovere Gesù, nella sua voce si poteva ascoltare la voce di Gesù, nel suo sguardo si poteva ricevere l’amore di Gesù. Paolo amava in modo smisurato Gesù e ne era un perfetto esempio, un giusto seguace, un amato figliolo: era suo imitatore.
Come possiamo essere la stessa cosa anche noi oggi? E’ facile seguire l’esempio di una persona con la quale la nostra esistenza è strettamente legata. Due persone che vivono ogni giorno a stretto contatto, come due sposi o due fratelli, alla fine finiscono inevitabilmente e involontariamente per assomigliarsi in modo spontaneo e facile. Così anche la nostra esistenza finirà con assimilare e assomigliare a ciò che ci sarà più vicino. Senza accorgercene alcuni atteggiamenti che ci sembrano apparentemente innocui e che, magari, anche disprezziamo, per il semplice fatto che ne siamo spettatori, entrano dentro di noi e ci influenzano inconsapevolmente. Così saremo spontaneamente portati ad imitare gli atteggiamenti di chi osserveremo di più. I protagonisti dei nostri giorni sembrano essere sempre di più persone che si abbandonano totalmente a litigi aggressivi e volgari discussioni, come se questo fosse l’unico metodo di comunicazione fra gli uomini. Dovremmo avere il coraggio di spingere un semplice pulsante del telecomando e girare canale quando stiamo assistendo a sciocche trasmissioni che propongono queste discussioni esasperate e immagini volgari e oscene. Dovremmo avere il coraggio di alzarci ed opporre la nostra voce quando qualcuno ci invita a bere un bicchiere di troppo o ci spinge ad intrattenerci in malefici pettegolezzi.
Dobbiamo avere il coraggio di compiere delle scelte che ci mettano in gioco, che ci rendano differenti rispetto alla maggioranza. Analizziamo attentamente ogni giorno come vivevano i santi uomini di Dio, con quale autorità sapevano insegnare, ammaestrare, riprendere e poi incoraggiare, ammonire e poi consolare, ed ogni loro parola era accompagnata da fatti concreti di una vita pienamente consacrata. Se analizzeremo con attenzione e con ammirazione questi grandi esempi del passato, inevitabilmente desidereremo imitarli ed assomigliare pienamente a Gesù e un giorno potremo avvicinarci alla gente confusa, che non sa più come vivere e quale esempio seguire e sussurrare alle sue orecchie: “Sii quello che sono io!”.
Il potere della trasformazione
“Quando attraversano la valle di Baca, essi la trasformano in luogo di fonti, e la pioggia di autunno la ricopre di benedizioni.”
Salmo 84:6
Nel verso sopraccitato viene descritta una capacità posseduta da coloro che hanno nel Signore la propria forza: la capacità di trasformare le circostanze. E’ incredibile, ma a volte neanche ce ne rendiamo conto del potenziale che deriva dall’essere figli di Dio. La valle di Baca era un luogo deserto, arido, secco, ma i figli di Dio avevano la capacità di renderlo un luogo abbondante di acqua e di benedizioni. Posso immaginare degli uomini che arrivano in una terra disprezzata, perché considerata del tutto infeconda e priva di fertilità. Ma essi sono lungimiranti: sanno trovare in essa ciò che nessun altro saprebbe vedere. Così si adoperano per studiare le caratteristiche del terreno e del clima, analizzano come varia la temperatura nel corso della giornata e cominciano a dedicarsi ad un nuovo progetto. Trovano la sorgente d’acqua più vicina o scavano dei profondi pozzi per poi costruire degli impianti di irrigazione. Dopodiché iniziano ad arare la terra e seminare, fino a quando quella che prima era una terra arida comincia a dare del frutto, diviene verde e rigogliosa e diventa un’oasi dove il pellegrino ed il viandante possono bere e ristorarsi. Non è fantastico? Tutto questo avviene per la capacità di qualcuno che ha avuto la saggezza di vedere oltre l’oggettività della realtà e l’inconsistenza dell’apparenza. Così avviene anche nella vita reale di tutti giorni. Viviamo, a volte, delle circostanze che fanno apparire la nostra esistenza arida e priva di senso, oppure dei periodi particolari, circoscritti in giorni, mesi o anni, in cui sembra proprio che stiamo vivendo in un territorio arido, privo di fertilità, dove non si possono vedere frutti intorno a noi. Che sia la nostra vita, che sia la nostra famiglia o il cerchio delle nostre amicizie, o addirittura la nostra chiesa, questo luogo deserto ci fa soffrire e bramiamo un reale cambiamento, come un uomo che attraversa il deserto e desidera intensamente un po’ di ombra e un sorso d’acqua fresca. Aspettiamo una svolta, un cambiamento portati forse da una ventata di aria fresca, senza pensare mai davvero che Dio ha affidato proprio a noi una potente capacità di trasformazione.
Analizzando la Bibbia e considerando questa capacità di trasformare le situazioni negative in opportunità e ricchezza, mi viene immediatamente un nome, che personifica perfettamente questo talento: Giuseppe, il figlio di Giacobbe. La storia del ragazzo venduto come schiavo dai fratelli gelosi che poi diviene un potente uomo d’Egitto è ben nota a tutti, ma forse pochi conoscono le sue reali sofferenze nel periodo che intercorre tra questi due eventi e come sia stato capace in ogni circostanza a trasformare le situazioni. Analizziamo insieme.
Giuseppe in Egitto venne acquistato da Potifar, l’ufficiale delle guardie del faraone. Aveva all’incirca diciassette anni, era poco più di un ragazzetto, eppure il testo in genesi 39 evidenzia molto chiaramente come egli sia stato capace in poco tempo di diventare da un semplice schiavo a maggiordomo personale di Potifar, che riponeva in lui una fiducia cieca, fino ad affidargli tutto ciò che possedeva. Ma Giuseppe cadde nuovamente vittima innocente dell’ingiustizia umana e perse per la seconda volta ogni sua ricchezza e potere; pur non avendo sbagliato in alcun modo si ritrovò prigioniero in carcere. Sicuramente le carceri di quei tempi non dovevano essere dei luoghi accoglienti e comodi in cui albergare, ma in modo straordinario anche qui Giuseppe riuscì a portare un grande cambiamento e a “fare carriera”, tanto che il governatore della prigione affidò a lui prigioniero la custodia di tutti gli altri detenuti. E infine a trent’anni il Signore donò a Giuseppe la capacità di interpretare un sogno del faraone e da quel momento il ragazzo raggiunse l’apice del suo potere perché il faraone stesso gli affidò l’amministrazione dell’intero paese. Sotto l’amministrazione di Giuseppe l’Egitto divenne un paese ricco e potente, capace non solo di sopravvivere durante i sette anni di carestia, ma anche di fornire cibo a sufficienza per gli altri popoli. Giuseppe aveva trasformato la carestia in un’opportunità di arricchimento per il popolo egiziano attraverso la vendita del grano. Quanta saggezza, quanta intelligenza in questo uomo! Da pastore a schiavo, da schiavo a prigioniero, da prigioniero a viceré. Seppure conosco questa storia sin da quando ero bambina, mi stupisco sempre e rimango continuamente affascinata ogni volta che la rileggo. Ma come faceva Giuseppe ad avere così successo in ogni cosa a cui metteva mano?
Dal testo biblico il primo segreto evidente della sua prosperità era nella benedizione di Dio. Il Signore lo amava profondamente. Aveva un progetto per lui e impedì che l’odio dei fratelli lo uccidesse. La benevolenza e la benedizione di Dio lo accompagnavano e proteggevano sempre, in ogni luogo dove si ritrovava e in ogni difficoltà che doveva affrontare. La presenza di Dio era talmente evidente nella vita di Giuseppe che, non solo era benedetto lui, ma veniva benedetto anche chiunque lo accoglieva in casa.
Oltre a questo, Giuseppe era sicuramente pieno di virtù che lo rendevano amabile: il padre lo prediligeva rispetto agli altri figli; Potifar, il governatore delle prigioni e il faraone stesso gli si affezionarono a tal punto da affidargli ogni cosa era in loro potere. Era un uomo di cui si potevano fidare ciecamente.
Infine, in tutto il testo, non troviamo neanche una lamentela uscire dalla bocca di questo uomo, mai! Né quando era nel fondo della buia cisterna, né quando vede i suoi fratelli prendere i soldi dai Madianiti, né quando viene acquistato da Potifar, poi accusato falsamente dalla moglie e reso prigioniero, neanche quando il coppiere del re si dimentica completamente di lui. Giuseppe non trascorreva il suo tempo in inutili lagne e in inefficaci lamentele, ma si rimboccava le maniche e studiava immediatamente come poter trasformare le sue sventure in opportunità, la sua terra arida in luogo di fonti.
Certamente ci sarebbe davvero molto altro da dire su questa vita straordinaria ed una semplice e umile meditazione non è affatto sufficiente per esaminare a fondo quali siano state le reali motivazioni che hanno portato Giuseppe a diventare viceré, ma ciò che mi sta più a cuore è accompagnare ogni mio lettore a considerare in profondità, per poi realizzare pienamente, quale grande dono e autorità Dio affida ai suoi figliuoli.
Se i tuoi passi ti conducono nella casa del lutto, sappi che puoi portare con te la consolazione e la gioia; se ti ritroverai ad entrare in un luogo dove abbonda il peccato e la depravazione, ricordati che puoi annunciare una grazia sovrabbondante; se un giorno percorrerai la valle dell’ombra della morte, sai già che sei annunciatore di vita. Siamo chiamati a trasformare le situazioni intorno a noi per il bene di chi ci circonda: questo è un dono che Dio ci dà e un potere che ci affida. Se la Sua benedizione sarà sempre su di noi e ci accompagnerà in ogni luogo e in ogni scelta della nostra vita, se le virtù di Gesù saranno visibili in ogni nostro gesto quotidiano e nelle nostre parole fino a renderci amabili agli occhi degli altri e degni di fiducia, se non ci scoraggeremo nel servizio, ma saremo sempre pronti a rimboccarci le maniche e a mettere mano in ogni opera disastrata che incontreremo sul nostro cammino per renderla fruttifera ed utile, allora saremo veramente capaci di trasformare ogni valle di Baca che attraverseremo in un’oasi, ricca di acqua e di fonti, ed ogni persona che passerà per la nostra strada, si arricchirà e troverà giovamento da essa.
Il mio Unico Vanto
Allora l’Eterno disse a Gedeone: <Per me la gente che è con te è troppo numerosa, perché io dia Madian nelle sue mani; Israele potrebbe vantarsi e dire: “E’ la mia mano che mi ha salvato”.>
Giudici 7:2
L’uomo in generale impiega davvero poco tempo per inorgoglirsi: un piccolo successo, un traguardo raggiunto, una decisione azzeccata, un modesto elogio ricevuto sono spesso motivazioni più che sufficienti per farci sentire valenti e migliori degli altri. Anche per noi che siamo figli di Dio, per quanto vorremmo in ogni modo essere persone umili, non è facile avere a che fare ogni giorno con il nostro amor proprio. Quasi quotidianamente ci capita di dover affrontare dure battaglie con il nostro orgoglio, pronto a lusingarci con le sue carezze adulatrici che continuano a sussurrarci quanto siamo speciali e meritevoli. A volte la nostra superbia non ci dà tregua neanche quando siamo in attitudine di prostrazione: in preghiera, mentre si sta predicando, mentre si conducono i canti in chiesa o anche semplicemente quando stiamo facendo del bene a qualcuno. Basta poco per sentirci profondamente soddisfatti di noi stessi, come se il nostro servizio sia migliore e più accettevole agli occhi di Dio rispetto a quello di qualunque altro. Anche nelle attività che dovrebbero essere svolte unicamente per offrire onore e lode a Dio, il vanto di noi stessi spesso emerge e ci fa montare la testa. Se il nostro desiderio, tuttavia, è quello di unirci alle parole di Giovanni Battista che dichiarava la necessità che Cristo cresca in noi e che noi diminuiamo, allora il nostro combattimento diventa davvero faticoso. Ma in questa battaglia possiamo fare affidamento sull’aiuto del nostro Gesù, che è il più grande Maestro di umiltà.
A volte la strada privilegiata scelta dal Signore per insegnarci l’umiltà è costituita da un processo di spogliamento.
Gedeone era ben sicuro di essere pronto ad andare in guerra contro i Madianiti. Poteva contare sulla forza di un esercito di più di trentamila uomini. Era un numero considerevole e la vittoria contro il nemico poteva apparire scontata. Ma il Signore dà a questo uomo delle direttive insolite. Considerava l’esercito troppo numeroso: era necessaria un’accurata riduzione e selezione degli uomini scelti. A loro insaputa questi vennero messi sotto esame e la maggior parte di essi non lo supererò, finché a Gedeone non rimase che un esercito di solo trecento uomini. Beh, vincere con l’aiuto di solo trecento uomini era un’impresa ben più impegnativa. Gedeone non poteva più contare sulla sua forza, né su una certezza assoluta di avere in mano la vittoria, ma era proprio questo lo scopo del Signore: non voleva che Israele si vantasse di aver vinto grazie alla propria forza. Doveva essere evidente per Israele e una testimonianza per tutti i popoli che era stata la mano di Dio a concedere con facilità la vittoria al Suo popolo. Perché ciò accadesse era necessario ridurre le certezze di Gedeone perché imparasse a dipendere totalmente dalle strategie di Dio.
Quando viviamo per piacere a Dio tutti i nostri successi e vittorie dipendono esclusivamente da Lui che opera in noi e attraverso di noi. Ma anche se questo è un insegnamento piuttosto ripetuto nelle nostre chiese ed è ben chiaro a tutti, tuttavia la sua applicazione spesso diventa un’impresa molto difficile. Per poterci insegnare a fare emergere l’immagine di Gesù nella nostra vita, il Signore potrebbe cominciare a privarci di tutte quelle cose che in qualche modo ostacolano il nostro abbassamento e comincia a spogliarci, strato dopo strato, di ciò di cui più ci vantiamo per mettere completamente a tacere il nostro orgoglio.
A volte il Signore inizia a privarci delle persone che amiamo di più. Spesso tendiamo ad appoggiarci pienamente sull’aiuto di persone per noi importanti, che ci sono state sempre fedeli, su cui abbiamo potuto contare nei momenti più difficili o tristi della nostra esistenza. Il nostro amore, però, potrebbe indurci a dipendere totalmente da queste persone, facendo di esse la nostra forza e il nostro esclusivo appoggio. In ogni piccola difficoltà, battaglia o dolore, corriamo da loro in cerca di aiuto. Sebbene è volere di Dio che ci amiamo gli uni e gli altri e ci aiutiamo avvicenda, per maturare spiritualmente e imparare a dipendere esclusivamente dal soccorso di Dio potrebbe essere inevitabile la separazione dalle persone più amate.
Altre volte Dio sceglie di spogliarci dei nostri talenti. Inspiegabilmente ci capita di dover rinunciare a delle attività o passioni proprio quando sono nel pieno del loro sviluppo, quando ci sembra che stiano fruttando di più. Attraverso questo tipo di rinuncia il nostro Maestro vuole insegnarci che un buon servizio non dipende dalle nostre capacità o dalle cose che ci riescono meglio, ma dalla nostra ubbidienza e dalla determinazione di essergli fedele, pronti a pagare ogni prezzo.
Ancora il Signore ci potrebbe spogliare delle nostre certezze, di quelle idee che nel tempo abbiamo reso assolute. Facilmente le nostre convinzioni, le nostre dottrine generano in noi un modo di credere statico e fossilizzato, pieno di pregiudizi e preconcetti che ci impediscono di metterci in discussione, insuperbendoci. Quando ci appoggiamo eccessivamente agli insegnamenti che abbiamo ricevuto nel passato, magari all’inizio della nostra conversione, rischiamo di invecchiare spiritualmente e di non essere più capaci di ricevere nuove e fresche lezioni da parte dello Spirito, essenziali per una crescita continua. Ma attraverso varie situazioni il Signore potrebbe far crollare queste nostre certezze. Forse all’inizio ci sentiremo smarriti e confusi, ma questo ci spingerà ad attingere alla Parola di Dio alla ricerca di un’acqua sempre fresca e dissetante.
E’ chiaro che la privazione di qualcosa di importante per noi produca alla nostra vita molto dolore. Sono tanti anni ormai che il Signore ha iniziato il suo processo di spogliamento in me, principalmente attraverso la mia malattia, ma anche attraverso difficili scelte e dure rinunce. A volte mi guardo allo specchio e provo vergogna di ciò che vedo, ma è proprio in quelle occasioni che con facilità tendo ad abbassarmi e vedo emergere l’immagine di Gesù che vive dietro di me.
Quanto più permettiamo a Dio di spogliarci dei nostri abiti di cui ci vantiamo tanto, tanto più Egli ci riveste delle Sue vesti bianche, pure ed incorruttibili.
Forse il nostro esercito sarà composto solo di trecento uomini forti e valenti, ma ci sarà Dio a combattere per noi e questo sarà il nostro unico vanto.
Il miracolo in fondo al calice
“Padre, se tu vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta”.
Luca 22:42
La dottoressa si era seduta accanto al mio letto. Aveva uno sguardo pieno di tenerezza ed affetto. L’avevo sempre considerata una persona molto introversa e di poche parole, che non dava troppa confidenza ai propri pazienti. Ma in questo ultimo ricovero il suo atteggiamento nei miei confronti era mutato completamente. Negli ultimi giorni poi, dopo che avevo avuto delle crisi respiratorie molto serie, si mostrava nei miei confronti sempre più sensibile e dolce. Ora fissavo il suo sguardo carico di emozione e dispiacere, comprendendo che aveva il duro compito di dirmi cose che non avrebbe voluto. Iniziò a suo malincuore a parlarmi. Erano passati più di cinque anni dal giorno in cui ero stata messa in lista per il trapianto di cuore e polmoni. In questi anni avevo provato tante cure diverse, che temporaneamente riuscivano a rendere stazionaria la situazione, ma poi tornavo ripetutamente a peggiorare. Questo ultimo anno, la situazione sembrava davvero essere precipitata: il mio cuore era davvero stanco e i miei polmoni avevano perso ormai ogni loro funzionalità. Ero ben cosciente che se non avessi fatto il trapianto, avrei avuto ancora ben poco da vivere. La dottoressa mi disse che stava mettendo molta pressione ai medici del Centro Trapianti perché l’intervento fosse fatto al più presto, ma aveva avuto da parte loro un’informazione di cui né lei, né mio marito ed io eravamo a conoscenza e che spiegava la mia lunga attesa e, cioè, che ho un particolare tipo di sangue iperimmunizzato che rendeva altissime le probabilità di rigetto e che era quasi impossibile trovare un donatore che avesse le mie stesse caratteristiche sanguigne. “Ci vorrebbe un miracolo perché ciò accadesse” disse la dottoressa.
Mio marito era di fronte a me, con il mento poggiato sulle mani, stanco di ricevere continuamente brutte notizie, ma nello stesso tempo col volto sereno e fiducioso. “Bene” risposi con un sorriso pieno di rassicurazione “io credo ai miracoli e se pure non accadrà, la mia vita è interamente nelle mani di Dio e Lui farà ciò che vorrà!”
La dottoressa aveva letto il mio ultimo libro, sapeva che non avevo paura della morte e conosceva bene quanto amore e fiducia ho nel Signore. Guardò mio marito e poi guardò di nuovo me, comprendendo forse per la prima volta che quella che aveva sempre ritenuto incoscienza giovanile, invece, era una fede incrollabile in Dio. “Ragazzi, io vi stimo per la vostra fede, vorrei averla anche io. A quanto pare è più difficile per me darvi certe notizie di quanto lo sia per voi riceverle. In ogni modo, se voi credete nei miracoli ci voglio credere anche io!” Si alzò sorridendo e lasciò la stanza. Chiusi gli occhi e poggiai la testa sul cuscino esausta, ma ero felice perché nel mio cuore sentivo che era appena successo qualcosa di meraviglioso. Credo che non ci sia testimonianza più efficace di una persona in fin di vita che riesce a lodare Dio e testimoniare della Sua grandezza.
Passarono alcuni giorni. La mia situazione era leggermente migliorata e speravo di poter tornare presto a casa. Tutto ciò che desideravo era poter vivere serenamente i miei ultimi giorni con la mia famiglia. Tutte le altre cose mi interessavano ben poco. Un pomeriggio ero seduta su una poltrona nella mia stanza ed entrò la dottoressa. Si sedette di nuovo accanto a me. “Sara, ti ricordi il mio discorso sulle caratteristiche del tuo sangue? Ci sarebbe un donatore con le stesse caratteristiche. Forse il trapianto sarà possibile, stiamo aspettando la conferma.” Dopo due ore la conferma arrivò. Arrivarono gli operatori dell’autoambulanza per trasferirmi nel Centro Trapianti. Mentre lasciavo la mia camera i miei occhi si rivolsero alla mia cara dottoressa che mi lasciava sorridente e pienamente fiduciosa. Quella notte ho fatto il trapianto di cuore e polmoni ed ora sono qui a scrivere di questo miracolo avvenuto nella mia vita. Il primo giorno che mi è stato tolto l’ossigeno e tutte le apparecchiature che mi legavano alle macchine ho provato un senso inspiegabile di libertà. Posso respirare autonomamente, camminare, mangiare, dormire senza fare nessuna fatica. Tutto è facile ora e spontaneo. Il miracolo è avvenuto e per me continua a ripetersi ogni giorno.
Tuttavia il trapianto non è un intervento facile da affrontare. E’ stato davvero doloroso. Al mio risveglio dall’anestesia provavo dei dolori lancinanti ed ero sotto gli effetti di calmanti molto potenti che mi causavano delle allucinazioni spaventose e terribili. Credo di non aver mai provato tanta paura in vita mia. Anche i giorni successivi sono stati lunghi e difficili. La ripresa avviene molto lentamente e c’è il rischio continuo che gli altri organi siano danneggiati dai nuovi farmaci. Quindi bisogna fare continui esami e accertamenti, spesso anche molto dolorosi da sopportare. Oltre a ciò c’è un forte rischio di prendere infezioni, virus, germi che possono compromettere permanentemente il buon successo dell’intervento e tutto ciò crea uno stress emotivo e fisico non indifferente. In questi momenti di grande difficoltà sento di essere grata a Dio per quanto ha già fatto per me. Mi torna in mente lo sguardo della dottoressa che affermava: “Se voi credete nei miracoli, ci voglio credere anche io!”. Ed effettivamente il miracolo c’è stato perché, non solo ho trovato un donatore con le mie stesse caratteristiche sanguigne, il che era considerato un evento rarissimo, ma anche per il fatto che ciò sia avvenuto in tempi brevissimi e solo pochi giorni dopo aver parlato con la mia dottoressa. Nonostante la mia gratitudine verso il Signore per questo miracolo, non nascondo che spesso ho chiesto al Signore il perché, se aveva in mente di operare in modo miracoloso verso me, non è intervenuto prima, guarendomi completamente e non abbia impedito che io facessi il trapianto. Forse qualcuno può ritenere sciocco questo mio interrogativo, ma non è raro chiederci nei momenti difficili perché Dio non intervenga in modo miracoloso a favore di noi suoi figliuoli ed impedisca che affrontiamo delle difficoltà di tale portata. Quando subito dopo il trapianto ero in terapia intensiva, intubata e provavo forti dolori, pensavo a Gesù nel giardino del Getsemani che pregava che Dio allontanasse da lui il calice amaro che stava bevendo. Anche Gesù in quel momento stava invocando un intervento miracoloso da parte di Dio. Giuda lo aveva già tradito e probabilmente era già in cammino con le guardie per prendere Gesù. Solo un miracolo da parte di Dio avrebbe potuto salvare Gesù dalla loro cattura. Ma non era tanto difficile per Dio impedire che questo avvenisse. E allora perché l’Eterno Onnipotente non è intervenuto in favore di Gesù e non ha impedito che fosse reso prigioniero per poi essere messo a morte? Perché il miracolo che il Padre Celeste aveva preparato per il Figlio non era una liberazione straordinaria da un infame traditore e dalle guardie sanguinarie? La risposta che ho trovato è che il miracolo che Dio aveva preparato per Gesù era la resurrezione e non poteva esserci resurrezione senza che ci fosse prima la morte. Per poter risorgere Gesù doveva necessariamente morire. Dio prepara dei miracoli per noi, ma non sempre questi coincidono perfettamente con quelli che noi stiamo chiedendo. Ciò dovrebbe spingere a interrogarci sul perché ricerchiamo miracoli nella nostra vita. Invochiamo l’intervento miracoloso di Dio davvero perché vogliamo che Lui tragga gloria dalla Sua potenza e ciò sia di testimonianza per la gente e attragga le moltitudini a sé? O dovremmo piuttosto ammettere più onestamente che spesso ricerchiamo un miracolo per noi stessi, perché la sofferenza ci fa paura, perché il dolore, le malattie, i problemi sociali che ci circondano vorrebbero essere banditi dalla nostra vita. Vorremmo che Dio ci rendesse immuni da tutto ciò che affligge e spaventa la gente comune. Vorremmo essere protetti, rassicurati del continuo che la nostra esistenza, in quanto figli di Dio, sarà più facile di quella degli increduli e dei malvagi. Vogliamo sentirci speciali e privilegiati. Ahimè, spesso sono proprio queste illusioni che spingono l’uomo a cercare Dio e, altrettanto facilmente, le disillusioni lo spingono poi a rinnegarlo, una volta che ci rendiamo conto che noi credenti siamo sottoposti alle stesse sofferenze e difficoltà di chiunque altro. Non era forse questa la motivazione che spingeva le folle a seguire Gesù quando operava guarigioni, calmava le tempeste e resuscitava i morti e, invece, a insultarlo, torturarlo e crocifiggerlo quando lo vedevano come un povero uomo, fallito, incapace di difendersi e ribellarsi? Quando invece tutta la nostra esistenza è direzionata dal profondo desiderio di piacere a Dio a tutti i costi e che la volontà di Dio coincida perfettamente con la nostra, come avveniva nella vita terrena di Gesù, allora siamo pronti ad accettare di bere un calice amaro e vedere il miracolo solo dopo che abbiamo ingoiato l’ultimo sorso. Non può esserci resurrezione senza prima la morte. Forse anche io non avrei mai potuto raggiungere così tante persone con la mia testimonianza, se non fossi stata malata e non avrei mai potuto godere di una gioia così profonda e indescrivibile come quella che provo in questi giorni, se prima non avessi vissuto un dolore amaro e una sofferenza atroce. Come figli Dio non dovremmo mai chiederci perché Dio non opera in noi un miracolo, ma perché noi abbiamo paura di avvicinare il calice della Sua volontà alla nostra bocca e, forse, sarà più facile per noi avere delle risposte.
La scorsa settimana ho fatto un controllo nello stesso ospedale dove sono stata operata e mi sono commossa perché tanta gente malata, sofferente, in attesa anche loro dello stesso tipo di intervento, mi si accostava desiderosa che io dessi loro delle certezze e delle risposte piene di fiducia. Il mio cuore era pieno di commozione perché non avrei mai potuto comprendere pienamente e profondamente le loro emozioni e ciò che stavano vivendo se fossi risorta prima ancora di morire.
Signore, non voglio vederti!
“L’Eterno, il tuo Dio, ti susciterà un profeta come me, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, a quello darete ascolto! Avrai così per l’appunto quello che chiedesti all’Eterno, al tuo Dio in Horeb, il giorno della radunanza, quando dicesti: “Ch’io non oda più la voce dell’Eterno, dell’Iddio mio, e non oda più la voce di questo gran fuoco, ond’io non muoia”.
Deutoronomio 18:15-16
Spesse volte capita, parlando di Gesù con la gente, di sentirsi dire delle frasi di questo genere: “Se io vedessi Dio in persona sarebbe più facile per me credere in Lui o comprendere quale sia la Sua volontà.” Volendo intendere con queste parole che è difficile per alcuni credere in qualcosa che non può essere visto da occhi umani e sentito con le proprie orecchie. Non è molto facile per certe persone rivolgersi a qualcuno che non può essere visto e toccato senza essere assaliti dal dubbio che ci stia veramente ascoltando e che, in qualche modo, possa risponderci e farsi sentire. In realtà, se riflettiamo, l’uomo ha a che fare ogni giorno con le proprie emozioni, i propri pensieri, i propri sentimenti, che non sono udibili, non hanno voce e sono intoccabili, eppure quanto condizionano e influenzano la sua esistenza e le sue scelte di vita quotidiana in modo del tutto naturale! Eppure nessuno si chiederebbe: “Esiste davvero l’odio, la rabbia, la gioia, la soddisfazione?” E risponderebbe: “No, non posso credere che esistano perché io non le posso toccare.” Nello stesso modo possiamo sentire in noi la presenza di Dio e riconoscerla così facilmente come riusciamo a capire e a distinguere se siamo felici o arrabbiati, se amiamo o odiamo, se siamo soddisfatti di noi stessi o delusi. Eppure la questione che Dio non può essere visto diventa una vera e propria scusante più spesso di quanto si possa immaginare secondo questi ragionamenti che abbiamo fatto or ora insieme. Giorni fa leggevo i versi che ho citato e questo mi ha portato a meditare. Effettivamente c’era un periodo nella storia umana che Dio si avvicinava talmente tanto all’uomo quasi da farsi vedere. Se anche non nella sua reale sembianza, la sua presenza si manifestava con tuoni e fulmini (Esodo 20:18), o attraverso un pruno che non smetteva mai di ardere (Esodo 3:2), o attraverso una colonna di nuvola o di fuoco (Esodo 13:21-22), o attraverso le numerose apparizioni dell’Angelo dell’Eterno. Questo ci spingerebbe a pensare che il popolo ebreo fosse contento di avere un contatto diretto e senza mediatori con Dio. Sicuramente ciò rendeva la sua fede più stabile e più certa perché è facile credere a un Dio che si vede. Eppure questi versi ci spingono ad osservare l’esatto contrario: il popolo di Dio afferma espressamente a Mosè il desiderio di non voler più vedere Dio. Certo, leggendo ai nostri giorni questo racconto, ci appare quasi assurdo e reputiamo il popolo del tutto insensato e sciocco. Mi sono, dunque, posta degli interrogativi: “Perché mai l’uomo dovrebbe desiderare di non vedere Dio e preferire che un altro uomo parlasse per Suo conto? Perché mai Adamo quando sentì la voce del Signore nel giardino dell’Eden si nascose? E perché Davide che amava più di ogni cosa il Signore non volle ospitare in casa propria l’Arca del Patto (I Cronache 13:12-14)? Perché mai spavaldamente l’uomo sfida Dio invitandolo a farsi vedere e, quando Dio lo fa, l’uomo scappa vigliaccamente e si nasconde? Tutto mi lascia pensare ad una sola risposta: per paura.
La prima cosa che teme l’uomo di fronte a Dio è la morte. Probabilmente ciò è dato dalla dismisura della natura divina e quella umana messe a confronto. Quanto grande e tremenda è la presenza di Dio! Ecco l’uomo, piccolo e limitato, come potrà confrontarsi con la grandezza e l’infinità del Signore? L’uomo è talmente orgoglioso e pieno di sé da sentirsi sicuro di poter resistere ad un confronto con Dio. Spesso possiamo sentire gente che stoltamente scherza sulle cose di Dio, con piena irriverenza e mancanza di rispetto, dimostrando di essere totalmente inconsapevole della propria piccolezza e nullità in confronto all’immensità di Dio. Ma quando le stesse persone vengono messe a confronto con eventi naturali come disastri e catastrofi si mostrano per la loro reale natura debole e soggetta alla morte, il che li fa spaventare terribilmente. Quanto più la potenza di Dio è capace di ricordarci che non siamo altro che polvere, spingendoci a provare un senso di morte.
Un’altra cosa che teme l’uomo è la vergogna. Gran parte delle scuse della gente per non cercare Dio è di non averne bisogno perché si sente giusta. Ma quando Dio si mostra, l’uomo si sente spogliato di fronte gli occhi scrutatori di Dio, a cui nulla può essere nascosto. Davanti alla santità del Signore anche il minuscolo fruscello insidiato nei nostri occhi appare come una trave pesante e fastidiosa, il minimo nostro difetto ci pesa con sensi di colpa forti ed assillanti, lasciandoci incapaci di appellarci ancora al nostro senso di autogiustizia, che si dissolve come fumo. L’uomo, seppure faccia tanta fatica ad ammetterlo, è peccatore e davanti alla santità e alla giustizia di Dio sarà sempre mancante. Ecco così che più si avvicina a Dio più è forte il senso di vergogna che prova, se non altro per la propria misera natura peccatrice. Se non è abbastanza umile da ammetterlo e ricercare la giustificazione attraverso Gesù, che ci concede la possibilità di accedere alla presenza di Dio, l’uomo non può far altro che fuggire e nascondersi.
Ed ancora, l’uomo teme la volontà del Signore. Quando Dio si manifesta ci porta a conoscenza della Sua volontà. Se udissimo direttamente la sua voce forte e chiara, non potremmo appellarci alla scusante di non aver capito bene o che il profeta scelto per rivelarci il Suo volere si sta sbagliando. La voce del Signore è tremenda: penetra nell’intimità dei nostri pensieri fino ad un convincimento totale che porta all’arresa incondizionata e all’ubbidienza. Ma spesso reputiamo i piani di Dio troppo difficoltosi per noi, troppo impegnativi, inadatti a noi e siamo convinti che abbia scelto la persona sbagliata. Così, anziché scegliere di sottometterci, preferiamo ancora una volta la strada della fuga, alla ricerca di un nascondiglio.
Ma Dio, che si è sempre mostrato misericordioso verso l’uomo, ben consapevole dei suoi limiti, decide di accettare la sua richiesta e sceglie dei profeti che facciano da mediatori tra Sé e l’uomo. Ma neanche questo secondo metodo di Dio di rivelarsi, scelto dal popolo stesso, soddisfa Israele. Infatti, in tutta la sua storia, i profeti, che erano scelti per portare la voce di Dio fra la gente, la maggior parte delle volte divenivano vittime di persecuzioni, torture ed uccisioni, a causa di un popolo incapace di ascoltare e sottomettersi al volere divino.
Ma Dio, ancora alla ricerca di un sistema diverso per avvicinarsi all’uomo, utilizzò l’estremo rimedio, scegliendo di farsi uomo e vivere tra la gente ora uguale a sé. Finalmente il popolo poteva vedere Dio faccia a faccia, poteva comunicare direttamente con Lui, udendo delle parole chiare dalla sua stessa bocca, senza temere di rimanere folgorato dalla Sua natura sovrumana. E, invece, non fu così, il popolo ancora una volta non accettò il messaggio di Dio, né la Sua presenza, per lui così fastidiosa ed impegnativa, così fuori da ogni ragionamento umano. Ora però era tutto più semplice, perché Gesù non era altro che un pover uomo. Non era necessario fuggire dalla Sua presenza, nascondersi in qualche rifugio sicuro, era più semplice eliminarlo una volta e per tutte attraverso la Sua morte. Ma il piano di Dio è andato al di là della stupidità umana ed, infatti, per il Padre, la morte del figlio, non rappresentò la separazione estrema e definitiva dall’uomo, ma questo sacrificio rappresentò il nuovo accesso per una comunione eterna e profonda tra uomo e Dio. Ora per chiunque è possibile avere accesso direttamente al trono del Signore, senza dover temere la morte, perché Gesù ci accompagna, né la vergogna, perché Gesù ci purifica, né la volontà di Dio, perché Gesù ci aiuta ad accettarla. Ora la strada verso la presenza di Dio è chiara ed è spianata davanti a noi. Eppure l’uomo sceglie ancora di voltare le spalle e fuggire. Ma come nella storia di Israele c’era sempre qualcuno che non temeva, nonostante i pericoli a cui andava incontro, di incontrare Dio, come Enoc, che camminò per trecento anni al Suo fianco fino ad essere rapito, come Abramo, Mosè, Samuele e gli altri profeti, così anche ai nostri giorni, è un privilegio poter far parte di quei pochi che hanno il coraggio di accostarsi al Signore e vivere presso di Lui, perché sanno che non esiste un luogo dove possano stare meglio. Possa essere ogni giorno il mio desiderio e quello di chiunque leggerà questa meditazione quello di albergare ai piedi del trono, di avere piena comunione con il Signore ogni ora della nostra vita, dove ogni timore e spavento svanisce e rimane solo il Suo amore che ci avvolge pienamente.
Il volo della speranza
“Ma quei che sperano nell’Eterno acquistano nuove forze, s’alzano a volo come aquile;
corrono e non si stancano, camminano e non s’affaticano”.
Isaia 40:31
Alzarsi in volo come un’aquila… chi non l’ha sognato almeno una volta nella vita! Sentire il proprio corpo divenire ad un tratto leggero, mentre rimane sospeso nel vuoto, mentre delle ali forti e robuste ci sollevano e ci portano in alto. Potersi innalzare al di sopra di tutto ciò che ci circonda e vedere le cose grandi intorno a noi divenire sempre più piccole, insignificanti, fino a sparire, perdendosi nella bellezza di uno spettacolo mozzafiato. E’ incredibile come una qualsiasi cosa possa assumere un significato del tutto diverso a seconda della prospettiva cui viene osservata. Un palazzo immane e gigantesco può sembrare un puntino insignificante se visto dall’alto.
Se l’esperienza del volo ai nostri giorni può essere fisicamente sperimentata da qualche persona audace che abbia abbastanza coraggio da lasciarsi trasportare da uno dei più moderni velivoli, spiritualmente questa esperienza è riservata a chiunque abbia imparato a sperare nel Signore.
La speranza è una virtù eccezionale. Citata insieme all’amore e alla fede in Corinzi 13:13, la speranza viene presentata dall’apostolo Paolo come una delle tre cose che più è destinata a durare. Può essere considerata come un’arma invincibile in mano di chi la possiede.
Quando leggo questi versi posso immaginare i giovani di cui si parla. Li immagino come un esercito forte e valoroso di fronte al quale tutto è destinato a piegarsi. Un esercito di giovani determinati a proseguire il loro cammino o la loro corsa senza stancarsi e fermarsi per riposare. Ma, se pure appare tanto facile nella nostra mente raffigurare l’immagine di questi giovani, sembra altrettanto difficile trovare nella realtà dei nostri giorni dei giovani capaci di rispecchiarla appieno. Il giovane di oggi si ritrova catapultato in una società che gli chiede di cavarsela sempre da solo, con poco tempo a disposizione per ascoltarlo e tante richieste e aspettative da investire su di lui, di cui viene rivestito quotidianamente, come con un abito il cui tessuto è composto da macigni da trascinarsi dietro. Non riesce a trovare nulla di promettente e sicuro nel suo domani, che viene vissuto come qualcosa che produce molte incertezze e paure, spingendolo a trascinare i suoi passi verso l’incerto, piuttosto che camminare a passo svelto verso una meta chiara. Il giovane di oggi è stanco, fermo, perde tempo chiuso nella propria stanza davanti al computer, vagando alla ricerca di qualcosa che lo aiuti a distrarsi almeno per qualche ora. Il giovane di oggi non è considerato come il motore della società, ma come un peso da collocare non si sa bene dove e per quanto tempo. E’ un individuo deluso, privato del suo entusiasmo, derubato del suo vigore da droghe che annebbiano la sua mente e lo illudono di trovare un’esistenza migliore in una realtà parallela e immaginaria. E’ disposto a farsi bruciare il cervello o il fegato pur di provare qualche emozione. Ha perso gli ideali, i sogni, i valori per cui credere e combattere. Non ha mete da raggiungere, non ha obiettivi per cui valga la pena continuare a camminare. Gli viene insegnato a non credere che valga la pena credere nel matrimonio, e per questo combattere contro le avversità che gli si scagliano contro, perché è più comodo avere relazioni meno stabili che possano essere facilmente interrotte non appena si rendano scomode. Gli viene insegnato che non è bello avere figli per cui fare dei sacrifici e affrontare rinunce, perché è più comodo continuare a occupare lui il ruolo da figlio, lasciando che i propri genitori si occupino di lui anche in età ormai matura. Non è necessario neanche ottenere un posto di lavoro scomodo e faticoso, perché è meglio aspettare che si presenti un’opportunità più propizia e vantaggiosa. E così se ne sta con le mani in mano, fermo ad oziare. Il giovane di oggi è inerme, impigrito, trascurato.
Ciò che il giovane di oggi ha completamente perso è la speranza. D’altra parte in cosa dovrebbe ancora sperare? La vita lo delude continuamente. Quali sogni in cui poter credere ancora, quali obiettivi sarebbero abbastanza preziosi da dover combattere per il loro raggiungimento?
La vera speranza che il giovane ha bisogno di ritrovare è nel Signore. Solo Dio è capace di concedere all’uomo una speranza capace di farlo sollevare al di sopra della realtà che lo circonda, e vedere l’esistenza terrena come qualcosa di miniscolo e poco importante in confronto all’esistenza celeste, meta meravigliosa da raggiungere e conquistare.
E’ la speranza in Dio che ci insegna a sollevare lo sguardo quando siamo stanchi di vedere la nostra vita intrappolata da un circolo vizioso, dove le nostre giornate si ripetono ciclicamente sempre uguali, partendo la mattina da un punto, per avere poi la sensazione in serata di essere ritornati allo stesso punto, pur avendo corso tanto, perché ci insegna invece a riconoscere in ogni nuovo giorno che si presenta un nuovo dono da vivere che porta con se nuove opportunità per vivere una vita semplice ma che piaccia al cuore di Dio.
E’ la speranza che ci spinge a continuare a lavorare per un progetto che ci sta tanto a cuore pur essendo passati tanti anni da quando abbiamo iniziato a porvi mano e non abbiamo ancora visto i risultati che ci saremmo aspettati, perché ci trasmette la fiducia che tutto ciò che facciamo ha valore e produrrà il frutto nella sua stagione, e le nostre aspettative non saranno deluse.
E ancora, è la speranza che ci permette di rialzarci quando cadiamo sconfitti per l’ennesima volta durante la faticosa battaglia tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo realmente, perché ci convince che un giorno la nostra lotta finirà e attraverso Gesù potremo presentarci davanti al Signore invincibili.
E’ la speranza che dà senso alla nostra vita. Risveglia le emozioni, le rende vive, vibranti. Riaccende i nostri sogni, facendoceli sentire più vicini, più realizzabili. Alimenta la nostra fede, quando sembra vacillante ed incerta. E’ la speranza nel Signore che può rendere un giovane dei nostri giorni forte e determinato. Capace di non piegarsi ai compromessi a cui la vita vorrebbe costringerlo ad abbassarsi, perché sa tenere lo sguardo puntato verso l’alto e non trova distrazioni. E’ la speranza che gli permette di correre verso il raggiungimento della sua meta, senza stancarsi quando incontra degli ostacoli che lo vorrebbero fare inciampare.
E’ la speranza che lo solleva in volo quando le preoccupazioni di un futuro incerto lo vorrebbero appesantire e dall’alto le percepisce come piccole ed insignificanti.
E’ la nostra speranza che il Signore è con noi per dirigere la nostra corsa che la rende meno faticosa e pesante e impedisce che le nostre forze vengano meno e ci abbandonino.
E’ lui che afferra le nostre mani e fa dispiegare le nostre braccia in volo e, mentre ci conduce in alto, possiamo abbandonarci serenamente alla sua guida, mentre ci godiamo lo spettacolo della nostra vita vista dall’alto, una meravigliosa vita abbondante della speranza in Cristo.
Le verità del cuore
“O Eterno chi dimorerà nella tua tenda? Chi abiterà sul monte della tua santità?
Colui che cammina in integrità ed opera giustizia e dice il vero come l’ha nel cuore”
Salmo 15:1,2
Tutto il salmo 15 riporta le virtù che sono richieste all’uomo che desidera dimorare nella tenda del Signore, cioè stare continuamente alla sua presenza. Ad una lettura superficiale dei versi sembra non essere poi tanto difficile avere queste caratteristiche ed essere, quindi, graditi agli occhi di Dio. Ma leggendolo più a fondo ed esaminando verso per verso con attenzione, credo che gli atteggiamenti citati siano ai nostri giorni quanto mai rari e preziosi.
In particolare mi piacerebbe oggi considerare queste parole: “dice il vero come l’ha nel cuore”.
Guardando la televisione e, ahimè, soprattutto telefilm per bambini, ci rendiamo conto di quanto la menzogna sia uno dei peccati più comuni, giustificati e quasi ritenuti necessari per la propria esistenza. Si mente su tutto, anche nelle questioni in cui non sembrerebbe essere così necessario. Sembra quasi che queste trasmissioni abbiano proprio la volontà e il fine di insegnare a mentire. Una vera e propria educazione alla falsità, senza la quale sembra impossibile ottenere quanto c’è di meglio al mondo, come il successo, la buona fama, tante amicizie, ecc. Non voglio, tuttavia, in questa occasione parlare della menzogna in generale, le bugie dette per nascondere qualche nostro errore o per ottenere qualche vantaggio per noi stessi, come le scuse che inventiamo per giustificare il nostro ritardo agli appuntamenti o per rifiutare qualche noioso invito, ma voglio parlare della menzogna di cui ci usiamo abitualmente per nascondere le verità del nostro cuore. Quali sono le verità del nostro cuore?
Prima di tutto sicuramente mi vengono in mente quelle che riguardano i nostri sentimenti. Nessuno di noi confessa facilmente i propri sentimenti. Ci sono persone che hanno grande difficoltà ad esprimere il proprio amore anche verso i propri coniugi, verso i figli o verso i genitori. Quanto più è difficile esprimere i sentimenti quando sono negativi. Come dire ad una persona che si dimostra tanto gentile verso di noi e ci telefona spesso per interessarsi di noi, che in realtà la reputiamo terribilmente noiosa e fastidiosa? O confessare al nostro collega di lavoro che si reputa nostro amico che, in realtà, proviamo verso di lui un forte senso di competizione e che non siamo felici della promozione che ha appena ottenuto perché avremmo voluto averla noi? E quanto più i sentimenti sono forti e violenti in noi, tanto più è difficile confessarli, come il disprezzo, la rabbia, l’odio. Ci sono poi dei sentimenti che vengono considerati dei veri e propri tabù: ad esempio l’invidia. Chi confesserebbe di desiderare ciò che appartiene ad altri? Dire ai nostri amici che siamo invidiosi perché posseggono una macchina o una casa più bella della nostra o peggio ancora che siamo invidiosi di ciò che loro sono e che noi non siamo capaci di essere sarebbe come ammettere che ci reputiamo inferiori a loro e, quindi, di minor valore. O la gelosia. Forse è facile ammettere la gelosia verso il nostro patner, ma quanto è difficile ammetterla quando invece è rivolta, ad esempio, ad una nostra amica che trascorre molto tempo al telefono con un’altra nostra amica in comune, o ai nostri genitori che reputiamo che rivolgano più attenzioni ai nostri fratelli o peggio ancora verso i nostri figli quando sembra che preferiscano stare con nostra suocera piuttosto che con noi. Ammettere la gelosia è come ammettere che non possiamo fare a meno di un’altra persona e che la vorremmo tutta per noi. Spesso per nascondere tutti questi sentimenti non mentiamo solo con le parole, ma anche con semplici gesti. A volte per esempio, facciamo un sorriso ad una persona che non sopportiamo, camminiamo a braccetto con chi in realtà vorremmo che inciampasse e si facesse male, o facciamo complimenti a chi vorremmo insultare. E non credo, in questi casi, che si tratti di ipocrisia, ma di una reale difficoltà nell’esprimere ciò che proviamo.
Altre verità del cuore riguardano le nostre emozioni. Non è facile confessare le emozioni che in certe circostanze prendono così possesso di noi quasi da farci stare male. Non posso mai scordare come ho imparato a nuotare. Avevo circa dieci anni quando una mia compagna di scuola con cui ero andata al mare e che praticava il nuoto da tantissimi anni mi chiese se sapevo nuotare e se volevamo andare dove non si toccava il fondo. Io naturalmente non riuscii ad ammettere che non mi ero mai allontanata più di un metro dalla riva e che non ci avevo mai neanche provato a nuotare, e dissi che sapevo nuotare benissimo. Così spinta dall’orgoglio, dalla vergogna e da tanta incoscienza imparai a nuotare all’istante e mi spinsi a largo. Ma ho corso un grande rischio: sarei potuta annegare. Quanto ci è difficile, in certe circostanze, ammettere di provare vergogna, o paura, o tristezza e mentiamo spudoratamente, fingiamo di non conoscere neanche queste emozioni, per dare un’immagine diversa di noi e farci stimare per quello che in realtà siamo ben lungi dall’essere.
Altre verità del cuore riguardano i nostri peccati. Ahimè, quanti peccati inconfessabili teniamo ben nascosti dentro di noi e mentiamo per difenderci, per non far sapere che siamo stati così deboli da essere caduti. Quanto è difficile ammettere che stanno nascendo in noi dei desideri verso una persona sposata e che stiamo commettendo adulterio nel nostro cuore o ammettere che ogni volta che guardiamo da soli il televisore proviamo la forte tentazione di guardare programmi immorali! O ancora, chi ammetterebbe che proviamo un piacere irrefrenabile nei pettegolezzi e che godiamo nel parlare male degli altri e nel far sapere a tutti i segreti altrui? E quando qualcuno nota in noi qualcosa di strano mentiamo, affermando che stiamo bene, che niente ci turba o peggio, a volte, addirittura testimoniamo pubblicamente che certi tipi di peccati sono banditi dalla nostra vita, quando siamo perfettamente consapevoli che ne siamo ancora del tutto schiavi.
Ma perché? Perché è così difficile essere sinceri? Perché facciamo così fatica a rivelare agli altri ciò che veramente è nascosto nel nostro cuore?
Perché il più delle volte dire la verità fa male, fa male a che la dice e fa male a chi se la sente dire. In Geremia 17:9 è scritto che “il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente maligno” e, purtroppo, ne siamo perfettamente consapevoli per quanto riguarda il nostro, ma non vorremmo che lo sapessero anche gli altri. Sentimenti, emozioni, peccati, si agitano in noi e ci tormentano, fanno talmente tanto rumore che siamo convinti che chiunque li possa sentire, e così gridiamo più forte le nostre bugie, per mascherare una realtà che a noi per primi non piace.
Non così l’uomo che vive nella tenda del Signore. Lui non mente e dice il vero, come è nel suo cuore. Lui non teme le verità del suo cuore, non le maschera. Prima di tutto perché il suo primo scopo è quello di piacere a Dio e non esiste al mondo un abile mentitore capace di mentire a Dio. Il Signore conosce il nostro cuore, a Lui nulla può essere nascosto. Per quanto possiamo cercare scuse e giustificazioni per noi stessi, Lui sa esattamente le motivazioni più recondite e gli intenti più intimi che ci spingono ad agire. L’uomo di Dio lo sa ed ha imparato ad accostarsi al Signore col suo cuore sporco per permettergli che sia purificato.
Oltre a ciò l’uomo secondo Dio sa che se in un primo momento la verità confessata sembra che rechi del dolore a noi stessi e agli altri, col tempo porta ad una guarigione totale. Non è capitato forse a ciascuno di noi che nel preciso momento in cui abbiamo confessato un peccato o una colpa, ci siamo sentiti istantaneamente liberati una volta e per sempre? La verità porta alla libertà. Non siamo più schiavi di ciò che agita il nostro cuore, ma sono i nostri sentimenti e le nostre emozioni ad essere dominate da noi, attraverso l’opera che permettiamo a Dio di compiere.
Credo che ciascuno di noi vuole abitare sul monte della santità di Dio, piacere a Lui e rispecchiare tutte le virtù dichiarate dal salmo 15, allora cominciamo a portare alla luce le verità del nostro cuore e qualora non siano eccellenti, lasciamo che la preghiera e la Parola di Dio le affini, le purifichi, le trasformi per la Sua lode e gloria.
Sogni troppo alti
“O Eterno, il mio cuore non è gonfio di superbia e i miei occhi non sono alteri; non attendo a cose troppo grandi e troppo alte per me. In verità ho calmata e quietata l’anima mia; come è quieto il bimbo divezzato sul seno di sua madre. Quale è il bimbo divezzato, tale è in me l’anima mia. O Israele spera nell’Eterno da ora in perpetuo.”
Salmo 131
Questo piccolo Salmo parla profondamente al mio cuore. I suoi versi sono ricchi di un messaggio chiaro e diretto e ci spingono a riflettere sull’umiltà. L’umiltà è una virtù difficile da conquistare per l’uomo. La prima difficoltà si incontra già nel desiderarla. Desiderare di essere umili è già di per sé un desiderio in controtendenza nell’opinione comune dei nostri giorni. La maggior parte delle trasmissioni di cui siamo spettatori, sono ricche di messaggi che invitano le persone ad avere grandi sogni nella propria vita ed essere pronti a pagare qualsiasi prezzo pur di realizzarli. Così, se sei una brava casalinga, dedita alla famiglia, sbagli a sentirti soddisfatta, devi aspirare a qualcosa di più alto, perché a cosa serve se dai anima e corpo per amare tuo marito e i tuoi figli, se il resto del mondo non saprà mai chi sei e non si ricorderà di te il giorno in cui morirai? E perché essere un semplice operaio, sempre puntuale e felice di portare a casa il salario necessario per provvedere ai bisogni della famiglia, quando dovresti aspirare a lavori meno faticosi che possano arricchirti in fretta? Che importanza ha, poi, se per raggiungere i tuoi obiettivi devi accettare compromessi, cercare sotterfugi, scavalcare i tuoi colleghi, rinunciare alla tua etica e ancora più amaro, ferire chi ti ama, togliere tempo alle persone più care e lasciare i tuoi figli a giocare da soli. L’importante è raggiungere i tuoi sogni e, più alti e irraggiungibili sono, maggiore sarà la soddisfazione che proverai un volta raggiunti. Questi sono i messaggi che ci vengono trasmessi ovunque e continuamente. Ma siamo sicuri che sia davvero così?
Una volta parlavo con un mio amico che mi diceva amareggiato: “Ho quasi quarant’anni e ancora non ho realizzato niente nella mia vita!” E gli ho risposto scioccata: “Non hai realizzato niente? Ma guardati: hai una casa di tua proprietà, una moglie che ti ama, due splendidi figli, un lavoro sicuro e la possibilità di fare nel tuo tempo libero le attività che ti piacciono di più. La maggior parte degli uomini ai nostri giorni alla tua età non ha niente di tutto questo.” A cosa aspira il cuore umano? Cosa vuole veramente per se stesso? Perché non riusciamo ad essere pienamente contenti di ciò che abbiamo, specialmente quando ce lo siamo conquistato con fatica, piuttosto vogliamo sempre qualcosa in più? E’ possibile davvero che la felicità possa essere riservata solo a chi ha successo, è ricco, ha potere e fama? Eppure, quanta gente infelice vediamo sfilare nel mondo dello spettacolo! Magari noi pagheremmo oro per occupare il loro posto, mentre nell’intimo del loro essere loro stanno forse meditando su come mettere al più presto fine alla loro esistenza.
Il salmista invece dichiara: “Non attendo a cose troppo grandi e troppo alte per me…”. Che grande umiltà che traspare da questi versi! Chi ammetterebbe mai che ci sono delle cose troppo elevate per noi, cose che non potremmo mai raggiungere. Il messaggio moderno è: “Niente è irraggiungibile per te. Tu puoi tutto!” Il messaggio del salmista: “Io non sono niente, non mi permetto neanche di avere sogni troppo elevati”. Potremmo pensare che sia un uomo rassegnato, un fallito, una persona insignificante, se non continuassimo a leggere i versi che seguono… “ho quietata e calmata l’anima mia come è quieto il bimbo divezzato sul seno di sua madre”. Si fa presto chiara in me l’immagine di un bambino che dorme fra le braccia di sua madre. Certamente non è un’immagine che mi suscita un senso di fallimento, insoddisfazione, povertà d’animo. I bambini così piccoli, ancora non contaminati dai messaggi che l’ambiente intorno detta loro, non pensano al loro futuro, non hanno sogni, né aspirazioni, desiderano solo giocare, essere felici, e quando sono stanchi la loro più grande felicità è trovare riposo nelle braccia amorevoli della loro mamma.
Il mio intento attraverso questa meditazione, non è quello di condannare chi ha dei sogni, degli obiettivi, delle mete da raggiungere nella propria vita. Credo, infatti, che essi siano importanti e fondamentali nella vita di ciascuno di noi. Ciò che condanno è la ricerca continua e insaziabile di qualcosa in più, quella ricerca che spesso si trasforma in ossessione, che ci spinge ad una corsa affannosa e ricca di ansie e preoccupazioni. I nostri sogni arricchiscono la nostra vita e sono importanti per la nostra crescita interiore, fin quando non diventano nostri nemici, pronti a rubarci i tesori nascosti nelle semplici cose che già possediamo. Un cuore umile trova gioia nelle cose semplici della vita e così sa rendere quieto il suo animo. Riesce ad essere soddisfatto di ciò che ha, senza provare l’oppressione di dover avere di meglio e così i suoi pensieri trovano la calma. Se cade trova in Dio la forza di rialzarsi, senza colpevolizzarsi troppo, perché le sue aspettative verso se stesso non erano eccessive. Il cuore umile non ha grandi aspettative neanche verso gli altri e quindi difficilmente rimane deluso. Il cuore umile ha raggiunto la consapevolezza che è Dio Colui che deve dirigere i nostri passi, che approva o disapprova i nostri progetti, che incoraggia o ostacola i nostri sogni e senza troppa frustrazione è capace di dire: “Ho sbagliato, faccio un passo in dietro”. Il cuore umile sa trovare quiete per il suo cuore fra le braccia del Padre, contento del giorno trascorso e fiducioso per quello che sta per arrivare. Quando siamo umili e docili e ci impegniamo con gratitudine in ogni opera che ci è viene affidata, ci ritroviamo a raggiungere allo stesso modo i sogni che si nascondevano in noi, in modo semplice, però, e non dannoso, né per noi, né per gli altri.
Saremmo indotti forse a pensare che chiunque abbia scritto questo salmo sia una persona insignificante, ben lontana dagli eroi che hanno fatto la storia o che echeggiano nei più famosi romanzi, una persona di cui mai nessuno si ricorderà o parlerà dopo la sua morte, ed invece, le sue parole sono state scritte nel libro più importante della storia umana e dopo migliaia di anni ancora hanno parlato per molti giorni al mio cuore, fino a spingermi oggi a scrivere questa semplice meditazione.
Un’opera sconosciuta
Come tu non conosci la via del vento, né come si formino le ossa in seno alla donna incinta,
così non conosci l’opera di Dio che fa tutto”.
Ecclesiaste 11:5
Osservando quotidianamente la natura intorno a noi, non ci capita di rado di accorgerci con stupore di quante trasformazioni avvengano senza che ce ne accorgiamo. Solo un mese fa quando mi affacciavo dalla finestra potevo vedere tanti alberi secchi, che sembravano morti, completamente privi di vita. Oggi mi affaccio e vedo un bosco rigoglioso, ricco di foglie verdeggianti e dai più svariati colori primaverili. Quando è avvenuto un tale cambiamento? Sembra essere avvenuto da un giorno all’altro senza che neanche me ne accorgessi. Eppure ogni giorno trascorro diversi momenti della giornata a mirare il paesaggio. E che dire del seme piantato nel terreno, che per diversi giorni sembra non dare alcun segno di vita e sembra inutile lo sforzo del contadino fin quando, improvvisamente, si vede spuntare una piccola piantina, che in breve diventerà una pianta ricca di frutto? E ancora, come non rimanere stupiti di fronte allo spettacolo di un piccolo bruco che, nascosto dentro un bozzolo, sembra completamente privo di vita, mentre nella realtà sta vivendo uno dei più stupefacenti miracoli della natura, attraverso una metamorfosi che lo renderà una meravigliosa farfalla, libera di volare? E così, senza voler dare una spiegazione scientifica a tutto ciò, perché poco ci importa, è meraviglioso vedere come il corpo di una donna si trasforma, sapendo che dentro di lei si stanno formando le ossicine di una piccola creatura. Molte cose in natura prendono vita, si trasformano, crescono, cambiano colore, aspetto, dimensioni, subiscono un cambiamento lento e nascosto, mentre sembra quasi che il prodotto finale che si è ottenuto sia comparso improvvisamente dal nulla. Quanto spesso è così simile l’opera di Dio! A volte Dio opera nel cuore dell’uomo in modo nascosto, lento, silenzioso e, così, potremmo ritrovarci a celebrare l’eccellenza di un miracolo che ci sembra improvviso e istantaneo, quando nella realtà è frutto di una trasformazione e di un processo che ha richiesto anni di lavoro costante di modifiche e correzioni. Possiamo vedere improvvisamente un nostro amico convertirsi durante una riunione speciale di evangelizzazione e chiunque, osservandolo, sarebbe spinto a credere che si sia arreso ad un’azione istantanea di convincimento da parte dello Spirito Santo, mentre nel nostro intimo sappiamo che da lunghi anni ormai parlavamo di Dio a quella persona e pregavamo con costanza. Ma perché a volte Dio agisce in modo segreto e lento? Riflettendo su questa domanda mi viene da pensare che non è Dio ad aver bisogno di tempo per operare, ma è l’uomo che ha bisogno di tempo per essere trasformato. Il Signore non è un Vasaio incapace di creare un vaso perfetto, è l’argilla che è informe e molliccia ed ha bisogno di essere modellata per trarne qualcosa di buono. Non è l’Architetto della nostra esistenza che ha sbagliato a calcolare le misure e la resistenza della nostra casa, ma è il materiale che abbiamo scelto per costruirla che era scadente e difettoso e per questo è piena di crepe e spaccature, un materiale che forse avevamo scelto per abbreviare i tempi o ridurre i costi. Quante resistenze poniamo davanti all’azione di Dio sul nostro carattere, il nostro modo di agire, di pensare, di amare! Spesso diciamo; “Caro Dio, fin qui puoi lavorare su di me, in quest’altra zona, invece, è meglio che tu lasci stare, perché a me piace così.” Ma se qualcuno sta segretamente pregando per noi, intercedendo perché possiamo essere trasformati dalla potenza di Dio, oppure se noi stessi riconosciamo ogni giorno che il Signore possa eliminare ora quel difetto ora quell’altro dalla nostra sporca e difettosa esistenza, allora il Signore agisce lentamente, aiutandoci a vincere un giorno una tentazione assillante, un altro giorno la nostra totale perdita di autocontrollo, un altro giorno abbassa un po’ il nostro orgoglio, un altro giorno dà una limatina ad una gobba spirituale spaventosa, che stava curvando la nostra schiena, impedendoci di stare ritti davanti alla Sua presenza. A volte ci ritroviamo per anni a lottare fino all’estremo delle nostre forze per la risoluzione di un problema che ci assilla, ci tormenta, non ci lascia vivere serenamente, ed invochiamo quotidianamente l’intervento di Dio, che sembra indifferente, che non agisca e se ne stia in disparte e poi, un bel giorno, ci accorgiamo di essere finalmente liberi da quello stesso problema, senza capire bene cosa sia accaduto. In realtà il Signore agisce così: ascolta subito le nostre preghiere, ma agisce segretamente, in modo sconosciuto agli occhi umani che, a volte, possono solo limitarsi a godere del prodotto finale. Dio è instancabile, non si ferma mai, agisce nei cuori e nelle menti della gente predisposta a lasciarlo lavorare, ma non ha fretta, si prende il tempo necessario, per curare i piccoli dettagli, per correggere i difetti minuscoli, affinché si riconosca che il Suo lavoro è perfetto e ben riuscito. Questa consapevolezza, ogni volta che guardo allo specchio la mia vita e sento lo sconforto farsi spazio tra le mie emozioni, perché mi sento ancora mancante in tante cose, mi riempie di fiducia, perché so che Dio, comunque è già all’opera con le Sue meravigliose e perfette mani plasmatrici.
Uno sguardo intento
… mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono solo per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne!
II Corinzi 4:18
La maggior parte delle volte il nostro sguardo è direzionato dal nostro desiderio. I nostri occhi guardano ciò che i nostri desideri suggeriscono di osservare. Può capitare che, a volte, ci volgiamo qua e là distrattamente senza voler osservare qualcosa in particolare, ma quando il nostro sguardo è intento e concentrato sull’osservazione di un oggetto specifico generalmente è perché i nostri occhi lo desiderano. E più grande è il desiderio dell’oggetto in questione, maggiore sarà l’intensità del nostro sguardo. Come non sorridere benevolmente davanti ad un giovinetto che, sebbene alla presenza di tanti amici, non riesce a controllare il suo sguardo sempre alla ricerca della sua amata, e la osserva continuamente, senza lasciarsi distrarre da null’altro! I suoi occhi cercano l’amata del suo cuore, ciò a cui i suoi desideri sono rivolti. Probabilmente l’apostolo Paolo quando parla in questi versi di uno sguardo intento alle cose invisibili, non sta parlando dei nostri occhi fisici, ma dei nostri desideri, che dirigono i nostri occhi.
Verso cosa è protratto il tuo sguardo? Quali sono le perle preziose che attraggono avidamente i tuoi desideri, abbagliando così forte i tuoi occhi da renderli del tutto ciechi di fronte al resto?
Vorrei considerare oggi solo alcune delle “cose visibili” verso cui lo sguardo umano è spesso rivolto, con il desiderio di sollecitare ognuno di noi a predisporsi ad un’attenta analisi della direzione verso cui noi stessi siamo protesi.
Forse oggi il tuo sguardo è fisso su te stesso. Credo che la vanità sia una caratteristica propria dell’uomo, ma mai come in questi giorni sembra che stia arrivando all’esasperazione. Il nostro aspetto fisico sembra essere l’unico biglietto d’accesso nell’accettazione della società. E’ difficile trovare degli occhi che sappiano guardarsi allo specchio e mantenere un atteggiamento equilibrato: essere soddisfatti di se stessi senza stimarsi oltre misura. La maggior parte di noi si guarda allo specchio o gloriandosi beatamente di ciò che si è, sentendosi sempre un gradino più in su rispetto a tutti gli altri, o disprezzandosi completamente, condannandosi ad una frustrazione penetrante che spinge alla ricerca di ogni mezzo per poter migliorare la propria immagine. Lo sguardo è talmente fisso su quello specchio che tutto il resto perde importanza, trascurando così il nostro sapere, il nostro carattere, le nostre virtù, la nostra anima a cui diamo un’importanza talmente limitata e di second’ordine quasi da dimenticarcene completamente. Tutto decade di fronte al nostro aspetto esteriore, perché è la prima cosa che gli altri vedono di noi e riteniamo che il loro giudizio verso di noi si fonderà istantaneamente e per sempre solo su di esso. Teniamo fissi i nostri occhi sul nostro aspetto fisico perché vorremmo che sia il più desiderabile possibile e sappia tener fissi su sé altri occhi, che a loro volta non possano più saper guardare altrove. Quale inganno fatale, che non porta ad altro che ad una perenne insoddisfazione!
Oppure il tuo sguardo è fisso sugli altri. Conosco gente che vive solo di paragoni e se le si togliesse la possibilità di paragonarsi con gli altri penso che smetterebbe di vivere. I loro occhi sono volti sempre a guardare quello che fanno gli altri, cosa mangiano, come si vestono, come spendono il loro denaro, come trascorrono il tempo libero e dove vanno a trascorrere le vacanze. Uno sguardo talmente acuto da saper vedere anche il più piccolo e insignificante difetto, invisibile a chiunque altro, ma che loro sanno vedere, disprezzare, giudicare e condannare con così grande abilità da far provare paura di essere sottoposti (e comunque lo si è sempre) allo stesso processo. Nessuno può sfuggire al loro sguardo, al loro irrefrenabile desiderio di giudicare. Ma non è forse solo un compiacente orgoglio, il pensiero di essere migliori e l’inganno di non poter mai essere noi l’oggetto del disprezzo e giudizio altrui a guidare questo atteggiamento? Quale stoltezza umana, vittima della propria compiacenza! O al contrario guardiamo continuamente gli altri perché desideriamo avere ciò che hanno loro, senza mai essere soddisfatti di ciò che abbiamo noi. Questi desideri sono alla radice dell’invidia, uno dei sentimenti più negativi e dannosi, che portata all’esasperazione ci conduce al desiderio della rovina e della distruzione della persona per cui la proviamo e, ahimè, spesso conduce all’attuazione di questi malefici piani. Povero uomo, che si lascia condannare ad una ricerca infinita destinata a rimanere insoddisfatta!
O forse il tuo sguardo non è rivolto né a te stesso, né agli altri, ma semplicemente ai beni materiali che questa vita terrena promette, senza mai regalare. Desideriamo una vita agiata, comoda, che ci conceda tutti gli optional per potercene stare comodamente seduti in poltrona a girare i canali della nostra esistenza. Solo che i tasti del telecomando non sono selezionati da noi, ma di chi, a nostra insaputa, dirige i nostri desideri, presentandoci ora un’automobile super accessoriata, lussuosa e sicura, ora una bottiglietta d’acqua che rivoluzionerà la nostra esistenza, garantendoci a vita salute e benessere, ora una vacanza da sogno su un’isola sperduta, ora un massaggiatore elettrico da portarci sempre dietro che risolverà tutti i tuoi problemi esistenziali. Così l’uomo, con l’intento di possedere più comodità, si alza dalla sua poltrona ed è disposto a lavorare dieci ore al giorno, si indebita e affronta sacrifici sproporzionati per assicurarsi quel bene, finché un altro canale sarà girato e la ricerca avrà un nuovo inizio. Poveri occhi umani, così facili da ingannare e da soggiogare da un padrone che si diverte a girare i canali sempre più freneticamente, finché il nostro cervello non perde completamente il controllo e la razionalità.
Ed infine, tristemente, spesso il nostro sguardo si fissa su cose a noi proibite. Gli occhi di Eva nel giardino dell’Eden, padrona di un paradiso meraviglioso creato appositamente per lei, dove tutto le era sottoposto e tutto era in funzione della sua sussistenza e del suo benessere, erano rivolti verso l’unica cosa che le era negata, l’unico frutto proibito, perché dannoso e letale. I suoi occhi erano fissi su quell’albero, i suoi desideri giravano sempre attorno a quel frutto così bello, succoso e desiderabile. Uno sguardo intento, fisso, dettato da un desiderio insistente, assillante, soffocante, a volte ossessivo. Quante volte pur avendo tutto, i nostri occhi sembrano attratti, senza capire le motivazioni, proprio da quell’unica cosa a noi proibita. Si chiama tentazione! Il desiderio di quella cosa, o persona, ci assilla, ci tormenta, non possiamo e non vogliamo vedere nient’altro. Il nostro pensiero è fisso, è ossessionato, fino a che non ci arrendiamo alla battaglia, e strappiamo quel frutto dall’albero, lo mordiamo e precipitiamo in un angoscioso senso di fallimento, e quel gusto che avevamo bramato, credendolo tanto appetitoso, si rivela amaro e disgustoso, il gusto del rimorso e del pentimento, per un gesto che non potrà essere più cancellato. Si chiama peccato.
L’apostolo Paolo aveva lo sguardo rivolto altrove. Un desiderio fisso, lo sguardo intento alle cose invisibili, che questo mondo non riesce neanche a sognare, talmente sono grandi. Non credo che egli si riferisca alle virtù, ai sentimenti, alle doti che possiamo già avere e sviluppare su questa terra, credo che si riferisca alla realtà gloriosa che ci aspetta nell’eternità. Tutte quelle cose, quei doni, le realtà che non possiamo neanche immaginare, perché fuori dai limiti del pensiero umano. Quando i desideri spirituali dell’uomo si lasciano attrarre da queste promesse, il suo sguardo diventa fisso, intento a scoprire, a sognare ed ogni azione è rivolta al loro raggiungimento. Ogni sforzo sembra meno faticoso, ogni sacrificio appare meno costoso, ogni rinuncia sembra insignificante. Le altre cose terrene, la cura della nostra esteriorità, la critica spietata verso gli altri, i beni materiali pubblicizzati a dismisura, le cose proibite, diventano piccoli e insignificanti, a loro volta invisibili per il nostro sguardo ammagliato da ciò che va oltre, che ci spinge a tenerlo verso l’alto. Non è fanatico bigottismo o ipocrita religiosità, ma una reale motivazione per la propria esistenza, verso cui tutto è rivolto e acquista senso. Tutta la vita terrena è protratta verso la futura vita promessa.
Certo tra tutte queste cose invisibili che attraggono i desideri di un credente, non riesco ad immaginare nulla di più desiderabile, glorioso ed eterno, che la sembianza del mio amato Gesù, da cui non voglio e, come solo un cuore innamorato può capire, non potrò più distogliere lo sguardo.
Il canto del riscatto
“Ed egli va cantando fra la gente e dice:
“Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo.”
Giobbe 33:27
Il discorso del giovane saggio Elihu, riportato nel capitolo 33 di Giobbe, è un brano che ha sempre saputo parlare al mio cuore, sin dai primi anni della mia adolescenza. Mi ha incoraggiato e risollevato in diverse fasi difficili della mia vita, quando ho attraversato dei momenti critici da cui non sapevo come poter uscir fuori; il tutto era causato da una dura battaglia contro il peso delle mie colpe. Credo che sia uno dei passi della Bibbia che meglio dà una descrizione così chiara e precisa del processo della salvezza, la trasformazione che vive il peccatore che riceve il perdono eterno di Dio.
Forse una delle cose che più irrita l’uomo è ricevere delle accuse, o peggio delle punizioni, immeritate. Credo sia capitato a chiunque, almeno una volta nella vita, di essere stato accusato ingiustamente. Forse a scuola siamo stati accusati di aver copiato i compiti da qualcun altro, o a lavoro qualcuno ha commesso una negligenza e noi ne abbiamo pagato le conseguenze o fra gli amici si è sparsa una cattiva voce che ci riguarda, ma che è completamente falsa. Ci sono persone che scontano tutta la loro vita in galera per dei reati che non hanno mai commesso. Inizialmente cerchiamo di difenderci in ogni modo, dichiariamo la nostra innocenza portando con noi degli alibi, ma ci accorgiamo che l’accusatore ha già deciso di non crederci e qualsiasi giustificazione porteremo a nostra difesa non sarà sufficiente a cambiare un’idea già data per vera e una sentenza già decretata. Quanta rabbia produce in noi un’ingiustizia subita! Se sia una reale ingiustizia o solo secondo il nostro punto di vista non ha importanza, comunque sentiamo maturare in noi dei sentimenti ostili, che diventano sempre più forti e assillanti, che spesso si trasformano in un forte desiderio di vendetta verso chi ci ha rivolto le accuse o è stato la causa dell’ingiustizia subita. E’ qualcosa che proprio l’uomo non accetta: l’accusa ingiusta.
Ma oggi voglio parlare della situazione opposta, che forse a pochi è capitato almeno una volta nella vita, perché è realmente raro che accada: non scontare la propria punizione perché qualcun altro lo fa al nostro posto. In questo caso sappiamo bene di aver sbagliato, conosciamo bene il nostro reato, ma al momento della sentenza veniamo dichiarati innocenti, non perché il giudice non ha compreso la nostra colpevolezza o perché un abile avvocato ci ha messo fuori dai guai, ma perché qualcuno si offre volontario di andare in prigione al posto nostro o mette a disposizione il suo denaro per pagare la nostra cauzione. Quale sarebbe in questo caso la nostra reazione? Quali sarebbero i sentimenti che nascerebbero in noi? Se nel caso di una accusa ingiusta proviamo facilmente rabbia, nel caso di una grazia concessa, come reagiremmo?
Facciamo un passo in dietro. Abbiamo commesso un grave errore, che a noi sembra irreparabile: abbiamo tradito una persona che amiamo, ci siamo lasciati corrompere per ricevere dei compensi illeciti, abbiamo mentito per coprire una nostra colpa e la nostra menzogna ha danneggiato qualcun altro, ecc., per non parlare di altri casi più gravi come aver perso tutti i nostri averi nel gioco, non aver restituito i soldi di un debito che avevamo chiesto a persone gentili che ci volevano aiutare, aver consumato la nostra vita nell’alcool e nella droga. Ora il senso di colpa ci perseguita giorno e notte. Il primo sintomo del nostro malessere interiore è l’insonnia. Sembra che la notte sia il momento ideale, quando cessiamo dal compiere le nostre frenetiche attività, quando le luci si spengono e le voci intorno tacciono, in cui la voce della nostra coscienza si amplifica, diventa assordante, ci richiama, ci accusa, ci condanna. Ci punzecchia, come se fosse uno spillo posto sotto il materasso, che ci impedisce di trovare una posizione comoda e rilassante, che ci consenta di riposare nel giusto modo. Dopo l’insonnia inizia la mancanza di appetito. I disturbi dell’alimentazione sono quasi sempre i segnali più chiari di un malessere interiore. Cominciamo a rifiutare il gusto di sederci davanti ad una bella tavola apparecchiata e a negare al nostro corpo anche i più piccoli piaceri. A questi si aggiunge il desiderio della solitudine. Perdiamo interesse nella compagnia e tendiamo ad isolarci, forse perché ci vogliamo punire, negandoci dei momenti di divertimento, o perché proviamo un forte senso di vergogna interiore che ci spinge a nasconderci anche davanti agli altri. Pian piano tutti questi disturbi interiori si trasformano anche in disturbi fisici. Proviamo un malessere generale nel nostro corpo, debolezza, dolori sparsi, tachicardia. Ci sentiamo invecchiare precocemente, mentre il nostro corpo deperisce e, guardandoci allo specchio, non sappiamo più riconoscerci. Siamo convinti di essere vicini alla morte, se non pur quella fisica, sicuramente quella interiore. Ma improvvisamente accade qualcosa di inaspettato, insolito, che mai avremmo potuto immaginare: qualcuno prende a cuore la nostra situazione e ci offre il suo aiuto. Un amico forse, un collega a cui non avevamo mai dato molta confidenza fino ad allora, un libro che avevamo tenuto nella nostra libreria, ma che non avevamo mai letto, un estraneo che incrociamo casualmente sul nostro cammino. E sentiamo parlare di perdono, di una nuova vita in cui possiamo trovare riscatto. Ci dice che qualcuno ha già pagato il prezzo delle nostre colpe e se decidiamo di credere in Lui, abbiamo la consapevolezza che non saremo puniti per ciò che abbiamo commesso. Ci dà la buona notizia che possiamo essere riscattati. Improvvisamente si apre davanti noi la strada per una nuova vita. Ci sentiamo rinascere interiormente: proviamo di nuovo un forte amore per la vita, che pensavamo di aver perso per sempre. Proviamo amore per gli altri, con cui desideriamo stare, senza volerci più nascondere. Anche il nostro corpo rinasce: sentiamo di nuovo appetito e la notte dormiamo serenamente, ci sentiamo in salute e pieni di forza ed energia fisica. Ci sembra di essere tornati bambini, pieni di vitalità e di voglia di vivere. Difficile trattenere tutto dentro: sentiamo un desiderio irrefrenabile di voler raccontare la nostra esperienza. E la nostra esperienza si trasforma in un canto, in una danza infinita, che non riusciamo proprio a trattenere.
Descrivendola in questo modo sembrerebbe una bella storia, con un lieto fine, riservata a qualche persona fortunata, sperduta in chissà quale parte del mondo. In realtà è semplicemente la storia di un uomo comune che scopre quanto Gesù ha fatto per ogni essere umano. Lui ha pagato la cauzione delle nostre colpe, è stato punito perché potessimo ricevere il perdono dei nostri misfatti, liberazione dai nostri assillanti sensi di colpa. E, pur nella consapevolezza della sua innocenza, anche da parte dei suoi accusatori stessi, è stato ingiustamente giustiziato. Alla luce di quanto abbiamo considerato insieme, di quanto faccia male essere incolpati ingiustamente, non sembra ancora più meraviglioso il fatto che Gesù abbia scelto di lasciarsi accusare di proposito, perché questo era necessario per il nostro riscatto e la nostra salvezza?
E tu, amico, vuoi davvero fingere che ciò non sia mai accaduto o ostinarti a credere che sia qualcosa che non riguarda la tua vita, continuando ad abbandonarti verso il degrado interiore e fisico che ti condurrà verso la morte, o deciderai di credere, di accettare che qualcuno abbia pagato per te? Non vorresti che i tuoi sensi di colpa lascino il posto alla gioia della profonda gratitudine per un gesto non dovuto da parte di chi ti ha sempre amato? Se sceglierai questa seconda possibilità oggi sicuramente anche tu ti unirai a quel canto così difficile da trattenere: “Avevo peccato, ma non sono stato punito come meritavo!”.
Un’incredibile sorpresa.
“… basta, mio figlio Giuseppe è ancora in vita, io andrò a vederlo prima di morire.”
Genesi 45: 27
A volte la vita ci riserva delle incredibili sorprese, magari proprio quando stiamo arrivando al compimento della nostra esistenza e non ci aspettiamo più che qualcosa di straordinario possa accaderci ancora. Giacobbe aveva per tanti anni pianto la morte del figlio prediletto. Forse tante volte in cuor suo avrà sentito, come tutti i genitori credo che sentano in certe circostanze, rimorso per l’incertezza che avrebbe potuto fare qualcosa in più per impedire che ciò accadesse: se solo non lo avesse mandato a Sichem per assicurarsi che gli altri figli stessero bene, non lo avrebbe perduto; o se lo avesse accompagnato lui stesso, avrebbe potuto difenderlo da quella bestia feroce che lo aveva sbranato. Avrebbe potuto in tanti modi, se fosse stato più attento, più premuroso, impedire la morte del figlio. Ma così non era avvenuto. Era venuto meno nella sua responsabilità di genitore; lo aveva mandato indifeso in pasto ai pericoli della vita. Chissà quali dure afflizioni e condanne Giacobbe rivolgeva a se stesso! Che tormento, che dolore! Ma nel contempo una speranza si nascondeva probabilmente nel suo cuore. Una speranza cercava di gridare più forte rispetto a tutte le altri voci negative. Una speranza assurda, priva di fondamento, insensata rispetto alle ragioni ovvie, obiettive, ragionevoli: nel suo cuore probabilmente sperava che suo figlio non fosse morto e che prima o poi lo avrebbe visto all’orizzonte tornare fra le sue braccia. Chissà quante volte lo avrà aspettato, per quante interminabili ore, giorni, anni. In fondo il suo corpo non lo aveva trovato nessuno. Nessuno era stato testimone e poteva assicurare senza alcun dubbio dell’avvenuta disgrazia. Forse era solo ferito, ma era riuscito a fuggire dalla bestia feroce che lo aveva azzannato. Forse qualcuno lo aveva trovato stanco e privo di sensi e se ne stava prendendo cura e, una volta guarito del tutto, Giuseppe sarebbe tornato a casa. Se io fossi stati Giacobbe sicuramente avrei nutrito questa speranza ogni giorno della mia vita. Ma i giorni passavano e il ritorno dell’amato figlio sembrava sempre più solo un’amara illusione. Finché proprio nel momento in cui sembrava essere vicino alla fine dei suoi giorni, cominciarono ad accadere cose strane nella vita dell’anziano uomo. Una dura carestia aveva colpito il paese e i figli erano stati costretti a recarsi in Egitto per acquistare dei viveri. Tornarono una prima volta affermando che uno dei loro fratelli era stato trattenuto come prigioniero da uno degli uomini più potenti dell’Egitto e che non sarebbe stato rilasciato se i non avessero fatto ritorno con il più piccolo di loro. Ed ora erano tornati portando con loro una notizia davvero assurda: il loro fratello Giuseppe era ancora vivo, era divenuto il secondo uomo più potente dell’Egitto e non aspettava altro che riabbracciare il padre. Solo qualche giorno di viaggio e Giacobbe avrebbe potuto riabbracciare il figlio che aveva sempre sognato di riavere. Ma Giacobbe alla notizia sembrò rimanere di ghiaccio: come credere a questa assurda fantasia? Ormai era vecchio, stanco, affaticato, la vita era sempre stata difficile per lui: inganni, tradimenti, persecuzioni lo avevano sempre accompagnato lungo il percorso della sua esistenza e la possibilità che la morte di Giuseppe fosse frutto di un diabolico inganno da parte dei figli era davvero troppo da credere. Che la vita gli avesse mentito così spudoratamente era una verità forse troppo cruda da accettare. Forse ormai nel suo cuore non desiderava altro che dare fine ai suoi giorni e proprio ora, invece, si faceva strada una nuova speranza pronta a restituirgli vita: la vita del figlio. Ma se questa fosse stata solo un’ulteriore bugia, se i suoi figli avessero escogitato questo piano per convincerlo ad andare in Egitto, dove potevano avere più sicura la vita? Un delusione del genere certamente non lo avrebbe potuto sopportare. Eppure questo potente signore dell’Egitto si era comportato in modo davvero singolare e i figli di Giacobbe erano ritornati con i suoi carri e numerosi doni. Perché mai un estraneo governatore si sarebbe dovuto scomodare a fare una cosa del genere? Forse qualcosa di vero in tutta questa storia c’era e sicuramente valeva la pena crederci. Improvvisamente il cuore di Giacobbe diede un taglio ai suoi tormenti: prese nel suo cuore la risoluzione di voler credere. Disse basta alle sue battaglie interiori, al suo dolore e volle credere che la fine della sua vita sarebbe stata migliore della precedente. Così accettò di compiere insieme alla sua gente il viaggio che lo avrebbe portato al ritrovamento del suo amato Giuseppe.
A volte può capitare anche a noi di aver aspettato per lunghi anni il compimento di una promessa che Dio ci ha fatto. Capita di avere avuto dei desideri nascosti in noi o delle battaglie continue nei nostri pensieri tra ciò che pensiamo di aver perso a causa di una nostra negligenza e ciò che speriamo di ritrovare miracolosamente. Vorremmo sperare, ma abbiamo paura che le nostre speranze saranno ancora una volta disilluse. Finché un giorno, improvvisamente, inaspettatamente ci arriva notizia da qualcuno, portando con sé delle prove inequivocabili, che il nostro più grande sogno si è realizzato. E, oltre a questo, ci fa sapere che le cose sono andate ancora meglio di ciò che avremmo mai potuto immaginare. Non per merito nostro, non per un nostro eventuale contributo, ma per volere di Dio. Ma per godere appieno di questa benedizione occorre che noi compiamo un unico sforzo, l’ultimo viaggio, che noi dimostriamo di credere in quello che Dio ha voluto compiere per noi. In quel momento, però, stranamente, invece di provare gioia o entusiasmo sembriamo assaliti ancora di più da dubbi e paure. Cosa fare? Possibile che sia davvero accaduto? Possibile che qualcuno abbia saputo leggere i nostri desideri nascosti e ci abbia esaudito? In quel momento possiamo lasciarci sconfiggere dal dubbio, paralizzare dalla paura, come solo lei sa fare, oppure possiamo decidere di credere e intraprendere la strada che segue la nostra certezza, la nostra fede che non si tratta di un ulteriore inganno, ma di una meravigliosa realtà.
Giacobbe ha saputo decidersi, ha voluto cacciare dalla sua mente i dubbi e le paure che se avesse ascoltato sicuramente gli avrebbero fatto perdere la gioia di godere dell’incredibile sorpresa che Dio aveva preparato per lui. Prego che Dio dia a ciascuno di noi oggi la certezza di credere in ciò che ci dona e di compiere il semplice gesto di crederci ed afferrarli.
Camminerò con te!
“…noi andremo con voi, perché abbiamo udito che Dio è con voi.”
Zaccaria 8:23
Mi piacciono le parole di questo verso. Esprimono il desiderio di fare lo stesso cammino da parte di chi osserva dall’esterno la vita di un credente, sentendolo forse testimoniare ogni giorno dell’amore profondo di Dio, e osservando il suo comportamento e i suoi atteggiamenti, e si accorge che tutto in lui testimonia di Dio. Oppure non lo conosce personalmente, ma ne ha sentito parlare da qualcun altro che, a sua volta, è rimasto affascinato da un vita trasformata e ripiena della grazia di Dio. Un desiderio di imitare, di fare le stesse scelte, di conoscere lo stesso Dio e di avere le stesse benedizioni. Ci si può chiedere cosa ci sia di tanto straordinario nei figli di Dio che possa essere invidiato e spingere altri a diventarlo. Forse la prima risposta che ci verrebbe in mente è la benedizione di Dio che sperimentiamo ogni giorno e ci riveste come uno scudo. Una benedizione che traspare nei nostri atteggiamenti, nei nostri affari, nella nostra carriera, nei nostri risultati scolastici, nei beni materiali che possediamo: una vita benedetta che tutti ci invidiano. Ma se in questo momento facessimo un esame della nostra vita come figli di Dio, credo che ne risulterebbe che, spesso, siamo più famosi per le nostre disavventure che per i nostri successi, più per le nostre sofferenze che per la nostra felicità, più per le nostre difficoltà che per lo scorrere facile della nostra esistenza. Ci sono stati momenti in cui ero talmente provata e così piena di problemi che mi piombavano addosso da tutte le direzioni che sono diventata oggetto di scherno anche da parte di persone che ritenevo molto care. Eppure crediamo in Dio, ci affidiamo in Lui e da Lui dipendiamo totalmente. Perché allora, a volte, sembra che, invece, di vivere in noi, Dio ci abbia dimenticato completamente? Ho trovato risposta in questi giorni, in cui la mia vita è stata travolta dall’ennesima grande e inaspettata prova. Se Dio è con noi gli altri se ne accorgono perché sappiamo essere diversi sempre, in ogni circostanza e la forza e il coraggio di Dio si manifestano anche nelle più dure battaglie. E’ Dio che vive nel credente che gli permette, anche quando lui stesso è colpito da afflizione, di portare consolazione ad un altro afflitto, che gli dà la forza di sorridere nelle situazioni in cui gli altri riuscirebbero solo a manifestare disperazione, che gli permette di camminare diritto, a testa alta, quando tutti gli altri si piegherebbero dal peso dello scoraggiamento, che gli permette di porgere la mano offrendo qualcosa al bisognoso quando lui stesso è nel bisogno, che gli permette di correre quando gli altri cadono a terra sconfitti, che gli permette di alzare le mani al cielo in arresa quando tutti gli altri si arroccano nella presunzione di voler risolvere i nodi della loro vita da soli. E’ l’amore di Dio che insegna al credente ad amare il nemico che lo ha tradito e porgere la guancia quando riceve schiaffi da chi avrebbe voluto ricevere carezze. La forza del credente non sale e scende a seconda delle circostanze che lo atterrano o lo rialzano, la gioia del credente non va e viene a seconda degli eventi tristi o felici che si alternano, la salvezza del credente non dipende da una fede altalenante che a volta lo porta avanti e a volte lo riporta in dietro. Quando Dio vive nel cuore di un uomo gli altri non possono non accorgersene, non perché vive in un alone di soprannaturalità protetto dal male e dalla tristezza, ma perché vive in mezzo agli altri, sottoposto alle stesse difficoltà e tentazioni, ma non si lamenta, non si scoraggia, non rimane atterrato, anzi eleva il suo canto di lode al suo Dio. E’ allora che gli altri si accorgono che Dio vive in lui e in cuor loro prendono la santa decisione di percorrere la stessa Via maestra, perché è quella la strada della vera benedizione: “Noi verremo con voi perché abbiamo udito che Dio è con voi”.
Compiacere agli uomini o a Dio?
“Allora quelli ripresero a dire in presenza del re: “Daniele, che è fra quelli che sono stati menati in cattività da Giuda, non tiene in nessun conto né te, o re, né il divieto che tu hai firmato, ma prega il suo Dio tre volte al giorno”.
Daniele 6:13
Nelle nostre relazioni umane giornaliere possiamo renderci conto che molti degli atteggiamenti, delle decisioni e dei modi di fare della gente sono fortemente condizionati dal parere altrui. Molte volte agiamo in modi che non ci appartengono o facciamo delle scelte non convincenti per noi stessi, perché ci è stato suggerito da qualcun altro o, più semplicemente, perché sappiamo che piaceremo ad altri e, per acquistarci i loro consenso, ci conformiamo ai loro gusti e desideri, anche se sono diversi dai nostri. Questo avviene per un forte desiderio umano di sentirsi accettati, stimati ed amati. Sicuramente non c’è nulla di male se, di tanto in tanto, vogliamo acconsentire ai desideri altrui, basta che questo non diventi un vero e proprio stile di vita per noi e, soprattutto non ci spinga anche a compiere consapevolmente del male solo per condiscendere al piacere di qualcun altro che non ha il coraggio o il potere di fare quello che vorrebbe far fare a noi. Ci sono persone che conducono tutta la loro esistenza senza esser capaci di agire in base ai propri sogni, desideri o capacità, ma che si sottomettono continuamente al volere altrui, perché incapaci di saper affermare il loro credo. Io sono stata per molti anni una di queste e ne soffrivo terribilmente. Spesso mi sono ritrovata a svolgere compiti o a prendere impegni che non sentivo adatti a me solo perché avrebbero fatto piacere ad altri: i risultati sono quasi sempre stati disastrosi. Credo che Dio abbia dato a ciascuno di noi una chiamata specifica e, se ancora non abbiamo capito quale sia, probabilmente è perché sappiamo ascoltare più la voce degli uomini che quella di Dio e i risultati saranno disastrosi. Nessuno più di stesso dovrebbe conoscere quale è la tua chiamata.
Ora vorrei esaminare con te, caro lettore, tre personaggi della Bibbia che hanno compiuto un grave errore nella loro vita per compiacere ai desideri altrui.
Il primo personaggio che mi viene in mente è il re Dario, secondo il racconto riportato in Daniele 6. Questa storia ci mostra come i capi e i satrapi al tempo del re Dario, per invidia nei confronti di Daniele in esilio che prosperava al di sopra di tutti, convinsero il re a firmare un decreto in cui vietava a chiunque di pregare qualsiasi altro dio al di fuori di lui stesso, sapendo bene che Daniele non si sarebbe mai sottomesso a tale divieto. Il re firmò senza indugio questo decreto e, probabilmente se ne sarà compiaciuto, finché non ha compreso che era stato ingannato e che questo divieto avrebbe colpito uno dei suoi uomini preferiti. Il testo ci mostra come a questo punto il re cadde in una forte amarezza e in un duro combattimento perché amava Daniele e non voleva la sua morte. Si prese del tempo per decidere; probabilmente si studiò di trovare degli stratagemmi per salvare Daniele, ma non gli venne in mente forse quello più scontato e, cioè, che lui era il re e poteva annullare o modificare ogni decreto, come infatti in seguito fece. Ma perché non lo annullò subito, salvando Daniele? Davvero non lo fece perché quel decreto non poteva essere annullato? Secondo un mio parere personale non lo annullò subito perché non voleva contraddirsi, rimangiarsi una parola data e sottoscritta, una promessa fatta forse troppo frettolosamente e mostrare agli altri di essere irresponsabile o incoerente; in parole semplici non voleva fare una brutta figura. Per compiacere agli altri mandò Daniele nella fossa dei leoni anche se questo gli procurò un forte tormento, una notte insonne e un digiuno. Ora Dario seppe pentirsi di ciò che aveva fatto e chiese l’intervento di Dio, riconoscendolo superiore e capace di fare ciò che lui non aveva saputo fare: salvare la vita di Daniele. Questo pentimento risultò decisivo per dare un lieto fine a questa triste storia, perché Dio salvò Daniele dai leoni, mostrò la Sua gloria e potenza e il re Dario sostituì il decreto con un altro che imponeva a tutto il regno di adorare Dio. Purtroppo lo stesso lieto fine non lo troviamo nei successivi esempi che voglio oggi esaminare.
Il secondo personaggio è Erode, il tetrarca, secondo il racconto riportato in Marco 6:14. Erode aveva fatto arrestare Giovanni battista per accontentare il volere di Erodiada, moglie del fratello, che viveva ora con lui, perché Giovanni, senza farsi troppi scrupoli, li accusava pubblicamente di commettere peccato. Nei versi 19 e 20 dice chiaramente che Erodiada bramava che Giovanni fosse ucciso perché per lei era troppo fastidioso, ma Erode lo proteggeva perché sapeva che era giusto e gli piaceva quello che diceva. Anche in questo caso il tetrarca cadde in una trappola tramata appositamente per la morte di Giovanni. La figlia di Erodiada ballò per Erode e lui ne fu talmente ammaliato che decise di accontentare ogni suo desiderio che, alla fine, fu quello di far decapitare Giovanni. E ciò avvenne. Anche in questo caso una promessa fatta senza giudizio, una sofferenza e un combattimento da parte di chi l’ha fatta, ma anche il desiderio di non venir meno al giuramento e, quindi, non danneggiare il proprio onore di fronte agli altri. Il risultato, però, questa volta è diverso perché Erode non si pentì, chiedendo un intervento soprannaturale a Dio, né chiese tempo per escogitare un piano che salvasse la vita a Giovanni, ma diede immediatamente l’ordine di accontentare la richiesta della giovane e il risultato fu il peggiore: l’uccisione di Giovanni battista.
Come secondo un escalation di gravità delle colpe, il terzo personaggio che esamineremo è Pilato, governatore della Giudea, seguendo il testo in Giovanni 18 dal verso 28 e 19 fino al versetto 16. In questo caso non c’è nessun giuramento, né nessun inganno, ma c’è ancora un uomo di potere di fronte a persone senza scrupoli: Pilato, a causa dell’insistenza dei Giudei perché Gesù fosse ucciso, visse un forte combattimento interiore, che emerge chiaramente dal suo comportamento irrequieto. Andò avanti e indietro da Gesù ai Giudei. Continuò a recarsi da Gesù in cerca di una motivazione valida per incolparlo ed, invece, rimaneva sempre più convinto della sua integrità e affascinato dalla sua personalità. Ma continuò anche a tornare dai Giudei per comprendere le motivazioni per tanto accanimento nei confronti di un uomo senza colpa. In questo suo andirivieni verso Gesù sembra quasi compiere una scalata verso la salvezza e arrivare sull’orlo della conversione, che avrebbe potuto portarlo alla sua salvezza e anche a quella di Gesù. Il suo timore più forte si fece vivo quando i Giudei accusarono Gesù di essersi fatto Figlio di Dio (cap. 19:7-8), probabilmente perché nel cuore del Governatore stava prendendo piede la convinzione che fosse realmente così. A questo punto si rivolse nuovamente a Gesù, dicendogli che nelle sue mani aveva il potere di ucciderlo o di liberarlo. Questa dichiarazione, a mio avviso, sebbene negli altri Vangeli in cui viene riportato lo stesso racconto, viene detto che Pilato si lavò le mani davanti ai Giudei per indicare che la colpa della decisione di crocifiggere Gesù ricadeva su di loro, mostra chiaramente che la responsabilità è sua, perché era l’unico che veramente aveva il potere di impedire che l’uccisione di Gesù avvenisse. E probabilmente si recò ancora dai Giudei per dichiarare che aveva preso la decisione di liberare Gesù. Ma loro, ancora una volta, usarono l’arma di solleticare il suo compiacimento verso gli uomini: gli dissero che se avesse salvato Gesù si sarebbe fatto nemico di Cesare, probabilmente per il fatto che nel suo cuore avrebbe accettato un altro Re. Quest’accusa fu decisiva per Pilato che scelse di consegnare Gesù alla morte. L’esempio di Pilato probabilmente è l’esempio estremo di quanto il nostro desiderio di piacere agli altri, a volte, può portare ad errori irreparabili. In questo caso Pilato non voleva piacere al popolo, che anzi sembra detestare, ma a Cesare e i Giudei avevano colpito nel cuore dei suoi desideri: piacere a Cesare per salvaguardare la propria posizione, la propria carriera. La vera decisione a cui è stato posto Pilato ad un passo dalla sua salvezza non era quella di uccidere o salvare Gesù, perché Gesù gli disse chiaramente che l’uomo non aveva nessun potere in questo senso, ma di piacere a Dio o agli uomini e, ahimè, ha scelto la seconda opzione.
Quante volte sotto la pressione insistente degli altri commettiamo degli errori irreparabili! Possiamo essere indotti a mentire o a falsificare dei documenti per compiacere al nostro datore di lavoro; possiamo cedere alla tentazione di provare una droga per sentirci apprezzati dai nostri amici; possiamo coprire le colpe e renderci complici dei nostri parenti nei loro comportamenti illeciti; possiamo tradire la nostra famiglia e abbandonarla per seguire il piacere di una persona che ha saputo adescarci; possiamo tradire la fiducia del nostro migliore amico per compiacere al desiderio di pettegolezzo di un altro amico. Tante cose possiamo fare ogni giorno di sbagliato e di tremendo se nel nostro cuore non c’è il reale desiderio di voler, piuttosto, piacere a Dio. Piacere a Dio a costo di perdere tutto il resto: amici, parenti, lavoro, fama e popolarità. Piacere a Dio come Daniele che continuò a pregare nonostante il divieto del re, come Giovanni battista che diceva sempre il vero, anche mentre era in prigione e rischiava di morire, come Gesù che, forse, mentre Pilato lo lasciava nelle mani dei Giudei, ricordava nella sua mente le parole di Dio sul monte della trasfigurazione: “Questo è il mio diletto figliuolo nel quale mi sono compiaciuto!”.
Ogni cosa bella a suo tempo
“Dio ha fatto ogni cosa bella a suo tempo; Egli ha persino messo nei loro cuori il pensiero dell’eternità, quantunque l’uomo non possa comprendere dal principio alla fine
l’opera che Dio ha fatto.”
Ecclesiaste 3:11
In questi giorni sto meditando molto sul libro dell’Ecclesiaste ed invito chiunque a leggerlo e a meditarlo. Tra le righe dei suoi versi ho trovato molti insegnamenti preziosi, anche perché l’autore si pone molte domande che spesso l’uomo pone a se stesso e che, forse, crescendo, ad un certo punto della propria esistenza, sono inevitabili. Tra queste le più frequenti riguardano il senso profondo della vita, il perché di tanto affannarsi per avere ricchezze, fama e potere su questa terra, se poi improvvisamente l’uomo muore e, magari, lascia tutto ad eredi che neanche conosce e che non hanno mosso un dito per avere ciò che lui aveva accumulato attraversi anni di sacrifici e fatiche. L’Ecclesiaste ci presenta un quadro pessimista, se non tragico, in cui la vita è rappresentata come una rincorsa continua di cose inutili, un inseguimento senza sosta verso tesori vani, incapaci di soddisfare il cuore umano. Ma giunge ad una conclusione positiva del suo ragionamento, affermando che l’unica cosa che realmente conta è temere Dio e osservare i suoi comandamenti, perché un giorno le nostre opere saranno sottoposte a giudizio e solo chi avrà fatto questo supererà l’esame.
Ma ora la mia attenzione si vuole soffermare sui versi riportati in alto, forse tra i più famosi di questo libro. L’Ecclesiaste dice che c’è il tempo per ogni cosa sotto il cielo e fa un lungo elenco di coppie di azioni opposte: un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per svellere, ecc. “Niente di più scontato!” potrebbe pensare qualcuno. Tutti lo sanno e ne sono pienamente consapevoli che gli eventi della vita mutano continuamente e che il nostro modo di agire, le nostre abitudini, le nostre emozioni possono cambiare a seconda delle esperienze vissute e che tendiamo ad assumere atteggiamenti diversi, appropriati alla situazione che stiamo vivendo. Ma, dando un’occhiata alla vita dei nostri giorni, tutto sembra diretto verso una confusione globale, in cui non ci viene più tanto spontaneo capire quali siano gli atteggiamenti da assumere nelle varie circostanze. Come in natura le stagioni che si alternano durante l’anno non sono più chiare e delimitate da giorni specifici (capita infatti che un giorno di gennaio ci sembra che sia già primavera, giugno ci sembra novembre e a ottobre pensiamo che sia ancora estate), così nella vita di tutti i giorni l’uomo non ha più chiari in sé i comportamenti da tenere nelle esperienze che attraversa. Facciamo alcuni esempi pratici. Fin da piccoli la società ci richiede che sappiamo fare più cose possibili e in meno tempo possibile, così sin dall’asilo ai bambini vengono insegnate le lettere, l’informatica e le lingue, devono fare sport e possibilmente qualche altro corso di pittura e musica, mentre vengono privati di un tempo che gli dovrebbe appartenere e che non tornerà più e, cioè, il “tempo del gioco”. Così anche ad una giovane donna che ha appena dato alla luce un bambino, viene richiesto che non trascuri il marito, gli impegni domestici e il lavoro, che torni subito in forma e che curi il suo aspetto esteriore, così il tempo che una volta veniva dedicato esclusivamente alla cura del nascituro, aiutata per le altre cose da mamme, suocere e nonne, viene usato per tutto il resto, con il risultato che la donna spesso cade in una forte depressione, perché incapace di assolvere a tutti i suoi compiti, e un momento di gioia e di festa si trasforma in stanchezza estrema e forte frustrazione che, nei casi più gravi, porta la donna a compiere gesti estremi. Un altro esempio: capita a persone che vivono un abbandono, o un lutto o una separazione improvvisa, che si faccia loro pressione per una reazione immediata, subitanea, che gettino velocemente alle spalle il dolore del trauma subito, e che sappiano sorridere felici per il futuro radioso che li attende, dedicandosi più che possono ai loro impegni giornalieri, per non pensare al dolore. Una volta si aveva rispetto per la sofferenza altrui e si concedeva il tempo giusto per piangere, soffrire ed elaborare la propria perdita, fino a superarla. Ai nostri giorni il “tempo del lutto” non è più concesso, ma chi lo vive non sa gettare il dolore alle spalle, lo nasconde nella propria interiorità, lo soffoca, e poi capita che esploda improvvisamente a distanza di tempo, o che sfoci in malattie psicosomatiche o della mente. E ancora, a volte, ci troviamo a vivere dei fallimenti e degli insuccessi nella nostra vita e subito dopo siamo pronti a voltare pagina, a girare il nostro sguardo verso qualche nuovo progetto o sogno che abbagli il nostro orgoglio, senza concederci il “tempo della riflessione”, per comprendere come mai abbiamo sbagliato, quali sono stati i nostri errori e perché non abbiamo saputo portare a compimento ciò che avevamo iniziato. Non consideriamo che prima di mettere mano per costruire qualcosa di nuovo dobbiamo concederci il tempo per distruggere ciò che di sbagliato avevamo fatto. Un altro esempio riguarda quelle persone che vogliono amare a tutti costi, o meglio, fingono di amare sempre. Queste persone vivono, magari, dei litigi asprissimi con altra gente, la distruggono verbalmente, provano rabbia, sparlano, creano zizzania, poi ad un certo punto si pentono, capiscono che forse hanno un po’ esagerato e tornano da quelle persone, le abbracciano e piangono commosse, facendo la pace in modo affrettato e superficiale, senza cercare prima un chiarimento. Ma non considerano che gli abbracci e le frasi smielate possono essere solo manifestazioni esteriori di un’instabilità emotiva e che la guerra può tornare tanto velocemente quanto è arrivata la pace, se non si prende il tempo di chiarire la causa del litigio prima a se stessi. L’Ecclesiaste in questi versi dice sorprendentemente che c’è “un tempo per astenersi dagli abbracci” (v.5). Forse prima di tornare ad abbracciarsi e a frequentarsi come se niente fosse accaduto, sarebbe buono che chi crea un conflitto impari a comprendere bene le motivazioni che lo hanno generato, che hanno spinto ad agire in modo esagerato e inopportuno, mentre chi lo subisce si dovrebbe prendere del tempo per imparare a perdonare e a dimenticare il torto subito, affinché non rimangano nella propria intimità delle radici amare che porteranno negli anni a far sbocciare di nuovo rabbia e rancore verso chi ci ha ferito. Prendiamoci pure il “tempo dell’astinenza dagli abbracci” per imparare ad amare in profondità e sincerità, ci sarà sempre il tempo per darli ed averli quando saremo sicuri di aver superato l’astio che ci allontanava dagli altri. E ancora ci sono persone che non sanno distinguere il tempo per parlare e quello per tacere. Il libro dei Proverbi esalta continuamente l’uomo che sa tacere, eppure la gente sembra avere davvero difficoltà ad ascoltare, piuttosto che parlare. Parla sempre, comunque, anche quando sarebbe necessario un po’ di silenzio. Basta guardare la tv e vedere una qualsiasi trasmissione: tutti devono dire la propria, anche se qualcuno sta già parlando e non ascoltano minimamente il proprio interlocutore, che a sua volta fa lo stesso, e alla fine parlano tutti contemporaneamente, fino a che non si capisce niente e tutti tornano a casa convinti di aver fatto una bella figura, mentre gli spettatori disgustati non possono aver fatto altro che girare canale.
L’Ecclesiaste dice che Dio ha fatto ogni cosa bella a suo tempo, ma l’uomo non dà alle fasi della propria esistenza i giusti tempi. Ha stravolto i tempi, li confonde, li mescola, da giovane si sente già vecchio e da anziano vuole essere ancora giovane. Accostandoci alla riflessione su questi passi, comprendo come Dio ami l’uomo, gli concede il tempo giusto per ogni cosa, perché ogni cosa ha bisogno di tempo. Non ha fretta, non vuole che l’uomo bruci le tappe, non vuole che cresca veloce, ma malato, ma che sappia vivere con sapienza e responsabilità ogni esperienza, che sappia godersela quando è positiva e si lasci plasmare quando è negativa. A volte siamo confusi, incerti, dubbiosi, riceviamo pressione dagli altri per agire in fretta, ma ancora sappiamo nel nostro cuore che non è il momento. Apriamo le nostre orecchie all’ascolto della voce Dio ed Egli ci farà capire quale stagione stiamo vivendo e quale tempo stiamo attraversando, finché giungeremo fra le Sue braccia, dove il tempo finirà.
Lingue taglienti
“C’è chi parlando inconsultamente trafigge come spada, ma la lingua dei savi reca guarigione.
Proverbi 12:18
Leggere il libro dei Proverbi della Bibbia è per me come tirare fuori da un cofanetto dei cioccolatini variegati, assaggiarne uno ad uno, chiudere gli occhi, masticarlo lentamente, assaporandolo con gusto, mentre la sua dolcezza dà pieno piacere al palato e all’umore.
Oggi ho letto questo piccolo verso che mi ha prodotto proprio questo effetto e mi ha parlato profondamente. In tutta la Bibbia possiamo trovare dei versi che riguardano l’uso che noi facciamo delle parole. Giacomo nel capitolo 3 affronta con molta severità questo argomento, affermando addirittura che un uomo capace di dominare la lingua è un uomo perfetto. Ora, posso dire di aver sentito innumerevoli predicazioni sulle maldicenze, su quanto sia dannoso professarle sia per chi le cagiona, perché semina zizzanie e cattiveria gratuita, sia per chi le subisce che viene condannato e giudicato magari ingiustamente o più del dovuto. Ma mai ho sentito studi o riflessioni su chi invece dice sempre e comunque ciò che ha nel cuore. Premetto immediatamente, che non è mia intenzione qui voler dire che non bisogna dire la verità, o che bisogna nasconderla o mascherarla ipocritamente, voglio semplicemente dire che quando la verità riguarda una critica nei confronti di un nostro fratello, una disapprovazione verso il suo modo di agire o pensare, bisogna saperla dire, nel modo e nel tempo giusto. Sento spesso persone vantarsi perché sono capaci di dire sempre quello che pensano degli altri e lo dicono sfacciatamente, senza mezzi termini, senza delicatezza, senza badare all’effetto che producono, e magari lo dicono pubblicamente, generando imbarazzo e vergogna. “Preferisco dire quello che penso in faccia, piuttosto che alle spalle, come fanno tutti!” è il loro motto di vita. Che sia detto in faccia o alle spalle, lasciatemelo dire, ahimè, certe parole dette non fanno altro che ferire e, a volte, uccidere colui che stiamo attaccando. In genere le persone che hanno questo modo di fare sono persone istintive: hanno bisogno di dire ciò che sentono, ciò che provano, di esprimere i loro giudizi, di dare i loro consigli, spesso senza che nessuno glieli abbia chiesti, senza disciplina, senza controllo, senza sensibilità e, sembra proprio, a volte, che lo facciano solo per esprimere la loro cattiveria, generosa e gratuita, in nome di una falsa sincerità e un ingannevole coraggio di esprimere il proprio parere. Non ho mai visto che questo atteggiamento abbia prodotto qualcosa di buono, che abbia generato un qualsiasi buon frutto per cui valga la pena dire che queste persone possono essere esempi da seguire. Noi esseri umani abbiamo un bisogno inspiegabile di far notare agli altri i loro difetti. Incontriamo una nostra amica per strada e le diciamo: “Oh, che grosso brufolo che ti è spuntato sul naso, è orribile!” oppure “quanto sei ingrassata nell’ultimo periodo!” oppure “sei piena di capelli bianchi in testa, stai proprio invecchiando” ecc. ecc. Perché lo diciamo? O meglio, perché non riusciamo a non dirlo? Quale è il nostro scopo? Non lo sa forse già la nostra amica che le è spuntato un brufolo sul naso o che è ingrassata o che sta invecchiando? E, forse, non prova già vergogna per questo? E’ davvero necessario che glielo facciamo notare noi? Anche se lo abbiamo detto senza voler necessariamente far del male, ci rendiamo conto che una nostra parola detta con superficialità e indifferenza può sottilmente ferire l’animo di una persona sensibile, aumentando i suoi complessi, la sua vergogna e la sua infelicità? Possiamo sentire gente offendere altre persone perché vestono troppo sportive o perché sono troppo eleganti, perché hanno il timbro della voce troppo delicato o troppo forte, perché urlano o perché sono troppo silenziose, perché sono agitate o perché sono troppo calme, perché si preoccupano troppo o perché non si preoccupano affatto. Possibile davvero che gli altri sbaglino sempre e a noi appartiene il diritto di sentenziare? Parole sparate al vento, in caccia di un altro cuore da ferire. Eppure, il più delle volte, queste persone che proclamano la necessità di dire quello che pensano a tutti i costi sono proprio quelle che poi sono incapaci di sentirsela dire. Sono le prime ad offendersi appena qualcuno le contraddice, le prime a chiudere le proprie orecchie e magari a odiare profondamente l’artefice della verità detta a loro. Quanto contraddittori sappiamo essere noi esseri umani!
Ma come conclude bene questo piccolo Proverbio: “… ma la lingua dei savi reca guarigione”. E’ bellissimo! E’ il mio cioccolatino che sto gustando e mi dà energia, forza, piacere. Chi sa usare le parole meglio di una persona saggia? Il savio sa cosa dire e cosa non dire, sa come dirlo e come non dirlo. Conosce le parole che feriscono e le parole che guariscono. Le sue parole non sono taglienti, ma al contrario chiudono, rimarginano, portano sollievo al dolore di una persona. Anche se dice una verità amara da confessare, la sa rendere dolce, gustosa. Sa aggiungere la dose giusta di zucchero alla medicina da bere, che allontana la malattia. Non è uno che si tira in dietro nel dire il vero, ma sa come andare avanti, fino in fondo, fino alla radice della ferita. Il savio non spara sentenze e ti abbandona sanguinante a piangere di te stesso, ma ti poggia una mano sulla spalla e ti dice: “Avanti, ce la puoi fare, sono con te, per guarirti!” Il savio non è altezzoso e presuntuoso, ma sa piegarsi e rialzare chi è caduto. La sua lingua è come la mano ferma di un abile chirurgo che pulisce, disinfetta, cuce e poi copre una dolorosa ferita, che portava dolore al cuore umano. Il savio usa le parole per portare il bene, perché il bene è dentro di lui. Non c’è cattiveria in quello che dice, non usa termini inappropriati, offensivi, ma è dolce. Quando è necessario, sa come far capire agli altri i loro errori e fa prendere coscienza delle loro mancanze, ma usando la sua razionalità convincente che non può essere negata, senza mostrare cattiveria, giudizio o condanna. Il savio parla perché ama e vuole guarire, non perché odia e vuole distruggere. Il savio conosce la differenza tra bene e male e sa distinguere quando fa del bene e quando fa del male. Da questo verso possiamo dedurre che se colui che guarisce con la sua lingua è savio, perfetto, chi invece ferisce è uno stolto, un imperfetto, uno sciocco.
Proponiamoci oggi di ricercare la sapienza che viene da Dio, la sapienza per eccellenza, abbellita dall’amore, coronata dall’umiltà, e sapremo portare attorno a noi guarigione, perché sapremo parlare. Allora saremo degli uomini perfetti.
Un mondo che fa paura
“Io alzo gli occhi ai monti: da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dall’Eterno, che ha fatto i cieli e la terra.
Salmo 11:1
Qualche mese fa mi ero appena messa a letto e tenevo fra le braccia mia figlia che si stringeva a me con premura. Generalmente dorme da sola, ma quella sera abbiamo fatto un’eccezione e l’ho lasciata dormire nel lettone. Era stato un giorno particolarmente duro per le nostre emozioni. Nella nostra zona c’erano state delle lievi scosse di terremoto, senza recare nessun tipo di danno a persone o cose, ma le avevamo sentite chiaramente e nel paese era stata evacuata la scuola di mia figlia per via precauzionale e questo era stato sufficiente per fare allarmare un po’ tutti i bambini. Anche nel pomeriggio ne avevamo avvertita una e così abbiamo deciso di fare i compiti nel giardino. Tutto ciò che aveva reso semplicemente la giornata un po’ insolita, nella sera, invece, cominciò a farle davvero paura. Anche se ormai non si erano sentite più scosse, ha voluto dormire con me, perché era fortemente intimorita. In quello stesso giorno c’erano state delle alluvioni a Roma e le notizie climatiche che i telegiornali riportavano un po’ in tutta Italia rendevano il quadro della situazione abbastanza allarmante. Ricordo che nel momento in cui eravamo a letto e lei si stringeva più che poteva a me, ho cominciato anche io a sentire l’avvicinarsi della paura. Tanti pensieri hanno cominciato a balenare in me, tutti riguardanti ciò che sarebbe potuto accadere nella notte: se mi fossi addormentata e una forte scossa ci avesse colto impreparati, come avrei potuto proteggerla? Sarebbe stato meglio tentare subito la fuga da casa o cercare riparo sotto qualcosa di resistente? E se fosse arrivato un nubifragio anche da noi, provocando delle frane, la nostra casa avrebbe resistito o sarebbe stata portata via? Mentre questi pensieri mi assalivano sentivo un’angoscia sempre più profonda. Per tutto il giorno avevo cercato di rassicurare mia figlia, ora avevo bisogno che qualcuno rassicurasse me.
Eppure è così: chi di fronte all’affacciarsi di un nuovo anno, considerando quello che è appena passato, è capace di non provare almeno un po’ di paura? L’uomo diventa come un neonato che volge lo sguardo qua e là, in cerca di un volto da riconoscere, una sicurezza a cui aggrapparsi, mentre si sente indifeso in un mondo che fa paura. Dove possiamo volgere il nostro sguardo per cercare un po’ di sicurezza, un po’ di tranquillità, qualcuno che sappia rassicurarci e dirci: “Stai tranquillo quest’anno le cose andranno meglio” oppure "stai tranquillo non ti accadrà nulla di male”?
Potremmo volgere i nostri occhi forse verso una politica stabile, che sappia governare con discernimento e giustizia il nostro Paese? Ahimè, ne rimarremo delusi. Quanta insoddisfazione vediamo intorno a noi, aspettative che si creano per la caduta di un Governo e subito dopo disillusioni per quello successivo, che sembra ancora più ingiusto.
Volgeremo i nostri occhi verso l’Economia, per avere almeno la sicurezza di avere cibo da mangiare, abiti da indossare e qualche risparmio da spendere in piaceri? Ne rimarremo delusi. Mai come in questi giorni l’economia è altalenante, alza e riabbassa subito dopo le nostre speranze e il rischio di un crollo totale sembra essere sempre lì, dietro l’angolo ad aspettarci.
Allora volgeremo il nostro sguardo verso la natura. Oh quanto amo la natura! Nei suoi meravigliosi paesaggi so trovare un po’ di pace e serenità. Ma anche la natura sembra essere stanca, dopo anni di abusi e sfruttamenti umani e sembra essere impazzita: città sommerse in un attimo dall’acqua, terremoti devastanti, onde anomale, montagne che si sbriciolano portando via case, strade, macchine trascinate come fossero giocattoli. Non era forse lo scenario a cui abbiamo assistito quasi quotidianamente lo scorso autunno, proprio ad un passo da noi, nelle nostre terre, tra la nostra gente?
Possiamo volgere i nostri occhi verso la salute. “Se abbiamo la salute abbiamo tutto” dicono in molti. Ma quanto è cagionevole la nostra salute: oggi ci sentiamo dei leoni, domani siamo immobilizzati a letto da una terribile cervicale che ci impedisce anche di aprire gli occhi; oggi siamo i padroni del mondo, domani siamo stroncati da un’infezione fulminante che non sappiamo neanche come ci siamo presi; oggi la scienza, dopo anni di ricerca, trova un’illuminante cura per una malattia che si riteneva incurabile, domani spunta un nuovo male inspiegabile, più grave e più dannoso; oggi si scopre un nuovo vaccino e si scongiura una pandemia, domani si diffonde un nuovo virus e fa più morti di quelli previsti per il precedente. No, forse non è saggio, confidare nella salute.
Potremmo volgere forse lo sguardo verso il futuro? Ma profezie leggendarie, e tutti questi elementi appena considerati, mai come oggi ci trasmettono l’insicurezza che possa esserci per tutti noi un futuro.
Allora, è meglio tornare alla semplicità e trovare un po’ di sicurezza nelle persone care che abbiamo accanto, nella nostra famiglia, nei nostri amici, nel nostro vicinato, ma sembra che neanche qui ormai si possa essere tranquilli, mentre vediamo crescere ogni giorno le stragi familiari all’interno di case che sembravano pacifiche: madri che uccidono i figli, uomini che uccidono le mogli, figli che derubano i genitori, vicini che litigano per sciocchezze, persone che scompaiono e si perde ogni loro traccia. Anche la famiglia, un’istituzione che una volta era sacro santa ora è del tutto profanata.
Dove cercare dunque aiuto per questo nuovo anno? Quando considero lo scenario che ci circonda vorrei mettermi in un angolo della mia casa, nascosta, otturare le orecchie con le mie mani per non sentire, chiudere gli occhi per non vedere più. Quanto possiamo sentirci stanchi di tutto ciò! Sfiduciati nelle nostre battaglia quotidiane, intimoriti dalla vita che sembra essersi ridotta ormai solamente in una lotta per la sopravvivenza. E allora non ci resta che ammettere che tutti noi, per un motivo o per l’altro, proviamo paura. La paura è considerata dagli psicologi come un’emozione positiva, salvifica per l’uomo, perché lo avverte che c’è un pericolo e lo mette in una situazione di allerta, di guardia e gli dà l’energia giusta per difendersi e affrontare qualcosa che per lui in quel momento può essere dannoso. Ma quando comincia ad essere sempre più presente nella mente umana, quando diventa ossessiva e possessiva, quando invece di stimolarci ad una reazione positiva ci blocca, ci paralizza, ci rende inermi, quando si trasforma in angoscia, e la sentiamo sempre sottilmente presente, subdola, allora diventa il nostro più grande nemico. Limita le nostre scelte perché escludiamo tutte le possibilità che possano portare qualche rischio, anche se potrebbero essere fruttuose per noi; ci rende irrazionali perché vediamo il pericolo continuamente intorno a noi anche se non c’è; ci rende troppo premurosi verso i cari che vorremmo proteggere a tutti i costi e tendiamo ad essere ossessivi nei loro confronti, rendendoci così odiosi ai loro occhi. Così la giusta preoccupazione per il risparmio pian piano si trasforma in avidità ed accattonaggio; la buona apprensione che il rubinetto del gas sia ben chiuso e non ci siano perdite e la porta di casa ben serrata prima di uscire, ci spinge a controllare continuamente che effettivamente sia così, uscendo e tornando indietro più volte, anche dopo aver fatto già tanta strada, e il pensiero assillante che la nostra casa possa esplodere o i ladri possano entrare, può arrivare anche a rovinare una piacevole serata con amici o la nostra concentrazione mentre ascoltiamo una predica durante una riunione di chiesa. E ancora, la paura che lo Stato possa accaparrarsi dei nostri beni ci spinge a ritirare tutti i nostri averi e metterli sotto un materasso, dove anche un bambino potrebbe rubarceli, e la paura che la nostra auto possa essere rovinata dalla pioggia ci spinge a bagnarci completamente sotto un diluvio, pur di spostarla e metterla sotto un riparo; e considerando situazioni ancora più gravi, la paura che la nostra casa non sia abbastanza pulita da farci fare una bella figura agli occhi degli ospiti che non arriveranno mai, può spingerci a pulirla continuamente, fin a non far entrare neanche i nostri mariti e figli, perché non la sporchino; e ancora peggio, la paura che le nostre mani non siano abbastanza pulite e che ci possiamo prendere un virus, ci spinge a lavarle cento volte al giorno, fino a che diventano deformi per l’artrite che abbiamo procurato loro. Quando permettiamo alla paura di prendere il sopravvento sulla nostra vita, ne diventiamo schiavi e non la sappiamo più dominare, trasformandoci in veri folli. Quando ci accorgiamo di essere già in questa situazione, forse è il caso di chiedere aiuto, ma a chi?
Quella sera, mentre potevo sentire il respiro di mia figlia farsi più profondo e il suo corpo farsi più pesante e capivo che si stava addormentando perché con me sentiva di essere al sicuro, mi è venuto alla mente questo meraviglioso passo, che tutti noi sicuramente conosciamo: “Io alzo i miei occhi ai monti, da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dall’Eterno che ha fatto il cielo e la terra.” Dunque se la politica, l’Economia, la natura, il futuro, la salute, i nostri cari, ai nostri giorni non possono più essere un aiuto per la nostra vita, allora è il caso di volgere il nostro sguardo verso Dio, il nostro Salvatore. Lui che ha creato il cielo e la terra, non saprà anche proteggere noi e i nostri cari? Lui può liberarci dalle nostre paure che si sono trasformate in follie. Può liberare la nostra mente dai pensieri negativi, da quelle immagini disastrose che fanno radici in noi e ci tormentano, e quando il pericolo viene davvero ci dà la forza e il coraggio per combatterlo. Gesù, che sapeva dormire anche su una piccola barca, nel bel mezzo di una tempesta, saprà sicuramente insegnare anche a noi come trovare riposo e sicurezza. Impariamo ad avere fiducia in Lui che in tutta la sua parola ci ripete di “essere forti e coraggiosi”, che “non ci lascerà e non ci abbandonerà”, di “non temere perché sarà con noi”. Il Suo nome è Emmanuele, un Dio che sa dimorare e vivere accanto all’uomo, per vegliare su lui, per difenderlo, per renderlo forte e valoroso in mezzo ad un mondo che fa e che ha paura.
Qualcuno aspetta che tu cada
“Or essi si aspettavano che egli enfierebbe o cadrebbe di subito morto;
ma dopo aver lungamente aspettato, veduto che non gliene avveniva alcun male,
mutarono parere, e cominciarono a dire ch’egli era un dio.”
Atti degli Apostoli 28:6
L’apostolo Paolo si ritrova a vivere ancora una volta nella sua vita un’esperienza davvero difficile e rischiosa. E’ prigioniero, affidato ad un centurione di nome Giulio che ha il compito di condurlo in Italia attraversando il mare. Inizia così per lui un viaggio davvero avventuroso. Arrivati nei pressi di Creta il vento diventa contrario alla navigazione e rallenta la corsa. A questo punto Paolo comprende che proseguire il viaggio sarebbe stato troppo pericoloso ed avverte l’equipaggio che se non si fossero fermati, non solo avrebbero perso il carico e la nave, ma le loro stesse vite avrebbero corso un grave pericolo. Ma non viene ascoltato e in breve la nave si ritrova in balìa del vento e delle onde che la spingono sempre più a largo, fino ad essere sballottata qua e là per il Mar Adriatico. A questo punto Paolo è come se assumesse la direzione della navigazione: tranquillizza l’equipaggio, affermando che un angelo gli è apparso, dicendogli che tutti si sarebbero salvati perché lui doveva arrivare a Roma e comparire davanti a Cesare, impedisce la fuga dei marinai e incoraggia tutti a mangiare per riacquistare forza. Dopo due settimane di vicissitudini e dopo che la nave si arena sulle rive di Malta, una piccola isola del Mediterraneo a sud della Sicilia, viene distrutta dalla furia delle onde e tutto l’equipaggio riesce ad arrivare a nuoto sull’isola. Grazie a Dio, ricevono tutti un’ottima accoglienza dalla popolazione del luogo. Viene preparato per loro un fuoco per potersi scaldare. Ma le disavventure di Paolo non sono finite, infatti, mentre prende della legna, viene morso da una vipera, che addirittura gli si attacca sulla mano. Ma lui, come se niente fosse, senza lasciarsi prendere dal panico, scuote un po’ la mano e lascia la vipera cadere nel fuoco. A questo punto gli abitanti del luogo, che l’hanno accolto e che hanno assistito alla scena, cominciano a credere che su di lui ci sia una sorta di maledizione, perché dopo aver vissuto un naufragio, ora viene morso da una vipera velenosa e rimangono lì ad aspettare che lui cada e si riversi morto a terra. Ma passa un minuto, due, forse un’ora o due, e mentre Paolo ha tutti gli occhi puntati addosso, se ne sta probabilmente tranquillo a riscaldarsi davanti al fuoco. A questo punto, vedendo che nulla gli accade, tutti cominciano ad aver parere opposto a prima e credono che l’apostolo sia un dio. Con tutto il rispetto per la tragicità di questi eventi e per il terrore che devono aver vissuto tutti gli uomini protagonisti di questa avventura, leggere questa storia mi fa sempre un po’ sorridere, proprio per il comportamento di queste persone che, invece di cercare di aiutare in qualche modo Paolo, rimangono ad osservare ciò gli sarebbe accaduto. Come cristiani non capita forse anche a noi spesso di sentirci osservati dagli altri, con gli occhi sempre puntati addosso per vedere quali siano le nostre reazioni, il nostro modo di comportarci di fronte ad eventi difficili, a situazioni insostenibili? Forse, per lunghi anni abbiamo testimoniato con fedeltà dell’amore di Dio a coloro che più ci sono vicini e, non solo non hanno voluto mai ascoltarci, ma sono lì a scrutarci, aspettando che noi cadiamo, che commettiamo qualche fallo, anche il più piccolo errore, per accusarci e dimostrare che la nostra fede è fasulla ed avere così una scusa valida per continuare a non credere. Certo, questo è un atteggiamento sbagliato da parte loro perché, pur essendo credenti, ciascuno di noi è spesso soggetto ad errori e ripetute cadute, ma penso che, in ogni modo, questo atteggiamento comune tra i non credenti, dovrebbe aumentare in noi il senso di responsabilità nell’avere una condotta, per quanto ci sia possibile e dipenda da noi, irreprensibile. Forse ti trovi nel tuo luogo di lavoro ed ogni giorno un tuo collega viene a stuzzicarti, a provocarti, ti insulta, ti fa sentire incapace, ti rende ridicolo di fronte agli altri. E tutti i giorni gli occhi degli altri sono puntati su di te, osservando se anche oggi saprai controllare la tua rabbia, mettere a tacere il tuo orgoglio, o se sarai capace ancora di subire l’umiliazione e obbedire al comandamento di Gesù di amare i nostri nemici. Ecco, un momento di rabbia, seppur legittima, potrebbe condurti ad una reazione che in pochi secondi potrebbe far fumare anni di autocontrollo e testimonianza. O forse ti trovi a scuola, ormai adolescente, in preda alle tue crisi esistenziali, e dei tuoi amici ti offrono continuamente l’esempio di comportamenti trasgressivi, palesemente negativi e contro la volontà di Dio, e tu vorresti tanto fare la differenza, ma quei comportamenti, quei divertimenti, quel modo di parlare volgare e di vestire, il fumo e la musica, sembrano farli stare tanto bene e farli divertire continuamente e tu in questo momento ne senti il bisogno. Ecco loro non aspettano altro che tu ceda, che accetti almeno una volta quella sigaretta, per poi condannarti, affermando che non c’è niente di diverso in te, che sei proprio come loro e che non serve a niente volersi mantenere santi e puri davanti agli occhi di Dio, ma è meglio divertirsi e godersi la vita. Oppure ti trovi a vivere un momento particolarmente duro, in cui le prove sembrano susseguirsi una dietro l’altra, senza tregua: la perdita del lavoro e le difficoltà economiche, la salute che non va più tanto bene, i figli che danno sempre tante preoccupazioni, e qualcuno è lì, vicino te, a provare la tua pazienza e ti invita rinnegare Dio, come fece la moglie di Giobbe. Oppure all’interno della tua famiglia sei l’unico a credere, e gli altri continuano a praticare comportamenti contro la volontà di Dio, come il gioco d’azzardo, il non pagare le tasse, invitare ospiti proprio quando sanno che tu hai impegni di chiesa, guardare programmi televisivi osceni e poco edificanti e cercano in ogni modo di farti cadere per poi condannarti; mettono insidie, trappole ovunque, perché nel loro cuore hanno proprio il desiderio che anche tu impari a far del male. Mi son sempre chiesta perché chi opera del male cerca sempre qualche complice e insiste perché qualcuno lo diventi, probabilmente è un modo per placare la propria coscienza, giustificando che anche gli altri lo fanno, come se in questo modo la nostra responsabilità fosse minore.
E’ così, nel bene o nel male, per quanto non ci piaccia essere al centro dell’attenzione, per quanto ce ne possiamo accorgere o meno, dal momento che dichiariamo di credere in Dio e di voler vivere sottomettendoci alla Sua volontà, la gente ci osserva, ci scruta, ci esamina, per vedere se siamo coerenti con ciò che predichiamo e se siamo fedeli fino alla fine della nostra vita. Anche il più piccolo errore, la più insignificante caduta potrebbe compromettere la nostra testimonianza. L’apostolo, nel momento in cui viene morso dall’insidiosa vipera, non sembra spaventarsi più di tanto, non si agita, non si butta a terra, non si rotola nel fango implorando aiuto. Dio gli aveva detto nel naufragio che doveva arrivare a Roma e in questo lui credeva, in questa promessa si fondava fermamente la sua fede. La logica era facile: si trovava ancora a Malta, Dio gli aveva promesso che doveva presentarsi davanti a Cesare, quindi non poteva morire. Tutto qui: Paolo credeva e neanche di fronte alla morte avrebbe dubitato. Che fede ragazzi! E allora, anche questo per noi può essere valido: la fede in ciò che ci ha promesso ci soccorre quando siamo tentati al di là delle nostre forze a rinnegare Dio, a dare sfogo alla nostra rabbia trattenuta a lungo, a lasciarci prendere dallo sconforto per i problemi o dalle paure degli eventi pericolosi che ci accadono intorno. E’ quello in cui crediamo e quello per cui viviamo, l’obiettivo finale della nostra esistenza, cioè comparire davanti al trono di Dio e sentirci dire che siamo stati fedeli e buoni servitori ci impedirà di cadere e riversarci sconfitti a terra. Ogni giorno tutto dipende dalla nostra fede se qualcuno crederà che siamo sotto la persecuzione di un dio arrabbiato o se in noi vedranno riflesse le sembianze di un Dio grande e vittorioso.